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Caivano della porta accanto

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Raimondo Caputo, l’uomo accusato di aver violentato e ucciso la piccola Fortuna Loffredo, di 6 anni, a Parco Verde di Caivano (Napoli) il 24 giugno 2014, è stato aggredito da altri detenuti nella cella in cui si trovava, punito per via di quel codice d’onore cui ubbidiscono le bestie che vivono in branco, lupi  o criminali o mafiosi o belve che,  del patrimonio di informazioni genetiche dell’uomo,  scelgono di sviluppare quelle che liberano senza inibizione l’istinto alla rapina, alla sopraffazione, alla violenza, all’avidità. E che, verrebbe da dire,  investe vari segmenti di popolazione e non solo i detenuti di Poggioreale o di  carceri dedicati a assassini, violentatori, boss, visto che regole di omertà, di fidelizzazione, tolleranza, complicità, e, parimenti, il castigo privato per chi le trasgredisce, interessa cupole e ceti disparati, compreso quello politico, bancario, accademico, salvo, pare, quello ecclesiastico, se con sorprendente candore e sfrontatezza il papa lancia il suo j’accuse contro il pedofili e contro chi tacendo li sostiene, li assolve, li risparmia dalle leggi degli uomini. Caivano, Parco Verde

Intanto le coscienze della gente per bene si chiama fuori: quello squallido falansterio di Caivano, chiamato paradossalmente Parco Verde, è diventato il luogo simbolico dell’orrore, la cittadella del degrado diventata allegoria della barbarie consumata nella consapevolezza di tutti e nell’altrettanto potente rimozione di chi sospettava, simile al tacito esonero dalle responsabilità di chi incontra la vicina segnata dalle botte, il ragazzo gay deriso, lo scolaro tormentato dai bulli.

È facile collocare l’atroce fenomeno, la rete di fiancheggiatori, le vittime indifese, i tradimenti delle leggi del sangue, nella geografia della diffidenza nei confronti di Stato e istituzioni, dove gli agenti che vanno a arrestare boss aspiranti o già in carriera, vengono accerchiati e espulsi, dove l’unica via di uscita per i ragazzi che bighellonano o stazionano nel bar di paese è associarsi come manovalanza della malavita, dove l’obbligo scolastico è un optional cui, sempre per via di quei codici d’onore, è raccomandabile sottrarsi per non essere dileggiati e per accelerare l’ingresso nei ranghi di piccole, ma desiderose di crescere, criminalità. Che sono poi gli stessi territori depredati, avvelenati, manomessi, cementificati, oltraggiati e intossicati da inquinanti, corruzione, omertà, voto di scambio e commercio di interessi opachi, alienazione di una campagna felix, ammalata e resa infelice, diventata com’è discarica, soggetta ad abusi e speculazioni.

È facile ambientarla in una terra abbandonata, diseredata, in un nostro Terzo Mondo, perché così ci auguriamo come per un rito apotropaico di esserne esentati, perché così ci pare un contagio remoto, quello di inguaribili miserie e demoralizzazioni, perché viviamo in luoghi che ci sembrano ancora risparmiati dalla perdita individuale o collettiva di lavoro, diritti, bellezza, istruzione. Perché, ammettiamolo, quello è il Mezzogiorno permeabile alla camorra, alla ‘ndrangheta, alla mafia, dove la subalternità al più forte è ineluttabile come una condanna connaturata più che necessaria.

Per dire che l’orrore non ha confini e che sceglie i posti dove può accomodarsi meglio, dove gli concediamo di volta in volta più ospitalità, rimanderei alla lettura di un libro degli anni Trenta, presto dimenticato, dal quale credo sia stato tratto un film, altrettanto rimosso dalla coscienza collettiva.

Si chiama Maria Zef e racconta il destino desolatamente e implacabilmente buio e disperato di una ragazzina sommersa nella solitudine scabra, crudele e affamata della Carnia,   cui viene inflitta, come una pena per la quale non c’è salvezza, che assume il connotato dell’ovvia “normalità”, la violenza reiterata di uno zio sempre ubriaco, una specie di vittoria dell’arretratezza, dell’ignoranza, della bestialità sull’innocenza, sulla fanciullezza, sulla femminilità appena accennata, che un mondo ottuso, patriarcale, chiuso, diffidente vuole mortificare per avere la conferma della sua fosca potenza.

In ogni età, in ogni luogo, in ogni tempo e in ogni territorio, in bidonville e in palazzi difesi solo dall’esterno con tecnologie e dispositivi inesorabili,   permettiamo che si consumino delitti contro l’integrità, la bellezza, la speranza. E contro quello che resta di questi valori dentro di noi, quando scegliamo di subire l’affronto fatto alla nostra personale umanità e quello fatto a chi è più debole, più esposto, più vulnerabile, quando sacrifichiamo alla violenza, al sopruso, alla forza, l’innocenza, nostra e altrui.

 

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