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Autentica rovina

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

T’invidio turista che arrivi, t’imbevi de fori e de scavi, dice una vecchia canzone. Adesso, bene che vada, più che  d’invidia per la rivelazione della bellezza, sorprendente anche se tanto decantata, chi viene in visita in Italia  è oggetto di fastidio, insofferenza, come un pesce che puzza anche prima dei fatidici tre giorni, come un occupante maleducato e molesto.

Sentimenti che paradossalmente suscita anche in chi ci guadagna dalla sua invasione, ma troppo poco, che si sa non c’è più il turismo di una volta, sfarzoso, generoso, ma discreto, per le cui visite pastorali si chiudevano siti e musei, con sigilli ben remunerati e pronubi di pudiche donazioni.  Quei sigilli che oggi invece vengono apposti per tener fuori la gente qualunque, turisti e cittadini del luogo, classi scolastiche e fedeli, per garantite doverosa riservatezza a nomenclature aziendali e Grandi Eventi esclusivi: si affitta Napoli agli stilisti, chiudendo S,Gregorio Armeno e le strade intorno per tre giorni anche ai pedoni, con un ricavo per il Comune di 100.000 euro; si consegnano Ponte Vecchio (ritorno dell’operazione 2.489 euro) e Santa Maria dei Miracoli a per celebrare i fasti della cultura d’impresa; i musei diventano location ambite per sfilate di moda e presentazioni di essenze per quelli che non devono chiedere mai. E si additano a ludibrio e riprovazione i dipendenti del Teatro Flavio, rei di voler tenere un’assemblea sindacale autorizzata nel luogo di lavoro, mentre poi lo si vieta ai visitatori in occasione di una festa  di Vip ospiti del mecenate dei mocassini.

 

Con queste referenze è difficile pretendere da chi viene a imbeversi di fori e scavi o anche semplicemente  a farsi qualche selfie ricordo tra le rovine, il rispetto che noi non riserviamo al nostro bene comune. Quello che i distruttori responsabili di degrado, abbandono e mercificazione definiscono di volta in volta “i nostri giacimenti”, il nostro “petrolio”. E che mandano coscientemente in rovina per dimostrare che è irrecuperabile e insostenibile senza l’aiuto della caritatevole beneficienza dei privati, che per mantenerlo è meglio affidarlo, proprio come succede con altre risorse fossili, a trivelle e grandi compagnie.

Questa Italia che non lavora e non produce, è stata condannata da un ceto dirigente ignorante, vogare e corrotto a diventare un grande parco a tema, dove sarebbe gradito che gli abitanti si prestassero a fare da figurine del presepe, gladiatori, imbianchini rinascimentali, damine del settecento. Come in quelli americani, magari ragionevoli in un contesto senza storia, ma incongrui e ridicoli qui dove la storia non ha certo bisogno di una reincarnazione, semmai di essere studiata a scuola.

D’altra parte siamo dominati da una classe politica che ha fatto male anche le elementari e che ha bisogno di collocare la conoscenza dentro alla cornice della televisione sotto forma di soap. E quindi non stupisce che il ministro dei Beni culturali voglia popolare il Colosseo di atleti con tanto di corazze di latta e spade di cartone, per dare vita a una rievocazione plastica, la più falsa possibile, dell’età imperiale, proprio come succede al Colonial Williamsburg in Virginia definito non a caso una “riproduzione autentica” della città com’era nel 1700,  o, meglio ancora, come si fa al Living Museuma di Playmouth Planantion, dove le comparse nei panni di padri pellegrini  interpretano l’arrivo della Mayflower in abiti dell’epoca e parlando l’inglese dei Seicento.

Tutto è pronto per questo, per far soldi svendendo il Paese all’industria turistica tramite operatori del settore o improvvisati, purché della “famiglia”, se il pizzicagnolo della real casa  per far belli i suoi spacci, compreso quello dell’Expo, li adorna con capolavori in prestito, guglie del Duomo, e si augura che tutto il sud diventi una grande Sharm el Sheik, o, peggio ancora, se il ministro competente – si definisce così, non è una valutazione di merito – ipotizza  un augurabile rilancio del mezzogiorno attraverso la realizzazione di innumerevoli campi da golf. partendo dalla Sicilia, “magari vicino alla valle dei templi” così da “attirare gli stranieri ricchi”.  E se la dirigenza di una città d’arte, la più speciale e vulnerabile, finge di credere che le crociere siano la forma più elevata e auspicabile di turismo, provvidenziale economicamente, omettendo che   il 91% dei crocieristi   si imbarca a Venezia  all’inizio della crociera e vi sbarca alla fine.  Se in quella città, ma a Roma, Firenze, o nei piccoli centri, le amministrazioni hanno dato vita a un sistema di licenze facili per realizzare la locanda diffusa dove ogni affittacamere è un manager dell’accoglienza, dove catene della “ricezione turistica”   promuovono la proliferazione di B&B e case vacanza al di sotto dei più bassi requisiti di igiene e qualità (ha fatto il giro della rete l’immagine di qualche tempo fa: un furgone che scarica 17 letti davanti al portone di una stanza-vacanza di 70 mq)  con la connivenza e omertà delle amministrazioni locali, che chiudono un occhio su evasioni fiscali e norme della più elementare sicurezza.

Il fatto è che anche nel turismo si ripropongono differenze e disuguaglianze: da una parte le crociere svendute per nutrire in tanti poveracci il sogno di essere re per un giorno, i pullman che scaricano migliaia di visitatori già stanchi per indirizzarli tutti verso l’area marciana della Serenissima  (nel 2015, 27 milioni di turisti), le gite nei luoghi francescani con l’opportunità di comprarsi una batteria di tegami, i forzati delle escursioni che consolidano l’immagine di un paese ingordo che piglia dove può indifferente alla pressione, all’oltraggio, purché “se magna” e dove la retorica del Bello copre le magagne dello sfruttamento intensivo. Dall’altra invece il turismo apparentemente educato dei ricchi, di chi può comprarsi visite esclusive, di chi può permettersi di stare appartato nelle ore di punta, via dalla pazza folla, ai bordi della piscina alla Giudecca, nella pace romita di Fiesole. Quelli insomma che potranno godere  dei servizi offerti dal portale del «turismo extralusso», Firenze? Yes, please, in linea con Italy Very Bello,  frutto del consorzio di undici strutture ricettive fiorentine in grado di elargire indimenticabili  esperienze  esclusive, con il sostegno del Comune e delle istituzioni culturali cittadine;  «una passeggiata tra i capolavori degli Uffizi? Sì, ma con Eike Schmidt, il direttore degli Uffizi, a fare da cicerone. Consigli sulla Firenze a misura di bambino? Magari ve li dà il sindaco Nardella»,  in attesa che le suddette guide d’eccezione, si prestino a fare gli chauffeur e i mezzani agli ordini dei capricci dei visitatori glamour, e in contrasto con quella che dovrebbe essere l’essenza e la finalità della Bellezza: favorire ragione, memoria, dignità, conoscenza, giustizia.

Roma a La Vegas

Roma a La Vegas

Se andiamo avanti così, permettendo al mercato e al profitto di trasformare nostro  patrimonio artistico in uno strumento di lucro e di mettere a rischio la sua tutela, se viene negato il valore civico dei monumenti a favore del loro potenziale turistico, se la  conoscenza, primo strumento di crescita di ogni democrazia, viene umiliata e ignorata, se il diritto a godere dell’arte e della storia , anziché un bene comune garantito dalla Costituzione,  diventa un bene di mercato, presto per vedere la Serenissima o Firenze  o Siena ci dovremo accontentare di quelle fasulle e riprodotte a Las Vegas, a Macao, a Antalya dove sorge il Venezia Palace De Luxe Resortm con tanto di Campanile e Cavalli, per godere delle torri di San Gimignano dovremo aspettare che sia completata la loro autentica riproduzione a Chongqing nei 253 ettari di perfetto paesaggio toscano nel quale sta sorgendo uno sterminato megastore.

 


Vacanze romane

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“La ripresa dell’Italia non è una chimera, questo paese deve essere una terra delle opportunità  e non dei rimpianti”. La menzogna ha sempre fatto parte della cassetta degli attrezzi dei regimi. Sfrontata come questa, proferita dallo spacconcello intemerato, mormorata sotto forma di intimidazione o di lusinga, è sempre stata impiegata come insostituibile strumento di potere e addensante di consenso fino all’adorazione, il che la dice lunga sull’indole di molti popoli a farsi prendere per il naso, a riporre fiducia in tiranni e despoti, a affidarsi loro apparentemente in mancanza di meglio e soprattutto in assenza di attaccamento alla libertà, all’autodeterminazione, alla responsabilità.

Ma adesso, adesso le bugie vengono amplificate, ripetute. Rimbalzano sui media, si inseguono nella rete, vengono smentite, muoiono, rinascono come la fenice, si perpetuano grazie alla incancellabile memoria di Google, ma soprattutto in virtù del desiderio di molti di credervi, di convincersene, di accucciarsi nel grembo rassicurante dell’inganno per non reagire.

Stamattina il Simplicissimus smascherava le leggende autoalimentate e troppo legittimate del Gran Casinò borsistico come sostituto dell’economia reale, per anni ci siamo preoccupati dello spread, abbiamo avuto paura del racket delle agenzie di rating, abbiamo guardato con confidente attesa alla luce in fondo al tunnel,  qualcuno si è perfino spinto a farsi persuadere che la colpa della perdita di  benessere, sicurezza,  identità, dignità fosse da attribuire all’arrivo di gente disperata in fuga da guerre che abbiamo contribuito a scatenare.  E qualcuno non solo per motivi di interesse si è convinto che fosse vero che l’illegalità, la corruzione, il malaffare fossero incidenti di percorso o addirittura il necessario prezzo da pagare in nome della crescita, della ripresa, un sacrificio tassativo e imprescindibile da offrire al mercato. o anche un fenomeno naturale, sorprendente come Mafia Capitale o i funerali del vecchio boss,  e imprevedibile – proprio come la crisi – occasionale ed estemporaneo che prima o poi finirà, grazie all’arrivo dei marziani, alla volontà di rigenerazione della società civile, perfino ai benefici effetti della rottamazione di una vecchia classe dirigente sostituita da una nuova, che si è scoperta più rampante, più vorace, più ambiziosa e più collusa coi poteri padronali. Ma perfino a quelli, perfino alla narrazione quotidiana della loro pinocchieide serve nutrire il mito dell’onestà, magari con qualche altra bugia, che basta non sfilare i soldi dalle tasche, non compiere furti con destrezza, non farsi passare valigette di liquidi al bar, sotto al tavolino per dimostrare integrità, innocenza e dedizione all’interesse generale.

Il laboratorio sperimentale nel quale si è data vita al Frankenstein, alla creatura artificiale che dovrebbe rincuorarci dell’esistenza il Italia di un sindaco integerrimo, è la città di Roma, nel cui sottosuolo morale si è consumato e si consuma di tutto all’insaputa del prodotto di fantapolitica messo a governare la capitale, autoproclamatosi marziano a  accreditare al sua estraneità e la sua inconsapevolezza, chiaramente colpevole se è vero che tutti sapevano, tutti anche intorno a lui erano informati e qualcuno coinvolto, tutti andavano a cene eleganti, eventi sociali, incontri elettorali e godevano di finanziamenti legittimi quanto inopportuni.

Ma pare che spesso il sindaco Marino non sapesse perché non c’era. La fatica del suo incarico vissuto come una missione, lo ha costretto a vacanze frequenti e prolungate. Secondo Dagospia e il quotidiano Libero avrebbe dovuto concedersi una sospensione dalla cura della cosa pubblica ogni 48 giorni. Scrive Libero che secondo la ricostruzione fatta dallufficio stampa del Comune di Roma, con laiuto della segreteria del sindaco, linquilino del Campidoglio, da quando è stato eletto nel giugno del 2013, ha fatto 44 giorni di vacanza. Otto nel 2013, fra giugno e agosto. Diciassette nel 2014, 3 a gennaio e 14 ad agosto. Diciannove questanno, 9 a gennaio e 10 in questi giorni. Ma non ci sono state solo “ferie” e viaggi di piacere. Le assenze sono anche da attribuire all’instancabile attività svolta per cercare mecenati, compratori del nostro patrimonio immobiliare, sponsor, investitori e solo i maligni potrebbero osservare che quelle missioni non solo non hanno prodotto i frutti sperati, ma  si sono svolte curiosamente in coincidenza con crisi piccole o grandi, inondazioni, esequie scomode, rivolte, scioperi, grandini copiose, incendi a Fiumicino o nella metro, inquietanti epidemie che colpiscono i pizzardoni.

Qualcuno, a cominciare dalla stampa inglese e dal New York Times potrebbe insinuare che tanto a vedere come è messa Roma, non ci si accorge se il sindaco è presente o assente. Invece non è vero, lui c’è, vigila,  prevede se non provvede e non previene, ma profetizza:  «La mafia a Roma esiste. Lho affermato spesso in campagna elettorale, già nella primavera del 2013, lho ribadito da sindaco, quasi inascoltato. … ora meno soli contro mafia a Roma», scrive sul suo profilo Facebook a proposito dei funerali eccellenti, che si vede che Buzzi e Carminati non gli erano bastati.

Sarà onestissimo per carità, non compie scippi, non ci clona il bancomat. In compenso a fronte di ogni problema la sua soluzione o la sua azione di contrasto  si riducono alla istituzione di una Commissione, si immagina remunerata, dei cui risultati, qualora vi siano, non si sa nulla.  E’ stato così per il censimento delle case vuote, per gli immobili da destinare a ospitare uffici pubblici ora affittuari a caro prezzo di privati, della rivoluzione ai Fori, il suo fiore all’occhiello, limitatosi a interdire il passaggio a auto private e taxi. In compenso la sua appartenenza al famigerato partito dei sindaci l’ha contagiato con la patologia degli annunci: svolta epocale nella nettezza urbana, all’azienda dei trasporti, nel traffico, nelle periferie, nei campi rom, nei centri di accoglienza, nella mobilità in vista del Giubileo, nel bilancio comunale in profondo e inguaribile tracollo. In compenso l’inossidabile marziano eletto in mancanza d’altro, ogni giorno rivendica l’estraneità al suo elettorato, ai  cittadini che dovrebbe amministrare, all’opinione pubblica mondiale, interessato al consenso di Palazzo Chigi, officiato dalla squinzia mandata a risolvere problemi come Wolf, quando lo si ritiene ingombrante, molesto, “imbelle”, come l’ha definito il New York Times, ma indispensabile a rinviare la mesta liturgia elettorale che potrebbe rivelarsi punitiva perfino per il partito unico della nazione e ancora più irrinunciabile per fare da gioconda copertura alla perpetua macchina degli affari che,  come lo spettacolo, deve andare avanti.

 

 


Il postino truffa sempre due volte

postini-12-7674_alta-656x437Raramente, a dir la verità quasi mai, ho citato  un fatto personale, ma questa volta la cosa è talmente curiosa che non resisto: ieri sono stato truffato dal postino. Non da un avventizio o da un precario in sostituzione estiva, ma proprio dal postino che ogni due o tre giorni (ormai le poste sono ridotte così) passa per portare avvisi, bollette e raccomandate secondo un mestiere che si è trasformato nel tempo in quello di esattore imbuca e fuggi.

Bene, il postino suona e dice di dover consegnare a un altro inquilino assente per lavoro un duplicato della patente gli era stata rubata tempo fa. Il vicino mi aveva  pregato di prenderla in consegna se per caso fosse arrivata in sua assenza per evitare futuri peregrinazioni verso uffici postali che non sono mai quelli più vicini forse per una forma di sadismo nascosta sotto il velo della disorganizzazione o peggio ancora dell’organizzazione a risparmio usuraio. Insomma bisognava pagare 20 euro per ritirare il prezioso documento: nessun problema se non fosse che mi ritrovavo solo un biglietto da 50 e il postino non aveva resto da darmi. Allora mi dice: facciamo così, io vado a consegnare altri documenti inviati contrassegno, poi con i soldi che mi danno torno a darle il resto.

“Benissimo, non si preoccupi”.

“Spero di fare presto e in ogni caso le metto in buchetta una ricevuta per i 50 euro”

Non ci stavo già più pensando quando, circa due ore dopo, si sente il gracchiare del citofono. Chi sarà mai? E’ sempre lui, il postino che mi annuncia che proprio quel giorno dopo anni di servizio senza incidenti è stato derubato e che quindi non potrà restituirmi i 30 euro. Me li ridarà quando le poste accerteranno i fatti e risarciranno il danno, cosa che probabilmente accadrà con sollecitudine di mesi se non di anni. In realtà visto che non c’era nessuna ricevuta in buchetta di quei 30 euro e immagino di molti altri raccolti in questi giorni, non c’è traccia ufficiale, sono soltanto passati di mano.

Pazienza 30 euro non cambiano la vita di nessuno e spero che il portalettere con il bottino di questi giorni riesca a farsi qualche giorno di vacanza. Magari l’intenzione è quella di restituirli una volta tornato, intenzione che con tutta probabilità si arenerà sui conti che si accumulano senza pietà sulle nostre vite. In pratica stamattina sempre il medesimo portalettere, tornato per necessità di lavoro sul luogo del delitto, mi ha incontrato sul portone e ha di fatto confessato che spera tra qualche giorno o settimana di restituirli. Non ho potuto dire di tenerseli, per non umiliarlo facendo cadere la fantasiosa narrazione  del furto e delle poste. Del resto ben altri personaggi con machine di lusso, vestiti firmati e case milionarie non mi ha pagato cifre cento o trecento volte volte superiori: è con loro che mi piacerebbe esercitare certe arti marziali con bastoni tratte direttamente da Bruce Lee.

E tuttavia la vicenda mi ha lasciato sgomento per la realtà che esprime in mezzo all’infame aria fritta  della classe dirigente politica e mediatica sulla fantomatica ripresa, le luci in fondo al tunnel, un girare attorno alla lampadina spenta come una falena demente, come se non si sapesse che l’obiettivo non è altro che l’impoverimento generale e la consegna di tutto in poche mani. Ecco niente mi ha suggerito in maniera così diretta il disperato tentativo delle persone di conservare il vecchio modello di vita in una condizione e con imposizioni che non lo rendono possibile. Un aggancio all’età dell’oro, se proprio vogliamo chiamarla così, che è stato fatale, che ha portato a rese sempre più avvilenti e a condizioni sempre peggiori, fino ad essere poveri anche con un lavoro una volta modesto, ma sicuro e più che dignitoso, probabilmente invidiato da molti. Fino a dover raggranellare un po’ di soldi anche così. Ciò che una volta era inconcepibile adesso diventa strumento di sopravvivenza in attesa della immancabile ripresa, un miraggio frutto della rassegnazione e dell’impotenza a pensare e tentare altro. La speranza si è ridotta 30 euro.


Le vacanze dell’informazione

92d7c0ae4cfdeac29ed387b204117382_MGTHUMB-INTERNATra le tante grandi indecenze ci sono anche quelle piccole, quelle che quasi non si notano, ma che ammassate l’una sopra l’altra fanno opinione. Ieri il Corriere della Sera se ne é uscito con un titolo di intelligenza e gusto berlusconiani: Forse ce’è la crisi, ma gli italiani se ne vanno in vacanza. Nel tardo pomeriggio, forse in un soprassalto di onestà in vista della notte, che già con il caldo è difficile dormire, il titolo è stato cassato ed è rimasto il pezzo, scevro da considerazioni pataccare, in cui – attraverso le cifre di Federalberghi, perché non sia mai che in questo Paese si diano numeri non emessi dalle corporazioni –  ci si compiace dell’aumento dei vacanzieri rispetto all’anno scorso. Nessun accenno al fatto che nel 2014 l’estate è durata 15 giorni mentre quest’anno è lunga e rovente: ma sta di fatto che leggendo il testo si vede che cala comunque la spesa pro capite, che il periodo di “villeggiatura” diminuisce, che una sempre maggiore percentuale di italiani sfrutta le case di parenti e amici. Insomma un quadro di piena crisi, appena salvato da un leggero aumento, 2,3% di stranieri tutto dovuto a Paesi extraeuropei.

Tutto  questo è stato invece stravolto nel titolo, probabilmente l’unica cosa che viene letta e che vale come i ristoranti pieni di zio Silvio quando la crisi notoriamente non esisteva ed era un’invenzione dei comunisti. Sono finite invece in titoletti poco visibili, le notizie vere, ossia il crollo delle vendite al dettaglio in Germania, un 2,35% in meno che porta a -0,6 tutta l’eurozona e che comunque si inserisce in un rallentamento generale della dinamica dei consumi rispetto all’anno scorso. Messo in un angoletto anche il meno 0,4 dell’industria che testimonia a pieno la situazione del Paese incapace di scollarsi dai piccoli numeri anche in una situazione mai così favorevole dal dopoguerra: petrolio a basso costo, euro debole, quantitative easing della Bce. Ma si premette che questo scivolone di inizio estate è dovuto al rallentamento del commercio internazionale. Detto proprio così per dare la colpa ad altro e come se si trattasse di un  dato di secondaria importanza.

Invece è chiaro che questo declino del commercio internazionale rende del tutto fantasiosa e bugiarda la leggenda della ripresa, specie se come l’Italia si opera con vincoli di bilanci assurdi e con una moneta straniera. Tuttavia la narrazione liberista globale alla quale è incollata col vinavil  quella della politica domestica, ha bisogno di dire che non c’è più crisi. E quando i criteri mercatisti con cui vengono fatte le statistiche, quando l’alterazione dei dati non bastano più a sostenere il racconto ecco che si sfrutta l’estate più calda da due secoli per insinuare che insomma la crisi è un’invenzione dei gufi. Di questo passo chissà dove arriveremo: forse persino a considerare il Corriere un organo di informazione e Renzi un premier.


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