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Portogallo: con l’Europa torna Salazar

Salazar_au_travailCiò che avevo segnalato qualche giorno in un post sul Portogallo si è puntualmente verificato: il presidente del Portogallo Anibal Cavaco Silva, ha respinto la formazione di un governo tra socialisti e sinistre che hanno la maggioranza in Parlamento e ha affidato la formazione del governo al leader della destra Pedro Passos Coelho per la formazione di un esecutivo di minoranza. L’occasione è quella buona: la vita istituzionale sta entrando in un periodo di “semestre bianco” durante il quale le camere non possono essere sciolte e dunque anche un governo senza maggioranza può garantire a Bruxelles le riforme chieste, oltre a fare di tutto per vincere le eventuali elezioni anticipate.

Nel precedente post mi ero concentrato sul grottesco cambiamento avvenuto pochi giorni dopo le elezioni quando è stato chiaro che i socialisti, peraltro eurepisti e euristi, erano riluttanti a fare una grande coalizione con la destra e avevano definito la possibilità di un governo della sinistra: il piccolo Paese iberico è passato dall’essere il miracolo vivente operato dalle ricette dell’austerità a malato gravissimo al quale non si può nemmeno pensare  di togliere la flebo velenosa dei diktat europei. Banche, Fmi, governance europea, media tutti insieme appassionatamente  a esorcizzare  il pericolo e a ribaltare le tesi ottimistiche sostenute un’ora prima.

Ma questo è solo il sintomo ripugnante, la piaga purulenta di un’infezione che ha già aggredito gli organi vitali della democrazia: sulla scia di quanto avvenuto in Grecia anche in Portogallo il presidente ha ritenuto che le regole europee fossero preminenti  rispetto alla volontà popolare espressa nelle elezioni. Ma al contrario che in Grecia , Cavaco Silva lo ha detto apertamente e senza mezzi termini: “In 40 anni nessun governo in Portogallo si è mai basato sul sostegno delle forze anti-europee, di quelle forze che vogliono abrogare il Trattato di Lisbona, il Fiscal Compact, il Patto di Crescita e Stabilità, oltre che smontare l’Unione Monetaria, portare il Portogallo fuori dall’euro e sciogliere la NATO”. Questa sarebbe l’argomentazione, secondo la quale se per quarant’anni, grazie a Salazar non c’è stata democrazia allora non sarebbe stato il caso di cambiare. Del resto il presidente nato da famiglie molto abbienti, cadetto nella guerra coloniale in Mozambico, sembra avere parecchio da spartire con Salazar se è vero che nel 2008 in occasione della festa nazionale disse le medesime cose del dittatore: “prima di tutto la Razza, il giorno della Razza, il Giorno del Portogallo, di Camões e delle Comunità Portoghesi all’estero”. Insomma qualcosa che ha a che fare con la banalità del male visto che Josè Saramago, unico premio nobel portoghese per la letteratura, lo chiamò “campione di banalità”.

Ma a prescindere dalla qualità delle persone che si sono messe al servizio dell’oligarchia e che riflettono i caratteri dei Paesi in cui operano, qui il grand commis bisbetico alla francese, là il levantino dei referendum, qui l’asino buffone e bugiardo, là il burocrate fascistoide, è fin troppo chiara una cosa: man mano che le forze di sinistra o di opposizione in genere cominciano a prendere consapevolezza della natura dell’Unione europea e del suo fucile monetario, Bruxelles lascia cadere la recita della democrazia e interviene perché le sue regole siano gettate alle ortiche. Così viene stabilito che le forze di sinistra non possano comunque governare o se è proprio impossibile impedirlo debbano essere ricattate in modo che seguano senza sgarrare il breviario europeo.

Democrazia sì, ma solo per finta.

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