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Il piccolo dittatore

Juncker-1132x670La caratteristica peculiare di Juncker come del resto di tutta l’eurocrazia è quella di saper coniugare in maniera impareggiabile  i cattivi sentimenti di dominio sociale e la noncuranza verso i cittadini con una insormontabile ottusità. Mi riferisco all’ultima uscita del Commissario che forse si dovrebbe chiamare Clouseau, nella quale tutto questo si condensa in una frasetta che è un multi lapsus freudiano perché da una parte rivela l’animus reale dell’oligarchia e dall’altra l’infimo livello dei suoi servitori e adepti. Dunque dice Juncker – Clouseau che “dobbiamo impedire all’Italia di rivendicare trattamenti speciali che, se rivendicati da tutti, significherebbero la fine dell’euro”.

Ora su questa produzione fonetico alcolica ci sarebbero molte cose da dire:

  1. Il fatto per esempio che sconti o flessibilità sono stati chiesti e ottenuti più volte da altri Paesi come la Francia e dall’Italia stessa, con l’unica differenza che essi sono stati elargiti in silenzio e/o sottobanco, a fronte di dichiarazioni di fedeltà eterna e di sottomissione, mentre questa volta l’atto di forza è esplicito e dunque insopportabile per gli oligarchi.
  2. Se qualche decimale di deficit può avere il potere di far crollare l’euro vuol dire che questa moneta è pura carta straccia tenuta insieme da interessi estranei rispetto a quelli dei cittadini e della democrazia per cui prima ce ne liberiamo meglio è. Non è un caso del resto che i saldi positivi di bilancio si riscontrino solo nei Paesi Ue che non hanno la moneta unica.
  3. Non si possono dire certe cose quando si sa che l’Italia è un contributore attivo della Ue, nel senso che ogni anno versa due miliardi in più di quanto non riceva: una cifra – faccio solo un esempio – che da sola avrebbe potuto permettere la ricostruzione integrale dopo i terremoti a cominciare d quello dell’Aquila o  di migliorare  scuola e sanità o metteteci voi quel che vi pare. Non si vede inoltre per quale motivo debbano ricevere più soldi i Paesi che hanno meno debito e viceversa, come invece accade in questa Unione dadaista.
  4. Nemmeno si possono dire certe cose quando la Ue brucia ogni anno 4 miliardi in stipendi, 10 miliardi in amministrazione e addirittura 9 miliardi in auto promozione: forse questo è un argomento collaterale rispetto alle regole dei trattati, ma rende comunque eticamente inammissibili certe uscite.
  5. Per quanto poi riguarda l’indebitamento, ritenere che esso sia dovuto a investitori e mercato e non alla Bce è una menzogna che grida vendetta, così come la vicenda dello spread in un Paese che ha una massa enorme di risparmi e non ha alcun debito privato commerciale, men che meno con le banche franco – tedesche.

Dunque le parole di Juncker hanno un significato solo alla luce di ciò che disse a suo tempo Varoufakis quando scoppiò la crisi greca:  “Non vogliono realmente indietro i loro soldi, vogliono solo schiacciarti”. Ovvero non possono permettere che le ricette neo liberiste, così come state reificate nei trattati, vengano contestate, anche quando si tratti di inezie, perché è troppo grande il pericolo che la gente scopra l’inganno che sta dietro l’imposizione di teorie e pratiche economiche funzionali a una società della disuguaglianza radicale. Il commissario vuole soltanto una punizione degli eretici, se ne frega altamente degli zero virgola qualcosa. Ma se fosse intelligente capirebbe che proprio questa è la strada che porterà alla dissoluzione sia del suo caro euro che dell’Europa a trazione tedesca, anzi a trazione Merkel – Bundesbank, perché per la verità anche i tedeschi se la passano piuttosto male visto che l’anno scorso oltre 32 milioni di lavoratori  la maggior parte dei quali con contratti a tempo pieno, hanno dovuto chiedere contributi all’assistenza sociale.

Insomma stanno giocando col fuoco, ma in ossequio alla loro natura vogliono reprimere la minima disubbidienza pensando che questo possa rimandare i tempi del redde rationem. Dal momento che non possono più essere amate vogliono essere temute. Ma questo non allontana la resa dei conti, anzi l’avvicina perché dopo un lungo periodo nel quale il sogno europeo è riuscito a a nascondere e a fare da schermo a un progetto reazionario, strappando comunque un consenso sufficiente al comando, è iniziato un  reflusso rapido a cui l’eurocrazia non può rispondere visto che ha esaurito il capitale di illusioni spendibili. Rimane da impegnare solo la paura, quelle delle botte da orbi o da ubriachi.

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Lo spettacolare fallimento dell’Europa

A section of an artwork attributed to street artist Banksy, depicting a workman chipping away at one of the 12 stars on the flag of the European Union, is seen on a wall in the ferry  port of DoverSe c’è qualcosa che può scrivere un degno epitaffio all’impotenza geopolitica e ideale dell’Europa è la vicenda delle sanzioni all’Iran, nella quale Bruxelles pur tra grida e maledizioni perché si tratta di commerci miliardari che coinvolgono migliaia di aziende e anche giganti come Total e Airbus, si è dovuta piegare alla volontà americana dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, che questo impietoso collage di 28 Paesi non favorisce la forza come era nelle illusioni, ma è invece fonte di estrema debolezza: il continente non conta ormai più nulla, è geopoliticamente assente, prende batoste dovunque, si è persino lasciato trascinare nella guerra siriana dalle assurde tentazioni neocoloniali e ora che Assad è uscito vincitore, non sa che pesci pigliare quando la stessa Israele riconosce che bisognerà trattare con Damasco. Ma invece di riconoscere gli errori, la provenienza dei propri guai e del bastone a cui si deve piegare, la cricca di Bruxelles, mediocre nei sogni come nella concretezza, trasferisce la propria impotente frustrazione sulla Russia in un grottesco crescendo di aggressive vacuità, di bugiarde narrazioni e argomentazioni patetiche che fanno di Putin la fonte di tutti mali. Con l’informazione dei padroni che fa a gara per non steccare nel coro e cercare di metterci del suo in questa mattana. Del resto anche da noi non sono mancate penose e allo stesso tempo vergognose espressioni di tutto questo.

Né si può dire come capita ai più ottusi, tra i quali rifulge Macron, che per rimediare a questa condizione di sudditanza, inazione e minorità occorre una maggiore integrazione, perché è proprio il modo con tale integrazione è stata cercata e messa in cantiere che ha determinato il fallimento al quale assistiamo: proseguire su questa strada significa di fatto sparire in un mondo che si è fatto improvvisamente incerto e agitato. Lasciamo stare per il momento che l’unione dell’Europa è stata fin dall’inizio un progetto sostenuto dagli Stati Uniti in funzione della guerra fredda, quindi un sogno deformato già sul nascere tanto che ancora oggi, anzi più che mai, la Ue è inseparabile sia ideologicamente che istituzionalmente dalla Nato, vale a dire dagli Usa per cui non può assolutamente difendersi né dai nemici, né – che è anche peggio – dagli amici. Il fatto è che l’unione ha completamente fallito il tentativo di affrancarsi da questa situazione tentando alla cieca un’unione monetaria che non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che erano stati immaginati:  era stato detto che l’euro avrebbe promosso la crescita, ma in realtà, dall’introduzione della moneta unica nel 1999, gli Stati Uniti hanno in gran parte soppiantato l’area dell’euro. Si era promesso che avrebbe protetto l’Europa da shock esterni, ma il crollo della produzione è stato altrettanto importante nel continente a seguito della crisi finanziaria del 2008. Soprattutto, era stato detto che l’euro avrebbe iniziato a sostituire il dollaro come strumento del commercio internazionale. Venti anni dopo, il dollaro continua ad essere la valuta del commercio globalizzato, mentre l’euro è quasi inesistente, soprattutto nel settore petrolifero. Anzi è proprio a causa di questo fallimento che gli Usa si possono permettere la tracotanza nel castigare gli affari europei con l’Iran che avvengono tutti in dollari, come è successo per la multa di 9 miliardi inflitta a BNP Paribas nel 2015. Del resto cosa si poteva sperare da una moneta unica calata in un’area con così grandi differenze tanto da finire per compromettere qualsiasi processo di integrazione reale e non semplicemente burocratica o nominale?

Però degli effetti letali ci sono stati e anche macroscopici: quelli di favorire la disuguaglianza e la caduta sociale con una moneta totalmente in mano ai poteri finanziari, di innescare una profonda divisione continentale tra un centro che si è via via avvantaggiato e una periferia nella quale la flessibilità monetaria di un tempo si è tradotta in precarietà del lavoro e caduta dei salari: insomma invece del riequilibrio che si immaginava si è avuta un acutizzazione delle differenze fra le varie aree. L’euro è servito solo alle elites per perfezionare la lotta di classe alla rovescia e trasformare le democrazie in un ensemble farraginoso e sempre più ostile a guida oligarchica , mentre le forze che dovevano e potevano opporsi sono apparse incapaci di uscire dal recinto delle favole e si sono abbandonate a un ridicolo infantilismo ideologico post moderno dimenticando come si fa politica nel mondo reale.

E’ troppo tardi per mettere mano a questo edificio fatiscente che va interamente riprogettato a partire dal basso, dai bisogni delle persone, dai diritti del lavoro, da stati che non siano solo incubatori di pensiero aziendalistico e riacquistino sovranità per garantire la cittadinanza e la partecipazione. Qualunque forza politica dotata di una visione che non sia semplicemente e volgarmente reazionaria o intrisa di poveri miraggi, in qualsiasi Paese dell’Unione ( vedi Aufstehen: la nuova sinistra tedesca si risveglia ) non può avere altra prospettiva che concordare una graduale e accorta demolizione di questa Europa allevata a  stelle e strisce per ricostruire una vera casa comune.


Facce e faccette

mark-zuckerberg-matteo-renzi-620x430Proprio non si può stare tranquilli e ogni giorno porta nuovi motivi di malumore e di rabbia. Questa volta sono le accuse rivolte a Facebook di aver venduto i dati sui propri utenti a società che li hanno utilizzati per condizionare le elezioni americane e addirittura la Brexit. E’ chiaro che essendo tramontato il Russiagate con il quale si volevano prendere due piccioni con una fava, le elites di potere devono cercare un colpevole che in qualche modo giustifichi il fatto che il voto sia andato in direzione contraria alla volontà delle oligarchie più forti. Una così pericolosa, ma anche cosi inimmaginabile nel loro universo vendicativo, che richiede qualche sacrificio umano o quanto meno di borsa.

Così si è preso ciò che Facebook e gli altri social fanno quotidianamente, ossia vendere i dati per la “pressione commerciale” sugli utenti, creare, condizionare e orientare in proprio o per conto di altri poteri le correnti di opinioni o monetizzare le espressioni individuali e lo si è trasformato in un atto di accusa solo perché l’operazione è andata contro le oligarchie costituite che invece pensavano ai social come una forma di controllo sociale gestite tutte a loro vantaggio. Insomma Zuckerberg non sarebbe colpevole per la vendita dei dati, quanto di essersi fatto fregare riguardo al loro uso e di averli dati in mano a persone che andavano contro gli ambienti che avevano a suo tempo favorito la nascita dei social visti come potenziali recinti sociali, piuttosto che come veicolo di contatto e di scambio.  Ma di una cosa si può essere assolutamente certi: i sussurri e le grida di questi giorni non cambieranno proprio nulla proprio perché non esiste più una forma di pensiero in grado di fare un salto dal piano del mercato e delle individualità atomizzate.

Già da tempo infatti alcuni dei personaggi che hanno messo a punto i social network sono diventati critici nei loro confronti: Chamath Palihapitiya, un tempo vicepresidente di Facebook “per l’aumento dell’utenza” ha espresso l’opinione che i media sociali stanno “facendo a pezzi il tessuto sociale del modo in cui la società funziona”; Sean Parker, primo presidente di Fb, ha avvertito che i media sociali “sfruttano una vulnerabilità della psicologia umana”, rendendo dipendenti i bambini e interferendo con la produttività; persino Justin Rosenstein, l’inventore del sistema di Gchat, precursore di Goole+ e soprattutto del  “mi piace” adeso deplora l’effetto delle sue trovate. Anzi un  gruppo di veterani dell’industria tecnologica hanno fondato il Cht, Center for Humane Tecnology, per rimediare ai disastri provocati. Purtroppo però questo complesso di sforzi e di buone volontà si arresta lungo la battigia del pensiero unico, limitandosi a proporre solo strumenti che in qualche modo diano maggiore consapevolezza d’uso agli individui, rendano i social più a misura d’uomo o addirittura favoriscano la presenza di aziende specializzate in aree come la meditazione  o che cerchino di offrire ” pace e prosperità per tutti”. Sembra insomma impossibile che si riesca ad uscire da questo cartone animato della Disney che alla fine ripete i mantra usurati del capitalismo, che affida ai singoli la responsabilità del coinvolgimento tecnologico, senza riflettere per un solo istante sul fatto che il problema è strutturale, e che le major dei social network sono agenti di un vasto sistema del capitalismo di controllo nel quale è ovvio, se non alla base stessa del business che  i dati degli utenti siano raccolti e venduti agli inserzionisti, alimentando un potere contro cui non c’è difesa individuale che tenga.

Insomma questi pentiti della tecnologia non sono molto diversi dai profeti della disconnessione, ovvero quel pungo di miliardari e multimilionari tipo Deepak Chopra e Arianna Huffington che consigliano di disconnettersi almeno per un ‘ora o due al giorno dal computer e telefonini, insomma dalla rete per rilassarsi, diventare più creativi e aumentare la produttività. Già la povertà e la rozzezza di un  linguaggio incapace di distaccarsi dai topoi più sfruttati e insensati della contemporaneità, la dice luinga sulla consistenza di queste posizioni che in realtà sono forse più reazionarie di quelle dei non pentiti, perché insistono solo su cambiamenti individuali e mai strutturali o istituzionali. Facebook o Google non sono soltanto il risultato di tecnologie via via accumulatesi, ma costituiscono un tutt’uno con un sistema economico e politico nel suo senso più ampio, al centro del quale esiste solo il profitto: sono le ruote di un ingranaggio nel quale la vendita dei dati è cosa buona e giusta.

Quindi queste scaramucce su Facebook sono tanto più irritanti quanto più vanno fuori dal vero bersaglio e si limitano a considerare vasi speciali: ma la politica non è ormai vendita di slogan e di facce, non sono un prodotto elaborato come se fosse un palinsesto televisivo? Se tutto è profitto, tutto può essere eticamente venduto.


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