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Renzi l’elemosiniere di Confindustria

Freemason. Blue Lodge officerJewel. Almoner

Come volevasi dimostrare l’eden renziano del job act nasconde il serpente che arrampicato sul melo promette beatitudini, ma in realtà si appresta a farci lavorare con dolore. Non appena si è passati al 2016 con la prevista diminuzione netta degli sgravi  e delle contribuzioni nei confronti delle aziende per i contratti a tempo indeterminato, il numero di assunzioni è sceso clamorosamente rispetto al gennaio 2015 (106.697 contro i 176.239 dell’anno scorso), mentre è esploso il fenomeno dei voucher, ossia dei buoni lavoro tanto per uscire dal linguaggio da villaggio turistico che tanto piace al premier, i quali sono arrivati a 9 milioni nel solo gennaio 2016 rispetto ai 6,7 dell’ anno scorso. Insomma la precarietà più precaria esplode, mentre le assunzioni a tempo indeterminato, hanno avuto una fiammata esclusivamente determinata dai ricchi contributi concessi.

In effetti l’80 per cento dei nuovi contratti non riguardano nuovi posti, ma il semplice passaggio da formule temporanee al tempo indeterminato per poter usufruire degli sgravi senza peraltro pagare dazio, visto che lo stesso job act si è incaricato di cancellare i diritti del lavoro e di rendere i licenziamenti facili e immediati anche per i contratti teoricamente stabili. Le favole di governo hanno le gambe corte, nonostante il continuo e sfacciato battage autocelebrativo: raccontano  all’uomo della strada che nel 2015 sono stati siglati 764 mila contratti a tempo indeterminato e lo dicono in modo che si pensi a quasi un milione di nuovi posti. In realtà sulla cifra totale 578 mila riguardano semplicemente la trasformazione di contratti, spesso con diminuzioni di salario, mentre i rimanenti 186 mila rappresentano  il saldo tra assunzioni, licenziamenti e cessazioni dal lavoro. Insomma siamo in presenza di una bolla determinata dalle contribuzioni, ma con effetti estremamente modesti visto che la precarietà finisce per aumentare e che non si è dato un colpo consistente alla disoccupazione.

Non è solo un fallimento, ma un dramma, perché contributi e sgravi che hanno creato la bolla pesano enormemente sui conti previdenziali e sull’erario arrivando in 3 anni agli 11,8 miliardi, ma ai 22  a fine ciclo, ovvero nel 2019. Per chi voglia un excursus tecnico sulle cifre e sul ventaglio di previsioni può leggere (qui) un saggio di Marta Fana e Michele Raitano, ma una cosa è certa: ci troviamo di fronte ad un nefando pasticcio di sapore elettorale, che è poi l’unica attività visibile del governo. La precarietà non è stata sconfitta, anzi rialza la testa e per raggiungere questo bel risultato si è spazzata via ogni residua stabilità dei contratti a tempo indeterminato che ora lo sono letteralmente nel senso che chiunque può essere mandato via senza ragione e a fronte di un purboire. Inoltre la disoccupazione rimane drammatica, mentre si è concesso in nome di una competitività fasulla, un’enorme trasferimento di denaro pubblico dalla previdenza ai profitti privati che finiranno poi in massima parte dal circuito bancario finanziario e non alla produzione-

Insomma una sontuosa regalia ai soliti noti perpetrata con l’aria di chi vuole aiutare gli ultimi e un falò di risorse necessarie al settore previdenziale che si dice sia insostenibile, in cambio di cifre deludenti ancorché pompate a tutto spiano dai media. Una donazione persino esagerata, frutto di  ipocrisie, illusioni e furberie, che adesso rischia di rendere superfluo Renzi: dopo aver fatto il pieno di prebende ciò che interessa è evitare una crisi dell’asse politico che ha permesso tutto questo, anche se questo implica fra fuori l’amico di Palazzo Chigi per cambiare facce e così rimpannucciare i miraggi.

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