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Minestra di cavoli neri

Saia mussI critici della gastronomia politica, del calibro di Monti e della Pascale, mai satolli di sparare sciocchezze vuoi accademiche vuoi di trucco e parrucco , assicuravano  che il nuovo ristorante Sardine apertosi in zona Leopolda serviva ricette gourmet, ancorché così segrete da non poter essere messe in menù  e invece, come spesso accade, ci troviamo di fronte a piatti di recupero, a un immangiabile minestrone, messo assieme con tutti gli scarti di cucina, compresi quelli andati a andati a male: dentro le sardine confluiscono mano a mano prima le madamine Si Tav, transitate attraverso Giovanna Giordano Peretti, la tenutaria del renzismo a Torino e infine persino Casa Pound e i suoi picchiatori sul cui antifascismo e anti sovranismo c’è da giurare. Non c’è da meravigliarsi: fin dal primo istante agi occhi di chi non è ancora disposto a bersi qualsiasi sciocchezza, il sardinismo è apparso  come un fenomeno di pressione e confusione politica teleguidato dai poteri che tengono nelle grinfie il Paese:  tutto, a cominciare dal più noto propalatore ittico, guarda caso un lobbista del petrolio e delle trivelle, passando per le non credibili modalità di mobilitazione e finendo con la furbesca esiguità degli intenti,  ne denunciava l’origine. Ma ora, dopo queste confluenze che ne sottolineano  l’assurdità e l’insincerità politica, si può andare oltre e dire  che si tratta di un’azione pura azione di marketing politico. Infatti non sono Casa Pound e i Si Tav a travestirsi da sardine, ma sono queste ad essere travestire da movimento politico.

Dopo la caduta del governo a doppia trazione  Cinque Stelle – Lega e il passaggio dei primi a un’alleanza col peggior nemico di sempre ovvero col Pd, il movimento fondato e sfondato da Grillo, si è di fatto dissolto, gassificato e come una stella alla fine della sua vita e ha cominciato a perdere i suoi strati esterni, la parte più qualunquista, ma proprio per questo più portata a sentirsi orfana e disposta ad accettare qualsiasi caramella pur di tornare in piazza, di essere nuovamente protagonista di qualcosa e di non dover meditare sui motivi si un fallimento. Si sa che a una delusione segue un periodo di intensa ricerca di un partner, sia pure il più improbabile e il marketing politico lavora su queste reazioni automatiche, non certo su idee e prospettive. Insomma c’erano le tutte  le premesse e lo spazio perché un nucleo accortamente mobilitato dal sistema non si arenasse subito, sulla propria nullità e non innescasse una specie di reazione controllata grazie al carburante disponibile. Questo effetto naturalmente poteva essere possibile solo a patto di nascondere l’origine e di avere un’assoluta assenza di contenuti, per raccogliere gente da ogni parte e allo stesso tempo dedicarsi interamente a un  “nemico”  che poteva venire buono sia per i delusi dei Cinque stelle che per l’elettore piddino infarcito di nominalismo politici. La presunta mobilitazione in rete era un’esca per i primi, che potevano rammemorare gli antichi fasti, e un alibi per i secondi che possono così essere non schegge del potere parassitario, ma ggente tra ggente.

Questo ci dice come sia facile agli asset attuali del potere, forti dell’informazione e della comunicazione, mettere in piedi movimenti completamente artificiali e senza alcuna direzione, buoni solo come pratica di sfogo e come massa di manovra di emergenza. Del resto le parole del sardone che capeggia il banco di questi pesci, il trivellatore Santori, esprime alla perfezione il suo concetto di democrazia e di politica quando dice “Politica con la P maiuscola significa delegare a qualcuno che è competente.” Juncker non avrebbe saputo dire di meglio, tanto è stupida questa idea che fa in sostanza della politica un problema di obbedienza alle elites. Verrebbe da chiedersi di cosa è esperto Santori per ricevere qualche investitura. Ma una cosa è certa: chi è così stupido, così rozzo da voler delegare qualcosa a un servo ottuso del genere?


Da Marx ai Simpson

simpson-votoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio che il comportamento sociale più in uso sia il paradosso.

Sta ottenendo un gran successo di popolo un fermento post malpancista che si agita nelle forme più primitive del moto di piazza e che ha come unico slogan l’antipopulismo,   incarnato da un buzzurro che così sarà promosso come desidera a autorevole antagonista, quando basterebbe non dargli corda, non intervistarlo, non votarlo e occuparsi dei suoi successori che stanno con ampio consenso eseguendo scrupolosamente tutto quello che aveva avviato in sintonia coi predecessori: grandi opere, patti con la Libia, decreti sicurezza, misure contro l’immigrazione ma al tempo stesso accettazione dei comandi padronali, che esigono che si metta a disposizione un esercito di riserva umiliato e ricattato in grado di imporre anche agli italiani l’abbassamento degli standard di sicurezza, remunerazioni, diritti.

Ah, e che dire dell’antisovranismo, che altro non è che la celebrazione, davanti a tutti gli altari della politica e dell’economia, dell’atto di fede all’Europa, come entità “sovranazionale”  incontrastabile, come dominio superiore e autoreferenziale dotatosi di pieni poteri per imporre agli Stati membri la rinuncia  a autorità e facoltà, con l’intento esplicito di ridurre la democrazia e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e dei parlamenti e dei governi nazionali ridotti all’impotenza per quanto riguarda le scelte che incidono sul bilancio pubblico e  sulle politiche economiche e sociali.

Per non parlare poi del mantra sulla fine, anzi sul felice, moderno ed efficiente superamento dei concetti di destra e sinistra, in modo da seppellire uno sotto il peso combinato del suo istinto suicida e del primato del realismo “progressista”, e dal mantenere vivo e vegeto l’altro per favorire l’assoggettamento dell’opinione pubblica alla egemonia del mercato, le cui leggi sono diventate incontrovertibili quanto quelle naturali.

O dell’antifascismo che ormai piace a destra al centro e a sinistra, che alterna Bella Ciao e Come è profondo il mare, sono solo canzonette, no?, a confermare il suo carattere di etichetta sui prodotti della comunicazione politica, avendo dismesso  ogni finalità antisistema e avendo limitato l’interpretazione storica e morale della resistenza alla diluizione dell’olio di ricino nella CocaCola ben più accettabile, alla liberazione da nazisti e gerarchi, federali e notabili, che tutti gli altri dei ceti meno appariscenti sono stati esonerati da colpe e responsabilità che sono sopravvissute fiorenti dopo il 25 aprile, insieme alla corruzione, alla infiltrazione mafiosa, alla speculazione, ai potentati bancari, all’occupazione da parte dei salvatori, al tallone di ferro padronale che si è permesso che si rafforzasse grazie proprio all’impegno dei riformisti di oggi.

Ma il paradosso più vergognoso è quello che permette a chi,  in occasioni speciali, giornate della memoria, 2 giugno, 8 marzo, tra un po’ anche festa del papà e Halloween, celebrazioni in fase preelettorale per condannare al pubblico ludibrio i fasci e le destre, comprese le maggioranze silenziose che in questi giorni pare abbiano trovato nuovo giovanile impeto, si richiama ad antiche stelle polari della sinistra (purchè accoppiata con redentivo centro) e sfodera la tradizionale vicinanza alle masse (purchè non populiste). Gli intellettuali organici che di più non si può hanno abbandonato le aspettative messianiche sulla funzione salvifica del ceto operaio, in modo da recedere da ogni proposito di lotta di classe, preferendo movimenti più eleganti, acculturati e in favore dell’establishment imperiale, aderendo alla necessità senza alternativa dell’economia di mercato e improduttiva, appagandosi della visibilità offerta da rivendicazioni di target che offrono visibilità mediatica.

Non è un fenomeno nuovo: nel giugno del 1848 e durante la Comune di Parigi, sinistra repubblicana e borghese faceva sparare sul popolo, in Italia durante tutto il XIX secolo le èlite acculturate e progressiste guardavano con sospetto al movimento cooperativo e mutualistico. Più recentemente i partiti che avevano introiettato la speranza rivelatasi utopistica, di realizzare delle riforme strutturali, hanno dichiarato ufficialmente la pace col capitalismo, l’accettazione dei suoi modi di scambio e produzione, la ragionevole approvazione dell’austerità. Perfino gente dal passato più credibile di Renzi, Veltroni, Zingaretti, e ci vuol poco, ha proposto al posto del socialismo, dichiarato morto come sistema dottrinale e sociale,  il modello del capitalismo temperato, che vive e vince sempre come potenza insostituibile.

Con arnesi simili chi parla del popolo è condannato all’espulsione dalla storia, preferendo i target di consumatori ed elettori, in gran parte, questi ultimi, oggetto di critiche che fanno auspicare forme di selezione, per blindare e sottrarre al voto argomenti e scelte, alla riprovazione in quanto adulatore dei bassi istinti, o pazzo pericoloso perché come Cameron o come in Grecia si rende colpevole di interrogare la plebe sul suo destino.

Così il popolo, brutto, sporco e cattivo, è quello di Trump, di Salvini, di Orban, dei lavoratori che non accettano le inesorabili ristrutturazioni e delocalizzazioni, dopo aver voluto e preteso troppo, di quelli che non si arrendono a dover scegliere tra posto e cancro, nemmeno quelli che pensano a differenza di Landini, che  non si deve permettere l’illegalità ai padroni in cambio del salario e dei veleni, dell’umiliazione e dell’intimidazione. E bisogna opporgli la scrematura sana delle sardine,  la classe un tempo agiata che non si arrende alla condanna alla demoralizzazione e alla perdita per continuare a sentirsi superiore, quelli che accettano e integrano gli immigrati mettendoli in tuta, crestina e grembiulino, gli illusi delle startup a spese di papà e mamma, i precari del mezzo servizio che in funzione di nuovo cottimo si sentono liberi e indipendenti perché si scelgono l’orario della consegna a domicilio di Foodora. C’è poco da sperare che questi si riscattino diventando popolo: ormai sono condannati a essere marmaglia volontaria.

 

 

 

 


Il complesso del maggiordomo

i-maggiordomi 

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi sono chiesta spesso perchè una buona fetta di italiani non sprovveduti, sufficientemente acculturati, almeno per questi tempi, che hanno visto via via ridursi le loro possibilità e  le loro aspirazioni, censurare (o auto censurare) desideri e aspettative come colpevoli pretese, imputati per aver loro o i loro padri avuto troppo, ecco mi sono domandata come mai non prendessero in considerazione l’ipotesi che esista una alternativa a questo processo di impoverimento e di demoralizzazione – nei due significati  di rinuncia alla felicità e di caduta di valori morali.

Come mai insomma considerino che non ci sia speranza per un “meglio di così” e soprattutto come si siano persuasi che non sia nelle loro possibilità di rinunciatari incalliti, di scettici e disincantati patologici, riprendersi le prerogative di cittadinanza e  partecipazione , condannati e rassegnati a stare in una nicchia, nella loro tana che non dovrebbe nemmeno essere poi così rassicurante, anche per chi preferisce un “conosciuto” grigio e incerto a un ignoto, è vero, ma forse più vivo, responsabile, cosciente.

Secondo i sociologi delle passioni tristo parrebbe che chi è stato spodestato e costretto a perdere beni, privilegi, garanzie, soffra di più di chi non li ha mai posseduti e non ne ha mai goduto: insomma quel ceto piccolo borghese che ha contribuito al “sistema-Paese” oggi sarebbe più infelice e più oppresso dei disperati che arrivano qui. Concezione opinabile, o almeno azzardata, credo, se a differenza del popolo dei barconi, vivono la loro condizione di neo vittime come incontrastabile, come un destino che non si può combattere, salvo prendere la strada dell’esilio in condizioni meno perigliose dei nigeriani o libici, senza neppure immaginare invece di riprendersi potere decisionale e  cittadinanza e esistenza dignitosa, peraltro per ora non minacciati da bombe, fame e carestia.

Qualcuno ha paragonato questo vasto ceto di classi medie immiserite, che avevano avuto accesso a piccole rendite patrimoniali perdute, a professioni creative gratificanti, a istruzione superiore, ora costrette alla cessione di agi imposta come doveroso riscatto dopo vacche grasse immeritate a animali che stanno in una tana rassicurante dalla quale pensano sia impossibile uscire. E allora, tant’è starci dentro e viverci al meglio accedendo al poco ancora autorizzato ed  elargito.

Tutti quelli che un tempo irridevano la piccola borghesia, i funzionari pubblici, il ceto media che ai lor occhi incarnava e interpretava stereotipi e pregiudizi conservatori, adesso si rivolgono a loro che grazie all’accesso all’istruzione pubblica e alla diffusione di massa di competenze e conoscenze sono diventati una estesa cerchia “intellettuale”, con appelli ricorrenti, sempre gli stessi periodicamente offerti in pasto alla stampa (ieri qualcuno ha riproposto l’invettiva incollerita del guru del San Raffaele sceso dalla Steinhof a mostrare il miracolo di una presa di coscienza senza il fastidio dell’autocritica) con qualche, sempre più esiguo, elenco di forme in calce.

Eh si, perchè della categoria degli intellettuali sono entrati a far parte professioni organizzative nel campo della cultura, ma anche della produzione, dell’informazione e dell’amministrazione, gente che per “censo” appartiene ormai a pieno titolo al proletariato, ma cui viene conferito il marchio di appartenenza alle élite neoliberiste. Con quello che ne consegue: obbligo di obbedienza al riformismo, quando le riforme altro non sono che misure di incremento della disuguaglianza, obbligo di annessione ai miti del progresso e dell’egemonia della tecnocrazia che dovrebbe liberarci dalla fatica ma anche dai diritti conquistati, obbligo di riprovazione dello stato e di riconoscimento di un superstato con il monopolio della gestione economica e sociale del Paese, obbligo di condanna del populismo quando viene interpretato come il malcontento del popolo bue nei confronti della dirigenza politica.

Così hanno avuto successo forme e coalizioni di governo che non interferiscono mai con l’economia capitalista, che concedono margini di manovra infinita alle lobby private multinazionali, prosperando nell’ambiente allestito dalle socialdemocrazie dove i diritti di cittadinanza sono stati commercializzati nel baratto con quello a consumare, a pagarsi assistenza e previdenza, in qualità di utenti meritevoli che risparmiano e investono per comprare quello che dovrebbe essere bene e servizio comune e collettivo.

In cambio viene elargita l’opportunità di sentirsi superiori, come il maggiordomo che non mangia a tavola col valletto e il lavapiatti, colonizzati come sono da correnti mainstream emancipatrici  ma solo per segmenti di pubblico speciali che reclamano riconoscimento e riscatto purché non investa il sistema, che chiedono la rimozione di barriere gerarchiche allo scopo di liberalizzare stili di vita individuali, purché non mettano in discussione  il modello di crescita, nel progressivo appiattimento degli ideali  costituzionali, ridotti al rispetto rituale e formale delle regole  della democrazia liberale.

Pare proprio che ci si debba accontentare dell’illusione di essere superiori e quindi esenti da certe minacce immeritate, quelle riservate al sale della terra. Ma state attenti, è solo un’illusione, pagata già a caro prezzo.

 


Valori sbollati

imagesAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è da stare tranquilli. È vero, l’Italia gode di una apparente quiete un po’ appartata, a volte fare i maggiordomi serve, abbiamo dimostrato e mostriamo la nostra subalternità comprando aerei taroccati, droni cui aggiungere armamentari in seconda battuta quando il padrone ce lo concede, continuare con l’empio export verso stati criminali però nei “limiti di legge”, offrire un’isola come trampolino di lancio e hangar, ma, vien da dire fortunatamente, nel cosiddetto scacchiere contiamo poco.

Ma sarà meglio non abbandonarsi all’ottimismo, giocare a battaglia navale, piantare, come faceva Totò generale a riposo, le bandierine sulla carta geografica, assistere alla geurra in tv con gli aerei abbattuti e i paracadute che scendono piano piano con il pilota morto appeso, come fosse il sequel di Top Gun.

Ci siamo in mezzo e qualcuno  reclama per esserci di più, mentre invece i più cauti e composti, proprio come gattoni che allungano la mano sul sorcetto, lasciano le grida, le invettive, le minacce ai soliti impresari della paura, mentre approfittano del clima di “eccezione”, per risolversi qualche problema interno. Non sono tempi facili per l’eterno boy scout che probabilmente non è solleticato dalla brezza di guerra, perché nella nebbia ansiogena del panico, dell’allarme tutti i gatti sono grigi e lui si deve dar da fare con quelli che per lui sono semi-terroristi, comunque  destabilizzatori: gli irriducibili Bassolino, De Luca, la fronde mai palesi, ma che brontolano, circoli che recuperano il marziano, gente che ammicca a Civati, quelli usciti che meditano la contro Leopolda. Non sa se fare l’Hollande del Pd o scegliere una strada di normalità, con le primarie in simultanea, magari online, recuperando consensi e promuovendo annessioni, pare, perfino quella di Alfano.

Se l’Isis gli dà una mano, potrebbe ancora una volta vincere. E non siamo cinici noi a pensarlo,   lo è invece un sistema ormai sovranazionale che approfitta di morti, irrazionalità, terrore, diffidenza, paura per consolidare un regime “speciale”, un’irregolarità resa legale dall’emergenza, come ha già cominciato a fare convertendo la crisi in uno stato di necessità che ha preteso inevitabili rinunce, riconsegna di conquiste, cancellazione di garanzie.

Non c’è stato nemmeno bisogno di seppellire definitivamente il relativismo culturale, per spiegare i fatti di Parigi come la fisiologica estremizzazione dei codici della religione mussulmana, che avrebbe connaturate violenza, barbarie e che per sua natura sarebbe refrattaria a logica, umanità e democrazia, che contraddistinguono invece la nostra civiltà.

Mi devo essere persa qualcosa in meritò alle  virtù, comprese quelle intrinsecamente legate alle nostre radici cristiane, che contraddistinguono la nostra metà del mondo dove le donne continuano a essere discriminate nel lavoro e ammazzate in famiglia, dove la stampa è imbavagliata da censure, da ricatti o da viltà come deformazione professionale, dove allignano razzismo e xenofobia, dove non si fanno affari se non attraverso le scorciatoie della corruzione e del clientelismo, dove da secoli partono guerre coloniali per fare razzia di risorse, ricchezze, forza lavoro a buon mercato, beni archeologici, interventi che oggi vanno per lo più sotto il nome di esportazione di democrazia e di “valorizzazione”, che significa disboscare intere regioni pe ri nostri hamburger o per il nostro parquet.

Si, mi devo essere persa qualcosa se tutti quelli che da anni criticano il mercatismo, la mercificazione, il consumismo che hanno eroso la nostra impalcatura di principi e ideali, sono gli stessi che oggi si stupiscono che quella parte del mondo dove sorge il sole si sottragga alla loro fascinazione e egemonia, che si rifiuti di essere riverberata dalle luci scintillanti dei centri commerciali, delle  nuove Mille e una Notte sotto forma di soap, dalla seduzioni di acrobatiche libertà sessuali. Come se là le disuguaglianze non avessero nei secoli e oggi ancora di più separato drasticamente chi ha da chi non ha, permettendo ai primi di annettersi lussi, piaceri,  beni, privilegi che ormai hanno una qualità globale, sommergendo sempre di più gli altri, costretti negli accampamenti, nei barconi, nelle bidonville, sempre in fuga da   morte, miseria,  guerra per andare, salvo nel primo caso, dove nessuno li vuole mentre in loro cresce rabbia, frustrazione, collera. E come se qui ogni giorno di più non fosse in atto lo stesso tremendo processo di dequalificazione e demoralizzazione delle nostre esistenze, non fossero sempre più profonde e insormontabili le disuguaglianze, labili i diritti, trasformati nel migliore di casi in elargizioni arbitrarie, umiliato il lavoro convertito in servitù, discrezionali le libertà, protezioni sociali annullate, incerto il futuro visto come una minaccia anziché essere un’aspettativa piena di speranza.

Si vede che quei valori fondativi della civiltà occidentale, che pareva avessero trovato coronamento in democrazie incomplete è vero, ma nate dal riscatto, non erano abbastanza forti per resistere alla pressione inumana e incivile del capitalismo nelle sue trasformazioni, nell’eterno avvitarsi della storia sull’eterno perno dello sfruttamento, dell’avidità e dell’accumulazione. Certo abbiamo Mozart, abbiamo meravigliosi paesaggi che abbandoniamo o oltraggiamo per intenti speculativi o trascuratezza, abbiamo libri che nessuno delle elite contemporanee sembra voler leggere, visto che non imparano nulla dal passato e non vedono nulla del presente, abbiamo bellissime carte dei diritti che quelle stesse elite stanno stracciando, abbiamo palazzi che mettiamo all’incanto, come coste e isole.

Avevamo libertà, limitate certo, ma che ancora ci illudevano di essere nati dalla parte giusta, di aver estratto il biglietto fortunato della lotterai naturale. Fino ad oggi  abbiamo assistito, un po’ troppo inerti, al progressivo  restringimento del perimetro affidato  alla decisione democratica,  dalla riduzione dei poteri dei  Consigli comunali alla riforma del Senato, dalla sedicente  abolizione delle Provincie alle limitazioni al diritto di sciopero, dalla legge elettorale alla negoziazione esautorata, dal ricorso incessante al voto di fiducia alla decretazione d’urgenza.

Ma non c’è da stare tranquilli, esistono le premesse per leggi speciali, regimi d’eccezione, violazioni legali se non legittime, di libertà di espressione e circolazione. E dove non ci saranno imposizioni, misure e provvedimenti ci potranno essere autocensure, crescerà la paura, si gonfierà la bolla della diffidenza e dell’odio.  Ma pare che i gesti e i pensieri opporsi all’orrenda normalità della violenza siano quelli della derisa utopia, quella della pace, dell’uguaglianza, della libertà, alla cui luce è obbligatorio non sottrarsi, pena la vita, la dignità, l’umanità.

 

 


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