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Un selfie occidentale

coranoC’è una foto, per la verità piuttosto brutta, che tuttavia ha meritato di comparire sia in  mostre che in libri a causa del suo cosiddetto contrasto concettuale: si vede infatti la sagoma di un uomo seduto  che sta leggendo il corano, ma porta in grembo un telefonino. Ora non mi risulta che vi siano esempi paludati e immortalati da fotografi di nome di tale supposto contrasto  in altri ambienti: un prete col vangelo, un pastore con la bibbia o un rabbino con la torah e accanto il cellulare sarebbero stati interpretati come la normalità o al massimo come una curiosità sempre che si risalga trent’anni addietro. L’immagine dunque testimonia in maniera chiara e non equivoca la visione del mondo occidentale e lo fa molto meglio di qualsiasi analisi concettuale partecipando anch’essa di quella vaghezza e nebulosità nella quale annegano i pregiudizi. Qualsiasi indagine condotta al fuori del bar sport ci direbbe che il Corano non differisce da qualsiasi altro testo “fondamentale” dei monoteismi e semmai è anche più aperto di altri, ma ad onta del fatto che le società mussulmane furono più aperte di quelle europee fino al Rinascimento, relegando l’elemento religioso a sovrastruttura, lo percepiamo come negativo e arcaico, aiutati in questo da miriadi di cattivi oltre che improvvisati e non disinteressati maestri e maestrine .

La cosa che ,i proponevo è mostrare come la fotografia, di fatto la forma di comunicazione artistica prevalente nel ‘900 e anche adesso, ci può dire cose inaspettate su di noi, sull’universo valoriale effettivo e non soltanto dichiarativo, sulle immaginazioni collettive divenute preminenti, molto al di fuori delle banali e ottuse guerriglie di civiltà.  Da quasi un secolo, cioè da quando è diventato possibile fare fotografie senza lunghi tempi di posa e senza portarsi dietro quintali di attrezzatura, i reportage dai più diversi angoli del mondo indugiano su scatti di povertà, di disagio e di dramma, spesso lucrando sull’emozionalità ciò che non sempre torma nell’estetica, ma dentro questo meccanismo comunicativo ci sono enormi differenze. Se per esempio prendiamo l’immensa documentazione fotografica che abbiamo sul periodo della grande depressione in America, vediamo le difficoltà, ma paradossalmente non la povertà.

Anche dalle poche immagini di questo collage si vede chiaramente che le persone rovinate dalla borsa e dalle banche, non appaiono come veri e propri poveri, ma solo come persone che non ce l’hanno fatta, cosa diversissima: nulla in quelle foto suggerisce il dramma di essere stati travolti dalla valanga di un economia ingiusta e disuguale, quanto piuttosto il malessere di non essere stati in  grado di rimanere a galla. La povertà insomma è semmai un fatto individuale che nulla ha a che vedere con la struttura della società. Una cosa che si riverbera anche nei film e in gran parte della letteratura che raccontano quel periodo o altri, come ad esempio l’espulsione dei coltivatori dalle terre per mezzo delle fameliche banche: anche qui la condanna o la “denuncia” non riguardano mai la società nel suo complesso, i suoi fondamentali ideologici e i suoi strumenti, ma si fermano al limitare di un indignato moralismo compassionevole.

La cosa cambia radicalmente quando si esce dagli States dove peraltro oltre il 10% della popolazione vive in aggregati di roulotte e camper che invece di scomparire si ripopolano : questa volta la povertà invece esiste, ma è interpretata come consustanziale a un certo tipo di rapporti sociali e in breve appartiene solo a stili di vita diversi da quelli americani: la differenza salta agli occhi, perché questi poveri non sono rassegnati ai loro errori e spesso sono anche sporchi, brutti e probabilmente cattivi, anzi non si rendono nemmeno conto della loro condizione. Sono in effetti veri poveri che magari recalcitrano di fronte allo sfruttamento delle multinazionali a stelle e strisce, arrivando persino a non apprezzare il messaggio che essi portano e a rimanere legati a obsolete tradizioni e comunità:

 

C’è un immagine abbastanza celebre che sintetizza tutto questo pur senza affondare il coltello in contesti di miseria estrema. Eccola

Gordon-Parks-Ingrid-Bergman-1949

La foto di scena di Gordon Parks coglie un momento della lavorazione del film Stromboli, diretta a Rossellini e che aveva come protagonista Ingrid Bergman, da circa due  anni la sua compagna. In primo piano vediamo l’attrice che si presenta come un’icona pensosa del capitalismo nitido e trionfante mentre sullo sfondo vediamo le donne dell’isola, vestite di nero, vecchie e brutte a prescindere e probabilmente portatrici di una visione delle cose che le costringeva a una vita di miseria. Siamo nel 1950, ma quando il film che alla fine vive proprio dentro il contesto suggerito dalla foto (Rossellini, doveva farsi perdonare i film di guerra girati durante il conflitto) arrivò negli Usa si trovò di fronte a una sorprendente campagna di boicottaggio dovuta al fatto che il regista e la sua attrice erano concubini, proprio come se Hollywood fosse popolato da quelle donne in nero.

Come si vede l’auto percezione del  proprio contesto sia reale che concettuale è quella più inaffidabile, ma al tempo stesso più facile da perpetuare.

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Inferni a stelle strisce

20130613-013248-798x587Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria e la legge newtoniana vale anche per il mondo umano, anche se con tempi più lunghi e peculiarità molto più complesse che nel mondo fisico. Così l’ideologia della disuguaglianza come prodotto finale ed esplicito del capitalismo, affermatasi  dalla metà degli anni ’70 in Usa, sta facendo sentire i suoi effetti distruttivi , dopo un primo periodo di euforia da paradisi artificiali. La crisi economica, mai risolta anche perché giunta quando gran parte della ricchezza si era già trasferita in poche mani, è stata la cesura conclamata fra gli Usa reali e il mito statunitense, ancorché esso sia ancora moneta corrente nelle colonie e sia la base educativa su cui poggia la formazione delle generazioni autoctone.

I dati parlano da soli e rappresentano con drammatica precisione il miscuglio esplosivo fatto di emarginazione, ipercompetitività, caduta dei salari, malessere, esclusione e smarrimento che ancora non trovano una chiara strada politica, un riscatto di pensiero ma si esprimono attraverso la dimensione individuale che è l’unica riconoscibile e l’unica alla quale si viene addestrati. Dunque alla più vasta popolazione carceraria del mondo con 2 milioni e 319 mila detenuti (numero medio 2016) e oltre cinque milioni di persone sottoposte a misure restrittive, portano il Paese ad avere il 4,4% della popolazione mondiale, ma il 22% dei detenuti nel mondo intero. In qualche modo si tratta del portato storico di un razzismo sempre sottopelle e dell’immigrazione che oggi però sembra sul punto di esplodere visto che in Usa avviene ormai il 32% dei conflitti a fuoco nel mondo. Tra il 1972 e il 2011 ci sono stati 1 milione e 300 mila morti per arma da fuoco, vale a dire centomila in più dei caduti di tutte le guerre statunitensi ( e non si sono certo risparmiati da questo punto di vista) a cominciare dalla guerra d’indipendenza per finire all’Afganistan: se vivete lì avrete una probabilità di beccarvi una pallottola o una coltellata mortale del 7000 per cento superiore all’ Italia o per esempio al Canada che tuttavia ha una cultura profondamente differente. E non si fa fatica a pensare certe cifre spaventose visto che oggi c’è almeno una sparatoria di massa al giorno. Certo la cultura delle armi che comunque è indice di una violenza di fondo irrisolta, fa la sua parte in questa strage, ma non è la sua radice visto che anche in altri Paesi esiste una diffusione capillare delle armi da fuoco senza carneficine quotidiane. Un esempio vicinissimo ancorché insospettabile è la Svizzera che ha 2 milioni di armi da fuoco su 8 milioni e 400 mila abitanti, una densità 4 volte inferiore ai 357 milioni di bocche da fuoco possedute dai 324 milioni di residenti Usa: tuttavia in Svizzera ci sono mediamente 41 morti l’anno a seguito di sparatorie, mentre negli Usa 12 mila, che è una proporzione di quasi 300 volte superiore in termini assoluti e di dieci in termini relativi.

Di questo spaventoso universo della violenza che poi viene esposrtata a più non posso, fanno parte anche altri numeri, come ad esempio il fatto che il 91% dei minori uccisi nel Paesi sviluppati è americano, o il fatto che esistono 33 mila bande di strada che raggruppano 1 milione e 400 mila persone integralmente dedite al crimine da strada. Possiamo davvero pensare che un buon sistema, anzi quello di riferimento secondo gli scialbi mitomaniaci, possa produrre tutto questo? E navighiamo soltanto alla superficie  delle cattive notizie perché l’Istituto nazionale di Statistica (Usa ovviamente) rileva che nel 2015 per la prima volta l’aspettativa di vita si è ridotta dello 0,1 per cento quasi che gli indici obbedissero alle direttive dell’Fmi. Tra i motivi di questa discesa della vita media c’è anche l’aumento delle materie respiratorie e metaboliche, dovuto, secondo tesi concordi, all’aumento del cibo spazzatura e dunque a quell’obesità che colpisce il 38 per cento della popolazione. Magari non se ne ha sentore di fronte alla massa di minus habens californiani che inventano ogni giorno diete cosiddette salutistiche di ogni tipo e foggia, che corrono ogni mattina come furetti o che appaiono magri e atletici nelle serie televisive. Ma in realtà sono cose da benestanti e da esportazione per gli allocchi alla Mericoni: con 21 milioni di poveri estremi, 46 milioni di poveri assoluti, 17 milioni di adolescenti in stato di povertà alimentare  e 105 milioni di persone in grado di soddisfare solo i bisogni primari (fonte Oxfam), non è sorprendente che  quasi 16 milioni di famiglie abbiano avuto problemi a nutrirsi (dato 2016 del ministero dell’Agricoltura) e quasi altrettante abbiano dovuto ricorrere all’assistenza pubblica: tutto questo vuol dire cibo a basso e bassissimo costo. Occorre riconoscere che il capitalismo estremo riesce nel miracolo di conciliare sottonutrizione con obesità e da questo punto di vista è insuperabile.

Così ci si può davvero meravigliare se contemporaneamente si assiste a una pandemia di suicidi, divenuti la prima causa di morte per il maschi adulti al di sotto dei 50 anni? Il disturbo post traumatico da stress fa strage, colpisce in forma grave il 5% della popolazione e ha le maggiori conseguenze sugli ex militari che si tolgono la vita con un ritmo di 22 al giorno (8000 l’anno) e fra gli studenti universitari che si suicidano in numero di 1100 l’anno, stritolati dalle aspettative loro inoculate, dalla competizione estrema, ma anche dal costo stratosferico degli studi. Certo si può resistere a tutto, soprattutto ricorrendo a qualche aiuto che nel caso degli Usa sono i farmaci oppiacei ( Fentanyl e OxyContin) i quali spesso portano poi al consumo di droghe pesanti, sintetiche o eroina che hanno quadruplicato in pochi anni le morti per overdose. Secondo il New England Journal Of Medicine, sarebbero circa 95 milioni di persone a fare uso di questa miscela di farmaci e droga, ma la cosa da notare è che il fenomeno non colpisce affatto gli emarginati o gli immigrati recenti, ma la classe media che cerca di sfuggire all’inferno del proprio declino e in misura maggiore in quegli stati dove la crisi si sente di più. Insomma sembra di assistere alla concretizzazione di quella “guerra civile molecolare” preconizzata da Enzensberger nei lontani anni ’90, che fu tema di violente polemiche da parte dell’ intelligenzia amerikana d’Europa e manco a dirlo da parte delle sinistre appena convertite nonché dello stesso Fukuyama, inventore imperituro della morte della storia. Di quella terribile condizione di impotenza, di tempo “omogeneo e vuoto” tematizzato da Benjanim che trova sulla sua strada un Angelus Novus sotto forma di cartone animato della Disney. Se non fossimo implicati anche noi in questa caduta ci sarebbe da dire aiutiamoli a casa loro.

 


Digiunassero davvero…

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da qualche giorno seguiamo con crescente trepidazione il digiuno del già emaciato Ministro Delrio che manifesta contro il governo del quale è autorevole esponente per sollecitare l’approvazione dello ius soli, provvedimento che (ne abbiamo scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/06/17/ius-sola-2/ ) si colloca al disotto del minimo sindacale da pretendere in materia di diritti, ma che ha incontrato infiniti ostacoli in nome della tutela di una civiltà superiore che ogni giorno mostra i suoi limiti e di una identità culturale ogni giorno compromessa dall’indiscriminato impiego omologatore di un inglese coloniale,  da una involuzione dell’istruzione che cancella i valori fondanti della memoria, della storia, della produzione artistica, sostituiti dai capisaldi del liberismo, a cominciare da quella competitività tra esuberanti aspiranti manager di startup e mansioni precarie e servili.

Infatti fin da subito si era capito che si trattava di una forma moderata di ius culturae  stabilendo  che acquisisce la cittadinanza italiana chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Perché chi è nato in Italia abbia diritto alla cittadinanza deve dimostrare che almeno un genitore sia nella norma. La nascita non è sufficiente, dunque, e la promozione a “italiani” non  è automatica, condizionata  com’è anche da altri fattori: la frequenza scolastica e la condizione economica della famiglia e stabilendo definitivamente quindi che la povertà è una ragione di esclusione, principio che – paradossalmente – potrebbe sancire criteri e requisiti di uguaglianza in negativo tra marginali indigeni e stranieri.  Mentre sarebbe sufficiente interrogarsi e rispondere a un quesito di fondo: cittadini si nasce o si diventa? per capire che  certe questioni, certe differenze altro non sono che odiose discriminazioni, preliminari a perpetuare e applicare disparità tra gli “altri” e noi, in attesa di adottarle per legge anche “tra noi”.

I più maligni sospettano che il Ministro sotto sotto sia stanco di provvedere personalmente all’incremento demografico italiano tramite la sua indiscussa indole procreativa. Altri liquidano sbrigativamente la trovata di Delrio assimilandola agli espedienti tardivi per conquistare un target ormai totalmente estraneo al suo partito in prossimità delle scadenze elettorali, che esalta il festoso e utile convivere sia pure schizofrenico di sindaci che tassano chi integra, di amministratori che tirano su muri, di intellettuali signorotti della piccola Atene che difendono il feudo dai barbari, con rimasugli, buonisti li definirebbe Sallusti, di quell’area “catto” che ha gettato alle ortiche la bandiera rossa, preferendo i meeting di Cl alla feste della defunta Unità e la caritatevole pietà confessionale alla civica solidarietà.

Il realtà l’aspetto più sconcertante della faccenda risiede della sfacciataggine con la quale  un ministro influente, un rappresentante della fantasiosa maggioranza che regge il governo al quale appartiene, si mobiliti in forma militante contro il suo stesso ruolo, facendo opposizione all’opposizione interna, interpretando i due attori in commedia come nell’opera die pupi, non ritenendo però di dover ricorrere al certamente molesto istituto delle dimissioni, né dall’esecutivo, fosse mai, né tantomeno dal Parlamento reo di battersi con tenace determinazione per una coerente assunzione di responsabilità politica e civile.

Chissà se la pratica si farà strada, se così fosse potremmo aspettarci lo spettacolare sciopero del conto corrente da parte della Boschi contro il Bail in e in appoggio ai correntisti truffati, Franceschini che fa il graffitaro sulle pareti del Colosseo contro l’alienazione del patrimonio artistico favorita da se medesimo, perfino Rajoy che manifesta in piazza contro l’indipendentismo e la repressione degli indipendentisti, per i referendum previsti dalla costituzione e contro chi li promuove.

Anni fa una teoria fece la fortuna degli piscoanalisti, ma soprattutto dei loro pazienti perché  indagava comportamenti contraddittori. Tanto per semplificare, la bi-logica intendeva spiegare e normalizzare la convivenza nell’inconscio e pure nell’azione consapevole di attitudini e scelte contrastanti ambedue apparentemente razionali e simmetriche anche se in aperto conflitto.

Pare che la bi-logica funzioni anche in altro contesto, alla bi-politica ha ormai fatto seguito la bi-democrazia, che dà forma legittima a istituti e pulsioni partecipative e a leggi che cancellano il diritto e la funzione del voto, alla bi- giustizia, che incoraggia diritti cancellandone altri, con risultato in tutti i casi che nella gran confusione si disperda tutto quello che c’è di buono e bello e resti solo il privilegio di pochi e la soggezione dei tanti cui è stato tolto anche la facoltà che un tempo era dei poveri: essere matti.

 


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