Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vi sarà capitato di soffermarvi su quell’immagine, quella di poliziotti ungheresi che gettano dei panini ai profughi ammassati   nel campo di Roszke, come ossi ai cani affamati, alle bestie nei recinti. E da lontano, perché le paure possono essere di tanti tipi, paura delle malattie, paura che la disperazione si converta in violenza e che allora proprio come i cani possano rivoltarsi perfino contro chi li nutre. Paura del contagio, di uno probabilmente, inconfessabile perché richiama alla vergogna, non del gesto inumano che si sta compiendo, quello ordinato da una amministrazione burocratica e “banale” dell’emarginazione. No, parlo della paura e della vergogna di tornare ad essere o di ridiventare come loro, la paura della fame urlata, della miseria senza salvezza, dell’esistenza senza futuro, della notte senza una casa.

Due o tre estati fa scrissi un post, colpita dal silenzio che regnava nel cortile interno: tapparelle abbassate, nessuna voce, nemmeno pianti o risate di bambini, nemmeno le perenni partite senza stagione in televisione. Eppure la strada era piena di auto parcheggiate. Eppure poi la sera le finestre si illuminavano. Pensai che forse si era tornati agli anni nei quali una piccola borghesia di impiegati tirava la carretta con fatica e si vergognava di non andare in ferie sia pure come gli Alpinisti ciabattoni di Achille Cagna o la famiglia De Tappetti,  temeva la riprovazione degli altri, perché modelli esistenziali e di consumo hanno condannato la povertà come una colpa, quella di chi non si fa valere, non ha ambizione, è indolente, non fa il furbo, non alza la voce, non si fa forte dell’altrui debolezza.

Negli anni tutto è diventato più avvelenato: sono troppi quelli che vivono con sofferenza la perdita di beni, piccoli privilegi, sicurezze, saranno sempre di più quelli che dovranno sopportare la cessione di garanzie e diritti. Angariati dalle tasse, braccati da mutui e debiti, molte delle nostre giornate somigliano a quelle dei topolini che  si arrampicano su e giù  in una instancabile e inutile corsa per le scalette delle loro gabbie, spaventati e risentiti, angosciati e diffidente, impauriti dall’arrivo della raccomandata, dalla convocazione del superiore, dal balzello inatteso, dal continuo spostarsi in avanti della pensione, dalla minaccia di una malattia, anche non grave, un’otturazione che salta, gli occhiali pestati incautamente. Se uno dei segni del comando dell’impero che ha occupato il mondo consiste nell’infliggere choc a ripetizione per assuefarci a quello finale, decisivo, l’espropriazione totale di libertà, allora anche in questo si perpetuano le disuguaglianze ma il fine è lo stesso, con gli ultimi della terra depredati di risorse, nutrimento, acqua e poi colpiti da catastrofi, guerre in un crescendo biblico di paghe, e noi, penultimi, vittime di piccole scosse, sempre più forti, impoveriti, umiliati, avviliti, mentre ci tolgono lavoro, stato sociale, assistenza, beni comuni, cultura, informazione, istruzione.

E non è casuale, né accidentale che i penultimi si sentano insidiati dalla nuova lebbra, pensando di dover dividere il poco rimasto, davanti allo spettacolo messo su dalla grande compagnia di giro, di invasioni violente e sopraffattrici, di ruberie tollerate in nome della civiltà, quella stessa che ha mosso guerre, derubato, corrotto, ammalato, spinta da una insaziabile avidità di possesso e potere, convinti di aver perso ogni primato, quello dello sviluppo, del benessere, e anche il posto sul podio della ristrettezza, occupato da chi non ha più niente da perdere, ammesso che qualcosa abbia avuto, deplorato perché tiene stretto un immeritato cellulare nella speranza di comunicare con affetti lontani, come dovrebbe essere giusto e basta per chi è straniero, non voluto, respinto, ingombrante.

Certo il razzismo si indirizza da sempre contro i poveri, declinandosi per colore, religione, appartenenza geografica, diversità di genere. Ma c’è qualcosa di nuovo. C’è da pensare che ormai l’invidia sociale si sia talmente infiltrata ovunque che non corre su per la strada verticale che conduce a chi ha di più, ma si infili ovunque orizzontalmente e perfino giù, tra chi è talmente diseredato e sommerso da non soffrire la rinuncia, da non temere che gli occupino la casa occupata, da avere la potenza inconsolabile  di mettersi per mare, scavalcare muri e poi tirare un giorno dopo l’altro nell’irregolarità, nella trasgressione, nella marginalità.

E dire che riscattare gli ultimi dovrebbe essere non solo un dovere condiviso, ma l’unico modo di contrastare la minaccia –  vera – di più di un miliardo di affamati distribuiti in un ghetto globale che preme pieno di rancore. E dire che per tutelare quel che resta della nostra dignità, dovremmo cominciare a salvaguardare la loro, perché l’oltraggio, l’umiliazione sì sono contagiosi, favoriscono l’assoggettamento, la servitù. E dire che è visibile a tutti che quelle che arrivano sono le prime linee di quel miliardo e più di poveri, che la condizione nella quale sono tenuti è tanto artificiale che esemplare, agitata per preoccuparci, per motivarci a sopportare la perdita di certezze, garanzie e diritti per non lasciare il posto a chi ha meno pretese, per indirizzare su altri bersagli il nostro malessere e la nostra ribellione, per convincerci che è sopportabile una mera sopravvivenza, certamente migliore e preferibile delle loro vite nude, delle quali sono stati annientati identità, nome, origine, scopo, passato, futuro, che prima possedevano, sia pure in case di fango, sia pure senza hi-fi, sia pure senza canali digitali, sia pure senza divani e divani, prima che portassimo la guerra, prima che li rapinassimo di ricchezze e terra e acqua, prima che stringessimo alleanze coi loro carnefici e accordi commerciali coi loro sfruttatori.

Non so se la paura del contagio della povertà abbia basi scientifiche. Ma esistono dati certi a dimostrare che senza gli anticorpi della responsabilità, della dignità, dell’autodeterminazione, ci ammaleremo.