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Inciampati su un virus

proAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Quelo xe una merda montada in scagno”. Cacca salita su uno sgabello, è la icastica formula veneziana per definire chi pontifica sentendosi superiore per qualità e meriti dalla marmaglia miserabile che si affaccenda intorno ai piedini del trespolo.

Ogni giorno una e più di loro ci somministra le  operette morali di reclusi dinamici, di obbedienti poliedrici, impegnati a criminalizzare i trasgressori già presi di mira da sanzioni fino a 3000 euro, che non hanno capito che immunità e impunità sono riservate in regime di esclusiva ad altre merde altolocate, manager, banchieri e bancari, imprenditori, imprenditori/editori.

Consiglio a chi si volesse adirare come me,  la pedagogica lettura giornaliera della mail per gli abbonati Il Punto del Corriere che ogni giorno ci eroga un caffè di Gramellini più velenoso di quello di Sindona, oggi prendendosela con “una robusta minoranza di irresponsabili” e osservando che   “si inaspriscono le norme per i molti che già le rispettavano, allo scopo di inseguire chi se ne infischiava delle vecchie e cercherà di fare lo stesso con le nuove.  Di dritti che si riempiono la bocca solo di diritti”. E ancora: “con il loro menefreghismo giustificano o comunque propiziano misure di sorveglianza sempre più totali, che godono di un certo consenso in un Paese dove parte dell’opinione pubblica considera la libertà un lusso per gente in salute e con la pancia piena”.

Eh si, viene da dargli ragione:  regna una certa confusione tra pubblico e privato, se da sempre si socializzano le predite anche di vite umane, e si privatizzano i profitti.

Così è sempre più “privata” l’opinione corrente gestita, manovrata, condizionata da una cricca di decisori e informatori proprio come lui, che da che mondo è mondo (perfino Omero racconta le gesta dei re e dei padroni) ritiene di meritarsi la libertà, i beni, le risorse, la cultura e i suoi prodotti, le ragioni, e pure la ragione, diventata un orpello sacrificabile all’obbedienza suggerita da stati di necessità, e di essere abilitata a goderne illimitatamente. E che questo status privilegiato debba essere difeso, anche con leggi marziali, sanzioni severe e gogna ancora più feroce,  droni che controllano le passeggiate con cane e le corsette, da chi si sottrae all’obbligo di garantirlo, come sono doverosamente tenuti a fare i milioni di lavoratori diventati da pusillanimi parassiti, martiri celebrati.

E infatti il Gramellini che interviene tra un consiglio per gli acquisti di Cottarelli a fare più debito e la preghiera inviata a Draghi di sacrificarsi in qualità di divinità della salute generale, generosamente, proprio come fosse uno qualunque e a scopo pedagogico,  “la accetta”  questa ulteriore perdita di libertà. “Ma non intendo farci l’abitudine, dice.  Per farmela piacere, provo a immaginarla come un gioco di gruppo, dove se a isolarmi fossi soltanto io, sarei un asociale che fa qualcosa per conto suo. Mentre se ci isoliamo tutti, diventiamo una comunità che sta facendo la stessa cosa insieme. Ho detto tutti? Bè, tutti quelli che già ci stavano fino a ieri. E che continueranno a starci anche oggi, tra i bofonchi. Dai, giochiamo”.

Da giochiamo, e chissà che compiaciute le cassiere della Conad, i magazzinieri e i pony di Amazon, diventato ente benefattore, gli operai lombardi, quelli all’opera nella fabbrica che produce gli indispensabili F35. E chissà come saranno gratificati di sostituire la ludopatia dei gratta e vinci proibiti o Farm Ville con questo passatempo a alto contenuto identitario e relazionale, quelli che sanno già che una volta finito l’allarme, inevasa la fattura del telefono, esaurite le vettovaglie,  si troveranno senza posto, senza salario precario, probabilmente senza reddito di cittadinanza,  perché si dovrà far fronte ai costi della pandemia.

Giulivi, dai loro scranni, sono impegnati in due attività. Alimentare la paura, anche grazie ai pareri e alle opinioni della scienza, ormai riluttante e esprimere una qualsiasi certezza che denuncerebbe impotenza, inadeguatezza e forse ignoranza e che  vocifera, profetizza, sussurra e minaccia, in modo da favorire il ricorso alle maniere forti che da sempre hanno più autorevolezza ed efficacia del buonsenso e della ragionevolezza. E criminalizzare qualsiasi forma di pensiero indipendente e dunque di insubordinazione, fisica, tramite jogging, morale, se qualcuno è così audace da chiedersi se questo impegno collettivo a uniformarsi a comandi così rigidi sia motivato, recherà degli effetti positivi più fruttosi di quelli negativi del lungo periodo, se aver intrapreso la strada del Terrore intimidatorio non abbia in sé il pericolo che nessuno poi abbia il coraggio di dichiarare finita l’emergenza, nel timore di perdere potere e consenso al primo sternuto.

E infatti sono guai per quelli che non hanno uno sgabello, se si interrogano su cosa potrà succedere se arriva il Covid20, se altri virus generati dalla distruzione dell’ambiente ad opera del Progresso, e continueremo a non essere dotati di terapie intensive, se dovremo elemosinare i dispositivi e le attrezzature prodotti altrove grazie alla fine delle produzioni, alla svendita delle nostre imprese e alla cessione di nostri know how, se il personale medico oggi promosso a esercito di eroi sarà ridiventato la solita banda di fannulloni da punire rivolgendosi a clinici d’oro. Perché la spirale del silenzio funziona meglio in circostanze estreme, quando la paura dell’isolamento morale è incrementata dall’isolamento fisico, e la salvezza dall’anatema si paga con il conformismo e l’autocensura per non dover incorrere in misure punitive di carattere sociale.

Oggi è ancora più vero tutto questo perché non solo sarebbe inappropriato parlare al manovratore e del manovratore, come succede coi morti su Facebook, alle cui generalità va sempre aggiunto il “povero” e il Rip, come raccomanderebbe il bon ton delle sardine.

Ma anche perché si commetterebbe il reato di lesa maestà del Progresso, che anche quello funziona per chi ha gli sgabelli, mentre agli altri mostra la faccia cattiva, quella che si rivela quando il mito dell’onnipotenza che ci ha permesso di andare nello spazio, di guardarsi e ascoltarsi da migliaia di chilometri di distanza, che ci ha illuso di poter consumare il mondo senza limiti e confini, che ha giustificato guerre e saccheggi, sfruttamento e speculazione in modo che da essi scaturisse un po’ di benessere per tutti, che ci ha persuasi che scienza e tecnologia fossero invincibili motori di civiltà e ricchezza e strumenti per risparmiarci e dalla sofferenza, oggi è sfatato, il suo totem crolla rumorosamente e ci rivela insignificanti,   inadeguati, insensati.

Adesso facciamo i conti con la nostra onnipotenza astratta, che ci convince di poter volare, dire tutto quello che vogliamo, sapere ogni cosa, e che invece si scontra con la nostra impotenza concreta rispetto ai processi anonimi e indecifrabili a occhio nudo della globalizzazione, dell’impoverimento e della precarietà di massa,  della distruzione del pianeta, e su quelli informativi, culturali e antropologici messi in atto per ridurci allo stesso livello dei robot che dovrebbero risparmiarci dalla fatica, ma con qualcosa in meno: soggetti come siamo a ricatto, intimidazione,  paura.

 


La retorica dell’emergenza

monacaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Così inaspettatamente siamo ridiventati una nazione di navigatori, salvo Schettino, e di poeti, salvo quel molesto disfattista di Dante: serva Italia di dolore ostello, o quel frustrato nichilista di Leopardi:  vedo le mura e gli archi. E le colonne e i simulacri e l’erme. Torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, accordando invece una netta preferenza ai cantautori da Cotugno con l’italiano vero a De Gregori, viva l’Italia che lavora.

Il Corriere della Sera ha fatto il botto grazie all’edificante riabilitazione retorica dei connazionali a firma di degli esperti in caste e brocchi, dedicata a illustrare le virtù italiche suscitate dall’epidemia: Eppure, come nei momenti decisivi della storia, anche stavolta vengono fuori gli italiani solidali, lavoratori, coraggiosi. L’abnegazione di medici e infermieri è straordinaria. Le forze dell’ordine fanno la loro parte, mai difficile quanto ora. Categorie non amate come i politici e i giornalisti, che a dispetto dei luoghi comuni vivono una vita di relazione in mezzo alla gente, si scoprono particolarmente esposti. Le donazioni private crescono. Il patriottismo da balcone può non piacere; ma è anche questo il segno di un Paese che resiste. O intenta a auspicare il ritorno delle parole vere, che tornino a avere un peso, augurio quanto meno spericolato  a guardare la tribuna dalla quale viene somministrata la confortante pedagogia dell’emergenza. O emozionata nel  renderci teneramente  partecipi della epifania di chi ha la sorprendente rivelazione “delle strane suggestioni della solitudine in questi giorni di segregazione forzata…. Ero abituata ad andare a teatro o al cinema o a cena con gli amici. Improvvisamente mi rendo conto che quelli che io consideravo momenti poco importanti della mia vita, invece erano importantissimi”.

È tutto uno sventolare di tricolori sulle trincee dei supermercati, dei tinelli, delle terrazze, delle altane, comprese quelle di istituti religiosi senza Bertone, grazie a festose monache che improvvisano incoraggianti balletti “tanto pe’ cantà”.

E’ tutto un tributo al coraggio familiare, all’eroismo domestico di chi “sta a casa!”, al fegato di chi riordina la dispensa, all’ardimento di chi apre un libro di Vespa ricevuto a Natale scorso, all’intraprendenza di chi sbatte i tappeti in avvicendamento con i concerti di coperchi e i cori velleitari di Volare.

E  e dire che a migliaia facevano la fila per essere selezionati in qualità di stanziali coatti del Grande Fratello.

Chi si ricorda più la malasanità di ieri di fronte all’eroismo di oggi, chi si ricorda più gli anziani in corsia lasciati con lo stesso pannolone per una giornata, il morto nel letto vicino per tutto il weekend rievocativo di una esilarante pellicola americana, chi si ricorda più le liste d’attesa arbitrarie e discrezionali per una Tac o una risonanza, i pellegrinaggi da Sud a Nord alla ricerca del parere del clinico di fama. Chi si ricorda più i sorci che impazzavano sfrontati nel corridoio dove sostavano postulanti in attesa  di essere ammessi al pronto soccorso.

E chi si ricorda più il concorso di fattori che spingeva quotidianamente i cittadini a disertare l’assistenza pubblica, rivolgendosi a strutture e specialisti privati, pagando profumatamente esosi consulti e assicurazioni che dovevano restituire in cambio di altre cravatte, rate, privazioni, la restituzione se non della salute, almeno del rispetto dovuto a chi spende. Come se tutti quelli che hanno pagato le tasse, compresa quella sulla salute aggiuntiva delle normali trattenute, non avesse il diritto a assistenza e dignità negate perfino in punto di morte.

Perché poi è questo uno degli aspetti immorali degli stati di eccezione, far cadere l’oblio sul passato, sulle responsabilità e sulle colpe comprese quelle di chi ha subito e si è condannato al ruolo di vittima.

Così grazie al virus e a quelli che stanno compiendo il loro lavoro e il loro dovere, non siamo più autorizzati a guardarci indietro, a denunciare chi si è approfittato di noi e die nostri beni, speculando sulla debolezza della necessità o della malattia, a chi ha umiliato quelli che oggi celebra come martiri. Se c’è qualcosa che dovremmo contrastare quando si vive una condizione eccezionale è quel miserabile richiamo alla pacificazione, la stessa che equipara i ragazzi di Salò e i fratelli Cervi, in modo che carnefici e perseguitati meritino la stessa umana comprensione, o quell’invito a una unità che abbia il merito stendere una coltre di silenzio sull’urlo di dolore della gente e sulle risate degli imprenditori dell’Aquila.

Grazie al virus siamo tutti promossi, i ministri a statisti, i clinici in Tv piuttosto che in laboratorio, a Dottor Schweitzer;  il medico di base che effettuava le diagnosi per telefono: dica 33 al cellulare e faccia il selfie delle tonsille,   facendo passare avanti l’informatore medico con la strenna e i campioncini, a missionario;  la professoressa che volevate deferire al dirigente scolastico perché aveva tolto l’ iPhone al pargolo, o perché soffre di reiterate patologie che l’allontanano dalla cattedra, convertita in solerte educatrice a distanza. Senza dimenticare gli intrepidi bancari allo sportello tre mattine alla settimana, per farci pagare le cambiali.

Grazie al virus certo, ma soprattutto alla non disinteressata mescolanza di buoni e cattivi, onesti e sleali, che pare costituisca un fisiologico effetto collaterale degli stati di eccezione,  diventa un imperativo etico farci essere tutti uguali temporaneamente  e contemporaneamente, non davanti ai diritti, che restano sempre impari, nemmeno ai doveri, pure quelli difformi e discrezionali, ma davanti agli obblighi imposti dalla contingenza e dalla necessità.

Si tratta di obblighi imposti a tutti, con accolti con delle eccezioni, se guardiamo alla spesa dell’ex ministro esentato dai controlli ancorché senza nemmeno uno shopper dell’Esselunga. E con una preferenza per quelli che godono dell’onore delle cronache a fini dimostrativi e didattici: il delicato bozzetto delle giornate del primo cittadino di Firenze in isolamento per aver scelto il Pd invece di Italia Viva e così contagiato dal segretario, che si adopera a amministrare la città del giglio dalla stanza del figlio in qualità di smart-sindaco tra il pc e la play station del delfino, o i tweet della viceministra che aggiornano sui colpi di tosse e sul reponso del termometro. Perché nel caso non l’aveste capito, anche il coronavirus non riserva pari trattamento ai colpiti, quelli illustri lo contraggono in forma leggera, leggerissima, qualcuno addirittura si è messo in volontario autoisolamento, per non far correre pericoli agli altri, dice, facendo sospettare che si tratti di qualcosa che ricorda la sega a scuola, la “manca” il giorno del compito di matematica.

È finalmente ridiventato un obbligo anche quello di informare, talmente preso sul serio che siamo assediati da comunicazioni dissociate e schizofreniche, comandi contraddittori, soliloqui di inviati davanti alle porte serrate dei pronto soccorso, denunce e invettive con tanto di corredo iconografico di medici che farebbero meglio a stare in ambulatorio, profezie rovinologiche di accademici e predizioni di sventura di sociologi che Malachia je spiccia casa, sperimentazioni di festoso bricolage di giornalisti prestati a art attack, performance di statistici e analisti che fanno rimpiangere il pollo di Trilussa.

Così il vaccino consigliabile nell’immediato sarebbe spegnere la Tv, il pc, adibire i giornali la cui vendita è concessa per la loro qualità di servizio essenziale, all’antica funzione di incartare le scarpe da dare a risuolare. Che tanto la loro lezione è la stessa, trasmetterci il comando all’ubbidienza come fossimo i cagnolini da ammaestrare, non tanto per l’oggi, non tanto per farci stare a casa, ma per preparare un domani dimentico dei peccati originali, devastazione dello stato sociale, impoverimento di beni e valori morali, distruzione delle scuola, dell’università, della ricerca, quindi pronto a ripeterli, peggiorandoli grazie ai costi di questa emergenza, che ricadono sulla collettività.

E la collettività è chiamata da tutti a essere fiera, orgogliosa e contenta di essere cornuta, mazziata, ma applaudita dalle finestre dei palazzi abitati da chi oggi riabilita lo sciovinismo, il patriottismo del 2 giugno con la parata delle armi che compriamo invece dei indirizzare le risorse per ospedali, tetti e case, tutela del territorio, con i soldati che mandiamo non da riservisti e trionfalmente in campagne coloniali, in barba alla narrazione della nazione mite. Adesso la marmaglia peccatrice di populismo quando si incazza, ridiventa magicamente popolo, con una sua identità dimenticata, ora redenta e reintegrata con i toni epici delle eroiche penne habitué degli editoriali, perché   “quando arrivano i tempi in cui è questione di vita o di morte (mai espressione fu più appropriata) allora conta davvero chi parla la tua stessa lingua e condivide il tuo passato, chi ha familiarità con i tuoi luoghi e ne conosce il sapore e il senso, chi canta le tue stesse canzoni e usa le tue medesime imprecazioni” (Galli della Loggia, sempre sul Corriere).

Ci mancano solo la bevuta simbolica dell’acqua del sacro fiume in una grolla, il riscatto di Miglio, l’obbligatorietà della cassoeula a Masterchef, le mascherine autarchiche, e il recupero della baldanza e dell’orgoglio nazionale è fatto. Magari però sarebbe davvero ora di fare gli italiani.

 

 


Metafisica dello sfruttamento

banner-palazzo-reale1920x800.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’Istat comunica che dopo la crescita dell’occupazione registrata nel primo semestre dell’anno e il picco raggiunto a giugno, da luglio invece i livelli risultano in lieve ma costante calo, con la perdita di 60 mila occupati tra luglio e settembre   e un tasso in salita che  cresce di 0,3 punti percentuali al 9,9%, interessando sia  uomini che donne e coinvolgendo tutte le classi d’età tranne i 25-34enni.  Rileva anche  che le persone in cerca di occupazione sono aumentate del 3%, vale a dire  73 mila unità nell’ultimo mese.

I contratti a termine che dovevano essere debellati dai provvedimenti Dignità hanno toccato il record storico (3,1 milioni) e i lavoratori autonomi destinati ad aumentare per effetto della mini flat tax sono diminuiti in un anno di 115 mila unità.

Nel commentare i dati il Corriere della Sera, costretto a riservare un’occhiata distratta a cosa accade “nella realtà, trae una sua morale “ lineare”: le dinamiche che muovono davvero i comportamenti di famiglie e imprese non si possono teleguidare, seguono sentieri lunghi e in diversi casi tortuosi.  A conferma che capitale e mercato rispondono a leggi divine e naturali, seguendo percorsi indecifrabili per gli umani che la politica terrena dei governi non è abilitata a intercettare.

Non fa sorridere la svolta mistica dei giornaloni alle prese con fenomeni metafisici, perché riconferma l’inadeguatezza volontaria a guardare nel baratro nel quale ci hanno cacciati e dal quale non vogliono farci risalire. E dire che perfino pensatori integrati nell’ideologia e nella religione teocratica dello sviluppo e nella fede europeista prima del 2000 e della crisi, quella si teleguidata, si interrogavano sul futuro dell’occupazione ai tempi della morte del lavoro e non solo per mano della tecnologia e dell’automazione.

È che il fallimento riformista, che è culminato nell’uscita anche della parola progresso dal nostro dizionario, sostituita da modernità e diventata il paravento dietro al quale consumare delitti contro la salute, il territorio, l’ambiente, la dignità e la democrazia, è stato segnato  proprio dalla correità di partiti e movimenti della sinistra e dei sindacati, persuasi della impossibilità non solo di rovesciare gli equilibri di forza, ma perfino di addomesticare l’indole ferina del totalitarismo, l’unico che non viene preso in considerazione dall’europarlamento, quello economico e finanziario.

Il successo delle grandi potenze economiche, prima degli Usa, oggi della Cina, è fatto di migrazioni esterne e interne, di masse contadine che hanno lasciato i villaggi pe andare a lavorare nelle metropoli, di etnie e gente priva di diritti civili, sindacali, politici, sottoposta a orari e regimi disciplinari schiavistici. Oggi non è il successo che si persegue in Europa, ma la sopravvivenza e con gli stessi mezzi, abbassando gli standard di tutti, trascinandoli giù per garantire profitti e sopportare la competitività feroce, trasformando la propagandata accoglienza tardiva in sfruttamento non tanto di un esercito di riserva ma di deterrente per rivendicazioni e lotte da parte dei lavoratori locali, ricattati e costretti a adeguarsi a perdita di sicurezze, tutele e salari dignitosi.

Non è esagerato o letterario, chiamare questo processo ritorno alla schiavitù se si pensa al regresso delle condizioni di vita, di lavoro, dell’abitare, dello spostarsi che milioni di persone subiscono e che fanno da contraltare retorico alla narrazione delle magnifiche sorti dell’automazione che ci risparmierebbe dalla fatica, di trasporti sempre più veloci che ci consentirebbero di andare tutti nello stesso posto allo stesso momento decretando la fine per abuso di bellezza e cultura, di avveniristici grattacieli che sfiorano le nuvole destinati a trasformarsi in vestigia archeologiche senza mai essere abitate. Un processo favorito dalla pubblicità universale trasmessa su tutti i canali per convincerci delle formidabili opportunità offerte dal sistema, dalla scienza, dalla tecnologia  che ci fa provare  una onnipotenza astratta e virtuale a fronte di una concreta impotenza.  Un processo segnato dalla demolizione di rapporti di forza delle organizzazioni sindacali, dall’eliminazione delle residue tutele legali a favore di lavoratori e dalla riproposizione del feticcio della flessibilità come condizione e criterio irrinunciabili per la crescita.

Non so se mai, come e quando troveremo una via di riscatto, se tutto congiura per farci cedere e piegare all’ineluttabile, senza alternativa, se le forme di democrazia e gli stati intermedi che dovevano rappresentare bisogni e aspettative sono sempre più disarmati e assoggettati, se i sindacati ogni giorno ci mostrano  l’inesorabilità del ricatto, quando protestano contro le misure per cancellare lo scudo penale dei proprietari passati presenti e futuri dell’Ilva, per persuaderci che è ragionevole prestarsi all’alternativa cancro o salario, a quella tra precarietà o delocalizzazioni, se si prestano a fornire credenziali e credito alle grandi opere e alla loro proposta occupazionale fatta di cantieri senza garanzie, senza sicurezze, senza protezioni e a breve termine, se vogliono che ci accontentiamo del volontariato in sostituzione di formazione e tirocinio, se hanno scelto di rinunciare a vocazione e mandato per trasformarsi in organismi di consulenza individuale, venditori di assicurazioni e fondi destinati a prendere il posto dello stato sociale e pure di quello di diritto.

E se i partiti che una volta appartenevano alla sinistra hanno abiurato per essere investiti della rappresentanza di più e meglio dei valori della destra, ridotti a gusci vuoti per via della pretesa di innocenza nella caduta del muro e nel disfacimento dell’impero sovietico, spogliati interamente della loro vecchia attrezzatura ideologica e intenti a testimoniare e interpretare l’apparato di principi e imperativi dei una vecchia borghesia che non c’è più, come non ci sono più le mezze stagioni, mentre si fa sempre più potente e profonda la divisione tra una nuova classe disagiata pigiata giù nello stesso fondo degli ultimi e perciò sempre più rabbiosa, come in Umbria, e quella scrematura gerarchica dorata di ricchi sempre più ricchi.

Ci sarebbe una strada, sempre la stessa, che ha fallito anche se continua a parere l’unica realistica, quella dell’utopia, se un rovesciamento del tavolo è appena più visionario delle vecchie parole d’ordine dei riformisti, delle promesse di partiti e leader che col passare del tempo da socialdemocratici sembrano esser diventati anarco insurrezionalisti perché parlavano di redistribuzione, nazionalizzazioni. Ma è troppo impervia per un blocco sociale confuso, di proletari, sottoproletari a loro insaputa, risparmiatori derubati, piccoli imprenditori e artigiani incravattati, consumatori che non riescono più a esserlo tanto sono indebitati. E che non sanno nemmeno più come si fa a essere  popolo.

 

 

 

 

 

 


Draghi di cartapesta

cor Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’Europa e l’Italia, rappresentate ai massimi livelli a Francoforte, hanno concluso ieri con una cerimonia solenne gli otto anni di presidenza di Mario Draghi alla Bce.

È stata l’occasione per riconoscimenti unanimi:  «Draghi ha salvato l’euro restando sempre dentro le regole»   hanno ricordato l’ex presidente Ue Romano Prodi,  la Cancelliera Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron. Non è mancata l’autorevole presenza del  Capo dello Stato Sergio Mattarella giunto insieme al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. E figuriamoci se il giorno dopo gli esiti delle elezioni in Umbria che costituiscono il trailer del disfacimento della coaliziozne sgangherata che guida- si fa per dire il governo in nome e per conto delle cancellerie – sarebbe mancata la comparsata pastorale del Presidente alla pubblica celebrazione, con l’intento non solo simbolico di aggiungere alla qualità di «civil servant» di chi, lo scrive il Corriere della Sera, “ha dato volto all’Italia migliore, fatta di competenza ed etica del bene comune”, l’indiscusso ufficio di Uomo della Provvidenza e Salvatore della Patria in Europa.

Le foto ufficiali con le strette di mano e gli abbracci “accademici” sembrano proprio anticipare di poco l’augurabile replica desiderata da tutti del  già visto quando  esattamente 9 anni fa Napolitano nominò senatore a vita Monti per permettere la sua ascensione a Palazzo Chigi mettendo alla porta l’ormai molesto Berlusconi per sostituirlo con un grigio funzionario della troika. In questo caso l’eterno candidato, che Fubini sprecando un coccodrillo definisce spericolatamente “il Timoniere” come un Mao qualunque, si presenta con ancora più credenziali: dottorato in Economia al Massachusetts Institute of Techonology, accademico di rango, direttore del Tesoro di un Paese del G7, banchiere di Goldman Sachs, governatore della Banca d’Italia, una vera incarnazione del solerte servitore degli apparati del totalitarismo economico e finanziario nella colonia dell’impero.

Si vede proprio che i padroni anche stavolta non si accontentano delle stantie alleanze prone al loro servizio dopo i proclami di indipendenza fatti apposta per accreditarsi come successivi reprobi pronti alla cieca ubbidienza, dopo le rivendicazioni di sovranismo a coprire l’indole alla cortigianeria ben impersonata da un giullare, da un guappo tracotante e da un bullo di provincia e vogliono andare sul sicuro con un loro agente che garantisca il sacrificio totale dell’Italia senza cincischiare con referendum, crisi e consultazioni, meno che mai con elezioni delle quali ormai è stata sancita la costosa superfluità e assicuri la cessione di competenze, poteri, autodeterminazione e democrazia, realizzando praticamente uno slogan e una raccomandazione a lui cari, quando senza tanti giri di parole sentenziò la necessità che gli stati si disfino della loro “sovranità”, evidente ostacolo alla crescita oltre che all’appartenenza al contesto dei grandi.

Diciamo che in tema di “disfarsi” abbiamo a che fare con un esperto: dobbiamo a lui la promozione di una delle più  efficaci svendite dell’industria pubblica italiana, compiuta a tempi di record per allinearsi ai criteri e ai  parametri richiesti dall’ingresso della moneta unica. Si tratta di una operazione condotta con spregiudicatezza sfrontata che gli varrà poi la vicepresidenza elargitagli dall’acquirente, Goldman Sachs,  quando cede  l’immenso patrimonio immobiliare e il know how tecnologico dell’Eni a poco più di un terzo del valore di mercato: alberghi, palazzi, imprese turistiche, l’area di Rho Pero che poi accolse la nuova Fiera, appartamenti e uffici e un patrimonio di ricerca e applicazione tecnica.

Ci aspettano tempi bui, se la glorificazione di Draghi lo farà recedere dalla prudenza per inseguire il suo sogno di potere assoluto non disgiunto da conseguente status e rendite invidiabili. Si tratta di una di quelle montature cui ci ha abituato la società dello spettacolo, di un personaggio creato ad arte per meritarsi uno di quei Nobel fasulli, quando non si dovrebbe dargli nemmeno l’Oscar per la interpretazione del cattivo cui si riferì quando coniò l’espressione  whatever it takes, presa da un western, per definire la sua strategia di difesa dell’euro a ogni costo.

E infatti il suo è un curriculum di educati insuccessi, come ebbe a dire qualche tempo fa in un suo articolo  Angelo de Mattia, ex direttore centrale di Banca d’Italia e del Direttorio durante la gestione di Antonio Fazio, sostenendo che il timoniere avrebbe registrato un primo flop,  nell’unica vero ruolo affidato alla Bce, quello di ancorare l’inflazione sotto, ma vicino, al 2%, un limite mai raggiunto, se, ricorda, “negli ultimi mesi l’inflazione nell’eurozona sta sempre più calando, con quella italiana quasi a livello di deflazione, 0,3%”.

Per non parlare di un altro ruolo cruciale affidato alla Bce quello da svolgere in collaborazione con le autorità nazionali, di  responsabile del funzionamento efficiente e coerente della vigilanza bancaria, che in Italia ha permesso il ricorso al bail in per le banche criminali in aperta violazione dell’articolo 47   della Costituzione in merito alla tutela del risparmio e che ha prodotto lo scempio del sistema finanziario italiano e della sua reputazione, salvando i crediti deteriorati mentre generava la  fuga di capitali verso altri Paesi. E dire che nelle referenze di Draghi c’era già qualche segnale che avrebbe dovuto mettere in allarme se da governatore della Banca d’Italia aveva abiurato al cosiddetto assenso preventivo e vincolante dell’istituto  in occasione di fusioni e acquisizioni, autorizzando o girando la testa davanti a  procedure opache e irregolarità.

Insomma c’è poco da fidarsi anche quando si fa titolare dell’esigenza di dare avvio a un tenace e determinata “politica fiscale e di espansione” che ponga termine alla “differenza tra Europa e Usa”, si, proprio così, per assomigliare a una economia sostenuta unicamente dal credito speculativo da decenni, per avvicinarci  agli standard di dove sono nate e si sono sviluppate le bolle avvelenate, i sub prime  concessi anche a chi non disponeva di reddito, gonfiando sempre di più l’indebitamento delle famiglie per poi strangolarle, quegli stessi mutui cartolarizzati tra l’altro dal suo vecchio padrone, Goldman Sachs, per farne titoli negoziabili venduti dalla stesse banche sotto forma di prestiti da cravattari a soggetti già gravati dalla pressione speculativa, dai debiti contratti per l’assistenza, la casa, gli studi. O delle sue necessarie future  riforme strutturali nell’eurozona,  a imitazione di quelle che  hanno prodotto la flessibilizzazione e precarizzazione dei mercati del lavoro, all’esplosione della disoccupazione e al decremento dei salari che peggiorerà grazie alla svolta umanitaria dell’Europa che mira a determinare una competitività in basso al livello di chi arriva e è ancora più ricattabile nei lavoratori italiani.

Eppure una speranza c’è, non quella di una Greta invocata da Monti per chiamare a raccolta i militanti intorno al tema del debito pubblico, a conferma che certi santini finiscono per servire soprattutto all’establishment. Perché un foto che gira in rete dimostra che i potenti sono soggetti alla paura, che non serve un San Giorgio per piegare i draghi, basta lo sberleffo di una  ragazza che in piedi sul tavolo di una prestigiosa presidenza  fa piovere addosso a lui terrorizzato una cascata di coriandoli per dirgli che non ci sta alla sua quaresima.


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