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L’appello dei “semplici cittadini” milionari

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Bei tempi quando si insegnava ai rampolli delle dinastie di  imprenditori, banchieri, notai, proprietari terrieri, che il nome di uno di loro doveva comparire sul Corrierone solo due volte: alla nascita e alla morte. E che le loro nomenclature, coi titoli accademici o la carica nel CdA, era auspicabile apparissero solo in calce a compianti, partecipazioni al lutto e necrologi della cerchia, meglio se pubblicata tutti insieme, che così si spendeva meno e si faceva bella figura. Per via di quella parsimonia che perlopiù è strettamente intrecciata con l’avidità, perché favorisce accumulazione, nutre le rendite e alimenta i patrimoni, e che in anni recenti è stata denominata sobrietà, allo scopo di persuaderci che erano finiti i tempi della volgarità, delle copule in forma di cene eleganti, della dissipatezza e che tutti si dovevano uniformare ai nuovi morigerati costumi e ubbidire agli imperiosi comandi dell’austerità. Tutti proprio no, perché dietro le severe facciate dei palazzoni di Via del Vivaio, dentro le ovattate sale del Circolo degli Omenoni, allignava indisturbata la quieta certezza che per loro, come a Lubecca, come a Filadelfia, era sempre tempo di vacche grasse. Rese ancora meno vistose, ancora più silenziosamente redditizie grazie alla partecipazione tramite intermediari e manager senza scrupoli ma molto apprezzati da stampa e governi, ad azionariati, a cordate, a gruppi, a conglomerati che permettono di guadagnare senza faticare, senza produrre, senza inventare, senza rischiare, se non con il gioco d’azzardo del grande casinò finanziari.

Per carità, sui giornali i loro nomi cominciavano da qualche anno a comparire, ma sembrava ormai la necessaria, seppur fastidiosa dimostrazione di appartenenza alla “sfera degli affari”,  corollario inevitabile delle leggi imposte agli uomini di mondo per via dell’inclusione in quelle cricche  che combinano business e politica, dell’affiliazione a gruppi immobiliari, della sottoscrizione di patti per l’acquisizione in regime di favore di intere geografie da destinare a fortunose operazioni speculative, della generosa contribuzione in nero naturalmente a campagne elettorali non del tutto trasparenti.

Insomma la maggioranza silenziosa dei cumenda i paletot di cammello che urlavano – è che il silenzio era riservato solo agli interrogatori più stringenti – al passaggio delle manifestazioni: “andate a lavura’”.. e “qua l’è tuta una rivolussione!”, dopo secoli di apparente distanza dalla politica, che gli affari si facevano di nascosto, gli incontri si svolgevano a porte chiuse con quei distinti uomini grigi e riservati, gli amministratori e i tesorieri, avevano capito che era meglio intervenire, che i tempi erano maturi per occupare partiti e rappresentanze, a volte candidandosi, spesso sostenendo uomini di paglia, quasi sempre influenzando con media “dipendenti”, usando le associazioni e organismi di categoria e Confindustria, come tribuna per dichiarare favore o disappunto, quando i loro fantocci non facevano abbastanza per loro.

Beh adesso sappiamo che il fantoccio di Rignano si è mostrato leale, ubbidiente, zelante. E allora va aiutato anche con la spesa non proprio modica di un accorato e appassionato appello sul Corrierone, che riconfermi che è uomo loro, delle loro ultime generazioni, che oltre a finanzieri tesserati Pd alle Cayman, oltre a qualche norcino,  oltre a qualche imprenditore e manager in passerella alla Leopolda, c’è la “borghesia” del laborioso Nord a riporre fiducia in lui e nelle sue riforme. Perché garantiscono la fortuna dei collegi privati dei loro delfini non proprio brillanti, l’autorevolezza di università sfacciatamente dedite a sfornare ignoranti cosmopoliti capaci di dire sciocchezze bilingui, il reddito di cliniche e bisturi d’oro, le piramidi in vita e i tunnel di signori del cemento, almeno quando di assicurare la fine del lavoro, la cancellazione dei diritti, la distruzione dell’ambiente, la svendita dei beni comuni, la messa all’asta del nostro patrimonio d’arte.

Sono 209 i firmatari: il numero ce lo fornisce, pensate un po’, l’Unità che in preda a una delirante eccitazione li definisce spericolatamente “semplici cittadini” , o meglio «un gruppo di imprenditori, cittadini, piuttosto eterogenei per  formazione professionale e culturale, che dopo anni di governi di annunci e pochi fatti, vedono che le cose si muovono e vogliano che continuino a muoversi». La curva sud dell’elite economico-finanziaria del Nord, “tifa” per il premier,  gli riconosce i risultati raggiunti in particolare su quattro fronti:  quello del  “coraggio” per “la volontà di cambiare le cose”, quello della Buona Scuola che “finalmente utilizza la meritocrazia e rende ogni preside responsabile della scuola che deve dirigere”, quello della riforma del Senato, per rendere con la riforma “più efficiente l’attività parlamentare”. E  “emergenza” migranti, sul quale perfino gli irriducibili non trovano le parole per dirlo, limitandosi a attaccare “le vergognose e ipocrite proposte demagogiche dei partiti di opposizione…che mirano solo al consenso”.

Ciapa. Non le mandano mica a dire Roberta Furcolo, ex dirigente di Intesa San Paolo, moglie di Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca e Executive Board Member di Aon SpA, Chicco Testa, presidente tra l’altro di Sorgenia e Assoelettrica,  Guido Roberto Vitale (consulente finanziario e fondatore della Vitali&Co.),Giovanni Tamburi (ex banchiere d’affari e finanziere), Andrea Casalini (amministratore delegato di Eataly Net, società di e-commerce legata al gruppo dell’immancabile  Farinetti), Auro Palomba(esperto di comunicazione finanziaria e fondatore della società di “reputation” Community),  Paolo Cuccia (basterebbe il cognome, ma è anche presidente del Gambero Rosso holding con un passato in Capitalia, Eur, Citicorp, Bulgari, Abn Amro e Acea), Alberto Milla, fiorentino di nascita e già fondatore della banca Euromobiliare ai tempi di Carlo De Benedetti, di cui oggi è vicepresidente, ai vertici anche di Equita Sim, una delle società di intermediazione regine a Piazza Affari, Anna Cristina du Chene de Vere, presidente della finanziaria Ida e vicepresidente di Publitransport, Clarice Pecori Giraldi: fiorentina, nume tutelare in Italia della casa di aste Christie’s, incoraggiata dalla recente nomina di un altro “battitore” di lusso agli Uffizi, Federico Schlesinger,   top manager di Intesa Sanpaolo, Gerolamo Caccia Dominioni (ex amministrato delegato di Benetton) e Vannozza Guicciardini, autorevole membro del FAI, anche lei confortata dal precedente illustre della più celebre “cofana” al Mibac.

A guardarli si capisce che si tratta dell’elenco telefonico di fortunati possessori di ambizioni ed aspirazioni che un governo come questo – o una sua prossima fotocopia, grazie a una riforma il cui valore è stato sottovalutato dalle  Cheerleader del premier e che assicura la permanenza al potere di marionette del padronato internazionale, di incompetenti avidi e facilmente manovrabili, di pupi esposti a corruzione e manipolazione – sicuramente prima o poi appagherà, ai nostri danni, solo perché la lotteria li aveva giù premiati alla nascita o grazie a una indole, a un istinto allo sfruttamento, al cinismo, all’arroganza.

Ci resta solo una speranza, che l’appello si trasformi in necrologio del governo e dei suoi padrini, padroni e padri.

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