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L’Appecorona-Virus

greg   Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tributare un omaggio all’impegno quotidiano che l’Italia e gli italiani stanno profondendo nella lotta contro l’emergenza coronavirus. Allo spirito resiliente che anima chi è da mesi in prima linea: medici, infermieri, operatori sanitari e di Protezione civile. Accendendo i fari anche sui cittadini che, seguendo le regole imposte e facendo ogni giorno la propria parte, contribuiscono alla riduzione dei contagi”.

Viene presentata con i toni dimessi e sobri, consoni al momento, l’iniziativa del Corriere della Sera che oggi offre agli affezionati lettori che sfidano il contagio per recarsi all’edicola, «Il nostro Tricolore», un’opera unica in cartoncino plastificato, firmata da due grandi artisti contemporanei, Armando Milani e Ugo Nespolo per “ celebrare la forza, l’orgoglio, l’impegno e il talento con cui l’Italia e gli italiani stanno affrontando i giorni del coronavirus”.

È probabile che ci salveremo dal virus, ma siamo ormai  irreversibilmente contagiati  dai veleni  della retorica più bieca e scellerata, quella dei buoni sentimenti: amor patrio, fede, speranza, obbedienza, carità.

Basta dare un’occhiata intorno nella rete, dove è tutto un estasiarsi e  sperticarsi per le magnifiche e munifiche gesta scaricabili dalle tasse di imprenditori e magnati, definiti così non certo perché dovrebbero aver magnato abbastanza da vergognarsene, ma perché stanno erogando generosamente quattrini sottratti al fisco,  profitti dello sfruttamento e  rendite parassitarie convertiti per magia in prodighe donazioni.

Ogni giornale li elenca in veste di splendidi mecenati, mettendo tra parentesi l’entità  della carità pelosa, gli  Agnelli (10 milioni) proprio come Berlusconi da Nizza, Armani (1 milione e 150 mila euro), i Benetton che gettano con uno sguardo dal Pone e uno rivolto agli incendi del Bangladesh, ben  3 milioni,  Lavazza (10 milioni), Barilla (2 milioni), Caltagirone (1 milione), Della Valle (5 milioni) e poi compagnie assicuratrici, banche, compresa Mediolanum fiera di contribuire con 100 mila euro al Sacco di Milano, intendendo l’ospedale e non le attività predatorie che hanno contribuito a farne la capitale del Coronavirus.

Ma sarebbe troppo facile osservare che editori contigui ai grandi elemosinieri e i loro giornalisti sono per natura  “appecoronati” nella più sordida cortigianeria.

Macchè il servo encomio per le oblazioni Vip spopola in rete, e fa  il paio con l’ammirata considerazione riservata alle misure del governo in previsione del new deal dell’era Draghi, che elargiscono prestiti, tramite finanziamenti bancari, per 25 mila euro a piccole imprese individuali, aziende e esercizi in rovina per le restrizioni e limitazioni imposte dalla pandemia, e che li dovranno restituire, pena il sequestro delle proprietà, prima casa compresa, risparmiata dagli appetiti di Equitalia.

Grazie al Coronavirus insomma siamo tutti iscritti al partito dell’amore universale. Per questo possiamo essere partecipi della fierezza e dell’orgoglio che ogni giorno merita il riconoscimento della stampa padrona, degli opinionisti un tanto al metro che fanno di noi del nuovi partigiani anche se conservano quel tanto di pudore da chiamare il #iorestoacasa  solo resilienza e non resistenza.

Precipitati in un contesto deamicisiano, con il Cuore, grazie alla gratitudine esercitata nei confronti del personale sanitario ma anche di pony, operai, commesse, magazzinieri, ma pure con Amore e Ginnastica, se pensiamo alla priorità attribuita al bisogno di fare benefiche corsette seppure limitate allo stretto  circondario, ci viene dato in prestito il piccolo eroismo domestico del domicilio coatto.

Che poi altro non è che la piccola utopia ottocentesca, il mito borghese, accuratamente selettivo grazie al quale c’è chi sopravvive anzi vive bene tra letture ritrovate, conversari, ricamo, torte e confetture, beandosi della riconquista di tenerezze e affettuosità, mentre altri meno meritevoli di questi agi, sono obbligati a prestarsi al loro servizio per curare i malati, certo, ma anche per fornire la frutta per le marmellate, la farina per le crostate, stampare i giornali da commentare davanti al  caminetto.

Dalle periferie, da scomodi bilocali, da villine bifamiliari e falansteri dell’hinterland, dalle viscere della #MilanoNonSiFerma, escono ogni giorno e ogni notte milioni di lavoratori come si compiace di ricordare Boccia che rivendica di aver “mandato avanti la produzione”, come vuole Renzi preoccupato che non si metta mano a altri ponti a beneficio delle solite cordate di famigli e amici, come esigono presidenti di regione e associazioni imprenditoriali che aiutano le autorità a scaricare su singoli la colpevolizzazione di comportamenti “irresponsabili” e criminali, runners, senzatetto, casalinghe a caccia di uova, bambini che giocano a calcetto in strada e senza “cane da uscire”.

Altro che resilienza: la quarantena prolungata è un lusso, un privilegio che farà strage di chi perderà reddito, lavoro, sicurezze, garanzie già minacciate, salute (già ora patologie corniche sono trascurate forzatamente), relazioni e affetti messi alla prova dalla lontananza. Che è sopportabile, anche psicologicament,e da chi sente e gode dell’appartenenza a un ceto superiore a quello  dei lavoratori che nelle province di Milano, Bergamo e Brescia sono stati costretti a continuare a lavorare dopo la creazione delle prime zone rosse, a quei due milioni di persone, più della metà nei cosiddetti comparti produttive non essenziali, che per settimane – e tanti altri se ne sono aggiunti –   costrette a uscire di casa, a contagiarsi e a creare contagi, in fabbrica, in ufficio, sui bus, sui treni, sulla metro guidati da altri potenziali untori e esposti, per la celebrazione del profitto.

Altro che eroismo della resilienza, altro che celebrazione della segregazione, chi dice che è accettabile il ricatto o la borsa o la vita, a carico di altri da loro, come quelli di Taranto, delle aziende dell’amianto, oggi dei settori “essenziali” F35 compresi, perché c’è in gioco la salute propria e altrui, gli stessi che in mancanza di elementari criteri di efficienza della sanità pubblica, invece di svolgere la necessaria facoltà di partecipare e opporsi alla demolizione del sistema dell’assistenza si sono arresi a fondi, assicurazioni e cliniche private, ha introiettano l’ideologia secondo la quale non c’è alternativa possibile allo sfruttamento, alle privatizzazioni, alla speculazione, alla svendita dei diritti ridotti a merce.

E che conviene anzi è doveroso scavarsi una nicchia al loro interno, con la speranza di approfittare  di quel poco di benessere che arriva della polverina d’oro frutto dell’arricchimento di pochi, effetto collaterale positivo, ma anche quello selettivo, della competizione universale, della crescita economica, dello sviluppo tecnologico, della scienza.

Perfino adesso che questi “valori” e il loro senso progressivo e emancipatore si perde assumendo quello distruttivo della natura, della salute, dei rapporti sociali, in nome di un ordine sociale sano, sperano con l’obbedienza a regole limitative di libertà e autonomia, con la rinuncia alla critica rinviata a “dopo”, di conservarsi quella tana, dove hanno diritto di cittadinanza solo gli istinti animali,  sopravvivenza e sopraffazione.


Inciampati su un virus

proAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Quelo xe una merda montada in scagno”. Cacca salita su uno sgabello, è la icastica formula veneziana per definire chi pontifica sentendosi superiore per qualità e meriti dalla marmaglia miserabile che si affaccenda intorno ai piedini del trespolo.

Ogni giorno una e più di loro ci somministra le  operette morali di reclusi dinamici, di obbedienti poliedrici, impegnati a criminalizzare i trasgressori già presi di mira da sanzioni fino a 3000 euro, che non hanno capito che immunità e impunità sono riservate in regime di esclusiva ad altre merde altolocate, manager, banchieri e bancari, imprenditori, imprenditori/editori.

Consiglio a chi si volesse adirare come me,  la pedagogica lettura giornaliera della mail per gli abbonati Il Punto del Corriere che ogni giorno ci eroga un caffè di Gramellini più velenoso di quello di Sindona, oggi prendendosela con “una robusta minoranza di irresponsabili” e osservando che   “si inaspriscono le norme per i molti che già le rispettavano, allo scopo di inseguire chi se ne infischiava delle vecchie e cercherà di fare lo stesso con le nuove.  Di dritti che si riempiono la bocca solo di diritti”. E ancora: “con il loro menefreghismo giustificano o comunque propiziano misure di sorveglianza sempre più totali, che godono di un certo consenso in un Paese dove parte dell’opinione pubblica considera la libertà un lusso per gente in salute e con la pancia piena”.

Eh si, viene da dargli ragione:  regna una certa confusione tra pubblico e privato, se da sempre si socializzano le predite anche di vite umane, e si privatizzano i profitti.

Così è sempre più “privata” l’opinione corrente gestita, manovrata, condizionata da una cricca di decisori e informatori proprio come lui, che da che mondo è mondo (perfino Omero racconta le gesta dei re e dei padroni) ritiene di meritarsi la libertà, i beni, le risorse, la cultura e i suoi prodotti, le ragioni, e pure la ragione, diventata un orpello sacrificabile all’obbedienza suggerita da stati di necessità, e di essere abilitata a goderne illimitatamente. E che questo status privilegiato debba essere difeso, anche con leggi marziali, sanzioni severe e gogna ancora più feroce,  droni che controllano le passeggiate con cane e le corsette, da chi si sottrae all’obbligo di garantirlo, come sono doverosamente tenuti a fare i milioni di lavoratori diventati da pusillanimi parassiti, martiri celebrati.

E infatti il Gramellini che interviene tra un consiglio per gli acquisti di Cottarelli a fare più debito e la preghiera inviata a Draghi di sacrificarsi in qualità di divinità della salute generale, generosamente, proprio come fosse uno qualunque e a scopo pedagogico,  “la accetta”  questa ulteriore perdita di libertà. “Ma non intendo farci l’abitudine, dice.  Per farmela piacere, provo a immaginarla come un gioco di gruppo, dove se a isolarmi fossi soltanto io, sarei un asociale che fa qualcosa per conto suo. Mentre se ci isoliamo tutti, diventiamo una comunità che sta facendo la stessa cosa insieme. Ho detto tutti? Bè, tutti quelli che già ci stavano fino a ieri. E che continueranno a starci anche oggi, tra i bofonchi. Dai, giochiamo”.

Da giochiamo, e chissà che compiaciute le cassiere della Conad, i magazzinieri e i pony di Amazon, diventato ente benefattore, gli operai lombardi, quelli all’opera nella fabbrica che produce gli indispensabili F35. E chissà come saranno gratificati di sostituire la ludopatia dei gratta e vinci proibiti o Farm Ville con questo passatempo a alto contenuto identitario e relazionale, quelli che sanno già che una volta finito l’allarme, inevasa la fattura del telefono, esaurite le vettovaglie,  si troveranno senza posto, senza salario precario, probabilmente senza reddito di cittadinanza,  perché si dovrà far fronte ai costi della pandemia.

Giulivi, dai loro scranni, sono impegnati in due attività. Alimentare la paura, anche grazie ai pareri e alle opinioni della scienza, ormai riluttante e esprimere una qualsiasi certezza che denuncerebbe impotenza, inadeguatezza e forse ignoranza e che  vocifera, profetizza, sussurra e minaccia, in modo da favorire il ricorso alle maniere forti che da sempre hanno più autorevolezza ed efficacia del buonsenso e della ragionevolezza. E criminalizzare qualsiasi forma di pensiero indipendente e dunque di insubordinazione, fisica, tramite jogging, morale, se qualcuno è così audace da chiedersi se questo impegno collettivo a uniformarsi a comandi così rigidi sia motivato, recherà degli effetti positivi più fruttosi di quelli negativi del lungo periodo, se aver intrapreso la strada del Terrore intimidatorio non abbia in sé il pericolo che nessuno poi abbia il coraggio di dichiarare finita l’emergenza, nel timore di perdere potere e consenso al primo sternuto.

E infatti sono guai per quelli che non hanno uno sgabello, se si interrogano su cosa potrà succedere se arriva il Covid20, se altri virus generati dalla distruzione dell’ambiente ad opera del Progresso, e continueremo a non essere dotati di terapie intensive, se dovremo elemosinare i dispositivi e le attrezzature prodotti altrove grazie alla fine delle produzioni, alla svendita delle nostre imprese e alla cessione di nostri know how, se il personale medico oggi promosso a esercito di eroi sarà ridiventato la solita banda di fannulloni da punire rivolgendosi a clinici d’oro. Perché la spirale del silenzio funziona meglio in circostanze estreme, quando la paura dell’isolamento morale è incrementata dall’isolamento fisico, e la salvezza dall’anatema si paga con il conformismo e l’autocensura per non dover incorrere in misure punitive di carattere sociale.

Oggi è ancora più vero tutto questo perché non solo sarebbe inappropriato parlare al manovratore e del manovratore, come succede coi morti su Facebook, alle cui generalità va sempre aggiunto il “povero” e il Rip, come raccomanderebbe il bon ton delle sardine.

Ma anche perché si commetterebbe il reato di lesa maestà del Progresso, che anche quello funziona per chi ha gli sgabelli, mentre agli altri mostra la faccia cattiva, quella che si rivela quando il mito dell’onnipotenza che ci ha permesso di andare nello spazio, di guardarsi e ascoltarsi da migliaia di chilometri di distanza, che ci ha illuso di poter consumare il mondo senza limiti e confini, che ha giustificato guerre e saccheggi, sfruttamento e speculazione in modo che da essi scaturisse un po’ di benessere per tutti, che ci ha persuasi che scienza e tecnologia fossero invincibili motori di civiltà e ricchezza e strumenti per risparmiarci e dalla sofferenza, oggi è sfatato, il suo totem crolla rumorosamente e ci rivela insignificanti,   inadeguati, insensati.

Adesso facciamo i conti con la nostra onnipotenza astratta, che ci convince di poter volare, dire tutto quello che vogliamo, sapere ogni cosa, e che invece si scontra con la nostra impotenza concreta rispetto ai processi anonimi e indecifrabili a occhio nudo della globalizzazione, dell’impoverimento e della precarietà di massa,  della distruzione del pianeta, e su quelli informativi, culturali e antropologici messi in atto per ridurci allo stesso livello dei robot che dovrebbero risparmiarci dalla fatica, ma con qualcosa in meno: soggetti come siamo a ricatto, intimidazione,  paura.

 


La retorica dell’emergenza

monacaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Così inaspettatamente siamo ridiventati una nazione di navigatori, salvo Schettino, e di poeti, salvo quel molesto disfattista di Dante: serva Italia di dolore ostello, o quel frustrato nichilista di Leopardi:  vedo le mura e gli archi. E le colonne e i simulacri e l’erme. Torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, accordando invece una netta preferenza ai cantautori da Cotugno con l’italiano vero a De Gregori, viva l’Italia che lavora.

Il Corriere della Sera ha fatto il botto grazie all’edificante riabilitazione retorica dei connazionali a firma di degli esperti in caste e brocchi, dedicata a illustrare le virtù italiche suscitate dall’epidemia: Eppure, come nei momenti decisivi della storia, anche stavolta vengono fuori gli italiani solidali, lavoratori, coraggiosi. L’abnegazione di medici e infermieri è straordinaria. Le forze dell’ordine fanno la loro parte, mai difficile quanto ora. Categorie non amate come i politici e i giornalisti, che a dispetto dei luoghi comuni vivono una vita di relazione in mezzo alla gente, si scoprono particolarmente esposti. Le donazioni private crescono. Il patriottismo da balcone può non piacere; ma è anche questo il segno di un Paese che resiste. O intenta a auspicare il ritorno delle parole vere, che tornino a avere un peso, augurio quanto meno spericolato  a guardare la tribuna dalla quale viene somministrata la confortante pedagogia dell’emergenza. O emozionata nel  renderci teneramente  partecipi della epifania di chi ha la sorprendente rivelazione “delle strane suggestioni della solitudine in questi giorni di segregazione forzata…. Ero abituata ad andare a teatro o al cinema o a cena con gli amici. Improvvisamente mi rendo conto che quelli che io consideravo momenti poco importanti della mia vita, invece erano importantissimi”.

È tutto uno sventolare di tricolori sulle trincee dei supermercati, dei tinelli, delle terrazze, delle altane, comprese quelle di istituti religiosi senza Bertone, grazie a festose monache che improvvisano incoraggianti balletti “tanto pe’ cantà”.

E’ tutto un tributo al coraggio familiare, all’eroismo domestico di chi “sta a casa!”, al fegato di chi riordina la dispensa, all’ardimento di chi apre un libro di Vespa ricevuto a Natale scorso, all’intraprendenza di chi sbatte i tappeti in avvicendamento con i concerti di coperchi e i cori velleitari di Volare.

E  e dire che a migliaia facevano la fila per essere selezionati in qualità di stanziali coatti del Grande Fratello.

Chi si ricorda più la malasanità di ieri di fronte all’eroismo di oggi, chi si ricorda più gli anziani in corsia lasciati con lo stesso pannolone per una giornata, il morto nel letto vicino per tutto il weekend rievocativo di una esilarante pellicola americana, chi si ricorda più le liste d’attesa arbitrarie e discrezionali per una Tac o una risonanza, i pellegrinaggi da Sud a Nord alla ricerca del parere del clinico di fama. Chi si ricorda più i sorci che impazzavano sfrontati nel corridoio dove sostavano postulanti in attesa  di essere ammessi al pronto soccorso.

E chi si ricorda più il concorso di fattori che spingeva quotidianamente i cittadini a disertare l’assistenza pubblica, rivolgendosi a strutture e specialisti privati, pagando profumatamente esosi consulti e assicurazioni che dovevano restituire in cambio di altre cravatte, rate, privazioni, la restituzione se non della salute, almeno del rispetto dovuto a chi spende. Come se tutti quelli che hanno pagato le tasse, compresa quella sulla salute aggiuntiva delle normali trattenute, non avesse il diritto a assistenza e dignità negate perfino in punto di morte.

Perché poi è questo uno degli aspetti immorali degli stati di eccezione, far cadere l’oblio sul passato, sulle responsabilità e sulle colpe comprese quelle di chi ha subito e si è condannato al ruolo di vittima.

Così grazie al virus e a quelli che stanno compiendo il loro lavoro e il loro dovere, non siamo più autorizzati a guardarci indietro, a denunciare chi si è approfittato di noi e die nostri beni, speculando sulla debolezza della necessità o della malattia, a chi ha umiliato quelli che oggi celebra come martiri. Se c’è qualcosa che dovremmo contrastare quando si vive una condizione eccezionale è quel miserabile richiamo alla pacificazione, la stessa che equipara i ragazzi di Salò e i fratelli Cervi, in modo che carnefici e perseguitati meritino la stessa umana comprensione, o quell’invito a una unità che abbia il merito stendere una coltre di silenzio sull’urlo di dolore della gente e sulle risate degli imprenditori dell’Aquila.

Grazie al virus siamo tutti promossi, i ministri a statisti, i clinici in Tv piuttosto che in laboratorio, a Dottor Schweitzer;  il medico di base che effettuava le diagnosi per telefono: dica 33 al cellulare e faccia il selfie delle tonsille,   facendo passare avanti l’informatore medico con la strenna e i campioncini, a missionario;  la professoressa che volevate deferire al dirigente scolastico perché aveva tolto l’ iPhone al pargolo, o perché soffre di reiterate patologie che l’allontanano dalla cattedra, convertita in solerte educatrice a distanza. Senza dimenticare gli intrepidi bancari allo sportello tre mattine alla settimana, per farci pagare le cambiali.

Grazie al virus certo, ma soprattutto alla non disinteressata mescolanza di buoni e cattivi, onesti e sleali, che pare costituisca un fisiologico effetto collaterale degli stati di eccezione,  diventa un imperativo etico farci essere tutti uguali temporaneamente  e contemporaneamente, non davanti ai diritti, che restano sempre impari, nemmeno ai doveri, pure quelli difformi e discrezionali, ma davanti agli obblighi imposti dalla contingenza e dalla necessità.

Si tratta di obblighi imposti a tutti, con accolti con delle eccezioni, se guardiamo alla spesa dell’ex ministro esentato dai controlli ancorché senza nemmeno uno shopper dell’Esselunga. E con una preferenza per quelli che godono dell’onore delle cronache a fini dimostrativi e didattici: il delicato bozzetto delle giornate del primo cittadino di Firenze in isolamento per aver scelto il Pd invece di Italia Viva e così contagiato dal segretario, che si adopera a amministrare la città del giglio dalla stanza del figlio in qualità di smart-sindaco tra il pc e la play station del delfino, o i tweet della viceministra che aggiornano sui colpi di tosse e sul reponso del termometro. Perché nel caso non l’aveste capito, anche il coronavirus non riserva pari trattamento ai colpiti, quelli illustri lo contraggono in forma leggera, leggerissima, qualcuno addirittura si è messo in volontario autoisolamento, per non far correre pericoli agli altri, dice, facendo sospettare che si tratti di qualcosa che ricorda la sega a scuola, la “manca” il giorno del compito di matematica.

È finalmente ridiventato un obbligo anche quello di informare, talmente preso sul serio che siamo assediati da comunicazioni dissociate e schizofreniche, comandi contraddittori, soliloqui di inviati davanti alle porte serrate dei pronto soccorso, denunce e invettive con tanto di corredo iconografico di medici che farebbero meglio a stare in ambulatorio, profezie rovinologiche di accademici e predizioni di sventura di sociologi che Malachia je spiccia casa, sperimentazioni di festoso bricolage di giornalisti prestati a art attack, performance di statistici e analisti che fanno rimpiangere il pollo di Trilussa.

Così il vaccino consigliabile nell’immediato sarebbe spegnere la Tv, il pc, adibire i giornali la cui vendita è concessa per la loro qualità di servizio essenziale, all’antica funzione di incartare le scarpe da dare a risuolare. Che tanto la loro lezione è la stessa, trasmetterci il comando all’ubbidienza come fossimo i cagnolini da ammaestrare, non tanto per l’oggi, non tanto per farci stare a casa, ma per preparare un domani dimentico dei peccati originali, devastazione dello stato sociale, impoverimento di beni e valori morali, distruzione delle scuola, dell’università, della ricerca, quindi pronto a ripeterli, peggiorandoli grazie ai costi di questa emergenza, che ricadono sulla collettività.

E la collettività è chiamata da tutti a essere fiera, orgogliosa e contenta di essere cornuta, mazziata, ma applaudita dalle finestre dei palazzi abitati da chi oggi riabilita lo sciovinismo, il patriottismo del 2 giugno con la parata delle armi che compriamo invece dei indirizzare le risorse per ospedali, tetti e case, tutela del territorio, con i soldati che mandiamo non da riservisti e trionfalmente in campagne coloniali, in barba alla narrazione della nazione mite. Adesso la marmaglia peccatrice di populismo quando si incazza, ridiventa magicamente popolo, con una sua identità dimenticata, ora redenta e reintegrata con i toni epici delle eroiche penne habitué degli editoriali, perché   “quando arrivano i tempi in cui è questione di vita o di morte (mai espressione fu più appropriata) allora conta davvero chi parla la tua stessa lingua e condivide il tuo passato, chi ha familiarità con i tuoi luoghi e ne conosce il sapore e il senso, chi canta le tue stesse canzoni e usa le tue medesime imprecazioni” (Galli della Loggia, sempre sul Corriere).

Ci mancano solo la bevuta simbolica dell’acqua del sacro fiume in una grolla, il riscatto di Miglio, l’obbligatorietà della cassoeula a Masterchef, le mascherine autarchiche, e il recupero della baldanza e dell’orgoglio nazionale è fatto. Magari però sarebbe davvero ora di fare gli italiani.

 

 


Metafisica dello sfruttamento

banner-palazzo-reale1920x800.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’Istat comunica che dopo la crescita dell’occupazione registrata nel primo semestre dell’anno e il picco raggiunto a giugno, da luglio invece i livelli risultano in lieve ma costante calo, con la perdita di 60 mila occupati tra luglio e settembre   e un tasso in salita che  cresce di 0,3 punti percentuali al 9,9%, interessando sia  uomini che donne e coinvolgendo tutte le classi d’età tranne i 25-34enni.  Rileva anche  che le persone in cerca di occupazione sono aumentate del 3%, vale a dire  73 mila unità nell’ultimo mese.

I contratti a termine che dovevano essere debellati dai provvedimenti Dignità hanno toccato il record storico (3,1 milioni) e i lavoratori autonomi destinati ad aumentare per effetto della mini flat tax sono diminuiti in un anno di 115 mila unità.

Nel commentare i dati il Corriere della Sera, costretto a riservare un’occhiata distratta a cosa accade “nella realtà, trae una sua morale “ lineare”: le dinamiche che muovono davvero i comportamenti di famiglie e imprese non si possono teleguidare, seguono sentieri lunghi e in diversi casi tortuosi.  A conferma che capitale e mercato rispondono a leggi divine e naturali, seguendo percorsi indecifrabili per gli umani che la politica terrena dei governi non è abilitata a intercettare.

Non fa sorridere la svolta mistica dei giornaloni alle prese con fenomeni metafisici, perché riconferma l’inadeguatezza volontaria a guardare nel baratro nel quale ci hanno cacciati e dal quale non vogliono farci risalire. E dire che perfino pensatori integrati nell’ideologia e nella religione teocratica dello sviluppo e nella fede europeista prima del 2000 e della crisi, quella si teleguidata, si interrogavano sul futuro dell’occupazione ai tempi della morte del lavoro e non solo per mano della tecnologia e dell’automazione.

È che il fallimento riformista, che è culminato nell’uscita anche della parola progresso dal nostro dizionario, sostituita da modernità e diventata il paravento dietro al quale consumare delitti contro la salute, il territorio, l’ambiente, la dignità e la democrazia, è stato segnato  proprio dalla correità di partiti e movimenti della sinistra e dei sindacati, persuasi della impossibilità non solo di rovesciare gli equilibri di forza, ma perfino di addomesticare l’indole ferina del totalitarismo, l’unico che non viene preso in considerazione dall’europarlamento, quello economico e finanziario.

Il successo delle grandi potenze economiche, prima degli Usa, oggi della Cina, è fatto di migrazioni esterne e interne, di masse contadine che hanno lasciato i villaggi pe andare a lavorare nelle metropoli, di etnie e gente priva di diritti civili, sindacali, politici, sottoposta a orari e regimi disciplinari schiavistici. Oggi non è il successo che si persegue in Europa, ma la sopravvivenza e con gli stessi mezzi, abbassando gli standard di tutti, trascinandoli giù per garantire profitti e sopportare la competitività feroce, trasformando la propagandata accoglienza tardiva in sfruttamento non tanto di un esercito di riserva ma di deterrente per rivendicazioni e lotte da parte dei lavoratori locali, ricattati e costretti a adeguarsi a perdita di sicurezze, tutele e salari dignitosi.

Non è esagerato o letterario, chiamare questo processo ritorno alla schiavitù se si pensa al regresso delle condizioni di vita, di lavoro, dell’abitare, dello spostarsi che milioni di persone subiscono e che fanno da contraltare retorico alla narrazione delle magnifiche sorti dell’automazione che ci risparmierebbe dalla fatica, di trasporti sempre più veloci che ci consentirebbero di andare tutti nello stesso posto allo stesso momento decretando la fine per abuso di bellezza e cultura, di avveniristici grattacieli che sfiorano le nuvole destinati a trasformarsi in vestigia archeologiche senza mai essere abitate. Un processo favorito dalla pubblicità universale trasmessa su tutti i canali per convincerci delle formidabili opportunità offerte dal sistema, dalla scienza, dalla tecnologia  che ci fa provare  una onnipotenza astratta e virtuale a fronte di una concreta impotenza.  Un processo segnato dalla demolizione di rapporti di forza delle organizzazioni sindacali, dall’eliminazione delle residue tutele legali a favore di lavoratori e dalla riproposizione del feticcio della flessibilità come condizione e criterio irrinunciabili per la crescita.

Non so se mai, come e quando troveremo una via di riscatto, se tutto congiura per farci cedere e piegare all’ineluttabile, senza alternativa, se le forme di democrazia e gli stati intermedi che dovevano rappresentare bisogni e aspettative sono sempre più disarmati e assoggettati, se i sindacati ogni giorno ci mostrano  l’inesorabilità del ricatto, quando protestano contro le misure per cancellare lo scudo penale dei proprietari passati presenti e futuri dell’Ilva, per persuaderci che è ragionevole prestarsi all’alternativa cancro o salario, a quella tra precarietà o delocalizzazioni, se si prestano a fornire credenziali e credito alle grandi opere e alla loro proposta occupazionale fatta di cantieri senza garanzie, senza sicurezze, senza protezioni e a breve termine, se vogliono che ci accontentiamo del volontariato in sostituzione di formazione e tirocinio, se hanno scelto di rinunciare a vocazione e mandato per trasformarsi in organismi di consulenza individuale, venditori di assicurazioni e fondi destinati a prendere il posto dello stato sociale e pure di quello di diritto.

E se i partiti che una volta appartenevano alla sinistra hanno abiurato per essere investiti della rappresentanza di più e meglio dei valori della destra, ridotti a gusci vuoti per via della pretesa di innocenza nella caduta del muro e nel disfacimento dell’impero sovietico, spogliati interamente della loro vecchia attrezzatura ideologica e intenti a testimoniare e interpretare l’apparato di principi e imperativi dei una vecchia borghesia che non c’è più, come non ci sono più le mezze stagioni, mentre si fa sempre più potente e profonda la divisione tra una nuova classe disagiata pigiata giù nello stesso fondo degli ultimi e perciò sempre più rabbiosa, come in Umbria, e quella scrematura gerarchica dorata di ricchi sempre più ricchi.

Ci sarebbe una strada, sempre la stessa, che ha fallito anche se continua a parere l’unica realistica, quella dell’utopia, se un rovesciamento del tavolo è appena più visionario delle vecchie parole d’ordine dei riformisti, delle promesse di partiti e leader che col passare del tempo da socialdemocratici sembrano esser diventati anarco insurrezionalisti perché parlavano di redistribuzione, nazionalizzazioni. Ma è troppo impervia per un blocco sociale confuso, di proletari, sottoproletari a loro insaputa, risparmiatori derubati, piccoli imprenditori e artigiani incravattati, consumatori che non riescono più a esserlo tanto sono indebitati. E che non sanno nemmeno più come si fa a essere  popolo.

 

 

 

 

 

 


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