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La triste Ungheria di Agnes Heller

Agnes HellerA colloquio con la celebre teorica ungherese dei bisogni radicali, sfuggita prima ai campi di concentramento, poi alle purghe comuniste e che ora, da vecchia, rivive l’incubo della destra oligarchica e il germe del fanatismo antisemita.

di Agi Berta

Non so perché ma dentro di me certe persone le immagino altissime e quando ho visto la piccola signora venuta ad aprirci il portone con un pass elettronico sono rimasta interdetta. Ho riconosciuto il volto pieno di rughe e ancor più i suoi occhi intelligentissimi e acuti che avevano conservato intatti una freschezza quasi adolescenziale, ma la mia immagine interiore non corrispondeva alla fragile figura dolorosamente zoppicante. Per me Agnes Heller è stata sempre un mito e si sa, i miti hanno le dimensioni di statue che ornano le piazze.

Indossava una lunga gonna nera con dei disegni orientali che niente avevano in comune con la blusa blu dai piccoli disegni. La sua strafottenza esteriore mi scaldò il cuore e smisi di vergognarmi delle pantofole di mamma che portavo per la fretta di partire assieme ad Andrea Tarquini di Repubblica e per essere rimasta improvvidamente chiusa fuori casa.

Il palazzo, un edificio molto particolare stile art nuoveau, arricchito da elementi di arte popolare ungherese si trova a Pest e ha un sistema di sicurezza abbastanza efficiente, anche se di difficile gestione per una signora che si muove dolorosamente. Gli inquilini possono aprire solo il pesante portone esterno con il citofono, ma devono scendere per aprire la porta interna a vetro così che gli ospiti possono essere controllati a vista. Non so se il sistema sia stato inventato proprio per lei, ma di recente aveva ricevuto delle minacce e anche uno sputo in faccia da un passante che l’aveva riconosciuta per strada.

La sua casa si trova all’ultimo piano, una specie di mansarda di appena tre stanze strapiene di libri, quadri, bellissimi oggetti e di foto. Su un tavolino addosso alla parete tra tante altre mi è parso di riconoscere la foto di suo marito Feher – c’era anche quella di una bimbetta di pochi mesi, la sua bisnipotina. Un ambiente accogliente e vissuto. Mi piaceva perfino il disordine creativo della sua cucina.
Sul tavolino c’era del whisky, un piattino di salatini e anche un posacenere. Mi fece sorridere questa premura d’altri tempi, ci attendeva.

Ora non mi va di rileggere lo sbobinamento del nastro che Andrea mi ha spedito, credo che i ricordi conservino ciò che riteniamo importante. Si tratta di un’importanza soggettiva, per fortuna l’essenza dell’intervista potete leggere – molti di voi l’avevano già fatto – sulla Repubblica, la mia nota non sarà né precisa, né esauriente, sarà solo un brano di diario.
All’inizio ero talmente emozionata che non mi ricordo nemmeno la prima domanda. La guardavo solo. Semplicemente non riuscivo a staccare gli occhi da lei. E balbettavo delle banalità per di più in ungherese. Mi sembrava di non ricordare nemmeno una parola in inglese. Per fortuna Andrea ruppe subito il ghiaccio e Heller partì in quarta. La sua logica cristallina, la sua voglia di comunicare e non solo di parlare, ruppe ogni perplessità circa la lingua. Capivo ogni parola perché lei voleva farsi capire.

Credo che si sia partiti dalla situazione politica e personale, ma potrebbe anche darsi che solo a quel punto mi riuscì di concentrarmi sull’intervista: lei l’eterna dissidente, persona da sempre libera che fa paura a ogni regime. Costretta all’emigrazione nel 1973, tornata in Ungheria dopo la caduta del muro di Berlino e che di nuovo si trova dall’altro lato della barricata rispetto al potere. Heller non hai mai fatto compromessi, ma non è nemmeno un provocatrice. Abilmente dribbla le domande che insistono sulla paura e sull’attuale stato di emarginazione:

Cosa mai potrebbero farmi? Non ho un lavoro, non ho nemmeno un piccolissimo incarico d’insegnamento eppure avevo lasciato la direzione dell’Istitut of Philosofy di New York per rendermi utile qui, in Ungheria. Sono stata calunniata per sottrazione di certi fondi destinati alla ricerca. Ridicolo. Perfino alcuni deputati della Fidesz si erano vergognati per queste accuse cosi grottesche. – e poi aggiunge con un sorriso ironico – Potrebbero arrestarmi, sarebbe un gran bell’affare, come minimo potrei ricevere il premio Nobel.

E’ pragmatica anche sull’antisemitismo imperante:

Il problema non è l’antisemitismo che è sempre esistito in Ungheria. Il problema è che l’antisemitismo è pubblico. Chiunque può fare dichiarazioni antisemite pubblicamente, senza nessuna conseguenza giuridica, cosa inimmaginabile in altre parti d’Europa. (come è successo al Magyar festival, versione opposta al progressista Sziget festival dove un relatore aveva dichiarato tra altro: bisogna sparare ai pidocchiosi ebrei che corrompono l’economia”. A.B.) Il problema però ha radici antiche. L’antisemitismo, Auschwitz, cosi come le conseguenza del trattato di Trianon (trattato che dopo la prima guerra mondiale priva l’Ungheria del 52% del suo territorio e con esso milioni di ungheresi diventano minoranze etniche nei paesi circostanti.) non sono mai stati affrontati in un dibattito pubblico, leale e liberale, ma nascosti come la polvere “sotto il tappeto”. E si sa, troppa sporcizia nascosta alla fine diventa veleno.

Bevo le sue parole. Andrea passa oltre, e le chiede cosa ne pensa sul fascismo che sembra impregnare la società ungherese con il suo autoritarismo razzista espresso anche nella nuova costituzione.

Non parlerei di fascismo, come non parlerei nemmeno di comunismo o di socialismo. Preferisco definire il potere con bonapartismo. In Ungheria non esistono partiti politici classici come in Germania, Francia o in Polonia. Dove per esempio c’è un governo conservatore, che rispetta però le regole democratiche. Orban no. Orban cerca di concentrare il potere nelle proprie mani, non è un fascista né un populista. Crede nell’oligarchia, se ne sente parte, crede in se stesso e di conoscere il Giusto e ciò che è giusto per l’Ungheria. L’état c’est moi, la societé c’est moi. E con questa concentrazione limita il ruolo del parlamento, rende invisibile (legge bavaglio) l’influenza, pertanto modesta, delle opposizioni. La loro ideologia non è chiara è comunque non corrisponde all’ideologia dei partiti popolari europei. Al livello teorico impera un nazionalismo anacronistico che sul campo dell’economia tende verso un’improbabile autarchia.

E non le pare una svolta dittatoriale?

No, ma non nemmeno uno Stato di diritto. La democrazia liberale è il concetto vero, e proprio le idee liberal sono sotto tiro, all’indice, oggi in quest’Ungheria. Dare a qualcuno del liberal significa definirlo nemico del popolo, nemico della nazione magiara, un alieno, uno straniero. I conservatori europei – Cameron, Angela Merkel – non possono essere paragonati a Orban. Loro non aboliscono il liberalismo, anzi governano insieme ai liberali. Qui c’è odio verso il liberalismo in generale. E l’identificazione del liberalismo, delle idee liberal, con gli ebrei e l’ebraismo, identificazione che è cupamente tipica del passato. Cioè assistiamo alla rinascita di pericoli che furono creati dai totalitarismi che hanno sempre visto le idee liberal come primo nemico, definendole tra l’altro come cosmopolitismo. La Fidesz non ha idee ma mobilizza con ideologie. Primo, col nazionalismo. Poi con slogan molto tradizionali: la nazione, la famiglia, la religione.

Dunque si tratta di un totalitarismo?

Non esattamente, perché il totalitarismo vieta ogni pluralismo. L’autocrazia di qui marginalizza, non vieta. Hanno epurato in massa radio e tv proprio per marginalizzare il pluralismo e chiunque che non pensa come loro. Ma nel parlamento siedono anche altri partiti, socialisti, verdi-liberali ma la strategia della Fidesz è comportarsi come se l’opposizione non esistesse o di criminalizzarla come nemici della concordia nazionale.
Professoressa, ci sarebbe una cosa che non riesco a capire. In occidente la base elettorale della destra in prevalenza è di bassa scolarizzazione. In Ungheria no. Fidesz ha l’appoggio di molti miei amici, ex compagni di scuola, sovente laureati e perfino Jobbik, il partito esplicitamente razzista, antisemita e antirom ha una grossa influenza tra gli universitari oltre che tra i ceti più emarginati. Com’è possibile? Che fine ha fatto la cultura cui ero cosi orgogliosa per tutto il tempo della mia permanenza italiana? Che fine aveva fatto l’intellighenzia ungherese?

Si, è vero. E’ innegabile che il regime di Kadar avesse investito molto nella cultura, nell’istruzione pubblica, ma l’approccio era e tuttora lo è di tipo prussiano: bisognava imparare una gran quantità di nozioni senza però lo sviluppo del pensiero critico. Cosi le nozioni apprese rimangono un’accozzaglia di cose abbastanza sterili. Il professore o il maestro in questo contesto funge da detentore della verità. Il suo insegnamento deve essere accolto in modo passivo, senza alcun pensiero critico. E ora la gente, formato appunto con questi modelli, accetta in modo acritico la voce dell’uomo forte.

E a questo punto racconta un episodio che dedico – oltre che a me stessa – giacché madre e insegnante – ma anche a tutti quelli che hanno la responsabilità d’insegnamento:

Quando ci costrinsero di emigrare, per molti anni abbiamo vissuto in Australia. Un giorno mio figlio torna dalla scuola dicendoci: la prof. Mi aveva inserito in un gruppo sbagliato. Si parlava dell’aborto. La professoressa senza accennare minimamente al suo orientamento rispetto alla questione, aveva diviso la classe in due gruppi: la prima metà degli studenti dell’elenco “pro-aborto”, l’altra metà contraria. E mio figlio capitò nel gruppo anti-abortista e volle cambiare. Ma la prof non glielo permise. Doveva rimanere lì e a tentare semmai di interiorizzare le teorie del suo gruppo per convincere gli altri. Il suo compito era quello. Anche a costo di dover fare un “gioco di ruolo”.

Ecco, un piccolo esempio su come si forma il pensiero critico. E il pensiero critico fa paura a ogni regime.
E’ esaltante, anche se per certi versi frustrante capire troppo tardi dei meccanismi che avevano condizionato la mia vita, infatti, insisto:

  • Si, è vero. Ricordo con enorme fastidio un episodio dai tempi del liceo. Come lei sa, in Ungheria non si studiava filosofia al liceo, ma una materia dal titolo singolare “ Le basi della nostra coscienza”, una specie sintesi del marxismo. Che mi piaceva molto, ma beccavo sempre dei pessimi voti. I peggiori della mia carriera di studentessa. Andavano invece benissimo gli studenti che ripetevano l’argomento della lezione come pappagalli. E ora magari votano per Jobbik (partito neonazista). Vorrei chiedere però un’altra cosa che in qualche modo è connessa con l’argomento di sopra.
    Lei e la scuola di Budapest, anche dopo l’esilio continuavate comunque influenzare il nostro modo di sentire. Io non conosco molto bene come funzionava in Ungheria, l’università l’avevo fatto in Polonia, però le idee di Michnik e dei suoi compagni e anche lei professoressa nonostante tutto, eravate presenti nei nostri discorsi. E ora? Ora nell’Ungheria “democratica e libera” lei crede di avere la stessa influenza sulle coscienze?

Sì, secondo autorevoli sondaggi, nonostante l’emarginazione politica e lavorativa, nonostante il controllo dell’informazione, appartengo ancora alle cinquanta persone più influenti. Ogni settimana organizziamo degli incontri qui a Budapest, ma anche nelle maggiori città del paese con una buona partecipazione di studenti, gente comune e via dicendo.


– Si, ma sinceramente mi sembra poco. Io parlo d’influenze determinanti, non di circoli intellettuali più o meno circoscritti.
Da diverso tempo avrei voluto raccontarle un episodio molto personale, ma la presenza di Andrea, la sua incredibile professionalità mi metteva a disagio. Poiché sono stata presentata come “collaboratrice” non volevo sputtanarlo con il mio stile che difficilmente può essere considerato professionale. Io sono chiacchierona e curiosa, ma nemmeno giocando a fare” l’apprendista giornalista” riuscivo a rinnegare la mia caratteristica provinciale. Comunque approfittando di alcuni minuti di assenza “tecnica” del mio capo (sic!) le raccontai cosa significava lei per la mia generazione.

  • Come le avevo detto, io pur non sapendo niente di filosofia, avevo letto i suoi articoli e anche il libro La teoria dei bisogni. Riconosco, iniziai a leggerlo per una forma di snobismo perché all’epoca volevo far colpo su un ragazzo che giudicavo colto e intelligente. Poi strada facendo persi la motivazione originaria e rimasi coinvolta dal libro che ancor oggi considero una tappa fondamentale della mia formazione. Ebbene, quando lei era stata costretta all’esilio, io decisi di entrare nel partito comunista ungherese. Si, la “colpa”di questo gesto – che era solo apparentemente contraddittorio – fu proprio la sua cacciata dall’Ungheria. Mi era sembrato una cosa allucinante privarsi di una delle menti più brillanti del comunismo. Si figuri, volevo entrare nel partito per riformarlo. Per farla richiamare. Un’ingenuità simile poteva essere perdonata….avevo solo 20 anni. Comunque non mi vollero, dopo un colloquio tra mortificante e banale mi considerarono un “attivista disgregante “ cui il partito non aveva bisogno. Ora arrivo alla domanda: durante il regime socialista lei e i suoi compagni avete animato dei circoli simili a quelli cui fa riferimento. Però l’influenza di questi circoli, gruppi o associazioni al limite della dissidenza era notevole. E non solo tra gli studenti, ma sulla società intera. Certo, la dittatura funge da cassa di risonanza. Ma oggi mi sembra che ci sia un vuoto intorno ai vostri incontri. Io almeno non ne avevo avvertito nessun accenno tra i miei amici o conoscenti perciò presumo che la loro influenza sociale è molto relativa.

No, non credo che sia relativa, ma di sicuro in un contesto democratico ci vorrebbe ben altro: rappresentazione nel parlamento e divulgazione attraverso i media. Che nei fatti non c’è o è fortemente ostacolata.

  • Cosa potrebbe fare dunque Europa per la democrazia ungherese? Potrebbe magari applicare delle sanzioni, come contro l’Austria di Heider?

No assolutamente! Le sanzioni colpirebbero solo la gente, la popolazione. Che già vive in condizioni difficili. E fornirebbe un pretesto ai seguaci nazionalisti di Orban a dimostrare che Europa vuole “colpire” l’Ungheria, vuole punirla esattamente come con il trattato di Trianon. No, niente sanzioni, semmai dovrebbe aiutarci a mantenere in piedi un’informazione libera, pluralista. Aiutare gli emissari radiofonici liberi (Klubradio), le tv indipendenti, a far ritirare la legge bavaglio.

Spero con tutta me stessa che la professoressa Heller non abbia visto le lacrime che mi erano spuntate ascoltando le sue parole. Un apprendista poco sotto i sessanta che si mette a piangere. E’ ridicolo. Eppure mi sono commossa.
Dopo 3 settimane di full immersion nazionalista, dopo 3 settimane di propaganda sciovinista a tutti i livelli, per la prima volta avevo sentito una frase patriottica. “ Le sanzioni colpirebbero solo la gente, la popolazione. Che già vive in condizioni difficili.”

In tre settimane di propaganda capillare – che iniziava anche fare breccia sulla mia anima perché, credetemi non è facile sentirsi sempre fuori, sempre contro – non avevo mai sentito una frase che cosi sinceramente riferisse al popolo. Proprio a quel popolo cui appartiene la mia vicina di casa, una dolce e disponibile signora che quando aveva saputo che avrei incontrato Agnes Heller si esclamò cosi: Oh, no, ma perché vuoi incontrare quella vecchia puttana ebrea? Si tratta di una mia coetanea che non sa niente della Heller, sa solo quello che i media trasmettono. Magari non esattamente nella stessa forma che lei aveva sintetizzato a modo suo. Ma la sostanza non cambia.
Le due ore e passa sono volate via e se non fosse stato per Andrea che è riuscito a conservare un briciolo di buonsenso, io avrei continuato all’infinito.
Oh, mi ha fatto piacere chiacchierare con voi, del resto non ho niente da fare. Devo solo prepararmi la cena e sa, in queste condizioni – in autunno dovrà affrontare un intervento all’anca – tutto diventa difficile.
Volevo offrirmi a prepararle la cena, a patto però che la chiacchierata continuasse magari in cucina, ma mi sono resa conto in tempo, che forse la proposta avrebbe ulteriormente compromesso la mia già vacillante “professionalità di apprendista giornalista.” Ma non riusci a non darle assicurazioni sull’intervento, perché in articolazioni doloranti e interventi vari, mi sento una vera esperta. In bocca al lupo professoressa! In tutti i sensi.
Prima di salutarci, le chiesi di scattarle una foto, la stessa foto che potete vedere su Repubblica.

 


Danze ungheresi

imagesForse non c’è niente di meglio della situazione ungherese per capire meglio l’Europa neo liberista e più in generale il mondo occidentale post moderno dominato dal capitalismo finanziario e dalla distruzione dei diritti del lavoro in favore di quelli del profitto. Com’è noto il governo Orban ha alzato il tetto degli straordinari che si possono richiede ai lavoratori dalle 250 ore annuali ( le stesse che Italia, salvo situazioni particolari) a 400 ore, suscitando la protesta di molta parte della popolazione e di quasi tutte le componenti politiche comprese quelle che si schierano su fronti opposti. Si va infatti dagli ultra nazionalisti ai socialisti, dai seguaci di Soros, alias europeisti, al Jobbik di destra. In realtà in ogni Paese europeo ci sono situazioni per cui i tetti posti allo straordinario sono facilmente aggirabili in termini formali o con il ricatto reso possibile dalle situazioni precarie, così che alla legalità di facciata si contrappone spesso un’ illegalità diffusa e sostanziale, ma quello che qui ci interessa è il perché Orban abbia adottato un simile provvedimento che ha visto scendere in piazza folle quanto mai eterogenee, persino gente del suo stesso partito con la sola eccezione del partito operaio: è presto detto, priva dell’euro l’Ungheria ha tassi di crescita vigorosa che hanno raggiunto addirittura il 5% nell’ultimo trimestre dell’anno scorso e attrae molte delocalizzazioni, in particolare dalla Germania, così che al contrario di quanto accade da noi la manodopera scarseggia inducendo il governo a un clamoroso passo falso per aumentare la capacità produttiva globale di un Paese ancora in gran parte contadino.

Vediamo come ha delineato la situazione il Corriere della Sera che insieme a Stampa e Repubblica è uno degli eminenti rappresentanti dell’informazione di regime euro finanziario e lo è in maniera così inequivocabile da costringere l’inviato del giornale a Bruxelles, Ivo Caizzi, a lamentarsi ufficialmente delle notizie false date dal direttore in merito alla trattativa sulla finanziaria tra Italia e Ue: gli ordini del giorno dell’avversario sono la chiave di volta per comprenderne gli obiettivi e le linee di azione. Una frase in particolare, riferita a Orban, è illuminante:  “Finora la politica anti-migranti, grazie alla piena occupazione, gli aveva garantito ampi consensi. Ma senza gli stranieri manca anche manodopera a buon mercato, così il premier ha dovuto rispondere forzando sugli straordinari. E gli ungheresi hanno iniziato a dire no.”

Si tratta di un vero capolavoro di ipocrisia perché sembra che gli ungheresi dicano no alla politica della piena alla piena occupazione e desiderino l’ingresso di manodopera a buon mercato in maniera che anche i loro salari vengano ridotti e si immettano dunque nella corrente principale dell’europeismo. Senza volere vengono fuori le vere ragioni e intenzioni del globalismo che niente hanno a che vedere con l’umanità, ma solo con l’economia, tanto che mentre ci si dispera davanti ai microfoni e alle telecamere per i migranti le cause delle migrazioni vengono di fatto asportate chirurgicamente dal discorso pubblico perché sarebbe davvero inconcepibile confessare che esse sono dovute alle lacrime, al sangue e alla povertà portati dal neo colonialismo multinazionale. Gli ungheresi invece protestano contro una visione del lavoro priva di contrattazione e imposta dall’alto, non certo per mettere in moto meccanismi che alla fine non possono che avere i medesimi esiti, anzi di gran lunga peggiori anche se ottenuti, come ogni cosa nell’occidente contemporaneo, attraverso il cosiddetto mercato che sono quanto di più lontano dalla libertà sostanziale, ma che a uno sguardo disattento non appaiono come frutto di imposizione, bensì come di ineludibile necessità cui bisogna adattarsi o perire.

Il vero problema è che quando il lavoro è abbondante i salari tendono a salire così come i diritti e questo non è tollerabile per i potentati economici tedeschi ed europei in genere che hanno creato disoccupazione nei loro Paesi per rincorrere il lavoro a basso costo e di certo l’aumento del tetto degli straordinari non è sufficiente a contenere questo inevitabile processo. Ci vuole ben altro. Così non ci si batte contro l’autoritarismo di Orban, così come non ci batte contro quello più elusivo, ma altrettanto concreto e soffocante di Macron: ci si batte paradossalmente e ancora una volta contro il lavoro in favore del profitto. Altro che immigrazione e democrazia figurativa. Se in piazza manca proprio il partito operaio, erede delle varie coniugazioni del partito comunista, nome ormai illegale in Europa, qualcosa vorrà pur dire. anche se non lo si vuole dire.


Ortodossia ungherese a 62 anni dalla rivolta

bms26wa2n5p52kcdeq2hx064d2kcdeq2hx06cProprio in questi giorni, 62 anni fa, l’Ungheria era in rivolta contro il regime comunista e i carri armati sovietici entravano a Budapest: si tratta di un drammatico evento storico  che le generazioni più recenti  nemmeno conoscono (ammesso che siano al corrente dell’esistenza del  mondo anche prima della nascita dell’uomo ragno), ma che è stato una sorta di cruna dell’ago per le vicende politiche della sinistra in Europa. Comunque  se anche un giovane europeo delle generazioni Post Spiderman volesse saperne qualcosa si troverebbe di fronte a una fitta cortina di irti luoghi comuni a difesa di tesi “ortodosse” che sono diventate ormai l’unica verità storica consentita. Capite bene che non mi voglio occupare nel dettaglio di quella rivolta, ma  del contesto che c’era all’epoca dei fatti e soprattutto del contesto attuale dove su quelle vicende grava una sorta di negazionismo riguardo al tentativo di trasformare una sacrosanta insurrezione popolare contro le intollerabili rigidità del sistema, ma dentro il sistema,  in un tentativo di restaurazione del capitalismo e addirittura del patrimonio ecclesiastico.

Il contesto era quello di un Paese uscito a pezzi e territorialmente mutilato oltre ogni razionalità dalla prima guerra mondiale e i cui gli irriducibili nostalgici degli antichi privilegi imperial – regi (alcuni dei quali assunti nell’olimpo del pensiero neoliberista) crearono, dopo una breve rivoluzione comunista soffocata nel sangue da truppe straniere, una specie di regime da operetta in cui l’ammiraglio Horty, fedele aiutante di Francesco Giuseppe, si proclamò reggente di un’immaginaria monarchia, salvo impedire all’unico possibile re legittimo, Carlo d’Asburgo di entrare nel Paese. Insomma fu una fantasiosa forma di ungaro fascismo che sfociò poi nella partecipazione alla guerra con le potenze dell’Asse: l’ Ungheria fu l’unico Paese tra quelli che poi finiranno nell’orbita sovietica ad essere stato alleato della Germania fino all’ultimo secondo di guerra. Tutto questo contribuì a compattare e a organizzare una rete che oggi potremmo chiamare controrivoluzionaria decisa a sfruttare ogni scontro e tensione all’interno del mondo comunista per riportare il Paese  in un ambito di democrazia autoritaria di destra che non a caso ancora oggi lo contraddistingue con benedizione della Chiesa locale.

La rivolta, aizzata da Radio Europa Libera. di proprietà della Cia, nonostante l’impossibilità  di un intervento diretto della Nato, prese la mano al segretario del partito comunista Imre Nagy, che dopo aver creato egli stesso le ragioni del malcontento, con la sia rigida obbedienza a Mosca, non seppe in alcun modo governare la situazione, come avvenne invece nello stesso periodo in altri Paesi dell’Est e in particolare in Polonia dove si era riusciti a sostituire gli uomini di stretta osservanza del Cremlino con i cosiddetti “titoisti” come Gomulka. Probabilmente la forte pressione di quell’ambiente che lavorava nel sottosuolo insieme alla Chiesa e alle pressioni degli americani che dovevano oltretutto distrarre le opinioni pubbliche europee dal ruolo svolto nella crisi di Suez, gli fecero perdere ogni senso delle cose fino ad arrivare a proclamare l’uscita dal Patto di Varsavia e a tollerare la fucilazione di comunisti in Piazza e le esecuzioni sommarie, dando perciò a Mosca il pretesto ideale per un intervento diretto. Tanto più che nei proclami dei rivoltosi la rivendicazione di maggiore elasticità del sistema si era tramutata con straordinaria e sospetta rapidità in richieste miranti a ristabilire la proprietà privata della terra in mano ecclesiastica e il controllo del mondo della scuola sempre in mani confessionali, in un quadro generale in cui la chiesa cattolica ungherese guidata dal reazionario e amico degli occupanti nazisti nel corso della seconda guerra mondiale, il cardinal József Mindszenty, svolgeva un ruolo non secondario nel tirare le fila della rivolta e sarebbe interessante conoscere il ruolo del gesuita Tòhtòm Nàgy  che faceva la sola tra Budapest e Roma nei mesi precedenti la rivolta provocando una certa frizione fra papa Pio XII e il suo segretario di Stato, il futuro Paolo IV, meno favorevole a un impegno così forte nella vicenda. Nessuno è innocente in questa tragedia, ma in seguito attorno ad essa si  condensata una coltre di retorica e di falsa o parziale storiografia, che poi si è diffusa a macchia d’olio presso dilettanti ingenui o senza scrupoli, che dopo la caduta del muro, è divenuta un atto di fede a cui nessuno studioso può sottrarsi senza esporsi ad ostracismi e ostacoli di carriera. Ne sa qualcosa Luciano Canfora che per aver portato e documentato le fucilazioni sommarie di comunisti e il ruolo della Chiesa si vide mettere al bando il libro nel quale aveva studiato questo periodo di storia europea.

Onorando in modo manicheo la rivolta di Ungheria che fa oltretutto di Nagy, il maggiore responsabile della tragedia, una sorta di santino e impedendo qualsiasi oggettivo discorso a distanza di oltre mezzo secolo, sembra quasi di essere all’interno di un universo orwelliano. Che talvolta, come nel caso delle vittime di Stalin,  assumono un carattere grogttesco come se si trattasse di un’ asta al miglior offerente visto che da 20 milioni sono passate a 40 e poi a 60, poi a 85 e infine a 100 milioni, vale a dire ai due terzi della  popolazione sovietica. Le ricerche recenti, basate su di una più accurata consultazione degli archivi, indicano la cifra di 2 milioni e mezzo di vittime che di certo non rivalutano la figura di Stalin, né della burocratizzazione e della progressiva arteriosclerosi del socialismo reale, ma ci riporta con in piedi per terra invece che nel territorio delle favole ideologizzanti. Tuttavia il pensiero unico di storia, nel bene e nel male  non vuole sapere nulla anche perché essa è notoriamente finita, mentre ha invece molto interesse a creare feticci e leggende per legittimare meglio la sia ineluttabilità e le sue proprie tragedie.


Orban, l’Europa allo specchio

tra-orban-e-soros-non-corre-buon-sangue-da-diverso-tempo_1923335Scusate se oso farmi delle domande, circostanza che viola una delle leggi fondamentali della contemporaneità, ma questa faccenda del j’accuse di Bruxelles contro l’Ungheria puzza da qualsiasi parte la si rigiri, nonostante le certezze dei sempre indignati per partito preso. Lo  posso fare perché questo blog ha denunciato già nel 2013, attraverso la penna di una intellettuale ungherese cosa stava accadendo a Budapest:   Ungheria, prove tecniche di fascismo. Ma lo posso anche fare sulla base delle antinomie e delle contraddizioni che emergono da questa vicenda: come è possibile che a Bruxelles si condanni il regime di Orban per le limitazioni alla libertà di espressione quando quasi contemporaneamente si è approva una legge bavaglio nascondendola dietro  il pretesto di arginare le major della rete? E’ certamente legittimo lamentarsi del fatto che  l’Ufficio nazionale della magistratura sia stato messo sotto l’influenza politica diretta del governo, ma la dipendenza dei pubblici ministeri dal potere politico è qualcosa di diffuso in tutto il continente, salvo – per fortuna – che in Italia. Quanto agli attacchi del regime a questo o a quel magistrato ricordiamoci il ventennio berlusconiano, ma anche le polemiche in Francia sull’affaire Sarkozy. E per ciò che concerne i muri che vengono opposti alle politiche immigratorie imposte dalla Ue secondo criteri a dir poco grotteschi, esse sono ufficialmente condivise anche da altri Paesi come l’Austria e la Polonia, senza parlare del fatto che Bruxelles ha dato sei miliardi alla Turchia perché facesse da muro per i migranti.

La cosa ancor meno convincente è che tutto questo non è di ieri: la nuova costituzione che permette le cose deprecate dall’Ue è in vigore dal 2013, senza che la cosa abbia mai preoccupato più di tanto i maestrini di Bruxelles. Questi hanno cominciato a preoccuparsi quando la Banca di Ungheria è tornata sotto il controllo dello Stato e l’Fmi è stato tacitato con il pagamento anticipato del debito, tutte cose possibili grazie al fatto che l’Ungheria dispone ancora del Fiorino e non è facilmente ricattabile come la Grecia e l’Italia. Ma si è passati all’azione quando Orban ha cominciato ad attaccare direttamente Soros e la sua Central European University che rappresenta il cuore del progetto neo liberista globale: l’inatteso plebiscito ricevuto da Orban in aprile dagli elettori, ha convinto il magnate a spostare anche la sua famigerata Open Society da Bruxelles a Berlino.

Ora facciamo un apparente salto logico di qualche giorno e vediamo cosa ha detto Orban nel suo discorso a Strasburgo tenutosi prima della votazione: ha parlato di “schiaffo in faccia all’Ungheria”  che “ha preso le armi contro il più grande esercito del mondo, l’esercito sovietico, e ha versato il suo sangue per la libertà”. Certo un modo un po’ strano per sottolineare l’alleanza di ferro con la Germania di Hitler, ma viste le vicende ucraine nelle quali il distacco dalla Russia viene giustificato dagli occidentali  (e Soros c’entra parecchio anche in questo) con lo stesso argomento, il leader ungherese ha pensato che in qualche modo tali parole arrivassero al cuore di tenebra a quella sub cultura dell’Unione, mai esplicitata, ma in qualche modo operante al fondo di tante vicende. La testa neoliberista ci mette un attimo, come si è visto in Grecia, a galleggiare su un’anima grifagna e tirannica  che si nasconde dietro un falso umanitarismo di comodo.

Del resto Viktor Orban nasce come personaggio interamente immerso in quel mondo: Il leader ungherese infatti è tutt’altro che un autoctono sarmatico, dal punto di vista culturale intendo, ma è una scheggia impazzita prodotta dal liberismo rampante degli anni ’90, l’ambiente con il quale ha tutt’ora fortissimi legami. Nell’1989, grazie a una borsa di studio della fondazione Soros, va a prendersi un master ad Oxford e l’anno dopo viene magicamente eletto nel Parlamento di Budapest; nel ’92 diviene leader di Fidesz, il partito conservatore che è tutt’oggi la prima forza politica del Paese; nel ’98 ascende per la prima volta al governo e in piena vicenda balcanica fa entrare l’Ungheria nella Nato; nel 2001 viene convocato da Bush e accetta di partecipare alla guerra infinita in Afganistan, in maniera così entusiasta  da essere premiato da due organizzazioni parallele della Nato,  la New Atlantic initiative e l’ American enterprise institute. In seguito perde due elezioni consecutive vinte dai socialisti e torna al potere nel 2010. Qui inizia una seconda vita segnata dal rifiuto di entrare nell’euro, dalle rinazionalizzazioni  (in particolare quella della banca centrale) e l’instaurazione di un regime autoritario con una legge elettorale liberticida e la  Costituzione del 2013 che addirittura occhieggia alla monarchia e fa riferimento esplicito a vaste rivendicazioni territoriali.

Ora si dirà che questa frattura rispetto alle linee liberiste di Bruxelles e dell’Fmi gli dovrebbe aver alienato gli ambienti atlantisti e globalisti, anche se le previsioni di disastro economico preannunciate dai soloni economici non solo non si sono realizzate, ma l’Ungheria è uno dei Paesi del continente in cui c’è stata una crescita effettiva e non solo statistica. Però non è così: l’autoritarismo piace istintivamente alle elites economico – finanziarie e ai loro strumenti mediatici e militari: in realtà esse si sentono minacciate proprio dalla democrazia  al punto che non perdono occasione di umiliarla, ridurla, disfarla nella noncuranza, salvo esportarne lo scalpo spolpato come feticcio da utilizzare nelle guerre del caos. Solo quando questo autoritarismo esce dai binari stabiliti e funzionali all’egemonia, si sottrae alle logiche globaliste o alle strategie messe a punto nei pensatoi dei ricchi, solo quando si traduce, insomma, in eresia, allora comincia il j’accuse.

Nel caso specifico Orban ha ecceduto in autonomia e sovranismo ed è per questo che la Costituzione in vigore da 5 anni e preparata, discussa, osteggiata nel totale silenzio, dai democratici ungheresi da 6, viene sanzionata solo ora come contraria ai principi europei, perché nel frattempo si è consumata una frattura ben più grave: il ritorno a logiche di cittadinanza che sia pure malamente interpretate, sono del tutto incompatibili con le visioni di una società diseguale e unicamente basata sul profitto. La società neoliberista insomma dove lo stato è solo un secondino dei poteri forti, dove non esiste una dimensione collettiva vera e propria, ma solo pulsioni individuali, attorno alle quali si addensa ciò che rimane dei diritti. Orban in fondo non è altro che l’immagine dell’ Europa oligarchica vista in uno specchio infranto, con destra e sinistra variamente invertite, dimensioni alterate, ma dove tratti e  tendenze sono perfettamente riconoscibili.


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