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Il vero appello per il Sì

gettyimages-530549124Un gruppo di intellettuali, associazioni e membri della società civile hanno firmato un appello per il Sì al referendum costituzionale che sembra venire come il cacio sulle maccheroniche polemiche che hanno visto in prima linea la ministra Boschi, sfociate persino in una singolare presa di posizione della taccanovista di governo sulla Resistenza. La singolarità del documento è che esso non è lungo e illeggibile come quelli muffosi della sinistra radicale, ma è intenso, rapido, conciso, ficcante. Anzi lasciatemi dire marinettiano nel quale le firme apposte non sono uno spento  corollario di appoggio, ma fanno parte integrante del testo, sono quasi un grido che non si perde in chiacchiere o in inutili argomentazioni che potrebbero rimettere in gioco le ideologie. Ecco il testo:

“Perché si deve votare Sì al referendum? Perché Sì”.

Sembra poco, ma è tanto, dice tutto. E poi le firme sono pesanti, parlano di tutto un mondo votato al cambiamento, alla dinamicità, al fare. Ne riportiamo qualcuna tanto per aiutare a comprendere meglio di cosa stiamo parlando e la vastità dello schieramento che appoggia le Tesi del documento .

Amici di Villa Triste, circolo storico dedicato all’attenta rivisitazione del Fascismo e della Resistenza; Gennaro O Animale docente di criminologia; Sergio Marchione, operaio alla Fiat di Pomigliano d’Arco;  Angelo Panesecco, politologo; Taccagna Fornero in Lacrima infermiera killer presso le Molinette; Federico Moccioso scrittore; Francesco Albergoni, portiere di notte, confidente di escort; Napoleone Litano di professione grande vecchio, presidente del think tank  Rimbambiti Irriducibili e Bugiardi; Giacomo Pignataro, magnifico rettore senza pubblicazioni conosciute, ma già insignito di prestigiosa denuncia per abuso d’ufficio; Calli della Loggia, editorialista;  Fondazione Acerbo per lo studio e la rivalutazione della legge elettorale che portò alla dittatura fascista; Lega corrotti e concussiClub Licio Gelli per il Sì; Associazione marò assassini in congedoMovimento Scemi per Boschi, a tutela dei raccoglitori di funghi velenosi; Asociaciòn agentes y collaboradores Cia en VenezuelaCollettivi Banca Etruria e Banca MarcheIndustria Confit (detta Confindustria); Collettivo proprietari di Lungarno TorrigianiAnche la Madonna dice Sì , emanazione dei Miracolati di Medjugorie; Sì, sei il nostro premier club della gilda Bocciati al Cepu; Comunione e ricettazione, circolo diocesano di Sesto San Giovanni.

Come si vede c’è molta carne al fuoco e si tratta solo di una piccola parte delle duemila firme che non tiene conto per esempio delle decine di sodalizi per i falò in Campania  o quello reverendissimo dei cardinali con attico, per non parlare degli operatori dell’informazione tra i quali si è mobilitata una folta serie di gruppi storici come  Figli di papà, Amanti impegnate, Tengo famiglia, Carriera e professionalità, ma anche la recentissima e fresca Blowjobs for the publisher. Insomma l’Italia più vera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La banda del nichelino

images (4)In fondo Marino potrebbe essere considerato un bambino prodigio: è già sindaco di Roma all’età mentale di 11 anni, come dimostra il continuo e infantile cambio di versioni sull’apertura del barattolo di marmellata e l’ostinazione  con cui il quasi e forse ex sindaco, persegue nel ricatto dimissioni sì, dimissioni no, al presumibile scopo di estorcere una poltrona di prestigio per il dopo Campidoglio. Ma quello che ha attratto la mia attenzione nell’ultima intervista rilasciata da bimbo Ignazio, è l’accenno alla misteriosa vendita per 38 milioni di euro di un tesoro che da tempo il Comune conservava gelosamente nel caveau di un istituto di vigilanza alla modica cifra di 20 mila euro al mese il che nel complesso fanno fino ad oggi oltre 300 mila euro.

Parlo di mistero non solo per la storia che ci sta dietro, non solo per il fatto che sul sito del Campidoglio si dà conto delle sei aste andate deserte e non della vendita, ma  proprio perché la faccenda puzza lontano un miglio: si tratta di alcuni rocchetti di filo di nichel al 99,98% di purezza e diametro di o,025 millimetri, del peso di 868 grammi  che  si può francamente dubitare che valga quella cifra o anche una consistente frazione di esso: fili dello stesso spessore, quasi sempre prodotti in Russia o in Canada e di purezza del 99,9 per cento sono venduti sui mercati a prezzi  intorno anche  ai 500 dollari per un chilo. Mettiamo che si tratti di una purezza inconsueta e certificata, ma qui il Comune ha moltiplicato  il costo di un metro di filo venduto al microdettaglio da una tale Alfa Aesar inglese, per tutti i metri in suo possesso, ricavandone un prezzo di vendita complessivo di circa 55 milioni teorici assolutamente inesistente scambiando una quotazione di mercato con un prezzo di vendita al minuto. Sarebbe come comprare una partita di 3000 prosciutti al prezzo di un etto di crudo in un negozio del centro.

Ma adesso Marino che peraltro non c’entra nulla con l’acquisizione del tesoretto e con le sue opache ragioni, ci ha detto che qualcuno, non si sa chi, né come, né quando, né perché, lo ha effettivamente comprato per 38 milioni. Sarà mica l’uzbeko a cui offre cene da 3000 mila euro e che versa milioni al comune senza scopo apparente? O meglio, sarà vero visto che ci troviamo di fronte a un tipico caso caso di mitomania bipolare? O ancora e forse più precisamente non sarà che qualcuno ha effettivamente comprato i rocchetti per quella cifra, ma contrattando ben altri compensi nascosti sotto l’acquisto? Per esempio qualche lottizzazione? O una corsia prefenziale per le future Olimpiadi della tangente?

Tutto è possibile, anzi diciamo pure che il peggio ha ormai una corsia riservata. Del resto già la storia del nichel ci narra di cose strane: tutto nasce nel 1977 quando la giunta Rutelli decise di espropriare un grande terreno agricolo a Tor Pagnotta (toponimo che più azzeccato non si può) per realizzare un deposito dell’Atac, ma l’immobiliare Cometa che deteneva il terreno fece ricorso chiedendo un risarcimento di 65 miliardi. In attesa degli sviluppi giudiziari il credito è stato ceduto da Cometa ad altri soggetti, in un giro vorticoso che si ferma a una società del finanziere rampante Giovanni Calabrò. E’ lui l’utilizzatore finale del credito ed è sempre a lui che il Campidoglio versa con insolita sollecitudine 36 milioni di euro di risarcimento, dopo la sentenza di primo grado favorevole al piccolo tycoon calabrese residente a Montecarlo, senza darsi pena di attendere l’appello. Il quale si conclude nel 2005 con un ribaltamento della sentenza: adesso è Calabrò che deve restituire i 36 milioni al Comune, ma essendo temporaneamente privo di “picci” offre in pegno del futuro pagamento i famosi rocchetti di nichel. Futuro pagamento che ovviamente non è mai arrivato e che adesso ha costretto il Comune a vendere il tesoretto il quale si ha ragione di credere che valga molto meno di quanto non fosse stato stimato o si dica.  Per convincersene basta andare su questa pagina dove lo stesso materiale, al medesimo grado di purezza ( la sigla è NP1 ) e nello stesso diametro viene venduto a prezzi molto variabili che possono anche scendere fino ai 65 mila euro per un chilo. Ma anche nei prezzi più alti è ben lontano dalle cifre che vengono dal Campidoglio.

Di certo non possiamo chiedere a Marino che saprà della vendita giusto per sentito dire e dal quale rischiamo di ascoltare  tre o quattro versioni diverse con profusione di scuse, pentimenti e giustificazioni per ognuna, secondo lo stile letterina di Natale che gli è consono. Anche l’infanzia ha i suoi drammi.

 


L’appello dei “semplici cittadini” milionari

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Bei tempi quando si insegnava ai rampolli delle dinastie di  imprenditori, banchieri, notai, proprietari terrieri, che il nome di uno di loro doveva comparire sul Corrierone solo due volte: alla nascita e alla morte. E che le loro nomenclature, coi titoli accademici o la carica nel CdA, era auspicabile apparissero solo in calce a compianti, partecipazioni al lutto e necrologi della cerchia, meglio se pubblicata tutti insieme, che così si spendeva meno e si faceva bella figura. Per via di quella parsimonia che perlopiù è strettamente intrecciata con l’avidità, perché favorisce accumulazione, nutre le rendite e alimenta i patrimoni, e che in anni recenti è stata denominata sobrietà, allo scopo di persuaderci che erano finiti i tempi della volgarità, delle copule in forma di cene eleganti, della dissipatezza e che tutti si dovevano uniformare ai nuovi morigerati costumi e ubbidire agli imperiosi comandi dell’austerità. Tutti proprio no, perché dietro le severe facciate dei palazzoni di Via del Vivaio, dentro le ovattate sale del Circolo degli Omenoni, allignava indisturbata la quieta certezza che per loro, come a Lubecca, come a Filadelfia, era sempre tempo di vacche grasse. Rese ancora meno vistose, ancora più silenziosamente redditizie grazie alla partecipazione tramite intermediari e manager senza scrupoli ma molto apprezzati da stampa e governi, ad azionariati, a cordate, a gruppi, a conglomerati che permettono di guadagnare senza faticare, senza produrre, senza inventare, senza rischiare, se non con il gioco d’azzardo del grande casinò finanziari.

Per carità, sui giornali i loro nomi cominciavano da qualche anno a comparire, ma sembrava ormai la necessaria, seppur fastidiosa dimostrazione di appartenenza alla “sfera degli affari”,  corollario inevitabile delle leggi imposte agli uomini di mondo per via dell’inclusione in quelle cricche  che combinano business e politica, dell’affiliazione a gruppi immobiliari, della sottoscrizione di patti per l’acquisizione in regime di favore di intere geografie da destinare a fortunose operazioni speculative, della generosa contribuzione in nero naturalmente a campagne elettorali non del tutto trasparenti.

Insomma la maggioranza silenziosa dei cumenda i paletot di cammello che urlavano – è che il silenzio era riservato solo agli interrogatori più stringenti – al passaggio delle manifestazioni: “andate a lavura’”.. e “qua l’è tuta una rivolussione!”, dopo secoli di apparente distanza dalla politica, che gli affari si facevano di nascosto, gli incontri si svolgevano a porte chiuse con quei distinti uomini grigi e riservati, gli amministratori e i tesorieri, avevano capito che era meglio intervenire, che i tempi erano maturi per occupare partiti e rappresentanze, a volte candidandosi, spesso sostenendo uomini di paglia, quasi sempre influenzando con media “dipendenti”, usando le associazioni e organismi di categoria e Confindustria, come tribuna per dichiarare favore o disappunto, quando i loro fantocci non facevano abbastanza per loro.

Beh adesso sappiamo che il fantoccio di Rignano si è mostrato leale, ubbidiente, zelante. E allora va aiutato anche con la spesa non proprio modica di un accorato e appassionato appello sul Corrierone, che riconfermi che è uomo loro, delle loro ultime generazioni, che oltre a finanzieri tesserati Pd alle Cayman, oltre a qualche norcino,  oltre a qualche imprenditore e manager in passerella alla Leopolda, c’è la “borghesia” del laborioso Nord a riporre fiducia in lui e nelle sue riforme. Perché garantiscono la fortuna dei collegi privati dei loro delfini non proprio brillanti, l’autorevolezza di università sfacciatamente dedite a sfornare ignoranti cosmopoliti capaci di dire sciocchezze bilingui, il reddito di cliniche e bisturi d’oro, le piramidi in vita e i tunnel di signori del cemento, almeno quando di assicurare la fine del lavoro, la cancellazione dei diritti, la distruzione dell’ambiente, la svendita dei beni comuni, la messa all’asta del nostro patrimonio d’arte.

Sono 209 i firmatari: il numero ce lo fornisce, pensate un po’, l’Unità che in preda a una delirante eccitazione li definisce spericolatamente “semplici cittadini” , o meglio «un gruppo di imprenditori, cittadini, piuttosto eterogenei per  formazione professionale e culturale, che dopo anni di governi di annunci e pochi fatti, vedono che le cose si muovono e vogliano che continuino a muoversi». La curva sud dell’elite economico-finanziaria del Nord, “tifa” per il premier,  gli riconosce i risultati raggiunti in particolare su quattro fronti:  quello del  “coraggio” per “la volontà di cambiare le cose”, quello della Buona Scuola che “finalmente utilizza la meritocrazia e rende ogni preside responsabile della scuola che deve dirigere”, quello della riforma del Senato, per rendere con la riforma “più efficiente l’attività parlamentare”. E  “emergenza” migranti, sul quale perfino gli irriducibili non trovano le parole per dirlo, limitandosi a attaccare “le vergognose e ipocrite proposte demagogiche dei partiti di opposizione…che mirano solo al consenso”.

Ciapa. Non le mandano mica a dire Roberta Furcolo, ex dirigente di Intesa San Paolo, moglie di Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca e Executive Board Member di Aon SpA, Chicco Testa, presidente tra l’altro di Sorgenia e Assoelettrica,  Guido Roberto Vitale (consulente finanziario e fondatore della Vitali&Co.),Giovanni Tamburi (ex banchiere d’affari e finanziere), Andrea Casalini (amministratore delegato di Eataly Net, società di e-commerce legata al gruppo dell’immancabile  Farinetti), Auro Palomba(esperto di comunicazione finanziaria e fondatore della società di “reputation” Community),  Paolo Cuccia (basterebbe il cognome, ma è anche presidente del Gambero Rosso holding con un passato in Capitalia, Eur, Citicorp, Bulgari, Abn Amro e Acea), Alberto Milla, fiorentino di nascita e già fondatore della banca Euromobiliare ai tempi di Carlo De Benedetti, di cui oggi è vicepresidente, ai vertici anche di Equita Sim, una delle società di intermediazione regine a Piazza Affari, Anna Cristina du Chene de Vere, presidente della finanziaria Ida e vicepresidente di Publitransport, Clarice Pecori Giraldi: fiorentina, nume tutelare in Italia della casa di aste Christie’s, incoraggiata dalla recente nomina di un altro “battitore” di lusso agli Uffizi, Federico Schlesinger,   top manager di Intesa Sanpaolo, Gerolamo Caccia Dominioni (ex amministrato delegato di Benetton) e Vannozza Guicciardini, autorevole membro del FAI, anche lei confortata dal precedente illustre della più celebre “cofana” al Mibac.

A guardarli si capisce che si tratta dell’elenco telefonico di fortunati possessori di ambizioni ed aspirazioni che un governo come questo – o una sua prossima fotocopia, grazie a una riforma il cui valore è stato sottovalutato dalle  Cheerleader del premier e che assicura la permanenza al potere di marionette del padronato internazionale, di incompetenti avidi e facilmente manovrabili, di pupi esposti a corruzione e manipolazione – sicuramente prima o poi appagherà, ai nostri danni, solo perché la lotteria li aveva giù premiati alla nascita o grazie a una indole, a un istinto allo sfruttamento, al cinismo, all’arroganza.

Ci resta solo una speranza, che l’appello si trasformi in necrologio del governo e dei suoi padrini, padroni e padri.


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