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Il complesso del maggiordomo

i-maggiordomi 

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi sono chiesta spesso perchè una buona fetta di italiani non sprovveduti, sufficientemente acculturati, almeno per questi tempi, che hanno visto via via ridursi le loro possibilità e  le loro aspirazioni, censurare (o auto censurare) desideri e aspettative come colpevoli pretese, imputati per aver loro o i loro padri avuto troppo, ecco mi sono domandata come mai non prendessero in considerazione l’ipotesi che esista una alternativa a questo processo di impoverimento e di demoralizzazione – nei due significati  di rinuncia alla felicità e di caduta di valori morali.

Come mai insomma considerino che non ci sia speranza per un “meglio di così” e soprattutto come si siano persuasi che non sia nelle loro possibilità di rinunciatari incalliti, di scettici e disincantati patologici, riprendersi le prerogative di cittadinanza e  partecipazione , condannati e rassegnati a stare in una nicchia, nella loro tana che non dovrebbe nemmeno essere poi così rassicurante, anche per chi preferisce un “conosciuto” grigio e incerto a un ignoto, è vero, ma forse più vivo, responsabile, cosciente.

Secondo i sociologi delle passioni tristo parrebbe che chi è stato spodestato e costretto a perdere beni, privilegi, garanzie, soffra di più di chi non li ha mai posseduti e non ne ha mai goduto: insomma quel ceto piccolo borghese che ha contribuito al “sistema-Paese” oggi sarebbe più infelice e più oppresso dei disperati che arrivano qui. Concezione opinabile, o almeno azzardata, credo, se a differenza del popolo dei barconi, vivono la loro condizione di neo vittime come incontrastabile, come un destino che non si può combattere, salvo prendere la strada dell’esilio in condizioni meno perigliose dei nigeriani o libici, senza neppure immaginare invece di riprendersi potere decisionale e  cittadinanza e esistenza dignitosa, peraltro per ora non minacciati da bombe, fame e carestia.

Qualcuno ha paragonato questo vasto ceto di classi medie immiserite, che avevano avuto accesso a piccole rendite patrimoniali perdute, a professioni creative gratificanti, a istruzione superiore, ora costrette alla cessione di agi imposta come doveroso riscatto dopo vacche grasse immeritate a animali che stanno in una tana rassicurante dalla quale pensano sia impossibile uscire. E allora, tant’è starci dentro e viverci al meglio accedendo al poco ancora autorizzato ed  elargito.

Tutti quelli che un tempo irridevano la piccola borghesia, i funzionari pubblici, il ceto media che ai lor occhi incarnava e interpretava stereotipi e pregiudizi conservatori, adesso si rivolgono a loro che grazie all’accesso all’istruzione pubblica e alla diffusione di massa di competenze e conoscenze sono diventati una estesa cerchia “intellettuale”, con appelli ricorrenti, sempre gli stessi periodicamente offerti in pasto alla stampa (ieri qualcuno ha riproposto l’invettiva incollerita del guru del San Raffaele sceso dalla Steinhof a mostrare il miracolo di una presa di coscienza senza il fastidio dell’autocritica) con qualche, sempre più esiguo, elenco di forme in calce.

Eh si, perchè della categoria degli intellettuali sono entrati a far parte professioni organizzative nel campo della cultura, ma anche della produzione, dell’informazione e dell’amministrazione, gente che per “censo” appartiene ormai a pieno titolo al proletariato, ma cui viene conferito il marchio di appartenenza alle élite neoliberiste. Con quello che ne consegue: obbligo di obbedienza al riformismo, quando le riforme altro non sono che misure di incremento della disuguaglianza, obbligo di annessione ai miti del progresso e dell’egemonia della tecnocrazia che dovrebbe liberarci dalla fatica ma anche dai diritti conquistati, obbligo di riprovazione dello stato e di riconoscimento di un superstato con il monopolio della gestione economica e sociale del Paese, obbligo di condanna del populismo quando viene interpretato come il malcontento del popolo bue nei confronti della dirigenza politica.

Così hanno avuto successo forme e coalizioni di governo che non interferiscono mai con l’economia capitalista, che concedono margini di manovra infinita alle lobby private multinazionali, prosperando nell’ambiente allestito dalle socialdemocrazie dove i diritti di cittadinanza sono stati commercializzati nel baratto con quello a consumare, a pagarsi assistenza e previdenza, in qualità di utenti meritevoli che risparmiano e investono per comprare quello che dovrebbe essere bene e servizio comune e collettivo.

In cambio viene elargita l’opportunità di sentirsi superiori, come il maggiordomo che non mangia a tavola col valletto e il lavapiatti, colonizzati come sono da correnti mainstream emancipatrici  ma solo per segmenti di pubblico speciali che reclamano riconoscimento e riscatto purché non investa il sistema, che chiedono la rimozione di barriere gerarchiche allo scopo di liberalizzare stili di vita individuali, purché non mettano in discussione  il modello di crescita, nel progressivo appiattimento degli ideali  costituzionali, ridotti al rispetto rituale e formale delle regole  della democrazia liberale.

Pare proprio che ci si debba accontentare dell’illusione di essere superiori e quindi esenti da certe minacce immeritate, quelle riservate al sale della terra. Ma state attenti, è solo un’illusione, pagata già a caro prezzo.

 

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Valori sbollati

imagesAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è da stare tranquilli. È vero, l’Italia gode di una apparente quiete un po’ appartata, a volte fare i maggiordomi serve, abbiamo dimostrato e mostriamo la nostra subalternità comprando aerei taroccati, droni cui aggiungere armamentari in seconda battuta quando il padrone ce lo concede, continuare con l’empio export verso stati criminali però nei “limiti di legge”, offrire un’isola come trampolino di lancio e hangar, ma, vien da dire fortunatamente, nel cosiddetto scacchiere contiamo poco.

Ma sarà meglio non abbandonarsi all’ottimismo, giocare a battaglia navale, piantare, come faceva Totò generale a riposo, le bandierine sulla carta geografica, assistere alla geurra in tv con gli aerei abbattuti e i paracadute che scendono piano piano con il pilota morto appeso, come fosse il sequel di Top Gun.

Ci siamo in mezzo e qualcuno  reclama per esserci di più, mentre invece i più cauti e composti, proprio come gattoni che allungano la mano sul sorcetto, lasciano le grida, le invettive, le minacce ai soliti impresari della paura, mentre approfittano del clima di “eccezione”, per risolversi qualche problema interno. Non sono tempi facili per l’eterno boy scout che probabilmente non è solleticato dalla brezza di guerra, perché nella nebbia ansiogena del panico, dell’allarme tutti i gatti sono grigi e lui si deve dar da fare con quelli che per lui sono semi-terroristi, comunque  destabilizzatori: gli irriducibili Bassolino, De Luca, la fronde mai palesi, ma che brontolano, circoli che recuperano il marziano, gente che ammicca a Civati, quelli usciti che meditano la contro Leopolda. Non sa se fare l’Hollande del Pd o scegliere una strada di normalità, con le primarie in simultanea, magari online, recuperando consensi e promuovendo annessioni, pare, perfino quella di Alfano.

Se l’Isis gli dà una mano, potrebbe ancora una volta vincere. E non siamo cinici noi a pensarlo,   lo è invece un sistema ormai sovranazionale che approfitta di morti, irrazionalità, terrore, diffidenza, paura per consolidare un regime “speciale”, un’irregolarità resa legale dall’emergenza, come ha già cominciato a fare convertendo la crisi in uno stato di necessità che ha preteso inevitabili rinunce, riconsegna di conquiste, cancellazione di garanzie.

Non c’è stato nemmeno bisogno di seppellire definitivamente il relativismo culturale, per spiegare i fatti di Parigi come la fisiologica estremizzazione dei codici della religione mussulmana, che avrebbe connaturate violenza, barbarie e che per sua natura sarebbe refrattaria a logica, umanità e democrazia, che contraddistinguono invece la nostra civiltà.

Mi devo essere persa qualcosa in meritò alle  virtù, comprese quelle intrinsecamente legate alle nostre radici cristiane, che contraddistinguono la nostra metà del mondo dove le donne continuano a essere discriminate nel lavoro e ammazzate in famiglia, dove la stampa è imbavagliata da censure, da ricatti o da viltà come deformazione professionale, dove allignano razzismo e xenofobia, dove non si fanno affari se non attraverso le scorciatoie della corruzione e del clientelismo, dove da secoli partono guerre coloniali per fare razzia di risorse, ricchezze, forza lavoro a buon mercato, beni archeologici, interventi che oggi vanno per lo più sotto il nome di esportazione di democrazia e di “valorizzazione”, che significa disboscare intere regioni pe ri nostri hamburger o per il nostro parquet.

Si, mi devo essere persa qualcosa se tutti quelli che da anni criticano il mercatismo, la mercificazione, il consumismo che hanno eroso la nostra impalcatura di principi e ideali, sono gli stessi che oggi si stupiscono che quella parte del mondo dove sorge il sole si sottragga alla loro fascinazione e egemonia, che si rifiuti di essere riverberata dalle luci scintillanti dei centri commerciali, delle  nuove Mille e una Notte sotto forma di soap, dalla seduzioni di acrobatiche libertà sessuali. Come se là le disuguaglianze non avessero nei secoli e oggi ancora di più separato drasticamente chi ha da chi non ha, permettendo ai primi di annettersi lussi, piaceri,  beni, privilegi che ormai hanno una qualità globale, sommergendo sempre di più gli altri, costretti negli accampamenti, nei barconi, nelle bidonville, sempre in fuga da   morte, miseria,  guerra per andare, salvo nel primo caso, dove nessuno li vuole mentre in loro cresce rabbia, frustrazione, collera. E come se qui ogni giorno di più non fosse in atto lo stesso tremendo processo di dequalificazione e demoralizzazione delle nostre esistenze, non fossero sempre più profonde e insormontabili le disuguaglianze, labili i diritti, trasformati nel migliore di casi in elargizioni arbitrarie, umiliato il lavoro convertito in servitù, discrezionali le libertà, protezioni sociali annullate, incerto il futuro visto come una minaccia anziché essere un’aspettativa piena di speranza.

Si vede che quei valori fondativi della civiltà occidentale, che pareva avessero trovato coronamento in democrazie incomplete è vero, ma nate dal riscatto, non erano abbastanza forti per resistere alla pressione inumana e incivile del capitalismo nelle sue trasformazioni, nell’eterno avvitarsi della storia sull’eterno perno dello sfruttamento, dell’avidità e dell’accumulazione. Certo abbiamo Mozart, abbiamo meravigliosi paesaggi che abbandoniamo o oltraggiamo per intenti speculativi o trascuratezza, abbiamo libri che nessuno delle elite contemporanee sembra voler leggere, visto che non imparano nulla dal passato e non vedono nulla del presente, abbiamo bellissime carte dei diritti che quelle stesse elite stanno stracciando, abbiamo palazzi che mettiamo all’incanto, come coste e isole.

Avevamo libertà, limitate certo, ma che ancora ci illudevano di essere nati dalla parte giusta, di aver estratto il biglietto fortunato della lotterai naturale. Fino ad oggi  abbiamo assistito, un po’ troppo inerti, al progressivo  restringimento del perimetro affidato  alla decisione democratica,  dalla riduzione dei poteri dei  Consigli comunali alla riforma del Senato, dalla sedicente  abolizione delle Provincie alle limitazioni al diritto di sciopero, dalla legge elettorale alla negoziazione esautorata, dal ricorso incessante al voto di fiducia alla decretazione d’urgenza.

Ma non c’è da stare tranquilli, esistono le premesse per leggi speciali, regimi d’eccezione, violazioni legali se non legittime, di libertà di espressione e circolazione. E dove non ci saranno imposizioni, misure e provvedimenti ci potranno essere autocensure, crescerà la paura, si gonfierà la bolla della diffidenza e dell’odio.  Ma pare che i gesti e i pensieri opporsi all’orrenda normalità della violenza siano quelli della derisa utopia, quella della pace, dell’uguaglianza, della libertà, alla cui luce è obbligatorio non sottrarsi, pena la vita, la dignità, l’umanità.

 

 


L’appello dei “semplici cittadini” milionari

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Bei tempi quando si insegnava ai rampolli delle dinastie di  imprenditori, banchieri, notai, proprietari terrieri, che il nome di uno di loro doveva comparire sul Corrierone solo due volte: alla nascita e alla morte. E che le loro nomenclature, coi titoli accademici o la carica nel CdA, era auspicabile apparissero solo in calce a compianti, partecipazioni al lutto e necrologi della cerchia, meglio se pubblicata tutti insieme, che così si spendeva meno e si faceva bella figura. Per via di quella parsimonia che perlopiù è strettamente intrecciata con l’avidità, perché favorisce accumulazione, nutre le rendite e alimenta i patrimoni, e che in anni recenti è stata denominata sobrietà, allo scopo di persuaderci che erano finiti i tempi della volgarità, delle copule in forma di cene eleganti, della dissipatezza e che tutti si dovevano uniformare ai nuovi morigerati costumi e ubbidire agli imperiosi comandi dell’austerità. Tutti proprio no, perché dietro le severe facciate dei palazzoni di Via del Vivaio, dentro le ovattate sale del Circolo degli Omenoni, allignava indisturbata la quieta certezza che per loro, come a Lubecca, come a Filadelfia, era sempre tempo di vacche grasse. Rese ancora meno vistose, ancora più silenziosamente redditizie grazie alla partecipazione tramite intermediari e manager senza scrupoli ma molto apprezzati da stampa e governi, ad azionariati, a cordate, a gruppi, a conglomerati che permettono di guadagnare senza faticare, senza produrre, senza inventare, senza rischiare, se non con il gioco d’azzardo del grande casinò finanziari.

Per carità, sui giornali i loro nomi cominciavano da qualche anno a comparire, ma sembrava ormai la necessaria, seppur fastidiosa dimostrazione di appartenenza alla “sfera degli affari”,  corollario inevitabile delle leggi imposte agli uomini di mondo per via dell’inclusione in quelle cricche  che combinano business e politica, dell’affiliazione a gruppi immobiliari, della sottoscrizione di patti per l’acquisizione in regime di favore di intere geografie da destinare a fortunose operazioni speculative, della generosa contribuzione in nero naturalmente a campagne elettorali non del tutto trasparenti.

Insomma la maggioranza silenziosa dei cumenda i paletot di cammello che urlavano – è che il silenzio era riservato solo agli interrogatori più stringenti – al passaggio delle manifestazioni: “andate a lavura’”.. e “qua l’è tuta una rivolussione!”, dopo secoli di apparente distanza dalla politica, che gli affari si facevano di nascosto, gli incontri si svolgevano a porte chiuse con quei distinti uomini grigi e riservati, gli amministratori e i tesorieri, avevano capito che era meglio intervenire, che i tempi erano maturi per occupare partiti e rappresentanze, a volte candidandosi, spesso sostenendo uomini di paglia, quasi sempre influenzando con media “dipendenti”, usando le associazioni e organismi di categoria e Confindustria, come tribuna per dichiarare favore o disappunto, quando i loro fantocci non facevano abbastanza per loro.

Beh adesso sappiamo che il fantoccio di Rignano si è mostrato leale, ubbidiente, zelante. E allora va aiutato anche con la spesa non proprio modica di un accorato e appassionato appello sul Corrierone, che riconfermi che è uomo loro, delle loro ultime generazioni, che oltre a finanzieri tesserati Pd alle Cayman, oltre a qualche norcino,  oltre a qualche imprenditore e manager in passerella alla Leopolda, c’è la “borghesia” del laborioso Nord a riporre fiducia in lui e nelle sue riforme. Perché garantiscono la fortuna dei collegi privati dei loro delfini non proprio brillanti, l’autorevolezza di università sfacciatamente dedite a sfornare ignoranti cosmopoliti capaci di dire sciocchezze bilingui, il reddito di cliniche e bisturi d’oro, le piramidi in vita e i tunnel di signori del cemento, almeno quando di assicurare la fine del lavoro, la cancellazione dei diritti, la distruzione dell’ambiente, la svendita dei beni comuni, la messa all’asta del nostro patrimonio d’arte.

Sono 209 i firmatari: il numero ce lo fornisce, pensate un po’, l’Unità che in preda a una delirante eccitazione li definisce spericolatamente “semplici cittadini” , o meglio «un gruppo di imprenditori, cittadini, piuttosto eterogenei per  formazione professionale e culturale, che dopo anni di governi di annunci e pochi fatti, vedono che le cose si muovono e vogliano che continuino a muoversi». La curva sud dell’elite economico-finanziaria del Nord, “tifa” per il premier,  gli riconosce i risultati raggiunti in particolare su quattro fronti:  quello del  “coraggio” per “la volontà di cambiare le cose”, quello della Buona Scuola che “finalmente utilizza la meritocrazia e rende ogni preside responsabile della scuola che deve dirigere”, quello della riforma del Senato, per rendere con la riforma “più efficiente l’attività parlamentare”. E  “emergenza” migranti, sul quale perfino gli irriducibili non trovano le parole per dirlo, limitandosi a attaccare “le vergognose e ipocrite proposte demagogiche dei partiti di opposizione…che mirano solo al consenso”.

Ciapa. Non le mandano mica a dire Roberta Furcolo, ex dirigente di Intesa San Paolo, moglie di Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca e Executive Board Member di Aon SpA, Chicco Testa, presidente tra l’altro di Sorgenia e Assoelettrica,  Guido Roberto Vitale (consulente finanziario e fondatore della Vitali&Co.),Giovanni Tamburi (ex banchiere d’affari e finanziere), Andrea Casalini (amministratore delegato di Eataly Net, società di e-commerce legata al gruppo dell’immancabile  Farinetti), Auro Palomba(esperto di comunicazione finanziaria e fondatore della società di “reputation” Community),  Paolo Cuccia (basterebbe il cognome, ma è anche presidente del Gambero Rosso holding con un passato in Capitalia, Eur, Citicorp, Bulgari, Abn Amro e Acea), Alberto Milla, fiorentino di nascita e già fondatore della banca Euromobiliare ai tempi di Carlo De Benedetti, di cui oggi è vicepresidente, ai vertici anche di Equita Sim, una delle società di intermediazione regine a Piazza Affari, Anna Cristina du Chene de Vere, presidente della finanziaria Ida e vicepresidente di Publitransport, Clarice Pecori Giraldi: fiorentina, nume tutelare in Italia della casa di aste Christie’s, incoraggiata dalla recente nomina di un altro “battitore” di lusso agli Uffizi, Federico Schlesinger,   top manager di Intesa Sanpaolo, Gerolamo Caccia Dominioni (ex amministrato delegato di Benetton) e Vannozza Guicciardini, autorevole membro del FAI, anche lei confortata dal precedente illustre della più celebre “cofana” al Mibac.

A guardarli si capisce che si tratta dell’elenco telefonico di fortunati possessori di ambizioni ed aspirazioni che un governo come questo – o una sua prossima fotocopia, grazie a una riforma il cui valore è stato sottovalutato dalle  Cheerleader del premier e che assicura la permanenza al potere di marionette del padronato internazionale, di incompetenti avidi e facilmente manovrabili, di pupi esposti a corruzione e manipolazione – sicuramente prima o poi appagherà, ai nostri danni, solo perché la lotteria li aveva giù premiati alla nascita o grazie a una indole, a un istinto allo sfruttamento, al cinismo, all’arroganza.

Ci resta solo una speranza, che l’appello si trasformi in necrologio del governo e dei suoi padrini, padroni e padri.


Grazie rete

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Grazie rete. Ogni giorno scorrendo i titoli dei giornali online, cogliendo dichiarazioni ch escono da quell’elettrodomestico sempre più sottile, quindi sempre meno profondo, quando mi sento sola e estranea, straniera in patria e nel sentire comune, a differenza di anziani sapienti, non per questo saggi, che hanno dileggiato gli scompartimenti ferroviari, sbeffeggiato i bar sport, condannato la Tv, vituperato la stampa, salvo tenere sontuose rubriche sui giornali compreso un settimanale al prezzo di due che con le stesse gnocche in copertina ha condotto battaglie moralizzatrici malgrado due editori non proprio specchiati, salvo fare profittevole comparsate in salotti mediatici, salvo imporsi al vasto pubblico dei viaggiatori di lungo percorso con illeggibili romanzoni o operette morali, che quando la carne se frusta, l’anima se giusta, ecco ogni giorno mi viene da dire, grazie web. Dove mi esprimo, dialogo con altri incazzati, esercito un po’ di antropologia spiccia e pure un bel po’ di psicologia in merito a personalità scisse, a quell’indole a raccontarsi come si vorrebbe essere, che accomuna le pubblicatrici di micetti e poesie, i rapitori seriali dei social network all’inarrestabile e molto più dannoso produttore di storytelling al governo.

Oggi tanto per fare un esempio scopro che il narratore di Palazzo Chigi ha deciso di commissariare la gestione del Giubileo togliendola a Marino per affidarla a Gabrielli, designato oculatamente a metà strada tra i due round di Roma Capitale nella consapevolezza che serviva un prefetto di ferro. La notizia dai giornali viene data con la sobrietà che da qualche giorno ha preso il posto del fanatico entusiasmo, senza rilevare che evidentemente agli occhi del premier il grande evento confessionale di portata internazionale è più delicato da trattare della più straordinaria capitale mondiale e l’uno deve essere delegato a persona pratica e competente di eccezionalità, l’altra può restare nelle mani poco accorte di qualcuno che vantando come un matto di Collegno la sua origine marziana, ha rivelato, nel caso migliore, incompetenza, inadeguatezza, impreparazione, incapacità, unite a una formidabile e inossidabile spocchia, quella si all’altezza degli standard g9vernativi.

E sempre oggi il ministero dello Sviluppo Economico, rispondendo a una interrogazione dei 5 stelle ci fa sapere che è pur vero che il mondo delle coop è nella bufera per via delle inchieste di Mafia organizzazioni internazionali, sulla sua svendit progressiva e dissipata Capitale, ma che non è possibile adottare le necessarie misure  e attività di sorveglianza a controllo e a quel  “programma mirato di ispezioni straordinarie” annunciate ai deputati dal ministro Federica Guidi lo scorso 17 dicembre, per mancanza dei fondi necessari.

Intanto le “firme pazze” che avevano brillato per assenza sul tema della scuola, stanno rispolverando le antiche abitudini lanciando calorosi e fervidi appelli a sostegno del magistrato specchiato in lizza per il comune di Venezia, sulla cui onestà non sollevo i dubbi che invece mi pungono a proposito della sua ritrosia a pronunciare dei severi no ad improvvidi canali, alternativi a quello promosso dal suo avversario, ma tant’è sempre di scavi si tratta, alla Grandi Navi, alla mercificazione di luoghi storici e beni comuni ceduti a improbabili mecenati, all’egemonia del Consorzio in odor di eterno conflitto d’interesse con bene comune, ambiente, trasparenza. Ma si sa l’istinto è quello di schierarsi se non col vincitore, almeno con quello che ha più appeal, che vanta maggiore appartenenza ai circuiti di elite che non vogliono accorgersi di non contare più una cippa in una provincia remota dell’impero. E che a Venezia, alla sua rovina annunciata ma inascoltata, all’abbandono da parte di residenti e organizzazioni internazionali, alla sua svendita svergognata e dissipata, hanno  dedicato un’occhiata distratta durante l’arcaica cerimonia del Campiello o dalla Sala Grande di un Lido oggetto di una sordida speculazione.

Si, grazie, rete. Per carità non credo alla partecipazione sul web come succedaneo della democrazia, non credo che la cittadinanza digitale ci esima dalla responsabilità e dai diritti di luogo e appartenenza. E temo che l’Italicum possa prevedere una successiva aberrazione in voto elettronico in modo da sancire il significato unicamente notarile e di conferma del già deciso in alto e altrove che si vuole attribuire alle elezioni.

Ma movimenti di protesta, campagne di solidarietà, circolazione di denunce e informazioni, ci ricordano che Internet è il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto, che Facebook è la terza “nazione” al mondo dopo Cina e India con oltre 1 miliardi di abitanti, che l’imposizione di un sistema di controllo sociale da parte di un numero imprecisato di soggetti inquieta ma può essere una garanzia di trasparenza. E che l’invadenza dei poteri, continui richiami alla censura e alla sorveglianza, l’esuberanza di soggetti economici dimostrano che il web  è esposto a una serie di appetiti e aggressioni, proprio perché la conoscenza, la massa e lo scambio di comunicazioni sono un bene  comune straordinario, sociale, politico ed economico, che va tutelato come strumento insostituibile per rendere effettivo   un gran numero di diritti fondamentali, per contrastare la disuguaglianza  e l’esclusione.

Per questo tanta spocchia, come ha scritto il Simplicissimus qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/06/12/lecografia-di-internet è sospetta: sospetta di misoneismo, sospetta di snobismo, come lo sono sempre le lezioni di pedagogia impartite  col “culo al caldo”, che vengano da giovani stronzi assurti a posti di comando immeritati o da venerabili maestri altrettanto remoti ed estranei alla normalità.  E che non vorrebbero mai essere iscritti a un club così poco esclusivo da annoverare noi gente comune, preferendo i  loro “casin dei nobili” da dove hanno dato a tanti  l’illusione di poter entrare comprando ogni mattina un giornale-partito, uscendo dalla solitudine degli esclusi per far parte di una “opinione pubblica” selezionata, moderna, informata, e membri ad honorem di una “società civile” incorrotta e innocente a fronte di un ceto politico guasto e vizioso. Quei tanti che hanno creduto di partecipare alla rivoluzione culturale del Duemila comprando un pesante bestseller, affrancandosi da Bevilacqua e  Gervaso, da De Crescenzo e Biagi, con un Umberto Eco che ha segnato il riscatto da uno stato di inadeguatezza sociale, da un vergognoso provincialismo proprio come una giacca di Armani.

E allora, grazie rete, caotica, popolosa, inafferrabile, disordinata, volgare, esibizionista, sfacciata, miserabile e eroica, come certe megalopoli con i loro grattacieli di cristallo nelle quali si specchia  il brulicare dell’umanità.

 

 

 


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