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Gad-get di classe

bullingdon-0148-kYgF-U43250109870505ZYF-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443 Anna Lombroso per il Simplicissimus

È probabile che la benigna divinità del “politicamente corretto” l’abbia sfiorato, così ha attinto qualcosa dai Quaderni di Gramsci, né più e né meno di quelli che rivendicano su Fb di aver frequentato l’università della vita, dando della “classe subalterna” a quelli che avrebbe voluto definire marmaglia, volgo, plebe:  “L’Italia leghista, ha scritto Gad Lerner su Twitter,  è un rivolgimento profondo, sociale e culturale prima ancora che politico, come testimonia il voto nelle ex regioni rosse. Già in passato le classi subalterne si illusero di trovar tutela nella trincea della nazionalità. Non finì bene”.

Non c’era da aspettarsi di meglio dagli incendiari candidati direttori fin dalla cuna, di una lettura storica in 280 battute, che esprime lo sprezzo schifiltoso per quella “frazione disgregata della società civile” che sfugge alla loro egemonia culturale e intellettuale.

A quelli come lui la rivolta piace se possono vestire i panni del dottor Zivago mica dei mugiki pezzenti e dei kulaki affamati, neanche dei gilet gialli,  perchè pensano di essere stati investiti dalla provvidenza, quella che ha distribuito in forma disuguale beni, privilegi a talenti, dandone a loro in misura molto maggiore, dell’incarico di guidare la massa informe, ignorante e rozza, di camminarle davanti, mai di fianco, fino a morire per essa, ma solo in cinemascope.

Il loro complesso di superiorità si compiace e si nutre dell’inferiorità delle “classi subalterne” che nel generale stravolgimento non sono più tali a meno che non vengano assimilate a esse tutti i nuovi disagiati, spesso acculturati e per questo ancora più incazzati, i poveri di ritorno, estromessi dalle geografie del benessere, e per questo ancora più incazzati, i piccoli imprenditori che non hanno potuto innovare proprio come quelli grandi che hanno investito nel casinò finanziario, ma che a differenza di loro non hanno trovato riparo in banche e casse di risparmio amiche, i laureati, insegnanti o professionisti, che non trovano collocazione se non nel precariato, che rinviano forzosamente l’ingresso nell’età adulta  e sopravvivono come i “vitelloni” alle spalle della famiglia, e per questo ancora più incazzati perché hanno scoperto che per lavorare bisogna pagare, in master, formazione, volontariato o obbedienza, se non si può  contare sulle opportunità dell’oligarchia e dei suoi usignoli, ben collocati nelle mangiatoie delle case editrici, dei giornali, delle tv dove per meriti dinastici vengo assunti i loro rampolli come si addice ai delfinari di lusso.

Lerner come la sua cerchia sa bene che la libertà di pensiero dipende dalla libertà materiale, gli vien bene di criminalizzare il popolo bue, zotico e profano e perciò condizionato e malleabile, perché così compie la sua missione, quella di ridurre il conflitto di classe sfruttatori contro sfruttati, al contenzioso tra un’oligarchia illuminata che merita prerogative, beni, appagamento di bisogni e aspirazioni e una massa proletarizzata  che sta  manifestando una confusa e sempre più diffusa repulsione verso ideologie e prassi delle élite, con l’auspicio  che questo rifiuto non maturi in direzione di un qualche progetto di alternativa di società e di Stato.

Sono quelli che hanno ritenuto superfluo contestare il disegno aberrante del Jobs Act, che tanto i robot segneranno la fine della fatica anche in Bangladesh – o finiranno qui i bengalesi – grazie alla globalizzazione, che poi, diciamolo, cucire scarpe può essere un gioco da bambini, sono quelli che dopo aver collaborato denunciano la trasformazione dell’aristocrazia operaia in sottoproletariato, in schiuma della società incollerita e incontrollabile,  quelli che aborriscono il corporativismo che vorrebbero ripristinare quelli di call center, i magazzinieri di Amazon, le commesse della Coop a termine, i precari, perché trattasi di un uso esclusivo concesso alle caste e agli ordini, quelli che adorano la poetica della Carta, salvo volerla stracciare come un kleenex usato con plebiscito referendario sollecitato da fuori, dove le costituzioni puzzano di socialismo, e  sono quelli che lanciano l’anatema contro il sovranismo nazionalista preferendo quello sovranazionale dei Trattati, e sono quelli che vogliono persuadere che il tracollo dello Stato, che hanno promosso, legittimi la guerra di conquista condotta dai privati per il possesso di territorio, beni, immobili,  risorse, anche quelle umane da muovere come eserciti dove il padrone vuole.

Sono quelli del restate umani, detto a noi però, sperando che così esercitiamo pietà, carità, mitezza e l’arte della rinuncia a diventare belve come loro.

 

 

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Macron chi molla

arton1680-resp2000.jpgVoglio dare un seguito al post di ieri perché l’aver denunciato le incongruenze nella versione ufficiale sull’attentato di Strasburgo, giunto come il cacio sui macaronì di Macron, mancava di una parte importante, ossia la descrizione dello stato comatoso del potere in Francia e della totale mancanza di verità e di onestà delle cronache diffuse dai media francesi e di conseguenza da quelli europei che ormai fanno propaganda padronale per mestiere e giornalismo per hobby, ma solo raramente e quando capita perché il lavoro vero impegna molto tempo.  La confusione è al massimo grado tra i valet de chambre dell’oligarchia perché non si rendono conto di come sia potuta divampare una protesta così generale quando si è governati da gente moderata, intelligente, né di destra, né di sinistra, insomma quando si vive nel migliore dei mondi possibili e al quale comunque non esiste alternativa.

Soprattutto perché adesso questi gilet gialli non se ne vanno a casa a godere della società dello spettacolo e del consumo, dopo aver ottenuto la cancellazione degli aumenti sui carburanti? L’unica soluzione al dilemma è che si tratti di una mattana mostruosa e ingiustificata il che spinge i menestrelli di regime a enfatizzare i pochi episodi di violenza più che altro difensiva da parte dei dimostranti e a cancellare invece i tantissimi e gravi episodi che si sono avuti dalla parte opposta. Tenendo conto che la polizia francese è l’unica ad utilizzare “granate dissuasive” che contengono 25 grammi di tritolo, quindi quasi armi da guerra. Solo l’uccisione di una signora ottantenne, colpita da un lacrimogeno ha avuto qualche eco perché proprio era difficile tenerla nascosta, ma in modo indegno mai nominando la polizia come se i candelotti scendessero dal cielo e raccontando che l’anziana è stata “toccata” da un lacrimogeno.  Tutto il resto della documentazione video fotografica gira esclusivamente in rete e una piccola parte la potete trovare qui. Insomma è come se le notizie si fossero completamente divise in due realtà parallele ma antitetiche. Immagini terribili come quella della vecchina china sul suo bastone e intenta ad asciugarsi il sangue che le cola dalla testa, che viene spruzzata in volto, a distanza ravvicinata, con lo spray al pepe da un gruppo di poliziotti, al pensionato preso a manganellate da quattro agenti di polizia in tenuta antisommossa, passando per i liceali rastrellati nel cortile di una scuola da un gruppo di poliziotti ben più numerosi di loro che gli scatenano contro i loro cani e li inondano di liquido urticante, per non parlare di quelli messi al muro e fatti inginocchiare.

Benché le richieste ad ampio raggio dei gilet gialli siano in qualche modo riportati dalla stampa e dalle televisioni, si continua a fare finta che la rivolta riguardi i prezzi dei carburanti e non nel fatto che mentre i ricchi vengono continuamente detassati, milioni di persone con stipendi e salari immiseriti si vedono sprofondare nella povertà, altri milioni vivono nella precarietà più assoluta mentre la scuola viene trasformata nel centro addestramento dei padroni. E ogni giorno che passa viene richiesto di fare più sforzi, più sacrifici, mentre Macron cancella le tasse sulle grandi fortune. E’ quasi naturale che le elites di comando  comincino ad impaurirsi vedendo che il lavaggio del cervello perpetrato per vent’anni, il vacuo stile di vita imposto al gregge, ha i suoi limiti e non capiscono come porre rimedio. Ma il declino di un ordine di potere si riconosce dalla stupefazione dei suoi preti: lo spettacolo non è solo sulle piazze, ma sulle facce degli speaker televisivi che esprimono la totale incomprensione di ciò che sta accadendo come se non avessero più alcuna capacità di comprensione e di analisi. Così fanno ricorso all’unica cosa che hanno sottomano, al sacchettino di retorica antiviolenza che viene buona in ogni occasione, anzi specialmente nelle cattive occasioni e per gli  usi più strumentali.

Chiaramente la galassia di potere è disposta a tutto pur di non farsi detronizzare e mettere in discussione il credo imposto in questi anni e tanto più vi è disposta quando si accorge che le forze di repressione sono ampiamente insufficienti a sedare la protesta, come ha dovuto ammettere il ministro dell’interno. Così hanno un disperato bisogno di spostare l’attenzione anche perché qualsiasi concessione, perfino l’elemosina già concessa, mette in crisi i deliranti criteri di bilancio della Ue, tutti costruiti proprio per ottenere il massacro sociale su scala continentale. Non ci si può dunque stupire di nulla nemmeno che il cinico bamboccio bancario dell’Eliseo faccia appello all’esercito e/o chieda ai servizi di fare qualcosa per toglierli le castagne dal fuoco.


I gilet gialli e la confusione europea

big_736041afd03c51284ab89f98f2bf1456Una delle definizioni basiche di intelligenza è quella che fa riferimento alla comprensione del contesto in cui si è immersi per poter agire dentro di esso in modo appropriato e sopravvivere o prosperare o cambiarlo. In queste tre possibilità ci sono in pratica tutte i diversi livelli e qualità di intelligenza perciò sarebbe interessante un test del QI ambientale per i dummies europeisti che chiedesse una risposta all’ultimo paradosso continentale: come mai a rallegrarsi maggiormente per la jacquerie dei Gilet gialli che attraversa la Francia e mette in crisi nera Macron il quale si trova anche ad affrontare dissidenze nelle forze armate (vedi nota) , siano proprio gli oligarchi della Germania allargata? Intanto perché i tumulti, scoppiati sull’onda di una protesta contro l’aumento delle accise sui carburanti, si è ben presto trasformata in una contestazione a tutto tondo dell’austerità Ue e si è allargata a richieste del tutto incompatibili con la permanenza nell’area euro – come d’altronde era prevedibile – così adesso non potrà che essere repressa con tutti i mezzi senza che le sue istanze trovino nemmeno un tavolo di discussione, nemmeno un talk show disposto ad abbandonare la condanna preventiva. Ma soprattutto perché spazza via la proposta macroniana di un riequilibrio di bilancio europeo che terrorizzava quei Paesi, Germania in testa, che hanno lucrato a man bassa sulla moneta unica e ora non vogliono concedere nulla. Intendiamoci quella dell’inquilino dell’Eliseo  era più che altro una posizione di facciata, gestita per ottenere maggiore flessibilità e rendere più graduale e radicale il massacro, ma non di meno si traduceva anche senza volerlo in una posizione nazionale che non piaceva affatto a Bruxelles e ai poteri finanziari.

Sono esattamente queste le ragioni per cui il ministro delle finanze olandese si compiace del fatto che Macron sia diventato “un topolino da elefante che era” perché così l’austerità non solo non sarà mitigata, ma verrà resa più stringente, senza dover rimetterci nemmeno un quattrino dal maltolto. Certo ci troviamo di fronte a un quacchero dell’economia di limitatissima intelligenza che ha difficoltà a comprendere come questo disegno stia tramontando, ma esprime il sentire comune dell’oligarchia europeista, la quale ancora una volta si trova di fronte allo svuotamento degli uomini sui quali aveva puntato e alla necessità di cambiarli. Tuttavia all’interno di questo mondo ormai si scontrano due tesi contrapposte: quella più stupida ancorché ancora maggioritaria di accanirsi senza pietà, alla maniera greca insomma, contro i reprobi in maniera da sedare qualsiasi dissidenza e si tratta della fazione che ha ordito la bastonatura del bilancio italiano. Costoro che potrebbero essere rappresentati da Friedrich Merz, uno dei probabili successori della Merkel,  badano esclusivamente al soldo e aborrono una frantumazione dell’area euro per motivi di lucro “Se l’euro falisce, siamo  noi quelli che ne soffriremo di piùAvremmo una  rivalutazione del 25%, non  deve  accadere”. Ecco il vero europeista privato dalla pelle retorica.

Poi ci sono i più intelligenti che invece stanno comprendendo che la partita è comunque persa, non solo perché si annuncia un nuovo periodo di  recessione europea, ma anche perché le dottrine austeritarie non si rivolgevano solo vero la periferia europea, ma anche contro i ceti popolari della Germania che sono stati egualmente sottoposti a precarizzazione, sottrazione di welfare e di diritti, a stagnazione salariale e a taglio delle pensioni. La dottrina dell’austerità dentro la quale è nata la moneta unica, non aveva nulla di economico, era un progetto politico neoliberista di spoliazione e di concentrazione dei profitti che si è tradotto in un clamoroso fallimento in un continente che non dispone di armi di ricatto globale. Il problema a questo punto è garantire la sopravvivenza delle elites che hanno creato il disastro e questa fazione trova una via ‘uscita proprio nella riduzione dell’area della moneta unica, in maniera da evitare qualunque riequilibrio che metta in pericolo la cosiddetta pace sociale ed eviti ogni contagio dall’esterno. In questo senso si guarda ad un’uscita morbida dalla moneta unica dell’Itala e di altri Paesi cercando di salvare all’interno la tesi di un successo dell’austerità messa in crisi dagli spendaccioni del sud. Per questo l’economista Heiner Flassbeck, fa questo invito indiretto:  “Se all’interno dell’Euro un paese è esposto alla speculazione esattamente come se nell’Euro non fosse mai entrato, che senso ha allora continuare a farne parte?”(qui l’articolo completo).  Insomma la confusione e l’ipocrisia si aggirano per l’Europa e chi non la vede temo sia confuso e/o  ipocrita a sua volta.

 

Nota L’ ex generale Didier Tauzin, ben noto alle cronache francesi per le vicende del Ruanda e con ambizioni politiche ha pubblicato una lettera aperta destinata a Gilet gialli:

“Vivo in un villaggio del Perigord che non fa eccezione alla desertificazione, all’impossibilità per i giovani di trovare lavoro, all’obbligo di prendere la macchina per una baguette, alla chiusura di servizi pubblici e alla rimozione inesorabile di servizi sanitari.

Contrariamente a ciò che il governo e alcuni media vorrebbe farci credere, “i gilet gialli” non sono estremisti pericolosi, sebbene possano esserci infiltrazioni di malintenzionati. Li conosco perché li incontro tutti i giorni, a differenza dei nostri governanti per i quali la miseria è solo una curva su un grafico. Sono francesi che non ce la fanno più, francesi  responsabili e laboriosi, proprio le persone che sono sdegnosamente etichettate “senza denti”, “analfabeti” ( da Macron ndr) e che sono abbandonati da coloro che dovrebbero essere al loro servizio. Sono francesi senza speranza ed è qui è il pericolo.  Divenire consapevoli di questo e intraprendere i giusti passi ora è una questione di sopravvivenza. 

Tuttavia scongiuro i “gilet ialli” di non commettere imprudenze o accettare provocazioni. Tutto può sfuggire di mano molto rapidamente e temo che il governo non farà nulla per calmare la situazione.  Mi sembra ovvio che questo movimento sia stato, all’inizio, totalmente spontaneo; oggi, se cresce con leader identificati, sarà facile infiltrarlo con piccoli gruppi che vogliono solo disordine e rottura. Ve lo ripeto: vi scongiuro di stare attenti, ogni scivolamento può essere fatale per screditare richieste legittime e condurre la Francia verso un punto di non ritorno. Alcuni non stanno aspettando altro. 

Non lasciatevi manipolare, state attenti alle infiltrazioni di qualsiasi tipo, siate calmi e cauti, non rispondete alle provocazioni e non lasciatevi sopraffare dalla situazione, perché la disperazione può portare a violenze che non risolvono nulla e darebbero solo dei pretesti ai vostri avversari. E chiedo la stessa cosa alle nostre forze dell’ordine: agite con onore!”

 


Cronache e profezie di una rovina annunciata

forum_6330Oggi lascio la parola ad altri e precisamente a Gian Carlo Scotuzzi, giornalista alla Mondadori e licenziato 10 anni fa per aver pubblicato sul giornale dell’azienda di Segrate, la Smondra, una lettera ( con risposta)  contro le pubblicazioni spazzatura destinate a drogare le giovani generazioni e contro l’allontanamento dell’editoria da qualsiasi etica. In quello stesso anno Scotuzzi diffonde sul blog nel frattempo creato, un’ intervista registrata in provincia di Brescia domenica 7 settembre e che narra la storia di un camionista di 52 anni, chiamato Camillo,  che narra le sue tristi vicende nell’Europa della corsa all’Est e della moneta unica. Il 2008 è un anno – crocevia perché Berlusconi stravince le elezioni, e contemporaneamente esplode la crisi economica che da il via al declino dell’Europa fondata sulla moneta unica, ma questa intervista mostra benissimo la simbiosi tra Eu, mercato, finanza ed economia di predazione, sia pure dall’angolo visuale di un uomo qualunque, di uno di noi e toglie qualsiasi alibi a chi pur dichiarandosi contro faceva finta di non aver capito in quale direzione si andasse e tuttora recita imperterrito, questa parte alludendo a impossibili cambiamenti. Ma toglie anche credibilità a qualsiasi anti berlusconismo fondato non sull’uguaglianza e i diritti, ma sullo stampino europeista, perché a parte questioni di immagine, di bon ton o di dialetto capitalista erano in radice la medesima cosa. Per questo e anche per il ruolo che la Lega di allora svolgeva in questo senso è utile tornare su certe cose. Buona lettura.

“Ho 52 anni e ho sempre fatto il camionista. Ho cominciato a 20 anni, alla guida di un piccolo camion, distribuendo bevande nella mia zona, che è una valle del Norditalia dove la Dc l’ha sempre fatta da padrona. Poi è arrivato Bossi, che ha cominciato a prendere più voti di quanti ne avessero mai raccolti i culibianchi [i democristiani, ndr]. Ma con la Lega le cose, come sto per raccontare, invece di migliorare sono peggiorate.

A 23 anni ho cominciato a guidare un Tir per conto di un padroncino della città. Trasportavo tondino di ferro. Sempre sovraccarico di 100-150 quintali. Vuol dire che per fermare il camion ti servono decine e decine di metri supplementari: se ti trovi un’auto o un ciclista o un pedone a una distanza inferiore è inutile che freni. Il camion non si ferma e maciulli tutto quanto. Ad alcuni miei colleghi è successo. Ma nessuno mi ha mai controllato. Eppure sarebbe bastato scortarmi sino a una pesa pubblica e lì avrebbero scoperto che il padrone mi mandava in giro con un sovraccarico che era un’arma: un imprevisto e demolisci tutto, lamiere e corpi. Un giorno ho detto al padrone:
– Capo, ma c’è bisogno di sovraccaricare il camion in questa maniera? – Sono obbligato, perché per vincere l’appalto con la ferriera ho dovuto abbassare le tariffe e se rispetto i limiti di carico devo fare più viaggi e non ci sto dentro. Se non te la senti di guidare sovraccarico prendo un altro al tuo posto.

Per fare tutti i viaggi che il nostro padrone si era impegnato a fare dovevamo ridurre i tempi di carico e scarico. Così il carico non veniva ancorato al pianale. Un guaio, quando trasporti materiale che può scivolare. Un giorno un collega e amico che trasportava billette [laminato per profilati, ndr] ha dovuto frenare di colpo per evitare un trattore uscito da un campo. Andava come un matto, perché un altro fattore di rischio era la velocità: per rispettare la tabella di marcia e fare tutti i viaggi comandati sei obbligato a superare i limiti di legge. Quando il mio amico ha visto il trattore si è subito reso conto che non aveva alcuna possibilità di fermarsi in tempo, appunto perché era sovraccarico e andava troppo forte. Ma ha frenato lo stesso, spingendo tutto il freno, un po’ per riflesso condizionato e un po’ per la paura di ammazzare il poverocristo alla guida del trattore. Quello del trattore, quando ha visto nello specchietto il Tir avvicinarsi a velocità folle, ha sterzato in un campo, ribaltandosi senza gravi danni. Ma la frenata ha fatto scivolare la montagna di billette sulla cabina. Il mio amico è morto maciullato. La moglie lo ha riconosciuto da una scarpa. «Gliele avevo comprate l’altr’ieri al mercato», ha detto. Il resto di suo marito era brandelli e poltiglia, «Marta, meglio che non vai a vedere», gli ha detto un pompiere che la conosceva.

Quando i tondinari han trasferito le loro ferriere nei Paesi dell’Est sono rimasto senza lavoro qualche mese. Finché mi ha assunto un padrone della Valle che lavorava per conto di una grande azienda del Torinese. Era di fatto un reparto staccato, con circa 200 dipendenti. Ma mica tutti della stessa impresa, bensì frazionati in tante piccole aziendine con meno di 15 dipendenti, in modo che i 200 dipendenti, che pure lavoravano quasi gomito a gomito ma sulla busta paga avevano il timbro di 14 aziende diverse, non godessero dei diritti sindacali dello Statuto dei lavoratori, che vale appunto nelle imprese con oltre 15 dipendenti. Così il padrone era libero di licenziare chiunque in ogni momento anche senza motivo.

Eppure nessuno protestava, nessuno aveva da ridire, pensavano che, in una Valle di fame come la nostra, fosse già tanta grazia avere un padrone e un lavoro di merda perché sono sempre meglio di nessun padrone.
Io, che stavo sul Tir dal lunedì al venerdì e spesso anche il sabato e persino la domenica se c’erano consegne urgenti, ero considerato un privilegiato. Salivo in cabina alle sei di mattina e smontavo alle sei di sera, con un’ora di fermo per il pranzo, che poi si è ridotta a venti minuti perché l’intensità del traffico ti costringeva a recuperare. Sempre più spesso mi capitava di smontare dopo le otto di sera.

Un paio di anni fa il padrone mi chiama, mi fa sedere, mi mette sotto il naso una lettera con l’intestazione di camion giallo e rosso e mi fa:
– Camillo, conosci Willi Betz?
– E chi è?
– È un tedesco furbo, che ha capito tutto e si è preparato per tempo a entrare in Europa…
In breve il padrone mi spiega che questo crucco ha messo su in un Paese dell’Est un’impresa di trasporti con centinaia di camion che, grazie appunto all’Unione Europea che ha buttato giù le frontiere, possono trasportare merci ovunque senza problemi, niente burocrazie né dazi né perdite di tempo. E al volante di tutti questi camion il crucco ci ha messo autisti assunti all’Est, dove le paghe sono un terzo delle nostre.
– Insomma, Camillo – viene al dunque il mio padrone – tu capisci che se vendo il mio Tir e faccio trasportare le mie merci da Betz risparmio un sacco di soldi, ecco, guarda qua – e martella col dito la lettera di Betz sulla scrivania – hai visto che tariffe? Calcolando i tuoi contributi e le spese del camion, tu mi costi il 60% in più di un autista di Betz…
– Capo, non vorrà mica ridurmi la paga del 60%, no?
– Nooo! Per chi mi hai preso? Per uno schiavista? Mi contento di una riduzione del 40%.
Mi è andato il sangue alla testa. Avrei voluto mollargli un cazzotto, al bastardo! Ma mi sono controllato. Mia moglie ha perso il posto nel laboratorio di confezioni molti anni fa, ho ancora un figlio che studia e l’altro che guadagna poco e ogni mese mi chiede una mano… Così ho accettato.
v Sei mesi fa il padrone mi convoca di nuovo. Con lui c’è un tipo moro, con i capelli che sembrano unti di gel, vestito male.
– Camillo – mi fa il padrone – questo è Vilic… il nome sarebbe un po’ complicato ma chiamiamolo Vilic. Viene dalla Polonia e per un po’ ti darà una mano.
Mi preoccupo. Ogni volta che il padrone mi annuncia una novità si rivela una fregatura.
– Vilic – continua il padrone – farà con te qualche viaggio, in modo da imparare la strada. Poi prenderà il tuo posto, ma tu non devi preoccuparti, perché passerai su un nuovo camion a fare consegne altrove, anche all’estero. Sai, quelli di Torino si stanno trasferendo all’Est e io ho bisogno di qualcuno di fiducia, come te, per le consegne nella loro nuova fabbrica, e tu avrai il tuo buon tornaconto.
La prospettiva di fare viaggi internazionali e star fuori tutta la settimana mi spaventa un po’, ma penso al guadagno: ho amici autisti che fanno la spola tra il Milanese e la Polonia e si portano a casa uno stipendio che è il doppio del mio. Mi metto in viaggio con Vilic al fianco. Si è portato dietro una sacca, da cui viene odore di cibo. Ha gli stessi abiti di quando l’ho incontrato la prima volta nell’ufficio del padrone e puzza un po’. Parla poco, in un italiano stentato. A ogni deviazione gli segnalo un riferimento che lo aiuti a ricordare. Ecco, vedi quella grande insegna? Attento, qui devi stare sulla sinistra e girare…
Lui indica col dito le insegne e i nomi delle località che attraversiamo e prende nota a biro su un quaderno.
Ci fermiamo a un autogrill. Lui dice che si è portato da mangiare. Cava dalla borsa un sacchetto di carta con chiazze oleose e comincia a mangiare specie di polpette con uno sgradevole odore di aglio.
Quando vado alla toilette lo trovo che beve dal rubinetto.
Così per una settimana, lui sempre più sporco e puzzolente, sempre a sgranocchiare polpette. Un giorno gli ho offerto il pranzo, ma ha rifiutato.
Ho pensato non avesse soldi e quindi si sentisse a disagio per non poter ricambiare. Così l’indomani mi sono inventato che il padrone aveva offerto il pranzo a entrambi. Ha divorato tutto come un affamato. Con la birra si è lasciato andare per la prima volta a qualche confidenza. Mi ha detto di avere moglie e una figlia, che però l’hanno lasciato. Mi ha detto che la notte dorme in una specie di ripostiglio che gli ha procurato il padrone e che, appena prende la paga, si trasferisce in un bilocale che un bottegaio del paese gli ha promesso in cambio di un anticipo. Mi ha confidato il suo salario: meno della metà del mio e senza contributi perché il padrone lo ha convinto ad aprire una partita Iva, insomma a mettersi in proprio! Guardo questo poverocristo dal nome complicato che non riusciamo a pronunciare e mi fa una pena immensa: eppure, secondo le statistiche, questo pezzente è un imprenditore, è una ditta individuale!

Un sabato sera che parlo di queste porcate padronali con mia moglie, lei mi fa:
– Camillo, secondo me il tuo padrone non può farti tutto questo! Ti ricordi il Bossi cos’ha detto quel giorno a Ponte? [Ponte di Legno, in Valcamonica, dove Bossi va spesso in vacanza, ndr] Che con l’Europa abbiamo tutto da guadagnare. Perché non vai a parlare della tua situazione all’onorevole Magrelli [nome alterato, ndr]?
Così vado dall’onorevole Magrelli, che conosco da molti anni, ci diamo del tu.
– Caro Magrelli – gli dico al termine di una riunione nella sede della Lega in Valle – ti pare giusto che mi riducano la paga del 40% e che assumano un rumeno a fare l’autista con la partita Iva dunque con una paga da fame?
– Caro Camillo, noi leghisti non abbiamo paura della libera concorrenza, perché il libero mercato porterà benessere a tutti.
– Se la libertà di mercato è la libertà di ridurre le paghe di noi italiani al livello di quelle degli schiavi dell’Est, l’Unione Europea è una colossale fregatura per i lavoratori! Ma spiegami un po’, onorevole, Bossi predica l’autonomia della Padania e non è capace neppure di difendere l’autonomia dell’Italia?
A questo punto Magrelli è corso a salutare un altro e non sono più riuscito a parlargli. Ogni volta che mi avvicinavo a lui e lo fissavo per richiamarlo alla nostra conversazione, lui mi ignorava, finché se n’è andato.

La settimana scorsa il padrone mi chiama di nuovo. Tiene lo sguardo basso e i lineamenti tirati. Mi invita con un cenno della mano a sedermi senza neanche guardarmi. Tira in lungo spostando fogli e leggendoli, come se io non ci fossi. Poi mi fa:
– Purtroppo le cose vanno male, dobbiamo tagliare i costi e tu sei un onere che non possiamo più permetterci… Da domani Vilic prende il tuo posto, ormai la strada l’ha imparata…
– Dunque io comincio a fare i viaggi all’estero su un altro camion?
– No, no… appunto, qui sta il problema, i torinesi han detto che alle consegne oltre frontiera ci pensano loro.
Non mi sono mai sentito tanto umiliato. Messo alla porta perché uno schiavo importato dalla Polonia costa molto meno di me, che pure avevo già rinunciato al 40% del salario.”

Abbiamo un quadro molto chiaro della situazione com’era allora e com’è oggi. Abbiamo la quasi ventennale preparazione alla distruzione dei diritti del lavoro dapprima attutata con forzature delle regole quasi mai sanzionate e infine divenute legge con il job act senza che vi sia stata una significativa resistenza perché le uniche grandi manifestazioni della cosiddetta sinistra sono state contro le cene eleganti del Cavaliere, quasi che la maleducazione e la pacchianeria fossero più importanti delle politica. Abbiamo l’incongrua e repentina apertura all’est sia per compiacere la Nato e dunque gli Usa, ma soprattutto sfruttata per far crollare i salari e non per migliorare le condizioni di vita degli uni e degli altri.  Abbiamo l’euro come strumento di ricatto e di prigionia dentro il panopticon neoliberista brusselese. Quello che non c’era allora era solo il ricatto sordido e palese che si è concretizzato contro la Grecia e adesso contro di noi.


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