92d7c0ae4cfdeac29ed387b204117382_MGTHUMB-INTERNATra le tante grandi indecenze ci sono anche quelle piccole, quelle che quasi non si notano, ma che ammassate l’una sopra l’altra fanno opinione. Ieri il Corriere della Sera se ne é uscito con un titolo di intelligenza e gusto berlusconiani: Forse ce’è la crisi, ma gli italiani se ne vanno in vacanza. Nel tardo pomeriggio, forse in un soprassalto di onestà in vista della notte, che già con il caldo è difficile dormire, il titolo è stato cassato ed è rimasto il pezzo, scevro da considerazioni pataccare, in cui – attraverso le cifre di Federalberghi, perché non sia mai che in questo Paese si diano numeri non emessi dalle corporazioni –  ci si compiace dell’aumento dei vacanzieri rispetto all’anno scorso. Nessun accenno al fatto che nel 2014 l’estate è durata 15 giorni mentre quest’anno è lunga e rovente: ma sta di fatto che leggendo il testo si vede che cala comunque la spesa pro capite, che il periodo di “villeggiatura” diminuisce, che una sempre maggiore percentuale di italiani sfrutta le case di parenti e amici. Insomma un quadro di piena crisi, appena salvato da un leggero aumento, 2,3% di stranieri tutto dovuto a Paesi extraeuropei.

Tutto  questo è stato invece stravolto nel titolo, probabilmente l’unica cosa che viene letta e che vale come i ristoranti pieni di zio Silvio quando la crisi notoriamente non esisteva ed era un’invenzione dei comunisti. Sono finite invece in titoletti poco visibili, le notizie vere, ossia il crollo delle vendite al dettaglio in Germania, un 2,35% in meno che porta a -0,6 tutta l’eurozona e che comunque si inserisce in un rallentamento generale della dinamica dei consumi rispetto all’anno scorso. Messo in un angoletto anche il meno 0,4 dell’industria che testimonia a pieno la situazione del Paese incapace di scollarsi dai piccoli numeri anche in una situazione mai così favorevole dal dopoguerra: petrolio a basso costo, euro debole, quantitative easing della Bce. Ma si premette che questo scivolone di inizio estate è dovuto al rallentamento del commercio internazionale. Detto proprio così per dare la colpa ad altro e come se si trattasse di un  dato di secondaria importanza.

Invece è chiaro che questo declino del commercio internazionale rende del tutto fantasiosa e bugiarda la leggenda della ripresa, specie se come l’Italia si opera con vincoli di bilanci assurdi e con una moneta straniera. Tuttavia la narrazione liberista globale alla quale è incollata col vinavil  quella della politica domestica, ha bisogno di dire che non c’è più crisi. E quando i criteri mercatisti con cui vengono fatte le statistiche, quando l’alterazione dei dati non bastano più a sostenere il racconto ecco che si sfrutta l’estate più calda da due secoli per insinuare che insomma la crisi è un’invenzione dei gufi. Di questo passo chissà dove arriveremo: forse persino a considerare il Corriere un organo di informazione e Renzi un premier.