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Brutti, sporchi e cattivi

bruttiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una intelligente giornalista del Fatto Quotidiano, che poi è l’unico giornale che si può ancora leggere, benché ottenebrato dal culto della personalità del presidente Conte, ci ha reso partecipe della sua scoperta, sia pure con un certo ritardo su teorie storiche, filosofiche e psicoanalitiche, che le masse avrebbero sete di sangue, che esigono il sacrificio, l’ostensione e il culto dei loro martiri, così come  le società anche le più civili hanno bisogno di eroi.

Tutto vero e accertato, per carità, stupisce solo che se ne sia accorta in occasione delle esternazioni oltraggiose ai  danni di Silvia Romano, che, a suo dire, ma condivido largamente l’ipotesi tristemente suggestiva, avrebbe avuto celebrazioni unanimi se fosse arrivata sullo scudo, oppure macilenta e provata. Mentre pare non sia moralmente sopportabile che al suo arrivo abbia esibito con orgoglio l’abito tradizionale del luogo della sua reclusione e simbolico dell’appartenenza religiosa, che abbi fieramente rivendicato la sua conversione, che fosse sana addirittura più dei detenuti da virus come rivelava il suo sorriso   mostrato  anche nelle immagini della prigionia.

E dire che Daniela Ranieri, di lei si tratta, avrebbe potuto avere la stessa  rivelazione nei mesi scorsi quando il “governo migliore, se non perfetto”, che ci sia stato concesso dalla Provvidenza  per gestire l’emergenza, ha offerto  come in un rito barbarico a una  plebe ignorante, fanciullesca per irresponsabilità e  sventatezza, l’immolazione di alcuni in qualità di vittime del dovere e dell’abnegazione,  costretti a testimoniare del loro spirito di servizio, negli ospedali, nelle fabbriche, negli uffici e nei supermercati, nuove cattedrali della modernità, esponendosi  come agnelli mentre il resto del gregge stava a casa a assistere allo spettacolo online dei gladiatori nell’arena del virus.

Lei se la prende, e ha ragione, con gli odiatori, con le penne sessiste e qualunquiste, che fanno però da altoparlante ai borborigmi di pance oggi più vuote di prima, e che nessuno sta a ascoltare, che si sentono, pensate un po’, autorizzate dalla carestia immanente, dalla chiusura di piccole imprese, dalla sospensione di lavoretti part time, a porsi delle domande meschine sulle destinazioni di milioni concessi alla faccia del no alle trattive coi terroristi vigente per Moro come per i privati sequestrati dalla malavita, come se è domandato per altri, molti di più, elargiti, anche quelli di tasca loro, per il salvataggio di banche criminali, per l’acquisto di armamenti farlocchi, per l’aiuto dato alla sanità privata.

E’ che ormai  è quasi banale osservare che da anni la lotta di classe si consuma alla rovescia: ricchi e superricchi contro sfruttati. E adesso ci tocca anche vedere il populismo alla rovescia mosso dalle élite, che sbrigativamente possiamo definire come espressione del progressismo neoliberista, contro un ceto numeroso, ma appunto senza parola se si escludono esternazioni sui social o nelle Tv del dolore, e senza ascolto, salvo quello delle destre estreme.

Sono quelli cui una minoranza che rivendica superiorità morale, oltre che sociale e culturale, rinfaccia ogni giorno di essere una massa maleducata, ignorante, volgare, razzista, rancorosa, feroce, riottosa e accidiosa. Tutti vizi che una società civile acculturata e razionale, moderna e cosmopolita colloca sotto l’ombrello ideologico del “populismo”, un ombrello che si augurano si rovesci sotto le sferzate del vento della rinascita che dovrebbe seguire il cigno nero, come continuano a chiamare impropriamente  una epidemia, prevedibile e prevista, gonfiata a dismisura perché possa declinarsi secondo le regole di un sistema di governo mondiale, che promuove le crisi a emergenza in modo da dottare leggi speciali, applicare provvedimenti eccezionali, incaricare autorità straordinarie svincolate dal controllo democratico.

Insomma tocca proprio dar ragione a chi ha detto che populista è l’epiteto negativo che la sinistra appioppa per designare il popolo quando quest’ultimo smette di accordarle fiducia.

La verità però è che chi fa questo uso del termine, da anni ha rinnegato l’appartenenza a quel contesto, ha legato la sua sopravvivenza elettorale e culturale a un profondo stravolgimento, se non proprio capovolgimento, dei valori di testimonianza e rappresentanza degli sfruttati, convertendo la solidarietà in carità,  l’internazionalismo in cosmopolitismo, l’egualitarismo in meritocrazia, la coesione comunitaria in individualismo, l’autodeterminazione, caposaldo di una identità di popolo e di rispetto costituzionale,  in antistatalismo.

Non poteva essere diversamente se  chi si riconosce e milita per formazioni ridotte a parodia della sinistra,  non condivide e neppure conosce più le condizioni esistenziali: reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, collocazioni e mobilità  sociale, dei ceti disagiati,  disprezzandoli per quello che affiora dai social, dalle interviste dei talkshow: il loro linguaggio e i loro convincimenti politicamente scorretti,  che diventano gli indicatori per la interpretazione dei comportamenti elettorali. Che infatti dimostra come dagli anni Cinquanta a oggi come, mentre in passato i voti degli strati meno abbienti e meno acculturati andavano a sinistra e quelli degli strati medio alti andavano al centro e a destra, oggi  le preferenze di voto si siano capovolte.

Non c’è proprio da stupirsi se abbiamo, per una volta uso il pronome noi, che le preferenze della “gente”, bloccate da leggi che hanno retrocesso le elezioni a sigillo notarile, premino la destra esplicita e rivendicata, quando è stata cancellata la rappresentanza parlamentare dei loro  bisogni da parte di un sedicente “riformismo”  posseduto dall’ideologia liberista che ha abiurato ogni aspirazione anticapitalistica, limitandosi all’impegno nominalistico e al minimo sindacale, per i “diritti civili”, come se quelli fondamentali fossero al sicuro, conquistati e inalienabili.

In tanti sostengono che il capitalismo nella fase attuale sembra pronto al suicidio. È improbabile, vista la sua capacità di risorgere come una fenice con altre ali e altre penne e nuova ferocia, mentre è sicura l’eutanasia, nemmeno tanto dolce di una sinistra che con  la sua dipartita ha prodotto la delegittimazione della democrazia, la demolizione dei principi delle carte costituzionali uscite dalle resistenze nazionali, e quella che è stata chiamata la secessione delle élite, appunto, ripiegate nella conservazione, ormai solo apparente, di beni, privilegi, accesso a carriere e opportunità, istruzione, grazie ai quali vivificano la percezione di un primato sociale e morale.

Ma si tratta di una supremazia labile e effimera, già minacciata dal rinnovarsi dell’austerità che consegna i paesi al sistema bancario e finanziario, aiutata da governi e partiti (o quel che ne resta) interpreti e testimoni di una scrematura beneducata, civica, tollerante, ragionevole e che reclama  un’autorità lontana e indifferente ai bisogni di quella gente incattivita, rancorosa, ignorante, rozza. Quella  che va educata col bastone più che con la carota, per proteggere chi si muove sotto le insegne della civiltà, del realismo e dell’amore per “diritto di nascita”,  confinando e annientando quei fermenti che si agitano ai “margini”, come li definisce qualche sociologo, ostili e inumani, risentiti perché per propria colpa non si sarebbero meritati di conservare o di conquistare lo status di ceto medio.

E come non sospettare che serva a questo l’attuale sospensione di una normalità che già costituiva il “problema”, la minaccia ripetuta ossessivamente che lo stato di emergenza dichiarato e prolungato si possa ripetere diventando forma corrente dell’esercizio del potere, la eventualità che il parlamento  venga sostituito di fatto da un management della crisi permanente con l’inevitabile, spacciata come doverosa,  rimozione dei diritti e dello stato di diritto, per tutti, cittadini italiani e ospiti temporaneamente sottratti alla pena dell’invisibilità e dell’irregolarità.

Come vuole chi, dalle poltrone dei palazzi, dai desk dei giornali, dai divani davanti alle sgargianti serie che ritraggono il declino dell’Occidente, è convinto che l’abbandono del popolo al suo destino antropologico segnato dal regresso a condizioni animali, sia un elemento distintivo morale e marcatore di superiorità, autorizzando i “migliori” a odiare i “peggiori”, poveri, sporchi, brutti, cattivi. Appestati.

 


Il grande accattone

unnamedSe si va su qualsiasi canale Rai è onnipresente una scritta in sovrimpressione nella quale si dice “Aiuta la Protezione civile nella lotta contro il Covid” e si dà naturalmente l’iban bancario affinché si doni generosamente. Ma un momento… non dovrebbe essere la protezione civile ad aiutare i cittadini che già sono caricati di tasse, a meno che  non siano ricchi  o evasori ? Che protezione civile è quella che ad ogni occasione deve essere sostenuta da donazioni come fosse una sorta di Onlus nella quale la solidarietà viene equivocata con la carità? Dov’è finita la buona amministrazione che dovrebbe mettere a bilancio i fondi necessari , dove sono i 30 miliardi Conte, che fine hanno fatto i fondi europei di cui alcuni dementi favoleggiano avendo scambiato l’ennesimo quantitative easing della Bce come una sorta di aiuto diretto? E dove sono i fondi europei peraltro pagati anticipatamente che l’Ue sarebbe obbligata a fornire in caso di calamità?  Quella scritta è offensiva, rappresenta il livello miserrimo  dello Stato che fa la questua approfittando del buon cuore di quei cittadini che nel frattempo sta portando alla rovina con provvedimenti assurdi e del tutto inutili a fermare un contagio che si stava diffondendo già prima della sua comparsa ufficiale. E paradossalmente in giro si vedono solo anziani, ovvero proprio quelli che sono a rischio, ma che sono costretti ad avventurarsi per le strade visto che le loro fonti di collegamento col mondo esterno sono state disseccate dalle grida governative e dalla detenzione domiciliare di coloro che hanno poco o nulla da temere dal Covid, mentre i servizi di consegna a domicilio stanno collassando sotto il peso della repentina crescita di richieste. Per non parlare della caduta dell’assistenza sanitaria che si sta letteralmente squagliando per tutte le altre patologie, comprese quelle più gravi. Alla fine ci saranno più morti per i provvedimenti anti Covid che per il Covid.

Ormai è fin troppo chiaro, anche prendendo i dati che arrivano dall’Istituto superiore di Sanità, ma anche che provengono da tutto il mondo: si sta facendo del catastrofismo senza catastrofe dopo aver terrorizzato la popolazione per quella che in sostanza  è un’ondata di sindrome di tipo influenzale particolarmente severa e per la quale non sembra che vi siano molti più decessi quelli di che mediamente si verificano nella stagione invernale nella più completa indifferenza, salvo in qualche ristretta zona nella quale per motivi che andrebbero ben accertati – per esempio una presenza endemica di meningite che costringe a vaccinazioni intensive, il virus assume una maggiore aggressività. Si sa che ci sono delle motivazioni precise quando gli indici di mortalità sono sballati:  o errori di diagnosi, magari non del tutto innocenti, oppure motivi sanitari reali. Per esempio in Iran si è notata una letalità maggiore ( ma c’è anche per l’influenza,cosa che ovviamente  non fa notizia) per il fatto che molti anziani sono reduci dalla decennale guerra con l’Irak e hanno i polmoni lesionati dai gas che gli Usa fornivano in abbondanza a Saddam Hussein prima di impiccarlo. Ma ancora peggio si sta evocando una catastrofe inesistente per provocare la catastrofe reale del Paese e darlo in pasto agli squali.  Che ci sia una direzione informativa in tutto questo è confermato anche da alcuni indizi secondari: cosa sappiamo dell’epidemia in Emilia – Romagna che praticamente  mai compare nella continua saga ansiogena che ci fornisce l’informazione? Quasi nulla  eppure la regione vien subito dopo la Lombardia per numero di casi accertati e supera di gran lunga il Veneto, ma evidentemente il regno piddino va tenuto fuori dai riflettori della crisi.

Non è una sindrome solo italiana: dovunque si sta premendo sull’acceleratore della paura, facendo balenare alla gente un nemico mortale e invisibile per il quale chiedere la protezione a qualunque costo. In un’intervista di qualche giorno fa Naomi Klein, riferendosi direttamente all’esperienza americana,  ha detto che : ” La “dottrina dello shock” è la strategia politica per utilizzare crisi su larga scala i modo da far avanzare politiche che approfondiscono sistematicamente le disuguaglianze, arricchiscono le élite e indeboliscono gli altri evitando che le crisi cedano il passo a momenti organici in cui emergono politiche progressiste. Se sei un economista del libero mercato, capisci che quando i mercati falliscono, ti presti a un cambiamento incrementale che è molto più organico del tipo di politiche di deregolamentazione che favoriscono le grandi imprese.” E da noi questo “cambiamento incrementale” sarà permanente, è inutile illuderci che passata la buriana, fallite centinaia di migliaia di piccole imprese, svenduto il Paese alla finanza euro tedesca, le restrizioni alla vita pubblica, comprese quelle che riguardano la libertà di espressione, diventeranno permanenti nell’ambito di un dispotismo emergenziale che cercherà di arginare le rivolte con il dispositivo militare.  Se pensate che non sarà così, allora dovreste urgentemente curarvi, il virus lo avete già anche se non lo sapete.


Il candidato Nessuno

civAnna Lombroso per il Simplicissimus

In previsione delle future scadenze elettorali circolano in rete, oltre che sui quotidiani,  appelli al voto a sostegno di candidati che incontrano il favore di quella virtuosa società civile che vuole contrastare la cattiva politica, i suoi vizi e la sua barbara comunicazione, proponendo icone gradite all’ideologia del politicamente corretto per indole mite e garbata o per l’appartenenza di genere, purchè naturalmente queste loro qualità siano quelle che dimostrano l’adesione e la fidelizzazione all’establishment, rassicurato e reso ancor più vigoroso dalla vittoria di Bonaccini in Emilia Romagna.

Ne ho sott’occhio una, quella, eccellente per molti motivi, di Ferruccio Sansa in Liguria, aggraziata allegoria della coalizione governativa declinata su scala, in quanto appoggiata, pare,  dal Partito Democratico in temporanea associazione di impresa – augurandosi che non sia di pompe funebri, con  il Movimento 5 Stelle, “per assestare un duro colpo nel cuore del Nord al Centrodestra e soprattutto alla Lega di Matteo Salvini” come scrivono in questi giorni le cronache politiche. Tanto che le solite fonti accreditate citano un sondaggio che darebbe il fronte Pd-M5S più altri partiti come Leu/Mdp e Verdi, a distanza di un solo punto rispetto a quello di Lega-Fratelli d’Italia-Forza Italia, guidato dal  presidente uscente Toti, che malgrado le performance negative sarebbe ancora favorito.

Sansa sta riscuotendo il caldo appoggio di quelle personalità che ormai servono a ravvivare un po’ l’elenco delle firme in calce agli appelli degli intellettuali organici, cantanti e attori, filosofi e sociologi del pensiero debole e del presenzialismo forte, vignettisti e comici. E in effetti il giornalista del Fatto ha tutti i numeri per piacere alla gente che piace: ed è anche noto anche al pubblico televisivo per avere anticipato l’ideologia delle sardine opponendo negli anni un certo garbo agli attacchi virulenti di figuri aggressivi, da Gasparri a Rondolino e alla Santanchè. Ma anche  per essersi fatto interprete e portatore di begli affetti familiari cari allo schieramento dell’Amore, difendendo la figura del padre, Adriano, magistrato e ex sindaco di Genova, cui sono state attribuite, probabilmente  non a torto, responsabilità politiche e amministrative  per la “decadenza” della  Superba, anche da irriducibili marpioni quali Burlando, noto più per aver percorso contromano un tratto autostradale che per le sue imprese di   governatore della Regione o per quelle di vice e poi primo cittadino del capoluogo, quando, lui vigente, si verificarono  due alluvioni catastrofiche e si consolidò il sacco della città grazie a operazioni immobiliari speculative.

Secondo poi una tradizione che riguarda proprio quelle geografie potrebbe contribuire al successo della candidatura anche la sua personalità incolore, almeno quanto lo era e lo è quella dei predecessori di tutto l’arco costituzionale, sia in regione che nel comune, a conferma di quei caratteri etnici contrassegnati da dimessa modestia e poca appariscenza.

E chi meglio di facce poco distinguibili, temperamenti educatamente scialbi potrebbe dare  il senso del contrasto e della dissonanza  con i versi belluini del pericolo numero 1, con i suoi suoni inarticolati e la sua violenza ferina? Infatti mica servono più competenza, esperienza, conoscenza dei problemi, accertata capacità di gestione della macchina amministrativa. Non si guarda più nemmeno alle prestazioni date nel passato di primi mandati e meno che mai agli scarni programmi per il domani, perché quello che conta è la rivendicazione e l’accreditamento nella funzione di simulacro contro il feroce spauracchio, il gran maleducato, il rumoroso e sgradevole ospite che si è imposto nella casa degli italiani, nessuno dei quali si direbbe l’abbia invitato e men che mai votato. Quello che conta è batterlo nella tornata elettorale, dare un segnale forte grazie alla cambiale della quale non si esige il pagamento ai diversamente Salvini (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/01/31/diversamente-salvini/) , quelli ammodo e cortesi in modo che con il consenso generale raggiungano gli stessi obiettivi della controparte battuta, si tratti della secessione regionale  che rompe l’unità nazionale, si tratti di grandi opere, si tratti delle cravatte imposte dal racket dell’Ue,  si tratti del salvataggio di banche criminali o di quello tramite prescrizione o immunità o regime di concessione perenne per imprenditori altrettanto criminali.

Il vero successo di tutte le formazioni partitiche presenti in parlamento, maggioranze e opposizioni, consiste nella permanenza di sistemi elettorali  che scoraggiano e inibiscono la partecipazione: l’elettore mette un segno, di solito contro,  sigillo notarile, voto di protesta o pretesa di innocenza, poi si chiama fuori per impotenza o abiura.

È appena successo in Emilia Romagna e succederà ancora, come dimostrano altri appelli e altre proposte, quelle che riguardano Venezia ad esempio per scegliere candidati che si oppongano all’impresentabile Brugnaro. E dove fa spicco la proposta di una donna, avvocatessa e capogruppo del Pd, che rappresenta esemplarmente tutti i valori combinati del politicamente corretto, del progressismo dei notabilati con un pizzico del vecchio e dimenticato Senonoraquando aggiornato dal Nonunadimeno, cui affidare  la sostituzione meccanica di un maschio rappresentante  del sistema, arrivato e arrivista, con una femmina rappresentante del sistema, arrivata se non ancora arrivista.  Si tratta, maschi o femmine, di un target  che non condivide più le condizioni materiali (livelli di reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, livelli di mobilità sociale e fisica) né la cultura dei ceti e delle classi popolari, che disprezza per il loro linguaggio politicamente scorretto, accusandoli di xenofobia e razzismo, di ignoranza e qualunquismo, temuti e isolati perché personificano il rancore degli esclusi nei confronti delle èlite intermedie al servizio del sistema.

Sempre sulla stessa linea ha circolato la proposta di una compagine di signore tutte affermate professioniste, manager, docenti in vista,  in qualità di giunta rosa nell’amministrazione guidata da un prestigioso super partes, a garanzia che il sodalizio di tutte donne, appartenenti al ceto dirigente della città, quando non proprio apparatchik delle cerchie che comandano, voglia cancellare come per una magia le politiche seguite da giunte di centrosinistra prima e di Brugnaro poi, che ad onta delle etichette, non sono distinguibili: gentrificazione, Mose, svendita del patrimonio immobiliare, assoggettamento ai corsari delle Grandi Navi, consolidamento del destino turistico della Serenissima con l’espulsione delle attività tradizionali soppiantate dallo spaccio di prodotti tutti uguali a tutte le latitudini, conversione definitiva della Terraferma in territori senza vocazione e missione se non quella di servizio al baraccone della disneyland  lagunare.

Intanto è naufragata l’ipotesi della candidatura del rettore dell’Università di Venezia, scappato a gambe levate dopo aver misurato l’impossibilità di superare divisioni e presentarsi come rappresentante unitario del centro sinistra. È amabile e gentile come un verso gozzaniano, come un bozzetto goldoniano che ci sia qualcuno che pensa di interpretare e testimoniare la società civile che si definisce   di sinistra,  facendosi indicare dal Pd, la forza che meglio incarna il neoliberismo progressista, e che infatti, proponendo ipotesi irrealistiche e impraticabili,  porta acqua al suo candidato più affine, Brugnaro, impareggiabile esponente e portavoce dei poteri che comandano in città e incaricato della sua distruzione ormai inarrestabile e veloce.

Non si possono non rimpiangere dunque  le Tribune Elettorali con Jader Jacobelli, i corsivi di Fortebraccio, le liste del Pci con l’operaio, l’artigiano, il maestro in rappresentanza del popolo che ancora si chiamava così senza essere presi per populisti, la casalinga e la bracciante. No, la bracciante è meglio di no, a vedere la carriera della Bellanova.


La perfetta commissaria

Merkel Birthday Congratulations At Weekly Government Cabinet MeetingAl momento della sua elezione a capo della commissione europea in Germania ci furono non poche polemiche sul’ascesa al trono di un personaggio che nel corso della sua vita politica e in particolare sia come ministro del lavoro che della difesa aveva mostrato di essere una totale nullità il cui unico merito era quello di essere amica stretta della Merkel oltre che figlia del presidente per 13’anni della Bassa Sassonia e pronipote di industriali tessili infaticabili sfruttatori di lavoranti russe, nonché prolifica moglie di Heiko von der  Leyen, ultimo rampollo di una famiglia di nobiltà  relativamente recente nei cui stabilimenti per la seta a Krefeld si verificò nel 1828  “la prima rivolta operaia della storia tedesca” , come scrisse Marx, a causa delle condizioni di lavoro particolarmente dure.  Insomma tutto un quadretto di ricchi figli di famiglia e figli d’arte perfetto per l’arredamento dell’oligarchia europea  Per la verità Ursula Getrud von Der Leyen nata Albrecht  aveva brillato di luce propria in due occasioni, quella in cui fu accusata di plagio per la sua tardiva tesi di laurea in medicina che per fortuna di eventuali pazienti non ha mai esercitato e quella in cui aprì le esportazioni di armi all’Arabia Saudita proprio agli inizi della guerra con lo Yemen. E se vogliamo concludere il quadretto era presente a Firenze, in qualità di emissario dell’amica cancelliera, quando  insieme a Blair forzarono il Pd ad accogliere la candidatura di Renzi (vedi qui).

Ora si scopre, nel completo silenzio dell’informazione, che quando è stata eletta alla presidenza della Commissione europea Ursula era già da mesi sotto indagine da parte di una commissione del Parlamento di Berlino  perché, da ministra della Difesa, avrebbe  aggiudicato contratti del valore di milioni eludendo la legge sugli appalti pubblici”, una cosa che è stata tenuta segreta per far sì che la cocchina della Merkel fosse eletta e che tuttora è difficile leggere sull’informazione italiana. Ma recentemente ci sono stati degli sviluppi visto che la commissione parlamentare ha scoperto che il telefonino di servizio che Ursula usava per le sue funzioni ministeriali è stato cancellato per ragioni di “sicurezza” dallo stesso ministero della Difesa nonostante il fatto che fosse stato richiesto come materiale di prova fin dal febbraio scorso. Il ministero ha traccheggiato per mesi dicendo che lo smartphone era stato smarrito, per riapparire adesso con la memoria cancellata. In questo modo non si è riusciti a comprendere fino in fondo la rete attraverso cui si decidevano gli appalti e il motivo per cui sono stati assunti molti consulenti esterni profumatamente pagati. Certo è uno scandalo, ma in ogni caso visto che la von der Leyen, come capo della commissione gode della totale impunità farebbe poca differenza: qualcuno anzi avanza il sospetto che la candidatura della signora bene sia stata avanzata dall’amica Merkel proprio per sottrarla alla giustizia, cosa del resto non nuova nell’ambito europeo il cui parlamento funge anche da refugium peccatorum. E certo può anche darsi che questo abbia pesato nella scelta, ma non bisogna nemmeno dimenticare il ruolo simbolico della signora come rappresentante tipo dell’elite: doppiamente erede di padroni delle ferriere, espressione del dilettantismo svagato dei ricchi che passano da quello a quell’altro senza aver ma bisogno di impegnarsi visto che dappetutto trovano benevolenza e negazione vivente di quel “merito” che si pretende esclusivamente dalle classi subalterne. Ursula in qualche modo è l’incarnazione della disuguaglianza e delle sue ragioni, la faccia gradevole e accettabile del muro sociale che l’Ue va costruendo e allo stesso tempo e del tutto priva di prospettive proprie, un sempòio di perfetta mimesi ambientale, un pongo allo Chanel numero 5 per il potere reale. In  certo senso si potrebbe dire che è il leader perfetto per il sardinismo. Solo è meglio non chiamarla sul cellulare, potrebbero essere guai.


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