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Poveri ricchi

perso Anna Lombroso per il Simplicissimus

In forma ricorrente e come se non bastasse quello che ci viene inflitto ogni giorno in perdita di garanzie e diritti, oltre che di beni e di tutele sociali che abbiamo contribuito a creare, siamo anche costretti a subire l’affronto di “datori di lavoro” che lamentano di dover dichiarare fallimento perché nessuno risponde alle loro offerte di lavoro, preferendo di gran lunga quella forma di parassitismo studiata apposta per bamboccioni  indolenti e pigri e flaneurs,  rappresentata dal reddito di cittadinanza.

Proprio in questi giorni ne circolava uno di questi accorati appelli: il gestore di un caffè di Rovigo lamentava di essere costretto a  chiudere i battenti per mancanza di personale. Gli ha risposto dalle colonne del Gazzettino la barista che aveva lavorato nel locale senza contratto, senza assicurazione, senza contributi pagata in contanti di tanto in tanto con la cifra di 300 euro per sei mesi.

Eppure par di sentirli quelli delle varie maggioranze silenziose che di volta in volta si materializzano, i cumenda col cappotto di cammello e le sciure col visone di Corso Vittorio Emanuele di un tempo, gli elettori del cavaliere: “lavoro, guadagno, spendo, pretendo” e oggi molta di quella società signorile, quella cerchia che non si arrende a essere diventata classe disagiata e che gode di una autoproclamata superiorità sociale e anche morale perché è riuscita a conservare qualche garanzie e qualche rimasuglio di benessere e privilegio e che riservano la loro riprovazione alle nuove generazioni, purchè siano frutto di lombi altrui, accusate di essere troppo viziate, poco determinate, troppo esigenti, poco duttili. Quelle che dovrebbero prestarsi a lavori precari, servili, umilianti, malpagati,  per liberare il paese dalla morsa ricattatoria della competizione messa in atto dagli immigrati, disposti, loro sì, a fare di tutto senza lagnarsi, senza esigere, senza pretendere, come è doveroso fare quando c’è la fame.

Ma anche la fame è un concetto relativo, oggetto di statistiche elastiche e fantasiose come quelle sul numero di disoccupati nel quale non rientrano gli scoraggiati che vivono in quella zona grigia ai margini, che il lavoro non lo cercano più perché sono disperati, che non vengono considerati disoccupati ma inattivi o uomini persi, o quelli che invece vengono annoverati tra gli occupati perchè   lavorano un’ora alla settimana.

E infatti ben oltre la media del pollo di Trilussa l’aritmetica degli analisti esclude dalle geografie della miseria chi può offrirsi “consumi eccedenti”  il livello di sussistenza  pari a 500 euro mensili pro capite, sicchè circa cinquanta milioni di italiani sarebbero comunque abbienti  per la semplice circostanza di “vivere sopra la soglia di povertà”. Peccato che il pallottoliere usato per questi calcoli sia quello del dopoguerra e di prima della vittoria della lotta di classe dei ricchi contro i poveri e che gli standard che distinguono chi gode di un certo benessere dai nuovi poveracci, siano quelli di allora, il bagno in casa, l’acqua corrente, il riscaldamento.

Mentre gli indicatori di oggi dovrebbero essere tarati sulla crisi greca, sulla guerriglia dei gilet gialli, sulla nostra incazzatura quotidiana, perché è vero che non facciamo a meno del cellulare, ma è altrettanto vero che dobbiamo rinunciare alle spese mediche, non contribuiamo alle performance delle scuole pubbliche obbligate a dividere gli scolari in gerarchie di merito corrispondente agli investimenti familiari, la tredicesima serve a pagare tasse e mutui arretrati, la pensione di chi ce l’ha è in parte destinata a mantenere gli studi dei nipoti o a foraggiare improbabili iniziative di discendenti che affittano la casetta al paese come B&B, come succede nelle società “dell’arrangiarsi”, dove le dinamiche del benessere appena un poco più su della sopravvivenza non sono più dovute ai redditi da lavoro.

Si è fatta strada una regressione del pensare comune che istiga alla resa e alla rinuncia: quella al riconoscimento dell’esperienza, della vocazione, del talento, della preparazione e quella alla dignità.

Non molto tempo fa Ichino, che in passato si presentò in qualità di penoso caso umano per via della precarietà insita nella funzione di rappresentante del popolo eletto democraticamente che implorava una compassionevole rielezione, invitava l’Italia a copiare la Germania che ha esaltato le opportunità della libera contrattazione decentralizzata, allineando i contratti e dunque i salari alla produttività. Il risultato desiderabile che si raggiungerebbe da noi, sarebbe quello di diminuire le paghe nel Sud, dove il costo della vita è inferiore come anche le pretese e la domande di beni, incoraggiando le imprese a assumere e favorendo l’occupazione.

C’è da giurare che questa modesta proposta, che purtroppo non ha l’intento satirico di quella di Swift, anche se il cannibalismo c’entra, avrà un posto di rilievo nell’agenda delle regioni guidate da Lega e Pd che rivendicano l’autonomia, e anche nelle prossime esternazioni di Prodi in merito all’auspicata riduzione dei sindacati a uno solo, perché corona il sogno liberista di una determinazione dei salari  a livello di ciascuna azienda e senza restrizioni su base nazionale, a coronamento definitivo delle politiche del lavoro del fronte riformista, cancellazione dell’articolo 18, Jobs Act, mobilità e legittimazione del caporalato, come sta avvenendo con il caso degli appalti navali Fincantieri, a Marghera e Monfalcone e il reclutamento e gestione della manodopera straniera sul mercato transnazionale.

La rinuncia, l’accontentarsi, l’abiura dei diritti in cambio della sicurezza aleatoria della paga, che poi si riduce a quella della fatica, fa parte di una vera e propria dottrina che ci insegna che la mobilità è una forma di avventurosa e appagante libertà, che il cottimo ha una moderna qualità di indipendenza se quelli di Foodora vengono considerati dalla piattaforma “lavoratori autonomi” –  contro leggi, regole e anche la Cassazione che ha finalmente stabilito il loro status di lavoratori subordinati.

Con l’arrivo della bella stagione si moltiplicheranno le segnalazioni di stabilimenti, hotel, pensioni, bagni in cerca di personale, proprio in quella pingue Emilia Romagna che ha registrato il successo degli autori della cancellazione definitiva dei valori, delle prerogative e delle conquiste del lavoro, dove da anni si è consolidato un sistema di potere  del PD, delle COOP, dell’Unipol, della CGIL, dei patronati che formano una rete indissolubile  di relazioni politico-clientelari in stretto accordo con la Confindustria, le banche locali, ben visto dagli avventizi dell’antifascismo della “diversamente destra” che ci vuol persuadere che i cantieri della Tav portino pane e lavoro, che la mafia sia un fenomeno calabrese e siciliano,  che ragione e buonsenso indicano che se non sai mantenere al meglio il tuo patrimonio è meglio svenderlo, che se in ospedale non hai l’assistenza che meriti è opportuno rivolgersi alle assicurazioni indicate dalle confederazioni, ormai diventate procacciatrici di fondi.

È triste ma vero, solo la fame, quella vera potrà portare il riscatto, far ritrovare la dignità, muovere la collera verso la liberazione.

 


Metti una sera a cena

Social but not socialRicordate quando Berlusconi diceva che l’Italia andava a gonfie vele perché i ristoranti erano pieni? Pareva una gag, ma anche oggi potremmo dire la stessa cosa sebbene le condizioni si siano ulteriormente degradate perché mentre il reddito medio si abbassa  i locali aumentano di numero (il 12 % in più negli ultimi 10 anni, il 7% negli ultimi 5) e ed è difficile trovarli vuoti nonostante un drammatico calo di qualità culinaria causata dall’ingresso in massa di investitori generici nonché di dilettanti che si fanno le ossa sulla pancia dei clienti e per i quali l’innovazione non è altro che un modo per nascondere l’inadeguatezza a una delle maggiori culture culinarie del pianeta. Pazienza che ci tocchi mangiare quasi come nei ristoranti italiani d’oltremare che propinano qualsiasi porcheria come frutto della tradizione, ma sarebbe strano aspettarsi  buon gusto in generazioni allevate nel culto di quello cattivo e oggi ipnotizzate dai manicaretti televisivi.

Ma lasciamo perdere questo fatto che è marginale ai fini del discorso: in realtà proprio il fatto che i ristoranti siano sempre più numerosi e più pieni è una chiara indicazione del peggioramento delle cose dal momento che esiste una correlazione inversa tra spesa alimentare in casa e fuori casa. Uno studio europeo dimostra come un  consumo alimentare domestico alto è  è tipico dei Paesi economicamente più forti dove tendenzialmente all’aumento del reddito corrisponde un rallentamento dei consumi in bar e ristoranti a vantaggio di quello casalingo. Infatti l’aumento dei punti di ristorazione è aumentato in Italia, Spagna e Grecia, mentre è rimasto sostanzialmente costante  o addirittura è diminuito in Germania e Gran Bretagna e nei Paesi del Nord. Correlazioni simili sono riscontrabili però quasi ovunque: nei Paesi poveri c’è infatti una grande abbondanza di punti di ristoro di vario tipo e di cibo da strada accanto ai ristoranti veri e propri, ma via via che il reddito si alza la gente comincia a mangiare più a casa e a prepararsi da sola le vivande. Anche in Usa dopo la crisi, la perdita di capacità di acquisto e la disoccupazione reale che è assai più alta che nelle statiche fasulle che ti considerano occupato se negli ultimi 15 giorni prima della rilevazione hai lavorato per un’ora, sono molto aumentati i numeri della ristorazione, tanto che la metà delle assunzioni stagionali, precarie o episodiche deriva proprio da questo settore. Visto poi che la maggior parte delle persone, paradossalmente soprattutto quelle di basso reddito, non sa cucinare ecco che si è sviluppato il fenomeno dell’acquisto di cibo nei ristoranti, ma consumato a casa.

Finora non c’è stato un tentativo organico di spiegare le motivazioni di questa correlazione che ci appare anti intuitiva semplicemente perché  in ambito occidentale e negli ultimi due secoli l’invenzione del ristorante è stato un simbolo dell’ascesa della borghesia ed è dunque un luogo del lusso alimentare quasi per definizione. Prima della seconda metà del settecento non era nemmeno concepibile per un appartenente alle classi alte mangiare fuori casa se non in altre magioni dell’elite, ma dopo la stagione delle rivoluzioni il concetto è profondamente cambiato. Dunque si può capire come nel concetto di mangiare fuori sia ancora inclusa una denotazione di opulenza e di esibizione e questo senza dubbio entra in relazione sinergica con la rassicurazione ancestrale  fornita dal cibo di cui si ha più bisogno man mano che le condizioni peggiorano. Poi c’è un elemento nascosto che spesso non si considera: preparare il cibo in casa può apparire assai meno dispendioso, ma in realtà esso occupa tempo che non è sempre disponibile, implica l’acquisizione di strumenti costosi, di uno spazio interamente dedicato a questa attività e un oneroso acquisto dei cibi al dettaglio: ecco perché in molte zone dell’Asia nessuno cucina a casa, salvo i più ricchi e tutto il cibo viene acquistato in una enorme marea di localini. E anche oggi a parità di reddito questo retaggio si fa sentire.

Del resto l’insieme di queste situazioni è visibile anche nelle cucine europee e principalmente in quella italiana dove in sostanza, specie nelle campagne dove anche le donne dovevano lavorare oltre che figliare come assicurazione per la vecchiaia, il fast food si è sviluppato a casa sotto forma di abbondanza nell’uso di formaggi e insaccati, cioè cibi già pronti o con ricette che prevedevano lunghe cotture su strumenti che fungevano principalmente da stufa. Qui ce ne sarebbe da dire per ore, ma ciò che ci interessa qui è elencare le ragioni  per le quali l’affollamento dei ristoranti e il loto numero esorbitante (in Italia ce ne sono ormai più di 330 mila , uno ogni 180 abitanti circa) non sono affatto un segnale di ricchezza, ma invece un annuncio di povertà.


Buoni maestri, cattivi ministri

ICCD3306953_C0030709Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una docente d’italiano in servizio all’istituto tecnico industriale di Palermo  “Vittorio Emanuele III” (dedica significativa), è stata sospesa per 15 giorni con stipendio dimezzato per non aver esercitato la doverosa vigilanza “sulla produzione di un filmato realizzato dai suoi alunni” lo scorso 27 gennaio, in occasione della Giornata della memoria, nel quale si accostava la promulgazione delle leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza del ministro dell’Interno in carica.

Ci sarebbe  da rallegrarsi che i quattordicenni di oggi si accorgano di certe allarmanti affinità, mentre in quattordicenni del 1998 (legge Turco-Napolitano), quelli del 2002 (anno di promulgazione della Bossi-Fini), quelli del 2011 (ministro Maroni sull’immigrazione) non avevano intuito che venivano adottati provvedimenti che avevano come scopo la criminalizzazione e l’emarginazione degli stranieri. Già da allora pare proprio che servissero  misure aggiuntive ai codici vigenti che provvedevano già a penalizzare i poveri, colpevoli di atteggiamenti indecorosi e di reati minori attribuibili alle loro condizioni. Ma è con il ministro del Pd Minniti che si è capito che le due linee direttrici di leggi e regole pensate per colpire gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi dovevano ancor arricchirsi di ferocia repressiva. Servivano regole aggiuntive che autorizzassero e normalizzassero il sospetto, la diffidenza e la paura per respingere, mettere al bando e chiudere in enclave di lusso o in lager e miserabili periferie le due facce del progresso, i privilegiati e i poveracci, e gli uni contro gli altri, i primi armati i secondi disarmati.

E se i poveracci sono neri o gialli, professano altre religioni e parlano altri idiomi e mangiano cibi differenti da sofficini e big burgher, allora il buonsenso, il decoro e la sicurezza raccomandano che vengano puniti due volte negando loro alcuni gradi di giudizio nei procedimenti giudiziari, rendendo più agevoli le procedure di espulsione, punendo di riflesso chi li aiuta o chi denuncia la loro condizione, grazie a un “sentiment” comune promosso non a caso negli Usa dopo l’attentato alle Torri Gemelle e diventato un approccio scientifico grazie all’espressione “diritto penale del nemico”, che auspica un diritto penale parallelo riservato agli “ospiti” e privato delle tradizionali garanzie che dovrebbero essere patrimonio delle democrazie.

Come per la cosiddetta “legittima difesa” non si è dovuto aggiungere molto al già vigente, se non fosse che i supplementi di xenofobia e razzismo, esercitati nei confronti di disperati anche appartenenti al terzo mondo interno, sono firmati dal cagnaccio rabbioso all’Interno, cui capiterà di dovere riconoscenza per aver svegliato qualche coscienza letargica che non si era accorta dei quello che avevano già fatto altri cani altrettanto spietati ma dotati di diverso pedigree. E quindi con procedura immediata riconosciuto subito come neo fascista, mentre pare ci si metta un po’ a dare la stessa definizione del permanere nei nostri codici di disposizioni adottate proprio nel Ventennio e dopo e mantenute perché alla base vi è lo stesso intento, punire chi non ha per tranquillizzare chi ha, confermando la convinzione più antica del mondo, che i poveri sono tutti delinquenti o potenziali delinquenti e gli stranieri, condannati alla clandestinità, ancora di più perché la condizione di irregolari li espone a trasgressione e illegalità anche per il solo fatto di respirare, calpestare il sacro suolo, essere visibili, e colpa ancora peggiore, sedersi sulle panchine dei nostri giardinetti e prendere i nostri bus.

E infatti a essere ancora sanzionati con maggiore severità sono i fatti che destano allarme sociale tra i benestanti ora beneficati dalla opportunità di farsi giustizia da sé qualora il reato predatorio: rapina, furto, venga consumato tra le pareti di casa, mentre vengono proporzionalmente punite di meno o addirittura restano impunite le condotte criminose lesive del bene comune e del patrimonio di tutti: illeciti fiscali, delitti societari e fallimentari, che hanno comportato la perdita di risparmi di investitori e correntisti, se si pensa che per la bancarotta fraudolenta la pena massima prevista – 10 anni di reclusione- è la stessa di un furtarello pluriaggravato. E allo stesso modo i reati alla persona sono soggetti a scale di giudizio e interpretazioni arbitrarie e discrezionali se il danno alla salute dovuto al degrado ambientale è sanzionato perlopiù con contravvenzioni e solo dal 2015 sono entrati nel codice penale i delitti di inquinamento e disastro ambientale  descritti con formule vaghe e soggetti a scappatoie, per non dire degli incidenti sul posto di lavoro, quando l’imprenditore in attesa degli applausi a scena aperta in Confindustria, se la cava   con una multa da 500 e 2000 euro, visto che la reclusione da 3 mesi a un anno è prevista in via alternativa.

A volte nemmeno occorre il doppio binario della giustizia forte coi deboli debole coi forti, che non accade di sovente che un abitante dei Parioli o di via del Vivaio venga sorpreso a rubare nei supermercati o a equipaggiarsi di un allaccio abusivo di corrente e gas, azione criminosa cui si sono sottratti solo quelli di Casa Pound che si limitano a non pagare le fatture continuando a godere dei servizi. Né  tantomeno si è saputo di un villeggiante di Capalbio preso con le mani nel sacco dove ha custodito la legna rubata sui mondi dell’Amiata o mentre si dedicava alla “spigolatura” o a “rastrellare” in fondi agricoli non suoi.  E se Arsenio Lupin non è mai stato perseguito per il possesso di chiavi alterate e grimaldelli, altre pittoresche prescrizioni restano inalterate a dimostrare che i poveracci rientrano sempre nella cerchia dei soliti sospetti.

Abbiamo visto che questo vale anche per assembramenti potenzialmente sediziosi, si tratti di eversori che pronunciano la paroletta proibita: NO, si tratti di frange di oppositori che si permettono di disturbare i manovratori, fossero Boschi, Renzi o Salvini, sottoposti ai controlli e alle limitazioni preventive della Ps e delle polizia municipali promosse a operazioni di ordine pubblico anticipate da ordinanze di sindaci sceriffi bipartisan, Pd o Alemanno che aveva disposto la chiusura dei siti del centro di Roma perfino alla Cgil, e ancora prima dalla repressione anche feroce di chi si era macchiato dell’invasione die terreni pubblici, come, tanto per fare un nome, Danilo Dolci, mentre non viene vista come pericolosa per l’ordine pubblico la calca nelle lunghe e intemperanti file per approvvigionarsi di IPhone di ultima generazione.

Allo stesso modo che non dovremmo sentirci rassicurati dalle sanzioni che puniscono la vendita di prodotti contraffatti, quelli stesi sui tappetini delle vie del centro o trasportati in carovane stanche sui nostri litorali, perché è vero che si tratta di un mercato al dettaglio controllato dalla criminalità ma è altrettanto vero che non si tratta di delitti contro la fede pubblica: chi compra una borsa griffata a un prezzo irrisorio sa bene che non è autentica e chi l’acquista la vuole esibire facendo credere di averla pagata cara, bensì di affronti a interessi protetti, non quelli del consumatore bensì quelli delle imprese che temono di vedere ridotti i profitti accumulati grazie allo sfruttamento, magari nei paesi d’origine del vucumprà, in una implacabile catena di speculazione predatoria.

Arriva solo ultimo anche se particolarmente scrupoloso quanto indecente il ministro Salvini.  Negli ultimi decenni la maggior parte dei paesi occidentali ha proposto e concretamente applicato nuove pratiche del controllo a livello locale,  indirizzate al controllo di un’ampia gamma di comportamenti,  soprattutto di quelli che si manifestano nello spazio pubblico, che sono posti in essere dai gruppi più marginali delle nostre società e che sono percepiti come problematici per l’ordine sociale indipendentemente dall’essere definiti, o meno  come reati dal codice penale.  L’intento è quello di dare una risposta repressive o almeno fortemente dissuasiva ai bisogni di  comunità,  cavie di sperimentazioni per istillare e aumentare la percezione della paura, della minaccia e  dell’incertezza,  in modo che si dividano, si fronteggino e  combattano tra loro perdendo di vista gli stregoni all’opera per criminalizzare la povertà per cancellare i confini tra crimine e disordine, per attuare una repressione penale e anche amministrativa come con l’istituto dell’ allontanamento o con il Daspo urbano. Mentre continuano a agire indisturbate le reti criminali che organizzano e sfruttano la sopravvivenza degli “ultimi” nelle economie di sussistenza, cui è riservata in casi eccezionali qualche compassionevole gesto di carità.

Se la scuola deve essere un posto dove si coltiva senso critico, autonomia di giudizio, rispetto per la dignità propria e altrui, il minimo è aspettarsi uno sciopero generale a sostegno dell’insegnante. Il giusto aspettarselo contro la Buona Scuola, il Jobs Act e i decreti sicurezza.


Sesso x, povertà determinata alla nascita

de blasioI progressisti da salotto hanno salutato nei giorni scorsi un grande balzo in avanti della civiltà che ha il suo epicentro a New York, ovvero la decisione di permettere ai genitori di non attribuire alcun sesso ai neonati in attesa che essi stessi, una volta cresciuti, lo scelgano o vogliano rimanere indeterminati. Certo questa opzione non dipende dalla persona, non è riservata all’età adulta come in Canada ma,  come accade in Germania già da 5 anni,  dai suoi tutori e quel “sessso X” potrebbe portare anche a problemi pesanti, come è stato fatto notare. Ciò non toglie che tutto questo sia stato salutato come una grande conquista quando invece si tratta di simbolismo e di retorica auto promozionale del globalismo, visto che già dal  dal 2014 si era pensato alla sostanza ed era stato cancellato il tormentoso, anzi punitivo iter burocratico e medico per il cambiamento di sesso sui documenti anagrafici, peraltro adottato già prima da stati come la California,  Washington, (quello con Seattle),  dalla città di Washington,  da  Iowa, Oregon, Vermont.

Ci si domanda perché ciò accada ora e per quale motivo, visto che in linea di principio non punta a una pari dignità già teoricamente scontata, ma ad affermare il diritto a non essere qualcosa, mentre i diritti di tutti dovrebbero comunque essere garantiti proprio perché si è qualcosa sia dal punto di vista biologico, sia da quello di genere. Anzi forse sarebbe molto meglio togliere le identità sessuali dai documenti, invece di creare di nuove come in effetti si fa cadendo in contraddizione. Tuttavia probabilmente questa uscita serve probabilmente a qualcosa di radicalmente diverso e cioè a distrarre dal fatto che la città vetrina degli Usa è quella tra i mega agglomerati urbani, ad’eccezione di Detroit, con il maggior tasso di povertà assoluta: il 20,5 % della popolazione (in aumento) vive in questa condizione e dunque una uguale percentuale dei nati, anzi presumibilmente superiore, vivrà ben altri problemi che quelli di essere x e di scegliersi eventualmente un sesso di elezione tre o quattro lustri più avanti nel tempo. Ammesso poi di avere le risorse per rendere effettivo un iter di cambiamento senza rischiare la pelle o vivere in una condizione indeterminata. E non teniamo conto di altre condizioni, per esempio i quasi 50 mila senza tetto e 23 mila bambini senza famiglia chiusi in istituti regolarmente esposti agli assalti di ogni risma di predatori sessuali.  Per tutto questo però non esistono leggi magiche o simboliche e tanto meno segnali di riscatto. Anzi il tipo di progressismo che produce spettacoli simbolici e così apparentemente radicale sembra avere una natura compensativa: è vero crediamo in una società sempre più disuguale, ma vi diamo in cambio il sesso x. così da evitare  ogni discriminazione. A  patto ovviamente che abbiate almeno un milione di dollari.

Infatti i tempi sembrano far propendere per questo contesto visto che appena tre mesi fa gli Usa sono clamorosamente usciti dal Consiglio dei diritti umani Onu per protesta : Washington era stata indispettita dal Rapporto sulla povertà e sui diritti umani nel quale si definivano gli Usa come “una delle società più ineguali tra i Paesi sviluppati”. Nella parte del rapporto riguardante gli Stati Uniti, peraltro coordinata da Philip Alston, docente di diritto internazionale alla Scuola di legge dell’Università di New York, non solo si presentano i dati sullo stato di povertà assoluta che coinvolge in via ufficiale oltre 40 milioni di persone, ma probabilmente un numero altrettanto grande di cittadini che sfuggono alle statistiche per vari motivi, mette sotto accusa l’illusorietà dei numeri riguardanti l’occupazione, la cortina fumogena di riforme sociali fraudolente, la criminalizzazione dei senzatetto. le gravissime carenze riguardo nell’assistenza dei bambini poveri che tra l’altro determina un tasso di mortalità infantile da terzo mondo e al contempo le fortissime pressioni. anche determinate dall’impianto legislativo (che rimane integro) , esercitate sulle donne per negare loro il diritto all’aborto. Anche quando le condizioni economiche e personali sono così precarie che il bambino verrà poi con assoluta certezza sottratto alla madre naturale dai servizi sociali, chiamamoli così. Come si può immaginare tali condizioni hanno il loro diapason nei grandi conglomerati urbani dove le reti famigliari e sociali dei piccoli centri sono assenti e New York – dove maggiormente si addensa l’ideologia della disuguaglianza tanto da diventare parte della retorica cittadina, fa da simbolo a tutto questo.  Ma per fortuna neonati e bambini, per volontà dei loro genitori, potranno evitare di essere trascinati nella banalità di una sessualità fisiologicamente definita e potranno essere X, mentre alle loro vite marginali non c’è scampo.


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