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Disastrati Generali

Couder_Stati_generaliAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi mi è capitato un fenomeno molto inquietante.

Cercavo qualche commento a margine degli Stati Generali convocati da Conte,  quando finalmente nel compiacimento generale per il palco reale europeo, per il parterre degli invitati, degli osservatori e  testimonial e perfino degli uomini qualunque selezionati tra la società civile, quando finalmente mi sono imbattuta in una frase che sostanzialmente rispecchiava il mio pensare: lo stato di eccezione proclamato come necessario in presenza della epocale pandemia aveva sortito l’effetto temuto di esonerare la rappresentanza del popolo, il Parlamento eletto, in favore di task force, autorità tecnocratiche, consulenti promossi a decisori o gran suggeritori.

Vado  a guardare e scopro con raccapriccio che l’unica voce a sollevare questa obiezione nella gran marmellata dell’entusiasmo pro-governo è di Giorgia Meloni. Per carità ho da sempre imparato a non fermarmi a una dichiarazione ma a risalire alla fonte per misurarne la credibilità, perché anche gli orologi guasti segnano l’ora giusta perfino due volte al giorno. Per carità, sono abbastanza attrezzata per non temere il Berlusconi in me che si riaffaccia anche in soggetti insospettabili, figuriamoci se temo di essere posseduta da un poltergeist fascista.

Deve essere per questo che non mi ha poi stupito e impressionato più di tanto questa estemporanea coincidenza. E’ che chi non si ferma alle tesi della Leopolda, alle esternazioni delle sardine, ai documenti dei tkink tank progressisti sa bene che non è vero che con la fine delle ideologie novecentesche siano state cancellate destra e sinistra: semplicemente la destra ha saputo declinarsi nelle varie forme a sostegno del totalitarismo contemporaneo, mentre la sinistra “strutturata”, anche prima delle dichiarazioni di voto neoliberiste,  si è persa, ha smesso di guardare a quelle stelle polari, uguaglianza, solidarietà, giustizia, immaginando e illudendo di addomesticare il sistema feroce e avido dello sfruttamento con le “riforme”, con il benessere che sarebbe caduto dal cielo su tutti, chi un po’ di più chi un po’ di meno, come una polverina d’oro elargita da provvidenziali manine misericordiose.

Parlo ovviamente dei salvati che hanno firmato col sangue dei sommersi l’abiura, cui solo apparenti competitori affibbiano ancora la nomea di sinistra, avendola invece rinnegata come un attrezzo arcaico e controproducente per affermazioni personali e interessi di casta, e  che non solo hanno accantonato il riferimento un tempo irrinunciabile alla lotta di classe, ma hanno addirittura rinunciato ai principi elementari e ai valori primari della democrazia come si era inteso rappresentare nelle Carte uscite della resistenze.

Quelle Costituzioni cioè che l’Europa – che doveva introdurci alla condizione perfetta della partecipazione solidale di popoli e nazioni alle scelte in nome dle ben comune e che invece ha dato spazio a una oligarchia cosciente dei suoi privilegi promossi a diritti e perciò determinata a imporre le proprie tesi e regole a una maggioranza recalcitrante – ci chiede pressantemente di rivedere e aggiornare in quanto colpevoli di riecheggiare toni e motivi  socialisteggianti.

Mi riferisco a quelle formazioni che possiamo annoverare nella cerchia del progressismo liberista, da tempo possedute dai demoni della governabilità e del consenso, convinte che le elezioni si vincono al centro dove è obbligatorio far convergere elettori esitanti che devono essere rassicurati grazie a programmi uguali e assonanze su temi generali, sicurezza, immigrazione, grandi opere, meritocrazia, mobilità.

Come hanno fatto in tutta Europa partiti che già prima si richiamavano alla sinistra facendo politiche di destra, e che ora rivelano il loro assoggettamento al sistema capitalistico, ormai promosso a legge di natura, all’inseguimento di un elettorato indistinto, non avendo capito che non esiste più un ceto medio, degradato a classe disagiata ma che non si convince della sua retrocessione.

Il caso di movimentini e fermenti vezzeggiati dall’establishment è rivelatore della volontà pervicace di instaurare un  consenso “artificiale”,  assimilabile a quella spirale del silenzio che penalizza chi si sottrae al pensiero comune e al conformismo, che colpisce chi non intende arruolarsi nelle fazioni in campo, e che mira a far sparire il dibattito e dunque la democrazia che implica la pluralità delle opinioni e anche il conflitto, considerato  illegittimo e disfattista, violento e incivile, rozzo e ignorante.

In risultato è che alla fine il quadro istituzionale e della rappresentanza diventano un guscio vuoto, da riempire con rivendicazioni e dimostrazioni di autorità, e  il dibattito parlamentare si mostra come una messa in scena che allontana gli elettori, rivelando come il prezzo dell’approvazione e della governabilità sia la diserzione, l’astensione, la disaffezione.

La società pacificata che piace tanto a quelli che limitano l’antifascismo alla riprovazione di quella scrematura di popolaccio volgare e brutale, preferendo il bon ton alla collera anti-sistema, diventa così il laboratorio dove si sperimentano altre belligeranze, dove si materializzano altre modalità di affermazione identitaria, conseguenza logica del fatto che non ci si può più esprimere e affermare come cittadini, cui si riservano disapprovazione e disprezzo, catalogandole sommariamente come manifestazioni deplorevoli di populismo vandalico agitato contro convinzioni e istituzioni intoccabili.

Qualcuno ha definito questo pantheon di figure di riferimento e di convinzioni come lo slittamento “delle priorità delle èlite dal sociale al culturale”, convertito ormai al sistema del denaro, convinto dal “pertuttismo” alla lotta paritaria contro “tutte” le discriminazioni, affondando in essa il conflitto di classe, surclassato dall’omogenitorialità, dal riscatto  dagli stereotipi di genere, come se i diritti fondamentali fossero ormai conquistati e inalienabili e ora ci fosse modo di occuparsi degli optional, come se fosse naturale scomporli in gerarchie e graduatorie e la rinuncia a alcuni promuovesse l’ottenimento di altri.

Li abbiamo visti in azione, nell’alto comando della pandemia, col sostegno del Giornale Unico della Nazione, con gli appelli pro governo pubblicati sul nuovo house organ del riformismo liberista, i fedifraghi delle promesse messianiche ormai insediati nell’apparato a perorare la causa della indispensabile sorveglianza, le cheerleader del mercato, i cantori dello stormworking e della didattica a distanza promotori di licenziamenti e precarietà, impegnati nei duelli da opera dei pupi, a dar giù botte e stoccate finte a Confindustria, che detta i suoi desiderata a Colao,  dopo aver concordato chiusure e aperture a suo gusto, dividendo il paese in due, chi si protegge a casa e chi deve esporsi per l’interesse generale,  calendarizzando promettenti opportunità di rilancio a base di cemento, cantieri, ponti, export di armamenti e import di compratori dei beni comuni.

Si vede che serviva anche la convention a Villa Pamphili, come per gli addetti alle vendite piramidali e infatti non si capisce perché siano stati chiamati Stati e non Mercato Generali, con i maestri dell’austerità a distanza che ci somministrano la pedagogia del festoso indebitamento e della rinuncia ai poteri e alla competenze nazionali, e dunque alla democrazia, in favore di una autorità più alta in grado e dunque più compiutamente sovrana.

Così vien buona la vecchia massima secondo la quale a ogni vittoria di chi chiede voti per la sinistra corrisponde una sconfitta del socialismo..

 

 

 

 

 


L’ex compagno Malaccini

cotone Anna Lombroso per il Simplicissimus

A volte ci si illude che il tempo che passa stenda un velo di polvere pietoso sulle stronzate, invece no. Sembrano sepolte e dimenticate e invece no, a farle riaffiorare dal loro elemento naturale basta una campagna elettorale, un virus che dà modo a qualsiasi bocca in astinenza da intervista di masticare e espellere i suoi pensierini, in questi giorni propiziatori di bei sentimenti patri, purché non sovranisti, compassionevoli, purché non populisti.

Era successo durante il duello impari tra il presidente uscente riformista e la candidata del Gran Buzzurro, e succede ora, con il riaffacciarsi della retorica da sussidiario o da fumetti del Pioniere,  del cosiddetto modello emiliano, quel concentrato di sviluppo e di buon governo, propalata come una utopia realizzabile e realizzata e resuscitata periodicamente grazie a defibrillatori e  bomboloni di propaganda ittica in qualità di format progressista, educato e rispettabile da opporre alla destra sboccata e sguaiata.

E infatti ci ha pensato Bonaccini sfoderando le sue ricette istantanee per rispondere ai bisogni della sua regione e partecipare del grande progetto della ricostruzione post-pandemica, più modestamente definita Ripartenza.

Il suo new deal ruspante come si addice alla tradizione della pingue Emilia-Romagna, concreta e operosa, prevede di allestire con le parti sociali un bel programma concertato per riavviare gradualmente “le filiere a valenza internazionale e i cantieri delle opere pubbliche”, approfittando come è giusto della sua santa in paradiso, la Ministra della sua terra, che sta tenendo in caldo la zuppa di infrastrutture, interventi viari, passanti, bretelle ( 20 miliardi di euro di investimenti in 5 anni) confezionata manco fosse il Farinetti di Eataly, per garantire una bella scorpacciata godereccia che sfami la bulimia costruttiva del Pd e delle cordate amiche (compagne non si usa più) le coop del cemento e non solo un tempo rosso, a braccetto con i più inveterati malaffaristi, corruttori e corrotti che fanno dentro e  fuori da consigli di amministrazione e aule giudiziarie.

Ma come se non bastasse, per l’immediato, il presidente ha pronta la sua prescrizione per fronteggiare l’emergenza dei campi e delle coltivazioni abbandonate da quegli sfaccendati, indolenti e codardi dei lavoratori stranieri stagionali, cui il suo partito ha guardato a intermittenza come a risorsa profittevole incaricata di svolgere mansioni servili antropologicamente appropriate o come a problema da risolvere con doverose limitazioni, numeri chiusi, regolarizzazioni al bisogno, grazie alle disposizioni messe a punto dal mai abbastanza rimpianto ministro Minniti, più composte e educate di quelle forgiate a immagine e somiglianza dal successore.

Cosa ti ha pensato lui, il Bonaccini, confortato da analoga ipotesi messa a punto dalla ministra ex bracciante? È semplice, per raccogliere le ciliegie di Vignola, le Decana e le Kaiser di Reggio, i meloni di Cremona,  si dovrebbe ragionevolmente disporre della forza lavoro “di chi prende il reddito di cittadinanza” in modo  che così restituisca “un po’ quello che prende”.

Vi ricordate una volta, un tempo felice dopo le lotte delle Leghe, le rivolte contadine, le battaglie della mondine, e poi lo Statuto dei Lavoratori, l’articolo 18?

Basta, tutto cancellato, proprio grazie a chi campa ancora, anche se con sempre minore consenso, sulla rivendicazione flebile e pallida di una tradizione, sulla testimonianza sempre più afona e incolore dei bisogni degli sfruttati da sfoderare il Primo Maggio a margine del concertone.

Ha subito una festosa accelerazione il passaggio dal lavoro alle occupazioni alla spina, al volontariato obbligato, al part time coatto, al precariato ricattabile, ai contratti anomali, in modo da arrivare alla leva obbligatoria come per i galeotti sulle navi, o i coscritti a scavare buche e riempirle in una sterile ammuina, in nome, in questo caso, di una doverosa gratitudine da esigere da parassiti e mangiaufo.

Siamo addirittura un bel po’ arretrati rispetto allo slogan “il lavoro rende liberi” se in questo caso la fatica deve essere grata e gratuita per saldare un debito morale, e anche rispetto alle piantagioni di cotone se dalla Tara targata Bologna, il presidente guarda ai suoi zii Tom come al suo terzo mondo interno in sostituzione di quello esterno, da sfruttare sui solchi bagnati di servo sudor, in modo che lavorino per i privati pagati dallo Stato, cioè noi.

Così da far rientrare quelle occupazione nei lavori di pubblica utilità a cui sono tenuti i percettori del reddito di cittadinanza con l’effetto di pagare gli “addetti”  meno della metà del salario previsto dai contratti collettivi di lavoro e di penalizzare  le aziende rispettose delle regole e i piccoli  agricoltori che non hanno dipendenti.

C’è da sospettare che questa ipotesi sia gradita a tutto l’arco costituzionale: si tratta proprio una soluzione che mette d’accordo tutti. Basta prolungare a tempo indeterminato l’emergenza, chiudere frontiere e porti a tutela della salute pubblica, reclutare gli  scrocconi e impegnarli pedagogicamente in lavori di pubblica utilità a beneficio dell’utilità privata, così nessuno potrà lamentarsi delle invasioni bibliche, del caporalato promosso a agenzia interinale, della molesta presenza di stranieri che rubano il salario agli italiani.

Qualcuno ingenuamente dirà, ma allora bastava Salvini. Proprio vero.

Con il suo genuino e schietto candore il Bonaccini che vuole più autonomia nei settori della scuola e dell’università, dell’energia, delle grandi infrastrutture, dei beni ambientali e culturali,  delle casse di risparmio e delle ferrovie locali, e non ultimo, della sanità, viste le performance in corso, si propone come icona rappresentativa, a testimonianza vivente e emblematica  del fatto che destra e riformisti sono ugualmente e entusiasticamente al servizio dell’ideologia liberista.

Non a caso ho scritto “riformisti”, avrei potuto scrivere progressisti, insomma impiegando una di quelle definizioni che hanno perso ancora più senso del termine “sinistra”, ormai obsoleto e inadeguato se lo usano ancora come improperio o minaccia Berlusconi a Nizza, Feltri alla consona toilette, Mentana rimpiangendo l’Esule, i fedeli incrollabili dell’Europa che giurano in nome dell’oblio delle carte costituzionali troppo condizionate dalle lotte di liberazione nazionali. Che ormai concordano nel ritenere che Sanders o quelli di Podemos, Mélenchon o Corbyn  siano pericolosi sovversivi né più né meno dei lontani congressisti di Bad Godesberg.

Così il diplomato, che vanta nel suo scarno curriculum solo esperienze professionali di funzionario senza Frattocchie presto promosso a carriere elettive, va a ricoprire il prestigioso incarico di interprete  (in compagnia della sua “Coraggiosa” vicepresidente sempre audacemente allineata sulla secessione, sulle trivelle) di quello che è stato chiamato il neoliberismo progressista, feroce quanto quello bancario, finanziario, poliziesco, con in più l’amaro sapore del tradimento di ceti già penalizzati nei livelli di reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, mobilità sociale e fisica, istruzione e cultura, che sarebbe diventato lecito disprezzare, opprimere.

Fa capire che sarebbe equo sfruttarli, perché colpevoli di ignoranza, inadeguatezza a standard di arrivismo e ambizione, egoismo. Perché non consoni al trasformismo che ha interessato le stelle polari della sinistra rinnegata: la solidarietà convertita in beneficenza, la fratellanza in competitività, l’internazionalismo in  cosmopolitismo, l’egualitarismo in meritocrazia, lo statalismo in assistenzialismo in favore dei privati e del padronato, il lavoro in servitù.

Con gente così possiamo maturare un’unica certezza, andrà tutto male.


Sos, Servizio Obbligatorio di Sudditanza

groù Anna Lombroso per il Simplicissimus

Devo fare una pubblica ammissione  della colpa che insieme al populismo pare essere diventata la più odiosa. La mia carriera di sovranista è cominciata molti anni fa, quando bambina per mano ai miei genitori sfilavo scandendo “fuori l’Italia dalla Nato” e quel che è peggio ho continuato così anche quando il compagno D’Alema ci trascinava festosamente in una delle campagne belliche più  infami e ingiustificate, quando l’alleanza ci costrinse a comprare armamenti pena l’allontanamento invece di investire in servizi e tutela del territorio, quando intere regioni hanno subito l’oltraggio di essere convertite in aree militarizzate, in poligoni di tiro dove far divertire generali e truppe americane con war games che non sperimentano in patria per via degli innegabili danni che producono, ma anche per farci sentire ancora dal 1945 il peso del tallone di ferro dei “liberatori”.

Non avevo capito però che questo significasse essere sovranista, mentre avevo iniziato ad averne consapevolezza quando mi sono infuriata per la volontaria abiura dal potere decisionale in materia di scelte  economiche imposto con la sottoscrizione del patto di sudditanza del fiscal compact, e dunque con la rinuncia a una identità statale in favore di una “nazione” superiore, la cui appartenenza impone  l’abdicazione e l’abbandono volontario di prerogative e diritti, ma soprattutto responsabilità. Tanto è vero che da anni l’impotenza e la cattiva volontà di governi trovano un alibi ed una motivazione proprio in quei vincoli che non premettono di “servire il popolo” per dipendere e soddisfare le esigenze di una entità dispotica.

Ed è probabilmente proprio a motivo di ciò che la condanna del sovranismo è trasversale e coinvolge quelli che lo reputano una professione di fede “economicistica”  che si  basa sulla convinzione demiurgica e illusoria che è solo il recupero della sovranità monetaria a poter generare crescita, grazie al ruolo egemone accordato alle banche centrali, alla facoltà di sottrarsi da vincoli monetari anche permettendo la svalutazione delle divise nazionali,  prescinde dall’esistenza di classi sociali e dunque dei possibili effetti redistributivi di queste misure. Ma è abbracciata anche da chi lo interpreta come l’arcaico cascame della Destra nazionalista.

Ora anche quella bambina che gridava ai cortei “Nixon boia” era in grado di capire che c’è poco da fidarsi delle censure teoretiche opposte dagli economisti  verso altri economisti e altre liee di pensiero, avendo a che fare con una scienza dell’improbabile e dell’imprevedibile, quando ogni crisi si verifica come un fulmine a ciel sereno inatteso, che rompe l’equilibrio dell’unica certezza che ispira i premi Nobel e i governi dell’impero, che il mercato si regola e si cura da sé con i suoi meccanismi, che le emergenze e i fallimenti sono l’effetto  di politiche fiscali o monetarie errate, troppo lassiste e permissive.

E quella stessa bambina anche se non era posseduta  dal mito della superiorità morale e sociale dell’Urss  era già consapevole che in mancanza di meglio, che nella improbabilità di una rivoluzione per di più permanente, la sovranità economica dello Stato potesse interpretare e rappresentare gli interessi della classe degli sfruttati,  lottando contro il capitale reo  dell’impoverimento delle classi subalterne e della perdita delle loro facoltà decisionali.

Ma oggi avere questa consapevolezza non è così facile e immediato: troppi danni ha fatto l’ideologia neoliberista in termini di percezione e perfino di semantica. Poteri e competenze dello Stato sono stati stravolti per favorire la sua conversione in entità soggetta alla tirannia e alla vigilanza del mercato, inviso in qualità di esattore e gradito quando svolge pietosa opera di aiuto compassionevole alle imprese e al padronato con sovvenzioni e leggi in favore delle rendite e del profitto, sfiduciato dai cittadini  e ridimensionato anche nell’immaginario  in favore del sovrastato cui è obbligatorio continuare ad aderire, pena l’espulsione dalla modernità cosmopolita che ci regala l’Erasmus, la Tav, i bombardamenti recanti con sé rafforzamento istituzionale e democrazia nelle lontane province che hanno osato costituirsi troppo a ridosso di basi Nato e pozzi petroliferi.

Così si è fatta strada una vulgata che  per sovranismo intende unicamente le istanze di rivendicazione autonomiste su base nazionale (Quebec, Irlanda, Palestina, ecc.),  o la perversa determinazione di un paese a uscire da un contesto penalizzante, dunque sinonimo per l’opinionismo politicamente corretto di impulsi irrazionali e fascisti, tanto che la Treccani ne dà una decodificazione che pare dettata da un guru delle Sardine come di un “atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale”, alla pari con altre perversioni del passato sopravvissute solo tra frange psichicamente deboli, comunisti, anarchici, antagonisti persuasi che esista ancora la lotta di classe anche se si muove all’incontrario e che ci si è esercitato intorno per diagnosticarlo come patologia perfino Recalcati, che non perde un colpo nell’indicare come la salute dell’inconscio dipenda strettamente dalla possibilità di addomesticare il capitalismo e addolcirlo purgandolo dalla sua avidità, dalla “febbre della gola” rispetto, cito,  al “carattere ascetico della ritenzione anale”.

Non deve stupire: denuncia ancora una volta l’eclissi del pensiero e dell’azione della sinistra perdente o arresa all’ordoliberismo, arruolata o sgominata dal pensiero unico che consolida la convinzione del carattere di “legge naturale” incontrastabile del capitalismo.

Eppure una “sovranità” che si esprima come volontà di un Paese e del suo popolo non è e non deve essere necessariamente nazionalismo, se parla di autodeterminazione, se la sua distinzione tra interno ed esterno non si sviluppa come xenofobia ma come capacità di disegnare uno spazio del quale il soggetto politico è responsabile, con la facoltà di decidere sulla pace e sulla guerra, sulle alleanze e le ostilità, senza doversi assoggettare a interessi e domini “altri”, annettersi a aree di influenza e intese squilibrate.

Ma ormai sembra che non si possa sfuggire al vassallaggio imposto anche da un sistema giuridico internazionale che legifera ed è vincolante per i soggetti che agiscono sullo scenario globale, tanto che l’Onu si incarica di esercitare azioni di polizia e ingerenze, tanto che tribunali penali internazionali decidono di perseguire i supposti autori di reati sottraendoli ai tribunali dei singoli paesi e facendo esplodere il conflitto tra diritti umani e diritto nazionale e internazionale, aggirando le leggi degli Stati in favore di quelle del soggetto che ha prevalso in qualità di guardiano e giudice.

Il fatto è che la sovranità soprattutto se rappresenta una voce che non vuole essere coperta dalle cannonate, è una cosa seria e non dovrebbe essere lasciata nelle mani né dei mercanti né dei loro commessi  del supermercato globale.


Finché la Barca va

medusabozzettoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma ve li ricordate i giorni non  lontani,  quando venivano pudicamente definite “impopolari” quella misure di obbligatoria austerità ad alto contenuto educativo e pedagogico che dovevano riportare sulla retta via della severità la marmaglia che aveva voluto e avuto immeritatamente troppo.

Già allora altro non erano che intimidazioni e punizioni rivolte contro il popolo, solo che adesso  che  il rigore ha preso la forma di onorevoli compromessi, accettati da tutti di buon grado come atti di incrollabile fede cieca nell’Europa, si sono arricchiti di una loro nobiltà  dovendo contrastare sovranismo e populismo, il primo anche nella qualità di riluttanza a dare in cessione poteri e competenze dello Stato, il secondo che si manifesterebbe con riottosi malumori nei confronti  di un ceto dirigente che ha disatteso le aspettative di benessere a lungo promesse.

Si muove così la destra, quella davvero interessata a stabilire l’eclissi della sinistra, a dimostrare che la lotta di classe è finita per lasciare il posto a contenziosi tra organizzazioni e “aziende”, tra differenti comportamenti, inclinazioni, modi della comunicazione, gusti, compresi quelli musicali. E che si afferma interpretando le convinzioni e le aspettative di chi vive e ancora sopravvive ai piani alti ma anche di chi ha perso beni e risorse, ma di persuade di goderne ancora perché resta beneficiario dello stile di vita e dell’ordine sociale liberale e liberista, si riconosce nella narrazione progressista perché è fautrice della libertà, purché sia quella formale e personale, ha davanti un piatto semivuoto ma si appaga delle spezie del riconoscimento e dell’ammissione delle “diversità”, ha rinunciato alle pretese di uguaglianza per accontentarsi dell’emancipazione e del confronto con chi sta peggio, subito declassato a ignorante, inadeguato e immeritevole.

Adesso ha anche la sua base, osannata dalla stampa e vezzeggiata dai rappresentati di vari potentati che seguono con occhi incantati e luccicanti di fervida indulgenza le gesta dei loro delfini, e che non occorre sia elettorale tanto finisce per accodarsi alle file dei votanti per il male minore, dimenticando che si tratta comunque di un male, soprattutto adesso che l’urna appartiene alla liturgia delle ceneri democratiche, nella prospettiva che vengano selezionati e circoscritti i target degli aventi diritto secondo criteri relativi all’istruzione, all’età, al censo, alla localizzazione geografica e magari al colore degli occhi e della carnagione.

E ha i suoi maître à penser, stilnovisti contro beceri, educati contro bifolchi, incliti contro incolti, osservatori entusiasti di tutto quello che si muove sotto le fronde della quercia dell’ecologia del politicamente corretto,  forti della coscienza di essere moralmente superiori, aperti al nuovo e all’altro, lungimiranti, cosmopoliti, e quindi critici malevoli – ma è giusto così e non si potrebbe fare altrimenti – di quella plebaglia indistinta che si agita tra i fori cadenti – che non ci sono più fucine stridenti e i solchi si bagnano soprattutto del sudore di immigrati e precari senza diritto di parola . che rimprovera loro la pretesa di innocenza a fronte della indifferenza sussiegosa mostrata davanti alla cancellazione dal lavoro dei suoi valori e dei suoi diritti,  al sacco del territorio, al degrado della sanità, all’oltraggio perpetrato nei confronti dell’istruzione pubblica, alla svendita del patrimonio pubblico e dell’industria nazione, al dirottamento degli investimenti dalla manutenzione dei beni comuni, dall’impegno sulla ricerca e la formazione, verso il salvataggio di banche criminali e la corsa agli armamenti.

Ieri mi sono imbattuta in due di loro, ambedue figli celebrati di autorevoli padri. Uno è quel Fabrizio Barca, noto per la sua ossessione per il Progresso tanto da volere che tutto diventasse smart, la Costituzione, il Parlamento, le città, i siti archeologici a cominciare da Pompei dove la luce modernità avrebbe potuto illuminare il degrado e l’abbandono, come d’altra parte si vorrebbe fare in ogni angolo del nostro sventurato Paese, e pure i partiti, tanto che gli si deve una visita pastorale e ossianica nei luoghi della memoria del Pd, circoli e sezioni, per stabilirne la fine ingloriosa e mettere mano a altro movimento, un Forum Disuguaglianze e Diversità,  per strutturarsi sui territori e “costruire ponti tra culture differenti che si ritrovano nell’articolo 3 della Costituzione”  e combinando “le conoscenze dei mondi della ricerca e della cittadinanza attiva”, proprio come un Calenda qualsiasi,  cui i cassamortari dell’impresa di Zingaretti guardano con  invidia.

Dalle pagine di Micromega intervistato da Russo Spena che si arrabatta come può per dimostrare la sua esistenza in vita, ci ammonisce: basta con la sinistra moderata,  serve radicalità per battere Salvini. Come dire che per battere la destra cattiva serve quella buona, quella che per radice grammaticale evoca la Bonino e il suo proselitismo europeista, perché serve pensare a aggiustamenti e accorgimenti per modernizzare, aggiornare e dare appeal all’indiscusso e imprescindibile sistema capitalistico dettando quelle “mission di indirizzo del quale ha bisogno”,  imponendo una cultura che veda “la giustizia ambientale e sociale come i veicoli dello sviluppo”, dettano regole “per le imprese migliori, innovative, che non pagano salari di fame, che non scaricano sul lavoro la volatilità del mercato” rispondendo alle “sfide della gig economy, del precariato diffuso, dell’uso dell’intelligenza artificiale“. Per riassumere, la proposta è quella solita, lo dice il cognome stesso, visto che si starebbe tutti “sulla stessa barca”, tant’è scegliere il “compromesso di classe”, convertire il conflitto in cooperazione, ammansire l’avidità e la ferocia neoliberista con la poetica dello Stato padre e – quando ci vuole – padrone.

L’altro, anche lui intervistato dall’inossidabile Luca Telese in forma di  agile volumetto sul Turbopopulismo in aperta concorrenza con gli slogan di Bauman, è Marco Revelli che  ci somministra edificanti memoriette degli anni giovanili dalle quali apprendiamo che il popolo lui lo ha conosciuto da fanciullo e poi ha imparato via via a diagnosticarne le virtù trasformatesi, lascia intendere, in vizi, dalla ribellione dei soldati mandati al macello, dalla partecipazione alla Resistenza, dalla volontà di riscatto e affermazione sociale del dopoguerra alle esuberanze dei residenti di quelle geografie leghiste che con meticolosità  da anatomopatologo analizza nelle sue mappe sociologiche.

A tutti e due proprio non va giù che il popolo ingrato e incollerito non li stia a sentire, non li veda e non li segua in veste di avanguardia illuminata preferendo qualche arruffapopolo da strapazzo, che stia come una torma di barbato o peggio come un branco di cani arrabbiati a minacciare le loro redazioni, i loro studi in selettive facoltà universitarie, i loro think tank e i loro laboratori, mal difesi dalle trincee del bon ton, dai reticolati dell’educazione e dell’acculturazione, dai cancelli della ragionevolezza borghese, quelli dietro ai quali si trincera una classe che non si arrende a essere stata impoverita, bistrattata e che vuole ne sia riconosciuta la sua appartenenza grazie a una pretesa superiorità rispetto a gentaglia incivile e marginale, risentita, diffidente, odiatrice, violenta e rancorosa, in una parola populista. Gentaglia che vive nelle periferie materiali e morali senza nemmeno le cifre ribelliste dei primi gilet gialli, degradati anche quelli a qualunquisti sovversivi, a tourbillon antisistema, quelli che, a pagina 63 del pamphlet a quattro mani, il Revelli definisce i “margini che si sollevano” sfrontatamente, per lo spirito di vendetta  dei dimenticati e dei numeri secondi.

Come nei luna park, ci invitano a mirare sulle sagome di Salvini, di Trump, dei gran maleducati e gran cialtroni ai quali spareremmo volentieri tutti, ma è meglio stare attenti perché dietro ci siamo già noi, i Tartari.

 

 


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