nussbaum-1024x634Abbiamo visto nella prima parte di quest post dedicato alle ipotesi di futuro fatto dallo Scenario group di Stoccolma che un prolungamento dello stato di normalità così come inteso nella seconda metà dello scorso secolo ha poche probabilità di essere percorso: la continuità del mito mercatista  è messa in forse dalle sue stesse contraddizioni e dalle conseguenze di uno sfruttamento senza remore dell’ambiente. La variante socialdemocratica del resto è ormai un vicolo cieco visto che non è più praticabile un’ azione riformista dentro il paradigma del capitalismo finanziario come l’esperienza degli ultimi anni conferma. Anzi proprio le posizioni di moderato e accondiscendente progressismo si sono rivelate come un cavallo di Troia.

A questo punto della strada ci sarebbero due possibili uscite: da una parte la barbarizzazione, dall’altro un completo cambiamento di paradigma, una grande transizione oppure l’imbarbarimento. Lo studio suggerisce due esiti per quest’ultima ipotesi, chiamate la fortezza e il collasso che sono parecchio vicine ai sintomi che vediamo, alla febbre che sale sul termometro. Lo scenario fortezza prevede un mondo fatto di muri tra aree e popoli che già vediamo in atto e che da una parte sembra seguire una inarrestabile logica propria, dall’altro pare essere guidato attraverso le emozioni, le immagini, una narrazione non si sa quanto realistica che va dal bambino morto sulla spiaggia, alla folla di disperati sulle frontiere.  La fuga in massa da situazioni tragiche e impossibili create per ragioni geopolitiche o economiche o assecondate scioccamente proprio da quelli che oggi si sentono invasi, è ormai tema di una gestione dall’alto che misura interessi, convenienze, sondaggi e insomma tutto tranne che l’umanità.

Del resto questo è quasi ovvio  perché il muro più importante delineato nello Scenario non passa attraverso aree geografiche, ma attraverso  regioni sociali: è quello tra un’elite che appunto si raccoglie dentro una fortezza per difendersi dalle masse impoverite e conservare i propri privilegi. Per fare questo occorre instaurare sistemi autoritari che possano instaurare un controllo globale sulle popolazioni immiserite e su un ambiente saccheggiato e degradato. Forse 15 anni fa sembrava fantascienza, ma oggi questa possibilità è reale, anzi possiamo toccare con mano il declino della democrazia verso forme oligarchiche che prescindono da qualsiasi residua rappresentatività. Poco importa se questa tendenza vada ad incistarsi in tradizionali forme ideali come ad esempio l’ unione europea o sia imposta attraverso trattati economici come il Trattato transatlantico o si crei attraverso il finanziamento di sedicenti movimenti democratici: il risultato è che i cittadini contano sempre di meno sia melle elezioni, sia nei referendum e in tutte quelle forme della democrazia che continuano ad esistere formalmente. Controllo globale, repressione, distruzione ambientale e miseria circondano la fortezza degli oligarchi difesa da armi mediatiche, dalla continua creazione di nuovi nemici e nuovi amici, dalla paura e dal ricatto ormai  resi possibili, anzi strutturali dalla caduta dei diritti.

Può darsi però che questa linea di tendenza così evidente non riesca ad affermarsi per qualche ragione dovuta alle contraddizioni intrinseche, al mutamento del globalismo in scontro di aree contrapposte per l’accesso alle risorse, alla stessa pressione della demografia o a disastri ambientali più rapidi e più drammatici del previsto. In questo caso le varie crisi si sommerebbero in un insieme sinergico che porta al collasso economico e alla completa disgregazione istituzionale.

A questi due esisti della barbarizzazione si può contrapporre un completo cambiamento di visione sociale che a questo punto non può che nascere dal basso, attraverso il collegamento di cittadini  variamente inteso  ( e su questo le teorie degli ultimi dieci anni non mancano) che rigetta tutte le teorie dell’economicismo e tenta la costruzione di una nuova equità e solidarietà dentro un concetto di benessere che non si basa solo sul possesso e che si affida a un nuovo paradigma della sostenibilità. Anche in questo caso possiamo vedere le tracce di un nuovo protagonismo dal basso, anche se finora episodico o fragile oppure erratico e soggetto a inoltrarsi su sentieri interrotti, alla ricerca di un enzima che favorisca una nuova chimica politica.

Però  è molto difficile che una transizione epocale possa basarsi solo sul concetto di sostenibilità non fosse altro che per una questione psicologica visto che il degrado ambientale per quanto drammatico e rapido su scala planetaria, risulta lento, quasi inavvertibile su scala individuale tanto da essere facilmente sottovalutato. Inoltre può anche essere giocato in maniera ambigua dalle oligarchie secondo i propri interessi come in effetti sta accadendo con la diffusione di un’idea del tutto grottesca di un concetto statico della natura, molto vicino a quello delle concezioni autoritarie: solo il disastro conclamato può portare a farne davvero un efficace motore di cambiamento. Probabilmente le istanze di eguaglianza, di solidarietà e di rifiuto dello sfruttamento, che valgono prescindere, sono un motore molto più potente anche se molto più difficile da accendere dopo tanti anni di abbandono.