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Tutti pazzi per Giavazzi

parr giavaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rivolgo un caldo invito a tutti i quarantenni non di prestigio (quelli famosi vengono ancora annoverati tra gli enfant prodige), ai cinquantenni,  ai sessantenni e oltre, quelli  già in odor di cancellazione dalla faccia della terra ad opera di Fmi e Bei. Se per caso vi capitasse di imbattervi in tal Sofia, sedicenne, allora, come nelle vecchie barzellette sessiste, prendetela a salutari ceffoni: voi non sapete perchè ma lei si.

Incarna infatti tutta l’ideologia della severità intransigente e  punitiva di diritti, democrazia, garanzie e talenti, che criminalizza quelli di ieri che si sono dati alla pazza gioia con una vita dissipata, tra agi sibaritici e benessere immeritato, con costumi dissoluti e aspirazioni tanto corrotte da sacrificare l’oggi e il domani a spese delle  generazioni a venire.

In realtà è improbabile che incontriate Sofia, che potrebbe tranquillamente chiamarsi Greta – e allora la sfiorereste tra i flutti durante la vostra ingiustificata vacanza in yatch a vela, perchè è con tutta probabilità creatura immaginaria,  frutto della fantasia non troppo fertile di Francesco Giavazzi che sul Corriere di ieri ne tratteggia il profilo, come dolente allegoria della disperazione giovanile  che abbiamo indotto e per la quale dovremmo essere espropriati a scopo punitivo dei diritti, a cominciare da quello di cittadinanza per eccellenza, il voto.

Quindi se già vi prudono le mani potreste molto meglio riservare le sberle, purtroppo solo virtuali, a questo esponente della categoria di quelli che la vita la guardano passare dal davanzale e dallo stesso parapetto,  pontificano chiamandosi fuori da responsabilità personali e collettive. Perchè  qualche colpa deve avercela di sicuro anche lui, anche solo a guardare il suo curriculum di beato tecnocrate con pretesa di innocenza: ingegnere con studi al Politecnico e poi dottorato al Mit, professore a Ca’ Foscari e alla Bocconi, dirigente al Ministero del Tesoro, membro del Cda di Assicurazioni e del Banco di Napoli, collaboratore della autorevole testata pluripremiato per il suo impegno giornalistico, e, come ciliegina sulla torta,  partecipante di pregio al Tavolo dei Volonterosi, promosso da Daniele Capezzone, nientepopodimeno.

Ma soprattutto nelle sue referenze di feroce servitore dell’ideologia della severità, dell’intimidazione e del ricatto come sistema di governo, spicca il delicato incarico attribuitogli nel 2012 da Mario Monti premier, quello  di prestigioso consulente per la spending review della spesa pubblica, in modo che insieme ad altre eccellenti mani di forbice si addossasse l’onere, sia pur lacrimevole come era costume allora,  di tagliare   garanzie, assistenza, cure, pensioni, qualità e efficienza nell’erogazione di servizi pubblici in modo da favorirne la trasformazione festosa in occhiute e arbitrarie erogazioni a pagamento.

E forse la sua Sofia non sa che dobbiamo a lui, che vanta nel suo pantheon i guru del pensiero liberista, primo tra tutti Friedman, insieme a Pannella e Bonino (tanto per ricordare a chi potreste aver dato una inopportuna preferenza), il sostegno tecnico- scientifico all’abolizione dell’articolo 18,   colpevole di aver ridotto la produttività della nostra economia e di aver promosso e consolidato l’istinto parassitario degli anziani ancora protetti da inappropriate e sconvenienti forme di protezione e tutela,  lesive delle pari opportunità dei giovani.

Vi confesserò che da sempre diffido di chi si vuol conquistare a tutti i costi il consenso dei ragazzi, ricordando quei vampiri di sangue fresco che non hanno saputo godersi le gioie della giovinezza  e così indossano il chiodo e gli stivaletti texano e vanno in moto  sfidando a un tempo l’umidità, il freddo e il ridicolo.

Ma tutto sommato li preferisco rispetto a uno che per compiacere il target degli adolescenti invece della mancetta diseducativa propone che si abbassi l’età del voto permettendo ai sedicenni di partecipare al processo decisionale che tanto li riguarda.

E infatti scrive immaginando di rivolgersi a Sofia:  “Non sappiamo se e quando si andrà a nuove elezioni. Ma quando si voterà, dei 60 milioni circa di cittadini italiani, quasi 10 milioni non potranno farlo perché troppo giovani. Eppure con le elezioni un Paese disegna il proprio futuro, quello in cui vivranno proprio quei 10 milioni di cittadini che oggi non votano”, ricordando, bontà sua di settantenne non proprio marginale,  che ” una quota elevata della nostra spesa pubblica (circa un quarto del totale) è spesa sociale e di questa beneficiano soprattutto gli anziani, che infatti nelle elezioni contano più dei giovani, come i partiti ben sanno”,  e che, vergogna !!, quella quota  approfitterà come sanguisughe “della legge cosiddetta Quota 100, che da quest’anno consente ai sessantenni di anticipare la pensione. Un provvedimento che aumenta il nostro «debito pensionistico», la differenza cioè fra le pensioni che lo Stato si è impegnato a pagare in futuro e i contributi che lo Stato incasserà da chi lavora”.

Sospetto che quando era al Mit di Boston il Giavazzi abbia fatto sega proprio il giorno nel quale hanno spiegato che le pensioni non le tira fuori lo Stato attingendo anche alle sue tasche di accademico, che non sono rendite parassitarie ma sono salari differiti dei lavoratori per goderne finita l’età lavorativa e che operai, artigiani, dipendenti pubblici e privati hanno pagato le tasse che dovrebbero garantire loro assistenza e servizi.

Ma deve aver anche saltato le lezioni di educazione civica se non si è accorto che via via   grazie alla sua ideologia di riferimento, la partecipazione democratica è stata ridotta e non per via generazionale, che l’esclusione dalle scelte è officiata da riti elettorali che non danno spazio al parere dei cittadini, che l’accesso alle informazioni a ai processi è limitato perfino in materia di opere che insistono sui loro territori, che vengono disattesi anche gli esiti referendari, a conferma che il voto deve essere ridotto a atto notarile a suffragio di decisioni prese in alto.

E chissà come la mette con la sua cricca che è solita chiedere a gran voce una riforma delle procedure elettorali in modo da favorire una benefica selezione sulla base di criteri basati su censo, cultura, appartenenza, fedeltà e fidelizzazione non si sa come dimostrabile se non con l’abbonamento ai giornaloni, la visione reiterata di Porta a Porta, la frequenza alla Luiss e alla Bocconi, l’atto di fede all’Europa con tanto di figli all’Erasmus e fan di Greta, molto citata in qualità di idolo giovanile.

Speravamo che il nuovo secolo avesse spazzato  via l’ipocrisia verminosa del libro Cuore,  speriamo che Sofia sia solo l’ invenzione di un paterno nostalgico del piccolo Enrico, spero che Giavazzi non abbia dei nipotini che vengono su con brioche, privilegi ereditati e carriere accademiche assicurate,  altrimenti non ci resta che riporre fiducia in qualche Franti che li seppellisca tutti con una risata.

 

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Quando il potere si veste da donna

everAnna Lombroso per il Simplicissimus

Devo ad un’attenta amica di Facebook la rivelazione che esiste un “non luogo”, uno spazio variegato sul web, un blog  molto diverso dalla moltitudine di quelli che, ormai, ha invaso la rete. Si chiama La 27Ora  un “blog al  femminile” sul quale una dozzina di giornaliste del Corriere della Sera raccontano i sogni, le difficoltà e la costante ricerca di un equilibrio che, da sempre, caratterizza la vita di una donna…. Un filo virtuale di pensieri che, realizzato attraverso il sapiente eloquio delle giornaliste coinvolte nel progetto, mette in scena “un universo in cui tutte le donne italiane – il 51& della popolazione, ma solo il 21% di ministre,  il 14% di top manager e il 6% di Ad in società quotate  –  sapranno riconoscersi”.

Non so come mai  pur appartenendo all’universo femminile non mi ci sono proprio riconosciuta, allo stesso modo in cui stento a riconoscermi  in quel 21% di ministre e meno che mai nel 6% di amministratrici delegate. E anche nel lungo post che denuncia come si sia spenti fuoco di paglia che aveva accolto il famigerato  Ddl Pillon che lungi da essere archiviato farebbe ancora parte del contratto di governo, e che, ci ricorda la firmataria della lunga invettiva, altro non è che l’iniqua rappresentazione plastica “del mondo femminile e infantile” secondo i gialloverdi. E fin qui, come non essere d’accordo visto che sempre la stessa Cristina Obber che firma, ci ricorda che con queste premesse stiamo rientrando nel Medioevo o, a scelta, tornando indietro di 100 anni, con la rinuncia obbligata a conquiste e diritti.

Ma allora cosa si deve fare “per non tornare a casa a fare la calza”? presto detto: bisogna mettere da parte le appartenenze, le ideologie, la fedeltà al proprio partito di sempre, e pensare in che paese vogliamo far crescere i nostri figli e soprattutto le nostre figlie, che altrimenti se ne andranno presto altrove. Queste non sono delle classiche elezioni europee, questo è un voto che entra con forza nelle nostre case e un voto con cui possiamo rispedire le bugie al mittente, recita questo appello doroteo all’unità nazionale, a coalizioni di salute pubblica.

Insomma bisogna votare Pd o Fi o perfino la Meloni, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna.  Così si rende noto che le elezioni a un Parlamento senza poteri, che non esprime nessun valore di rappresentanza in seno a un organismo sovra-sovranista che ha apertamente dichiarato la sua ostilità alle democrazie nate dalla resistenze e macchiate della  colpa originale di essere “socialiste”, che quell’evidente atto notarile di consegna alla Ue germanizzata, anche quella da una che malgrado le apparenze è perfino una donna, hanno l’unico valore di fare giustizia interna nelle guerre per bande dei partiti, di un teatro dove si consuma la battaglia dei pupi, tutti comunque schierati per accedere alla fortezza, anche quelli che prima si sentivano dei Tartari e che hanno scelto una doverosa accondiscendenza.

E allora se siete femministe, turatevi il naso e votate per quelli che a casa vi ci hanno mandate e non per sferruzzare ma per assistere in via privata e per il vostro codice genetico segnato dall’abnegazione e dallo spirito di sacrificio, i vecchi e i malati abbandonati per via della cancellazione dello Stato sociale, per fare da insegnanti di sostegno agli alunni di scuole trasformate in fabbriche per ignoranti superspecializzati, per quelli che vi raccontano che il vostri riscatto passa per la parità salariale in lavori precari, avvilenti e incerti, o che vi dicono che era doveroso scegliere il salario più alto, quello naturalmente maschile, mettendo da parte ambizioni e talenti, per chi vi narra che basta declinare al femminile anche la parola patria per combattere le stesse guerre che conduce, alle quali collabora e che finanzia con il dissennato acquisto di armamenti, per chi vi vuol far credere che l’affrancamento della vostra minoranza numerica avvenga con la sostituzione di carogne con pari carogne in quota rosa, sulla falsariga di Madame Lagarde, che, malgrado le apparenze, è perfino una donna, per quelli che per anni hanno combattuto il puttaniere e non il golpista che albergava in lui, preferendo chi fa commercio non solo dei copri femminile, ma anche di quelli dei maschi, teste comprese, per quelli che non hanno cancellato la 194, ma hanno fatto di più sostenendo le cliniche private e i cucchiai d’oro nel quale si esercitano quelli che nel pubblico obiettano contro una legge delle Stato.

E se siete fan di Greta, allora non vi costerà dare il voto alle sciure candidate nel Pd che vogliono la Tav per una rapida consegna delle merci chiedendovi qualche necessario sacrificio se  magari in quelle 27 ore siete anche pendolari,  o ai distributori automatici di concessioni e autorizzazioni per profittevoli trivelle, o anche a quelli che hanno consegnato il Mezzogiorno ai signori dell’eolico in odor di mafia, a quelli delle discariche  e dell’export di rifiuti in odor di camorra, e anche a quelli che agli investimenti in tutela del territori hanno preferito la pioggia di quattrini per Grandi Opere e Grandi Eventi, o che hanno ceduta la mela marcia dell’Ilva e la vita dei tarantini a qualcuno che ci restituisce solo i veleni.

E se siete fidanzate che non possono coronare il loro delicato sogno d’amore  perché non hanno una casa da dividere con il partner, votate per quelli che hanno trasformato le città in geografie e terreni di scorrerie per speculatori privati e immobiliaristi spregiudicati, che hanno convertito i centri storici in alberghi diffusi e sedi di un terziario sempre più bulimico di spazi, appagate per il diritto concesso a coppie, purchè omosessuali, di non potersi sposare ma per gli stessi motivi.

E se siete antifasciste poi dopo aver esposto il simbolo della vostra strenua resistenza sotto forma di lenzuolo, potete a cuor leggero votare per chi ha concesso beni mobili e immobili a Casa Pound, invitandoli a colloquiare sui destini della democrazia in dibattiti e show, preparando il terreno per il definivo sdoganamento nelle urne, per chi ha consolidato un’ipotesi di ordine pubblico e di giustizia repressivo e iniquo, per rassicurare i penultimi criminalizzando gli ultimi, poveri stranieri o indigeni, offrendola in cortese concessione al feroce esecutore di oggi all’Interno, per chi vuole convincervi che il problema è lui che se la piglia con gli immigrati e non chi gli immigrati li ha fatti scappare dalle loro case, affamandoli, bombardandoli, assetandoli, che il problema sono  i suoi isbirri che menano i manifestanti e non chi li costringe a scioperare per la difesa della sopravvivenza, così potete prendervela con qualcuno che vi sta di fronte e che speriamo tutti sia destinato a cadere dalla poltrona nel dimenticatoio, mentre restano remoti e intangibili quelli che il fascismo lo impiegano come uno dei modi per imporre l’autorità assoluta e il potere egemonico dell’oro, ben saldi nel persuadervi che il sacrificio di quei duecentomila combattenti per la libertà che si sacrificarono per riscattare gli errori e le cadute degli altri milioni di compatrioti fosse solo lotta di liberazione e non lotta di classe, di sfruttati che vogliono un mondo altro da quello.

A oggi non so se voterò per queste elezioni: direi di no, direi che mi astengo se fosse un voto per il Parlamento di un’Europa che non considero in alcun modo riformabile. Direi di no, con la stessa convinzione, se si tratta come ci spiegano le illuminate opinioniste  del corner rosa del Corriere, del tentativo di pulizia etnica degli inquietanti  “diversi” al governo, che poi tanto diversi non si sono rivelati a ben guardare la remissiva acquiescenza dimostrata nei confronti dell’Europa, dei suoi imperativi inesorabili quanto le centinaia di nefandezze imposte in suo nome dai suoi servi sciocchi del passato e di quelli futuri già pronti con la corda in mano per impiccarci.


Niente di nuovo sul fronte occidentale

odAnna Lombroso per il Simplicissimus

Va a sapere se si tratti di sindrome di Stoccolma. Va a sapere se invece non ricordi l’atteggiamento non dissimile di quelle donne ripetutamente menate dal consorte, fidanzato, compagno, che, ancora coi segni delle busse non si risolvono a sciogliere quel vincolo avvelenato e non per motivi economico, ma per una malintesa affezione, per l’aspirazione a redimere e salvare il reprobo, per fedeltà a tradizioni patriarcali.

Comunque le aspettative riposte in quello che il Corriere a forma Cazzullo definisce “il principale partito di opposizione  uscito dal limbo in cui si era rinchiuso da oltre due anni, dal 4 dicembre 2016; ed è una buona notizia, non tanto per il partito quanto per il Paese e tutto sommato anche per il governo; perché in democrazia c’è bisogno di un’opposizione”, rientrano a pieno titolo nell’ambito delle patologie o, per dirla con Spinoza, delle passioni tristi,  secondo il quale la sua non era più  l’epoca dell’entusiasmo per i “segni prognostici” dell’avvenire ma quella del ripiegamento e dell’implosione delle aspettative. E ai giorni nostri quella dell’accontentarsi dei MenoPeggio,  di una politica “estetica”, siliconata grazie a iniezioni e artifici di umanitarismo che si guarda bene dal mettere in discussione il capitalismo nella sua declinazione più assatanata di sfruttamento e profitto, la più avida  e  disinibita, capace di ridurre l’etica in utilitarismo e la ricerca di ciò che è giusto in edonismo.

C’è da chiedersi  che cosa gli elettori, i simpatizzanti, tali in quanto antipatizzanti di tutto quello che si muove al di fuori del paesaggio dei gazebi, gli opinionisti (cito ancora: il compito del nuovo segretario è costruire un dialogo con la società, in particolare con forze civiche, cattoliche, sindacali, di volontariato: primo passo verso nuove alleanza con liberali, europeisti, moderati), si aspettino dall’elefantino morente, ridotto ai numeri del Psi dopo la scissione di Palazzo Barberini ma molto meno influente, spodestato anche a livello locale, grazie alla rinuncia al suo tessuto tradizionale di circoli e sezioni, incapace di ristabilire un dialogo con il suo popolo tradito, per via di una politica di governo che ha ridotto gli spazi dei corpi intermedi, rappresentanze, sindacati, associazioni sul territorio, indicati dal reuccio irriducibile come molesti  comitati e  comitatini, da coagulare intorno a sigle uniche, sindacali, partitiche, informative.

Io un merito lo riconosco a queste primarie e al vincitore, quello di sgombrare in maniera definitiva il campo dagli equivoci che piacciono tanto al verminaio sul corpicino morente ma anche alla fazione contraria quella che ha abiurato al credo che voleva obsolete le categorie di destra e sinistra, preferendone la più comoda sussistenza con la speranza di poter occupare da solo  quel confortevole centro, vuoto di idee e principi e vantaggioso perché permette di dire e disdire, fare e probabilmente malaffare.

Beh adesso ancora di più ci vorrà una bella faccia di tolla per dire che il Partito Debole è di centro sinistra, adesso sfido chi mi commenta attribuendomi un’appartenenza comune con   i progressisti che hanno da almeno due decenni scelto di mettersi al servizio dell’ideologi e del costume neoliberista, spacciando per riforme le marce trionfali che hanno accompagnato la dissoluzione dello stato sociale, lo smantellamento dell’edificio di diritti e conquiste del lavoro, la condanna al lavoro minorile di Poletti e alla fatica vegliarda della Fornero,  e poi la tutela del decoro in cambio della sicurezza, della “cooperazione” in Africa con despoti sanguinari al posto dei corridoi umanitari, le Grandi Opere invece della salvaguardia del territorio, l’inerzia per evitare la possibile corruzione e la corruzione  sbrigliata come sistema di governo e delle leggi per favorire l’egemonia privata e finanziaria, esemplarmente simboleggiata tanto per dirne una dalle ultime rilevazioni sull’emergenza sanitaria a Taranto, che ha persuaso il “people” del quartiere Tamburi – assente dalla manifestazione di Milano, a mettere le catene  ai cancelli dell’Ilva. E convinto gli operai di Pomigliano   a indire uno sciopero a cui hanno aderito quasi tutti gli operai dello stampaggio per l’aumento dei turni senza il pagamento degli straordinari, in modo da non riprendere i cassintegrati, spremendo chi  sta alla catena.

Sempre i giornaloni raccontano di un fitto dialogo costruttivo del neo segretario con Chiamparino. E figuriamoci se non si presentava l’occasione per ribadire la priorità del tema Tav, diventato la battaglia per la democrazia, così guai a chi non ci sta, a chi vuole fermare il progresso ed escluderci dal consesso dei grandi insieme al napoleoncino piccolo piccolo che fa il furbo invitandoci a prenderci noi la patacca che lui non vuole più, in modo da alleviare i sonni dei francesi disturbati dei continui passaggi di auto e tir. Figuriamoci se non si approfitta della gradita opportunità di fare di Torino grazie alla Tav la nuova capitale del lavoro facendo capitolare la sindaca invisibile e il suo partito discontinuo quanto ricattato, puntando sui cantieri a termine, sul cottimo precarizzato, sui caporali dell’edilizia nel posto dove si è consumata l’infame liturgia della svendita di una industria che aveva fatto man bassa di aiuti, assistenzialismo, prebende e regalie, scappata col malloppo abbandonando i suoi lavoratori a miseria e dileggio, mentre l’azionariato esangue e inabile si gode dividendi e i frutti dei fondi che ha creato per sfruttare due volte i dipendenti.

Figuriamoci se non viene bene che la Torino del Lingotto  sia teatro del dialogo sulle nuove priorità, dopo che là con la fondazione del morto partito è stato seppellito il mandato ricevuto, la storia, la testimonianza e l’incarico di rappresentanza, quando il promoter scelse la dismissione anche del termine “sinistra” annunciandolo a una testata straniera, quando si stabilì una volta per tutte l’adesione cieca e ubbidiente a Ue e Nato, alla pari con preferenza per la seconda anche per via dell’affiliazione indiscussa  del leader all’impero nonostante la scarsa conoscenza dell’idioma locale,  quando si sancì che i diritti fondamentali ce li avevano elargiti, erano al sicuro: casa, lavoro, salute, istruzione, e adesso era la volta di quelli estetici dei quali un partito moderna in via di trasformazione in azienda si sarebbe fatto mallevadore, per garantircene il minimo sindacale in modo da non irritare altri poteri forti.

E infatti abbiamo visto come erano inalienabili quei diritti e quelle prerogative, subito attaccati dal prodotto del Lingotto in barba alle parole d’ordine e ai quattro temi chiave della fondazione: ambiente, patto generazionale, formazione, sicurezza. Contro i quali vennero via via armate le campagne nazionali: Buona Scuola, Jobs Act, misure di ordine pubblico, Legge Fornero, Salva Italia e condoni, Grandi Opere e riduzione della portata della valutazione di Impatto Ambientale. Ma anche quelle locali, con il fiscal compact, le cravatte per i comuni, la cancellazione fittizia delle province e il rafforzamento delle regioni più ricche, lo stravolgimento delle leggi sul territorio che riduce l’urbanistica a negoziazione del provati con pubblico, condannato aprioristicamente a cedere, impoverimento del sistema sanitario regionale e della somministrazione di assistenza e cura.

Dal 2007 anno di fondazione il trend del Pd e dei suoi leader è quello, i curricula e le referenze sono sovrapponibili per esperienze e competenze, gli obiettivi gli stessi, le disuguagliante tra chi sta casualmente e immeritatamente  sopra e chi sta sotto altrettanto immeritatamente si sono incrementate. Il fatto è che una forza debole come quella fa comodo alle altre forze anche più forti, come opposizione scialba, come ago della bilancia instabile e pronto a ondeggiare al minimo alito di vento, come utile avversario o potenziale alleato opaco.

E allora a qualcuno piace essere cornuto e farsi mazziare, accoppiarsi con gli uni o con gli altri perché fuori da quei sodalizi tocca pensare, scegliere, agire, criticare, perdere qualcosa per guadagnare altro, di sconosciuto certo, ma nostro, e forse buono e giusto.

 

 


Danze ungheresi

imagesForse non c’è niente di meglio della situazione ungherese per capire meglio l’Europa neo liberista e più in generale il mondo occidentale post moderno dominato dal capitalismo finanziario e dalla distruzione dei diritti del lavoro in favore di quelli del profitto. Com’è noto il governo Orban ha alzato il tetto degli straordinari che si possono richiede ai lavoratori dalle 250 ore annuali ( le stesse che Italia, salvo situazioni particolari) a 400 ore, suscitando la protesta di molta parte della popolazione e di quasi tutte le componenti politiche comprese quelle che si schierano su fronti opposti. Si va infatti dagli ultra nazionalisti ai socialisti, dai seguaci di Soros, alias europeisti, al Jobbik di destra. In realtà in ogni Paese europeo ci sono situazioni per cui i tetti posti allo straordinario sono facilmente aggirabili in termini formali o con il ricatto reso possibile dalle situazioni precarie, così che alla legalità di facciata si contrappone spesso un’ illegalità diffusa e sostanziale, ma quello che qui ci interessa è il perché Orban abbia adottato un simile provvedimento che ha visto scendere in piazza folle quanto mai eterogenee, persino gente del suo stesso partito con la sola eccezione del partito operaio: è presto detto, priva dell’euro l’Ungheria ha tassi di crescita vigorosa che hanno raggiunto addirittura il 5% nell’ultimo trimestre dell’anno scorso e attrae molte delocalizzazioni, in particolare dalla Germania, così che al contrario di quanto accade da noi la manodopera scarseggia inducendo il governo a un clamoroso passo falso per aumentare la capacità produttiva globale di un Paese ancora in gran parte contadino.

Vediamo come ha delineato la situazione il Corriere della Sera che insieme a Stampa e Repubblica è uno degli eminenti rappresentanti dell’informazione di regime euro finanziario e lo è in maniera così inequivocabile da costringere l’inviato del giornale a Bruxelles, Ivo Caizzi, a lamentarsi ufficialmente delle notizie false date dal direttore in merito alla trattativa sulla finanziaria tra Italia e Ue: gli ordini del giorno dell’avversario sono la chiave di volta per comprenderne gli obiettivi e le linee di azione. Una frase in particolare, riferita a Orban, è illuminante:  “Finora la politica anti-migranti, grazie alla piena occupazione, gli aveva garantito ampi consensi. Ma senza gli stranieri manca anche manodopera a buon mercato, così il premier ha dovuto rispondere forzando sugli straordinari. E gli ungheresi hanno iniziato a dire no.”

Si tratta di un vero capolavoro di ipocrisia perché sembra che gli ungheresi dicano no alla politica della piena alla piena occupazione e desiderino l’ingresso di manodopera a buon mercato in maniera che anche i loro salari vengano ridotti e si immettano dunque nella corrente principale dell’europeismo. Senza volere vengono fuori le vere ragioni e intenzioni del globalismo che niente hanno a che vedere con l’umanità, ma solo con l’economia, tanto che mentre ci si dispera davanti ai microfoni e alle telecamere per i migranti le cause delle migrazioni vengono di fatto asportate chirurgicamente dal discorso pubblico perché sarebbe davvero inconcepibile confessare che esse sono dovute alle lacrime, al sangue e alla povertà portati dal neo colonialismo multinazionale. Gli ungheresi invece protestano contro una visione del lavoro priva di contrattazione e imposta dall’alto, non certo per mettere in moto meccanismi che alla fine non possono che avere i medesimi esiti, anzi di gran lunga peggiori anche se ottenuti, come ogni cosa nell’occidente contemporaneo, attraverso il cosiddetto mercato che sono quanto di più lontano dalla libertà sostanziale, ma che a uno sguardo disattento non appaiono come frutto di imposizione, bensì come di ineludibile necessità cui bisogna adattarsi o perire.

Il vero problema è che quando il lavoro è abbondante i salari tendono a salire così come i diritti e questo non è tollerabile per i potentati economici tedeschi ed europei in genere che hanno creato disoccupazione nei loro Paesi per rincorrere il lavoro a basso costo e di certo l’aumento del tetto degli straordinari non è sufficiente a contenere questo inevitabile processo. Ci vuole ben altro. Così non ci si batte contro l’autoritarismo di Orban, così come non ci batte contro quello più elusivo, ma altrettanto concreto e soffocante di Macron: ci si batte paradossalmente e ancora una volta contro il lavoro in favore del profitto. Altro che immigrazione e democrazia figurativa. Se in piazza manca proprio il partito operaio, erede delle varie coniugazioni del partito comunista, nome ormai illegale in Europa, qualcosa vorrà pur dire. anche se non lo si vuole dire.


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