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Manifesta Malafede

usig 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una bella differenza tra intelligenze illuminate e profetiche e certe Cassandre che sfilano in questi giorni davanti ai microfoni e alle telecamere e le cui previsioni sono meno credibili del meteo, che si esercitano con l’unico scopo di seminare paure irrazionali che consolidino la loro indiscussa autorità sacerdotale.

E infatti c’è da star sicuri che chi è dotato di lungimiranza e vuole metterla al servizio della ragione e della coscienza, quando la sua preveggenza è confermata dalla cronaca e dalla storia non se ne compiace, al contrario soffre di aver avuto ragion, solitario tra i tanti che rinnegano e rimuovono il passato per il timore si stare anche occasionalmente dalla parte sbagliata o sul carro dei perdenti

E difatti si può essere certi che negli anni Gramsci si sarà dispiaciuto oltre che della fine che ha fatto il suo giornale, della sua facoltà divinatoria e della veridicità scientifica della sua diagnosi sulle affezioni genetiche della cerchia degli usignoli dell’imperatore, degli intellettuali che prima o poi si trovano a gorgheggiare per chi comanda e a reggergli lo strascico, pronti in un battibaleno a dimostrare con l’uso politico della cronaca e della storia di essere stati male interpretati, a smentirsi con burbanzosa eloquenza, sicuri che nessuno li contesterà  alla faccia della memoria da elefante di Google, poiché la loro perdita di credibilità coincide con l’eclissi della stampa libera.

Non l’avrà dunque stupito l’appello con tante firme in calce e aperto a altre adesioni pubblicato dal Manifesto, che appunto ha sostituito la  sua morta Unità in veste di house organ del Pd e in forma più dinamica e  estesa del liberismo progressista.  Il titolo, che calza perfettamente con la retorica bellica che si è imposta in questi mesi: Basta con gli agguati, risalta in testa a un’accorata disamina dell’accanimento esercitato ai danni del governo e della sua saggia guida, l’avvocato degli italiani Conte, da due fronti uniti, con tutta evidenza, da una furia iconoclasta e disfattista, la destra populista, off course, ma, peggio ancora, quello che con altre parole potremmo definire l’avventurismo di  quei (cito) “democratici “liberali”, i grandi paladini della democrazia e della Costituzione, i cui show disinvolti e permanenti non fanno proprio bene al paese, anzi lo danneggiano”.

A guardare ai nomi in ordine alfabetico tra i quali si registrano alcuni ritorni dei vecchi divi sul viale del tramonto dei firmaioli pazzi, sconcerterà i più avveduti la presenza di personalità che a suo tempo si sono schierate per il No al referendum che stravolgeva la Costituzione al fine di sancire in maniera definitiva un rafforzamento antidemocratico dell’Esecutivo.

Macchè, tutto dimenticato: il primato dell’emergenza, l’esigenza di adottare provvedimenti speciali, la improrogabilità di nominare soggetti dotati di poteri eccezionali magari esercitati da Londra, obbliga pensosi costituzionalisti, filosofi militanti, meditativi opinionisti a piegarsi agli imperativi della nuova bio-realpolitik, che da una parte impone di accettare restrizioni della libertà, accertate e ammesse anche da loro: “come quello alla libertà di movimento (limitazioni peraltro previste dall’art. 16 della Costituzione), e … il pieno esercizio del diritto al lavoro, all’istruzione, alla giustizia nei tribunali”,  convertiti entusiasticamente al bisogno di fare di necessità virtù, proprio come sollecitano a fare con l’obbedienza, diventata temperante qualità morale, per salvarsi la pelle dal contagio.

E dall’altra sollecita a abbandonare, temporaneamente si sa, certe convinzioni e soprattutto a gettare alle ortiche quella veste “deontologica” e quell’ indole, che dovrebbe appartenere all’autobiografia  degli intellettuali, alla critica, alla coltivazione del dubbio, alla pratica dell’interrogarsi e del fare domande e esigere risposte dal potere.

Così pur riconoscendo con una certa riluttanza che quello di Conte “non è il migliore dei possibili Governi”, gli attribuiscono la qualità politica e morale di un dicastero di “salute pubblica”, che ha operato  “con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni di enormi e inedite difficoltà, anche a causa di una precedente “normalità” che si è rivelata essere parte del problema”.

È sempre sorprendente e rivelatore come appena conquistata una cattedra, una rubrica sui giornaloni con annesse chiamate a presenziare argutamente nei talkshow, oppure la direzione di una collana in una casa editrice di qualche tycoon noto per i suoi andirivieni dal mondo di impresa alla Repubblica delle Banane, qualcuno sia subito abilitato a  conquistare una capacità straordinaria e sovrannaturale di estraniarsi dalla realtà.

E così non senta più l’obbligo di vedere le disuguaglianze, di denunciare le tremende iniquità, di farsi carico delle ingiustizie che hanno per anni condannato i poveracci a rinunciare a cure, assistenza, sicurezze e diritti.

Fenomeni dei quali questi celebrati teoreti e studiosi hanno improvvisamente contezza, non perché si siano presi la briga di districarsi tra statistiche farlocche e dati manipolati, ma perché quella normalità vergognosa di prima che è causa del problema, concorre a giustificare scelte insensate, repressione poliziesca, stato di eccezione, narrazione apocalittica in grado di generare l’assoggettamento volontario al catastrofismo e al regime del terrore.

Il fatto è che non stiamo parlando di poveracci: da che mondo è mondo la scrematura elitaria degli intellettuali era in grande percentuale espressione di ceti privilegiati, da figli di una borghesia acculturata, con qualche eccezione di formidabili personalità “venute su dal nulla”, che della loro origine hanno fatto l’arma per dare vigore e potenza alle loro vocazioni, al loro talento e alla loro lotta ai soprusi.

Ma, tanto per fare un esempio, una ministra ex bracciante che fa apostolato di sfruttamento anche tramite il caporalato di stato, sta a dimostrare che certe interazioni antropologiche e sociali non sono più possibili, che la visibilità, l’affermazione di sé, sono opportunità in regime di esclusiva di ceti privilegiati o che si ritengono tali per una malintesa superiorità culturale che non fa veder loro come certe prerogative siano già minacciate e in pericolo.

Per questa miopia i loro “pensatori” con le firma in calce, i difensori della libertà di parola, purché sia la loro,  hanno perso autorevolezza, vengono intesi come i soliti culialcaldo (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/28/culi-al-caldo-nella-tormenta/) risparmiati dai crucci della maggioranza di sfruttati, ridotti in stato di servitù con le torture dei mutui, delle bollette, della necessità di ricorre a fondi e assicurazioni per garantirsi il minimo della sopravvivenza, i precari, gli esodati, i cassintegrati e delle futura maggioranza dei profughi del virus, dei sopravvissuti licenziati, delle partite Iva, dei part time, dei call center,  che quando escono di casa possono trasferirsi direttamente sotto i ponti o sui cartoni nel parco, fatto salvo il doveroso distanziamento.

Pensate a cosa devono ricorrere per far sentire la loro voce, coperta dal berciare degli opinionisti della scienza: gli tocca, a queste inossidabili facce di tolla, puntare il dito accusatore contro la lobby “degli interessi e delle aspirazioni di coloro che vogliono sostituire questo governo e la maggioranza che faticosamente lo sostiene, per monopolizzare le cospicue risorse che saranno destinate alla ripresa”.

Scrivono spericolatamente proprio così, “le cospicue risorse”, intendendo la liquidità e i prestiti a strozzo del racket, intendendo le mance degli indigenti del covid passate da oltre 3 miliardi, a due, per essere ancora dimezzate. Intendendo le elemosine da restituire a breve a chi detiene la cassetta delle collette padronali quella che collettivizza le perdite e privatizza i profitti.

Si è proprio rovesciato il mondo: intellettuali che in nome della libertà di azione di chi sta in alto,  censurano l’opinione di chi sta in basso o altrove, gente che affolla le  piazze per sostenere un partito di maggioranza, intellettuali che firmano appelli per il governo, costituzionalisti che apprezzano le abiure e le abdicazioni alla carta, gente che  si sente nel giusto se rinuncia alla libertà e al libero arbitrio per salvarsi da una malattia non proprio conclamata e gente che deve sentirsi nel giusto se la sfida per salvarsi il magro salario.

No, mi sbaglio, è sempre andato alla rovescia.


Joker. I poveri sono matti

Joker.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per via di una antica idiosincrasia nei confronti dei fenomeni di moda, con l’aggiunta di un certo pregiudizio snobistico e radical chic che nutro verso i fumetti normali o supereroici, solo ieri mi sono inflitta la visione collettiva con la redazione di questo blog di Joker.

Neppure perdo tempo ad osservare che non esiste prodotto hollywoodiano che riesca a liberarsi dal peso dei complessi maturati nell’infanzia, che motivano e giustificano innocenze perdute, compresi i bombardamenti in varie geografie del mondo, nemmeno mi soffermo sul talento delle major di trasformare in merce patinata le valanghe di immondizia reale e virtuale che popolano le Gotham City occidentali di ieri e di oggi, dalle quali inizialmente veniva rimosso qualsiasi sprazzo di rosso che avrebbe potuto evocare pericolosamente il comunismo.

Cerco invece di spiegarmi il successo nostrano del povero pagliaccio  promosso a incarnazione di una   ribellione che esplode dopo una incubazione di anni e anni, frutto di umiliazioni, emarginazione, dileggio. Non deve stupire, autori e interpreti americani sanno il fatto loro e è per quello che si capisce da subito che l’unica forme di rivolta e ammutinamento all’ordine costituito è quella concessa ai matti, poveri ovviamente e quindi presto o tardi privati di quella alta forma di controllo sociale rappresentata dall’assunzione di grandi quantitativi di psicofarmaci, meglio se spostati anche per appartenenza dinastica a ceppi di bipolari mitomani, meglio ancora se ingannati da narrazioni riguardanti prestigiosi lignaggi che potrebbero restituirli al consorzio civile e, ovviamente, sano di mente.

Insomma la ribellione è sdoganata e autorizzata seppure solo in forma virtuale, epica o letteraria, unicamente se viene esercitata nelle sue forme eversive e violente dai residenti delle corti dei miracoli contemporanee, pazzi, nani, schizofreniche, magari usando le forme eufemistiche imposte dall’ideologia politicamente corretta: disturbati, diversamente alti, fan depresse di Virginia Woolf.

E difatti sia pure presa dalle atmosfere del film, dopo un po’ ho immaginato che si trattasse di un lungo e sapiente spot elettorale in favore delle Sardine con la maiuscola come scrive ormai la stampa ufficiale, inteso a mostrare in una profetica ostensione i rischi e i danni dell’osceno manifestarsi della rabbia degli ultimi, della violenza degli emarginati, della collera irrazionale degli ignoranti. E per rappresentare invece la bellezza del conformismo piccolo borghese, capace di elevarsi fino a far diventare i suoi eroi positivi sindaci e consiglieri regionali, della sua potenza trascinante in grado di coagulare masse e portarle in gita, ai corsi Erasmus, in master per acchiappacitrulli, in scampagnate con il valore aggiunto di raccogliere bottigliette di plastica, possibilmente cantando Bella Ciao il cui abuso ha ormai ha una forza simbolica di gran lunga inferiore  a Azzurro per non parlare del Ragazzo della Via Gluck che è troppo pure per Greta.

Ben contenti di non aver prodotto giù per li rami degli insani disadattati pronti  a andare a manifestare per la nazionalizzazione dell’Ilva, contro la Tav o il Mose o le Grandi Navi, contro la Nato e la sua occupazione militare del suolo italico, contro l’acquisto scapestrato degli F35, quella sì una forma evidente di follia irrazionale e suicida, proprio ieri due dignitari a vario titolo dell’impero hanno reso omaggio alla “contestazione” calda comoda e convenzionale, all’attivismo passivo e benpensante del movimento più fermo che si sia mai visto.

Così Concita De Gregorio ha sfoderato la faccia di tolla dei suoi insuccessi ai danni del giornale fondato da quel Gramsci, che l’Europarlamento depennerebbe dai testi di storia, per celebrare il valore più forte che ispira e intride la specie ittica più presente e festeggiata negli acquari di regime, quel chiamarsi fuori da ogni processo di pensiero e decisionale, per affidarsi in regime di totale delega ai “competenti”, facendo rimpiangere a tutti quelli che la domenica mattina andavano casa per casa a fare proselitismo per la lotta contro lo sfruttamento con l’Unità in mano, che non abbia fatto lo stesso, consegnando la direzione del giornale a qualcuno appena appena più capace di lei, e ci voleva poco.

Subito dopo, peggio mi sento, è sceso in campo – anzi sarebbe pronto a scendere in piazza –  Mario Monti cui il sindaco Wayne spiccia casa pensando a misure inique, sopraffazione sobria ma feroce, subalternità ottusa alle divinità di Gotham:  “Le guardo con molto interesse, queste sardine. – ha dichiarato in un talk show Rai – Mi sembra che stiano dando gambe e voce ad esigenze molto elementaridi una società che però nella politica italiana sono state abbastanza dimenticate, cioè che si ragioni e si parli delle cose in modo pacato, che chi governa se possibile non sia totalmente privo di competenze“. E ancora:  “Sono punti un po’ dimenticati, è un po’ paradossale che occorra andare nelle piazze per farli valere“.

Mi viene proprio da dargli ragione pensando a che lavoro straordinario hanno fatto lui, la sua cerchia, i suoi padroni e i suoi successori, se le piazze non si sono riempite in occasione della cessione di sovranità economica imposta dai cravattari, del salvataggio di banche criminali e dei loro managemet, della famigerata Legge Fornero, del Jobs Act, della Buona Scuola, della partecipazione a missioni “umanitarie” armate fino ai denti, delle misure di rifiuto e discriminazione degli ultimi, stranieri e non, tutte ancora implacabilmente in vigore malgrado l’auto defenestrazione del ministro che incarnerebbe il male oscuro della società.

I poveri sono matti, si diceva. Da quel brutto film si potrebbe allora tirar fuori la minaccia che spaventa di più Monte, De Gregorio, Salvini, Conte, Renzi, Zingaretti, le sardine arriviste e la “buona politica” del bon ton cui aspirano, Boschi e Bellanova, Meloni e Di Maio, quella che i poveri matti che sono sempre di più occupino le piazze, le strade e i palazzi di Gotham City che poi è la loro città.

 

 


Concita malconcia

LAPRESSE - SETTI - Presentazione della nuova veste de "L'Unitˆ"Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci vuole davvero un cuore di pietra come il mio per non esprimere sensi di solidale vicinanza per una eroina del nostro tempo, che denuncia la ferocia dei poteri forti.  Voi fascisti, mi potete anche sequestrare i conti correnti, mi potete impedire di pagare l’acqua e la luce ma non è così che avrete la mia testa e la mia voce, poveri illusi. Che ne sapete voi della libertà”, tuona  da Twitter, proprio come una licenziata della Pernigotti, proprio come una senzatetto del Laurentino, che non può più far fronte ai bisogni dei suoi passerotti nel nido, Erasmus o minicar, cui hanno tolto il Suv per andare a Capalbio a presentare l’ultimo libro di Ammanniti. O peggio come la proprietaria di una villa Ansedonia nel cui giardino l’architetto scriteriato  ha installato una piscina senza permesso, come un ministro nella cui dichiarazione dei redditi il commercialista ha omesso  di denunciare una opulenta proprietà, come un candidato sindaco e ex commissario di un grande evento la cui reputazione viene macchiata dall’intrallazzo di un amico che si è approfittato – a sua insaputa, è ovvio – della sua protezione.

Perché Concita De Gregorio  sarà costretta a pagare 5 milioni di euro in qualità di ex direttore responsabile de l’Unità  dal 2008 al 2011. Un periodo nel quale, racconta, ci sono arrivate ben 145 azioni legali per diffamazione nei miei confronti come direttore, il quale come noto è responsabile in solido con l’editore con l’autore di ogni articolo. Il totale di queste 145 azioni civili è corrisposto alla richiesta di 5 milioni di euro di risarcimento danni. Le varie persone che hanno intentato queste cause, nomi che posso fare dato che corrispondono ad atti pubblici, sono i vari Dell’Utri, Miccicché, La Russa, Taormina, Previti, Angelucci oltre a Paolo, Silvio e Piersilvio Berlusconi ed altri.

Da vera guerriera dunque, oggi si batte per la revisione di una legge arcaica e chiedendo una mobilitazione popolare  contro l’impunità per i reati e gli abusi ai danni della stampa, una lotta che conduce in nome dei giovani che si affacciano fiduciosi nel mondo dell’informazione.  Intento lodevole, anche se c’è da ritenere improbabile che aspiranti giornalisti, cronisti precari e freelance a 20 euro a pezzo possano aspirare a una carriera analoga alla sua se non appartengono a dinastie, figli di.. o orfani eccellenti cui la patria lo deve,  o a cerchie fidelizzate, o, meglio ancora a tutti e due, quelle stirpi che ieri avevano come testimonial Veltroni e oggi Calenda, pescati nel delfinario del privilegio per ricoprire ruoli e funzioni in veste di portatori d’acqua privata e utili idioti, promossi da praticanti a  direttori, da simpatizzante o pioniere a segretari di partito o ministri senza aver passato verifiche elettorali o pubblici esami, salvo quello – perlopiù da raccomandati speciali – per l’ingresso trionfale nella corporazione e che esigerebbe, tanto per fare un esempio delle attribuzioni e degli obblighi di un responsabile.

Eh sì, perché i reati in capo alla De Gregorio sono quelli legati alla sua funzione di sorveglianza a controllo sulla veridicità di quello che scrivevano i subalterni in una fase nella quale l’opposizione e la sua stampa svolgevano un ruolo critico particolarmente impegnato nella diffusione di retroscena pruriginosi, di intercettazioni piccanti, di rivelazioni guidate e telecomandate su usi e costumi degli arcana imperii, spesso suggerite ad arte non solo da traditori e spioni, ma a volte perfino dagli stessi interessati in vena di mostrare il loro lato debole, o di esibire l’altra faccia del potere, quello delle vittime, delle ricattate e degli intimiditi che non ne possono più e alzano la testa.

Si preparava la marea sdegnata del senononoraquando, della gogna per il puttaniere più deplorevole del golpista, del corruttore di aspiranti veline più che di deputati e giornalisti, del tycoon spregiudicato più che del fraudolento istigatore e esecutore di attentati alla democrazia. Quindi oggi dopo una serie di vertenze giudiziarie che l’hanno vista perlopiù perdente, salvo, pare,  8, la condottiera della libera stampa si vede pendere sul capo la pena dei risarcimenti milionari che possono essere richiesti a un direttore che, lo afferma lei, guadagna 2000 euro al mese e non per articoli a sua firma. E non potrebbe che essere così e non solo perché questo stabilisce la legge, ma anche perché vedemmo la fiera contestatrice del Cavaliere esibirsi in faccia a faccia in autorevoli talk show, mostrare la sua indulgente e sensibile indole muliebre, compassionevole delle inclinazioni patologiche di un uomo potente ma solo con il suon priapismo, consigliandoli pratiche umanitarie e solidaristiche che lo distogliessero da quelle sue esecrande abitudini.

Adesso va a capire chi sono i fascisti contro i quali si scaglia inviperita.

Se la pietra dello scandalo sono i giudici che interpretano restrittivamente se non addirittura arbitrariamente delle leggi antiquate e oggi inadeguate più che mai a accogliere la sfida dei nuovi modi di fare informazione, quando il rispetto della privacy è aleatorio, quando chi detiene tribune e scranni altolocati può lanciare anatemi e esigere riparazioni e perfino vendetta a differenza dell’uomo qualunque, quando modesti blogger vengono costretti a smentite o a subire censure se tratta da fascista un fascista fiero e dichiarato, mentre ogni giorno a chi detiene poteri è concesso l’uso di bugie e falsificazioni autorizzate come necessario corredo della comunicazione politica.

Se lo è una dirigenza di partito (quella stessa del  Patto del Nazareno)che ha condotto a morte sicura e nemmeno tanto lenta il suo organo ufficiale, fondato da Antonio Gramsci, come atto finale del suo processo di abiura e oblio del mandato di rappresentanza di sfruttati e diseredati, che l’aveva scelta non malgrado fosse una donna, ma proprio in ragione di ciò, per strizzare l’occhio a pubblici di opinione e elettorali, interessato a far valere le ragioni di un ceto salottiero e alto borghese come target di preferenza da formare e affezionare alla causa dell’azienda, quando invece indifferente all’obbligo di ragguagliare, far sapere, ascoltare e dare voce, talmente dimenticato che proprio in quegli anni lo slogan dei giornalisti che si battevano contro le prevaricazioni e le censure rivendicava appunto il diritto e non il dovere di informare. Talmente rimosso da aver contribuito alla creazione di Raiset, quel mostro che ha integrato comunicazione, spettacolo, pedagogia e intrattenimento, insieme a dirigenza, ideologia di riferimento, creativi, star omologati e scambiati all’interno di un circuito commerciale.

Se lo sono i fantasmi di una proprietà fantasmatica che si è “data”, scomparendo nel gioco di scatole cinesi che ha condotto alle ultime comiche vicende del quotidiano, passato da organo del Pci a oggetto del desiderio e della rivincita morale di Lele Mora, e sfuggendo agli obblighi della  legge 47 del 1948 sulla stampa, che stabilisce che in caso di richiesta danni per diffamazione il giornalista, il direttore e l’editore sono responsabili “in solido” per il risarcimento del danno causato, cioè tutti e tre insieme, sicché  ognuno dei tre deve pagare una specifica parte del danno (un terzo a testa, se non specificate diverse percentuali). Sottraendosi così alla regole tacita ma generalizzata che obbliga gli editori a offrire ampie protezioni ai loro giornalisti più esposti, mettendo da parte fondi e risorse per pagare le loro spese legali, per difenderli in tribunale e per  risarcire coloro che dovessero vincere le cause di diffamazione.

Certo deve essere stata un’amara rivelazione scoprire che anche lei, perfino lei, è soggetta a leggi – anche quelle non da personam, che possono essere ingiuste o applicate come teoremi, che anche lei, perfino lei, può essere vittima di quei teoremi se a torto ha sottovalutato il peso e gli oneri di responsabilità pagati profumatamente e portatori di visibilità e onori,  se anche lei, perfino lei, prova sulla pelle, quella del portafogli, il tallone di ferro dei padroni, proprio come qualsiasi lavoratore soprattutto dopo le riforme volute dal suo partito e come un altro direttore rimosso in questi giorni che avrebbe bisogno dell’articolo 18, se anche lei, perfino lei, è stata costretta ad accorgersi che se si scrivono falsità per una buona causa la causa si perde perchè si è commesso un reato, almeno quello di arrogante cretineria.

 

 


L’Unità e i punitori di se stessi

img_50141_80859-300x205L’ Unità, il giornale che continuando a dichiararsi fondato da Gramsci, costituisce un quotidiano tradimento di storie, speranze, idee, è di nuovo in gravissima crisi e si profilano licenziamenti collettivi senza nemmeno il piccolo paracadute degli ammortizzatori sociali: la riesumazione della gloriosa testata per farla diventare l’house organ del renzismo più integrale tanto da essere spesso più realista del re, è stata un completo fallimento e persino la direzione formale affidata in extremis a Staino, utilizzato come marchio  per rilucidare una vernicetta di sinistra spruzzata su una sostanza reazionaria, non ha allungato di molto la vita a un progetto radicalmente sbagliato se non truffaldino che allineandosi senza imbarazzo al ballismo nostrano e al pensiero unico globale, ha intercettato solo il disprezzo dei suoi vecchi lettori senza tuttavia pescarne di nuovi tra l’analfabetismo rampante dei fan del guappo rignanese.

Già l’anno scorso le vendite erano crollate a 8000 al giorno il che, trattandosi del foglio di riferimento del maggior partito del Paese e non di un giornale locale o di opinione, significa che le copie normalmente acquistate in edicola e non destinate alle “mazzette” dei politici di ogni ordine e grado erano giunte a livello amatoriale e con enormi spese di distribuzione vista la natura nazionale del quotidiano.  Del resto l’impossibilità di trovare in Italia un editore non dico di sinistra, ma almeno non sull’attenti alla presenza del potere, né un editore intelligente,  né un editore scollegato da soffocanti interessi politicanti e probabilmente nemmeno un numero di lettori sufficientemente evoluti, ha reso pressoché  impossibile trovare una formula di respiro che salvasse al tempo stesso la storica testata e la sua dignità. Ma tra questo e la soluzione di far comprare l’80 per cento del giornale al gruppo Pessina implicato in tutti i grandi appalti pubblici  e noto habitué dei conti coperti all’estero, ( vedi Vaduz, affaire Dolfuss, lista Falciani, furbetti di San Marino, citazioni nelle vicende dell’Expo)  significa fondare il tutto su un possibile terreno di scambio molto opaco. Bagatelle per Renzi, il Pd e un Paese ormai insensibile ad ogni cortocircuito.

Nella mia vita ho vissuto almeno tre o quattro volte situazioni comparabili, quindi conosco lo stato d’animo delle assemblee permanenti di redazione, l’arrivo dei politici in forma di avvoltoi, la tracotanza ipocrita degli editori, la paura angosciosa della roulette fra sacrificati e salvati, il dramma della disoccupazione incombente e la prospettiva di dover ricominciare il giro delle sette chiese per ritrovare un lavoro a salario invariabilmente più modesto, quindi evito di invocare la legge del contrappasso per colleghi cui auguro di superare il momentaccio anche se hanno assecondato ancor più di altre testate della destra tradizionale lo scasso delle tutele del lavoro e si sono resi disponibili ad ogni operazione, ad ogni opacità dei numeri per esaltare il job act e bruciare l’articolo 18 sulla pubblica piazza. Tuttavia non posso trattenermi dall’indicare questa vicenda come apologo contemporaneo perché qui si ha la dimostrazione emblematica di come il “sistema” neo liberista e oligarchico finisca per travolgere anche gran parte di quelli che lo appoggiano o che pensano di avere il culo al caldo o che addirittura si illudono di essere in qualche modo avvantaggiati dalla messa in mora dei diritti di tutti in cambio di benevolenze, regalie, rendite ad personam o ad categoriam . Certo in questo caso si tratta di un ambito particolare con logiche tutte proprie, ma il concetto generale riguarda un vastissimo ceto che va dal settore pubblico, facilmente ricattabile e clientelabile al lavoro autonomo, alla piccola se non minima imprenditoria che ancora vive mentalmente gli anni ’80 e solo da poco sta accorgendosi di essere sotto progressivo attacco.

Insomma non basta stare dalla parte dei vincitori, secondarne i piani o giustificarli o propagandarli per evitare il destino di essere tra le vittime.  Molto spesso di finisce per essere heautantimorumenos, ovvero punitori di se stessi.

 

 

 


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