Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà. La profezia mazziniana si è realizzata: le disuguaglianze, il clientelismo, la disoccupazione, la fine di un’economia produttiva, l’incapacità o l’impotenza a finalizzare gli investimenti indirizzandoli verso uno sviluppo sostenibile, hanno realizzato nel male quell’unità postulata e mai compiuta. Lo stesso pare valga per Roma, capitale di uno Stato espropriato di sovranità, che sopravvive come simulacro di un’autorità che si esprime attraverso burocrazie e amministrazioni borboniche, allegoria dei vizi dei quali avrebbe contagiato l’intera nazione, sede di governi e palazzi sempre più remoti e distanti dalle esistenze dei cittadini, laboratorio operoso dell’integrazione tra malgoverno e malaffare. Eppure sappiamo che i suoi mali sono i mali italiani, endemici, generalizzati, diffusi, che si chiamano Mafia Capitale, ma sono gli stessi di Mafia Mose, Mafia Expo, Mafia Tav, fenomeni il cui volume affaristico e corruttivo è addirittura superiore e dove hanno trovato nutrimento cordate operose del Nord, latifondisti del Sud, speculatori di ogni latitudine, criminali senza origine definita.
E’ che, come il resto d’Italia, Roma avrebbe bisogno di un buon governo ma soprattutto avrebbe bisogno di buoni cittadini. Mille sono le spiegazioni storiche e sociologiche che hanno provato a motivare quell’indifferenza, quell’accidia, quella disaffezione dei romani alla loro città e quell’avversione degli italiani per la loro capitale, che accomuna un po’ tutti, che si alimenta degli stereotipi più vieti come della letteratura antropologica: l’invasività dei palazzi, la presenza egemonica della Chiesa, una macchina amministrativa, quella dei ministeri e dei loro apparati, formata da generazioni di immigrati interni di origine meridionale che avrebbero trasferito usi familistici e procedure borboniche. Possiamo aggiungere altri fattori: il cinema e il suo contesto, i peones non meno spettacolari e folkloristici, la Rai e l’informazione contigua ai regimi.
L’immagine che trasmettiamo è quella di un abbrutimento che si manifesta con la chiusura dei teatri, con Cinecittà convertita in un luna park tematico ad imitazione del cinema che si faceva un tempo, il degrado dei monumenti nel migliore dei casi affidati in vergognosi comodati a sponsor ingenerosi, la svendita del patrimonio immobiliare, l’alienazione dei beni comuni con la cessione di larghe quote delle aziende di servizio.
Non è Marino il colpevole di tutti i mali, ma ne sta diventando un festoso testimonial, a cominciale dalla folle possessione che ha occupato il suo corpo e che lo motiva a restare attaccato alla poltrona da ogni costo, un prodigio di inviolabile inamovibilità che trova una pallida imitazione solo in Crocetta, altro “homo novus” sponsorizzato dal Partito della Nazione che ora ne ha scoperto scomodità molesta e ingombranti caratteristiche.
Tutti e due di fronte alle pressioni del vigliacchetto di Palazzo Chigi, ai suoi avvertimenti trasversali sibilati e amplificati con le dovute cautele da portavoce o commissari sommessi fino all’anonimato, hanno scelto di riconquistarsene la protezione allineandosi alla sua ideologia e circondandosi di suoi famigli che ne riscuotono la fiducia. L’intento è quello di tirare in lungo, evitare scadenze elettorali perniciose, augurarsi che fenomeni estremi, non si sa per quale miracolo, decantino, che i giornali nazionali e stranieri smettano di occuparsene, che i tram ridiventino puntuali come in altri ventenni, che l’attenzione si sposti e le cose vadano pian piano a posto da sole. E d’altra parte si tratta di un atteggiamento che assumono sempre più di frequente l’Impero dle Male, l’Ue, perfino le sue vittime, tutti certi che il laissez faire risulti alla lunga una politica vincente, che i poveri si abituino a pagare, che i pensionati si rassegnino a morire, che gli immigrati prendano assuefazione con le fogne o i lager nei quali li cacciamo, che i cassintegrati facciano come l’asino che non mangiava più e non aveva più fame.
Oggi la Stampa, che non si è mai peritata di rivelare le differenze dei costi tra la tav italiana e quella francese, tra quelle della costruzione di tratte autostradali qui e altrove, delle spese di manutenzione di qualsiasi infrastruttura locale e di quelle straniere, si euforizza nel narrarci i mali del trasporto pubblico romano, denuncia come i guasti non vengano riparati, quanto poco lavorino e quanto guadagnino gli scioperati autisti romani. Sarà tutto vero, non c’è da dubitarne e basta girare malauguratamente per Roma per averne conoscenza e conferma. Ma non c’è da dubitare nemmeno del fatto che si tratti di invettive che perseguono il solito scopo, quello di aprire la strada a privatizzazione e a espropriazioni di beni comuni e servizi pubblici. Proprio come ha rivendicato di voler fare il primo cittadino, come vuole il suo partito, tramite o lui o per altra mano, magari quella di un assessore che vanta nel suo curriculum un’inesausta militanza pro-Tav, come chiede l’Europa, come impone la sottoscrizione di patti e trattati infami e scellerati che vanno sotto il nome di Ttip.
Chi ci sta e tante volte ne ho scritto, sa che a Roma si vive male, per il traffico, per l’incuria di strade e siti archeologici, per la sporcizia, per il rifiuto di una politica dell’accoglienza, per la mancanza di alloggi popolari a fronte di migliaia di case vuote, mai abitate e già degradate frutto di decennali speculazioni, perché l’urbanistica è diventata solo una scienza di controllo sociale o, peggio ancora, un insieme di provvedimenti ad personam a beneficio di costruttori e imprenditori contigui al potere che si avvicenda senza gran differenze in Campidoglio.
Non ci salverà Marino, è sicuro, non ci salverà nemmeno un altro sindaco che dovrebbe essere selezionato tra stirpi di eroi. A salvarsi devono essere i cittadini e prima di tutti quelli che oggi vivono una tremenda solitudine e incomprensione, i pendolari, quelli di Tor Sapienza e i senza casa, di fronte in conflitti urbani che hanno perso di vista il vero nemico, i precari, le donne costrette a lasciare il lavoro perché non ci sono asili, gli studenti senza alloggio, senza trasporti, che a migliaia circolano in un solipsistico anonimato nelle università, i romani, ma anche tutti gli altri, compresi i turisti che si stupiscono che tanta bellezza sia così trascurata e oltraggiata, in modo che a tutti venga restituito lo status di cittadini che ormai qui e altrove ogni giorno viene minacciato e negato.