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Vizi Capitali

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ricordate quando a proposito di Panorama e Espresso si diceva: “un settimanale al prezzo di due”, per indicare testate che,  sia pure su fronti solo apparentemente avversi, erano indistinguibili per preferire lo scandalo e l’intrattenimento all’informazione, per i titoli sferzanti in memoria degli slogan della belle époque del Mondo e dei marpioni di Via Veneto.  Non è cambiato molto, anche se adesso la “critica” anticonformista piazza in copertina al posto di immagini femminili scollacciate a corredo dei test sotto l’ombrellone, dallo scambio di coppie al voto di scambio, la faccia della sindaca di Roma in veste di virago, di strega cattiva, imbruttita dagli effetti speciali, gli stessi che invece ingentilivano la squinzia delle banche.

Vanto un lungo curriculum di critica a Virginia Raggi sindaca ma certo viene voglia di difendere perfino lei e la sua amministrazione a vedere la qualità dei suoi detrattori e dei contenuti – dal programma di Giachetti in poi – esibiti  dall’opposizione.

L’accanimento strabordante nei confronti della prima cittadina della Capitale non può nascondere che il Pd, capofila dello schieramento del partito dei sindaci, non voleva più esprimere un suo candidato per una città fallita e talmente oltraggiata da non saper più rialzare la testa, tanto è vero che il suo uomo di punta era impresentabile non per magagne morali, ma per una serie di vizi che erano poi quelli dell’organizzazione di appartenenza, incompetenza, inaffidabilità, incoerenza, inadeguatezza rappresentati in maniera paradigmatica da un compitino elettorale che esibiva come uniche credenziali due grandi interventi: nostalgia di olimpiadi e pervicace sostegno allo Stadio.

La morte lenta di Roma, di Venezia, di Firenze, di città d’arte e non, che poi ogni nostro borgo ne ha il carattere, della stessa Capitale Morale:  indagini giudiziarie, appalti opachi, pogrom non solo amministrativi contro gli immigrati, cacciata dei residenti dal centro storico per far posto alla residenzialità delle multinazionali del turismo e della finanza immobiliare e bancaria, buche,  appalti opachi, svendita a emirati e chi più ne ha più ne metta, è la medesima storia di devastazioni fisiche e morali del territorio, di un declino che ha segnato il passaggio da città pubbliche a città privatizzate, avvenuto di pari passo con la cancellazione delle regole dell’urbanistica e della pianificazione.

E dire che siamo il Paese che ha dato forma a un principio formidabile e imitato anche altrove, quello degli standard edilizi, che assegnavano non solo virtualmente a ogni cittadino una superficie minima di suolo su cui realizzare i servizi di cittadinanza: istruzione, verde, cura, per garantire elementari diritti personali e collettivi. Ma siamo anche nel Paese dove chi ha cercato di praticare questo principio, Olivetti, La Pira, Petroselli, è entrato nel Pantheon sfoggiato in campagna elettorale proprio da chi ci ha espropriato dei diritti fondamentali: scuola, cultura, casa, lavoro, dai “riformisti” che hanno approfittato del doppio nodo che stringe alla gola le nostre città, la pressione della finanza speculativa e  la mancanza di risorse, per legittimare i condoni (il primo è di Craxi nel 1985 cui seguono i 2 di Berlusconi, prima dell’avvento dell’era delle deroghe urbanistiche prodrome dell’urbanistica contrattata avviata dalla legge Tognoli che inventa i Consorzi di imprese addetti alla divisione degli appalti pubblici). E poi per deviare gli oneri urbanistici che dovrebbero servire a realizzare opere di interesse generale verso la gestione delle spese correnti, per imporre quelle leggi di rapina che danno priorità strategica ai centri commerciali, avvilendo le piccole imprese commerciali e artigianali, o alle grandi opere, indirizzando a obiettivi megalomani forieri di malaffare e corruzione i fondi da impiegare per la tutela e il contrasto al dissesto idrogeologico,  alimentando la rendita fondiaria, l’urbanizzazione cioè dei terreni agricoli in non singolare coincidenza con le varie bolle immobiliari, fino all’innominabile Sblocca Italia (quello che stanziava 112 milioni di euro per combattere i mali del territorio e  4 miliardi per le Grandi Opere), oggi adottato nella sostanza dal decreto Sblocca Cantieri, o ai Piani Casa regionali che prevedono deroghe anche ai criteri di salvaguardia del paesaggio, consentendo ai privati di ridisegnare il volto delle città per rispondere a esigenze incompatibili con l’interesse generale.

Pare che il passaggio da metropoli a necropoli vada di concerto con la conversione delle utopie in distopie, delle mani per la città che avevano firmato le riforme urbanistiche di realizzazione di alloggi pubbliche, o quella sanitaria e scolastica, e le prime nazionalizzazioni dei primi governi di centro sinistra, diventate presto le mani sulla città infiltrate e occupate dalla combinazione in una sola cupola delle mafie esplicitamente criminali e di quelle neoliberiste, concordi nella pretesa di costruire per massimizzare i profitti mentre non si investe più nulla per assicurare il normale funzionamento di servizi, trasporti, manutenzione.

I sindaci di Roma, sostanzialmente fallita nel mese di aprile di 5 anni fa, hanno di volta in volta contribuito al suo  dissesto e all’accumulazione, calcolata in quella data, un lustro fa, di 22 miliardi di debito. Ma mica era il solo comune in bancarotta: in quello stesso anno erano già 180 e gli ultimi dati parlano di più di trecento, uno su dieci in Sicilia, Campania, e Calabria, la maggioranza delle città italiane è indebitata, compresi i centri colpiti dai terremoti, così nessuna amministrazione è in grado di investire per rispondere ai bisogni della comunità, nessuna programma più opere pubbliche, parchi, linee di trasporto, mentre paradossalmente si concorre, a Milano come a Roma, alla realizzazione di infrastrutture “di servizio” e collegamento per interventi privati promossi a azioni di interesse generale, come dimostra il caso degli stadi di Roma e Firenze.

Le due “capitali” sono caratterizzate da una quantità di stabili e vani per uffici vuoti: a Milano la costruzione dei nuovi grattacieli in zona Porta Garibaldi promossa dal fondo sovrano del Qatar con un immenso flusso finanziario ha innalzato il valore degli alloggi, costringendo migliaia di famiglie a trasferirsi nell’hinterland.  A Roma dove sono ben più di 100 gli stabili occupati da senzatetto  e dove il fabbisogno di alloggi stimato è intorno ai 10 mila,  dove, tanto per dirne una,  per realizzare la Nuvola si sono spesi 400 milioni cedendo il patrimonio immobiliare collettivo dell’Eur mentre le torri del Ministero delle Finanze e il velodromo olimpico venivano demoliti per far posto a iniziative azzardate e scriteriate, dalle gare di Formula 1 a quartieri di prestigiosi uffici. Così ora la Cristoforo Colombo è ora un lungo itinerario di stabili vuoti in attesa dei fasti promessi da imprese immobiliari che ne dovevano farne la Wall Street de noantri.  Ma non stanno meglio le aree dove sono stati costruiti alloggi, come a Terrazze del Presidente a Acilia,  come a Tor di Quinto, a Borghetto lungo la Cassia, l’ex Centro Direzionale Alitalia della Magliana,  come a Monte Stallonara alla Pisana, o Castel Verde sulla Prenestina dove insediamenti e  quartieri vivono “fuori” dalla civiltà, con strade mai finite, illuminazione pubblica carente o assente, allagamenti e disagi.

Se in tre anni avevamo diritto a risposte  dalla sindaca di Roma, avevamo però diritto anche a domande dall’opposizione, che non vuole darne perché significa mettere in discussione un modello di città che copia quello adottato per le banche criminali e le imprese speculatrici, che, quando falliscono, creano una bad company  messa in mano a gente fidata su cui far confluire i debiti, come è successo con Patto per Milano per il flop dell’Expo, o con l’invenzione di Roma Capitale cui è succeduto il piano di rientro di Marino, costati a noi cittadini un aumento delle tasse e il taglio di una grossa fetta di spese sociali,  e come sta accadendo e succederà in gran parte delle città “sofferenti”.

Lo Stato, le imprese pubbliche, le amministrazioni minate dalla corruzione, dall’incapacità, dalla speculazione, dal voto di scambio vengono ridotti in miseria passando dalla crisi all’opportuna emergenza, per essere intimoriti, minacciati, commissariati e ricattati fino allo sfinimento in modo da consegnarsi ragionevolmente alla cupola privata, siano sceicchi o emiri, siano prestanome oscuri o nomi altisonanti (anche Soros ha espresso interesse con un suo Fondo per il nostro patrimonio immobiliare pubblico), siano le solite cordate di costruttori e immobiliaristi esperti in appalti opachi, che entrano e escono dalla porte girevoli dei tribunali, siano imprenditori molto indebitati esperti in castelletti e giravolte che si trascinano nel brand le banche cravattare,  tutti uniti per spolpare l’osso, quello che rimane dopo le alluvioni, quelle vere e quelle di cemento, dopo le frane, quelle vere e quelle dell’impalcatura dei diritti di cittadinanza.

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Uno Stadio che viene da lontano

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Panda ‘ndoppia fila e du’scontrini. Ma li mortacci vostra”.  Con la sua proverbiale sobrietà l’ex sindaco Marino, che il blog che ha ospitato la sua esternazione   vernacolare definisce “probabilmente il più grande sindaco di Roma in assoluto dopo Ernesto Nathan”,  ha commentato  così la tempesta giudiziaria che ha investito il Campidoglio a Cinque Stelle, scoppiata quando nel  2018 gli inquirenti Ielo e Zuin hanno portato a galla la rete di improprie relazioni che Luca Parnasi, dominus di Euronova e Luca Lanzalone, l’avvocato genovese consulente dell’amministrazione Raggi, avevano stretto per accelerare l’approvazione  dello stadio a Tor di Valle.  L’arresto di De Vito, che va a coprire definitivamente l’arco costituzionale dei beneficati da Parnasi – che ha sempre rivendicato un approccio bipartisan: «Ho pagato profumatamente tutti i partiti politici….sono i politici a cercarti per essere finanziati, e se non lo fai sei fuori dai giri che contano» –  è stato salutato con esultanza sulla stampa, in rete e fuori.

Perché finalmente si dimostra che l’appropriazione dell’onestà da parte dei 5stelle è indebita e che la virtù in oggetto, che pare non possa proprio far parte della cassetta degli attrezzi di un politico, è soggetta a graduatorie  e classificazioni.

Se vale l’osservazione di Brecht “cos’è rapinare una banca a fronte del fondare una banca?”, siamo legittimati a ritenere che sia almeno paragonabile utilizzare a fini propri un’opera – che questi ultimi eventi dimostrano chiaramente essere una macchina del malaffare e della corruzione –  e il promuoverla, imporla, obbligarci a contribuire alla sua realizzazione. Mentre invece è considerata azione meritoria, forza motrice di sviluppo, occupazione, competitività, anche se si tratta di uno stadio addirittura meno presentabile di una ferrovia, altrettanto superflua se non per l’accesso di qualcuno alla greppia dell’affarismo illegale autorizzato dalle leggi che hanno convertito interventi privati o profittevoli solo per i privati, in opere di interesse generale e prioritario.

Ieri il capogruppo del Pd, Andrea Marcucci, ha simbolicamente consegnato, tra lazzi e dileggi, a Toninelli – che se li merita tutti – l’elenco delle opere italiane non compiute e ancora senza un cantiere. E dire che, fosse vero,  sarebbe invece l’unico motivo per riservare al ministro applausi e consenso: nel decreto Sblocca Italia, uno dei fiori all’occhiello del governo Renzi, erano previsti 112 milioni per combattere il dissesto idrogeologico e 4 miliardi per le grandi opere; se davvero non abbiamo un computo dei costi effettivi sostenuti e prevedibili del treno ad alta velocità (prendiamo per buone le previsioni dei Si-Tav  che stimano in 24,7 miliardi i costi dell’opera), o del Mose (a spanne 5 miliardi più 80 milioni l’anno di manutenzione), sappiamo che per la ricostruzione nel cratere del sisma del Centro Italia  sono stati stanziati 350 milioni. E sempre per fare riferimento all’arguta massima di Brecht potremmo paragonare i fondi stanziati per il salvataggio degli istituti di credito criminali e dei loro vertici effettuato dagli esecutivi, quello in carica compreso, e le risorse irrintracciabili promesse per la messa in sicurezza del patrimonio residenziale dal  rischio sismico.

Perciò la colpa più grave che dobbiamo attribuire alla giunta Raggi, ben più delle buche o della monnezza, è quella di aver proseguito nella pratica di alienazione del bene comune e di violazione dell’interesse generale, che, nella città, ha visto la trasformazione della programmazione urbanistica in suk, in contrattazione tra amministrazione e privati, che vede sempre il sopravvento dei secondi. La “pianificazione” neoliberista, ma meglio sarebbe chiamarla col suo nome “speculazione” che ha prodotto l’abnorme cementificazione squallida delle periferie, ha determinato il fallimento della città con l’accumulazione di un debito di 22 miliardi (né stanno meglio città piccole: Alessandria con un buco di 200 milioni, Parma 850 milioni).

Le mani sulla città sono diventate via via più avide e potenti, dai condoni di Craxi e Berlusconi, dalla Legge Tognoli che mette in campo un serie di deroghe  e l’artificio dell’istituzione dei Consorzi di imprese che si dividono la tavole degli appalti delle opere pubbliche, e poi il Codice Bassanini sugli appalti che colloca alla pari gli interessi di costruttori e amministrazioni pubbliche, e poi la Legge Obiettivo del Cavaliere, il ripristino da parte di Monti dell’imposta sulla casa mentre rinvigorisce il finanziamento delle grandi opere (i 110 miliardi in tre anni saranno nel prosieguo ancora iscritti in bilancio). Nel 2008 si produce un esemplare intervento di carattere semantico: in una delle leggi di privatizzazione si cancella il conetto di “case popolari”, sostituite da “alloggi sociali”, in qualità di abitazioni private a canone concordato bel collocate all’interno del libero mercato. E se prima dello Sblocca Italia, Franceschini accoglie di buon grado un emendamento Pd che istituendo i Comitati di Garanzia per la revisione dei pareri paesaggistici segnando la fine della tutela, dobbiamo al Ministro Lupi quella modifica della disciplina urbanistica che mette sullo stesso piano pubblico e privato, instaurando l’indennizzo della conformazione della proprietà privata e la revisione degli standard edilizi.

Dobbiamo a questi trascorsi che scandalizzi di più chi rubacchia nelle more di una speculazione di chi la compie, in questo caso promuovendo un’opera inutile, che esercita una formidabile pressione sull’ambiente, in una collocazione sensibile e vulnerabile, con una cubatura che supera di 550mila metri cubi i limiti dela  Piano Regolatore che ne prevedeva al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà), con un forte impegno pubblico per le infrastrutture viarie: potenziamento della ferrovia Roma-Lido, gli interventi sulla via del Mare, ponte aggiuntivo sul Tevere e la bretella sulla Roma-Fiumicino, e per le opere di messa in sicurezza idrogeologica del fosso di Vallerano nell’area di Decima, in modo da accontentare le smanie e appagare gli appetiti di personaggi discutibili, già in forte sofferenza con banche e sotto osservazione da parte dell’autorità giudiziaria che non sono in grado di assicurare la copertura delle spese della megalomane iniziativa.

Il tutto in un comune dichiarato ufficialmente fallito nel mese di aprile del 2014, tanto che il più degno successore di Nathan, il sindaco Marino, il grande promotore dello Stadio, nell’agosto successivo approva un piano di rientro del debito ulteriore che si era accumulato di 440 milioni di spesa sociale, cancellando tra l’altro 54 linee di collegamento tra centro e periferia e avviando la svendita di altre a operatori stranieri.

E’ che tutti i comuni sono indebitati e tutti più o meno per gli stessi motivi: opere pubbliche irrazionali, espansioni urbane insensate, società di servizio impiegate come bacino elettorale a finanziamento occulto della politica. Senza contare i debiti contratti con il racket delle banche d’affari sottoscrivendo titoli tossici (che dieci anni fa si calcolò ammontassero a oltre 35 miliardi) e che hanno prodotto la svendita del patrimonio immobiliare (tra gli acquirenti non solo emiri, anche Soros con il suo Fondo Quantum Strategic Partners che aspira a una fetta del Fip, Fondo immobiliare pubblico, secondo quando denunciato da fonte autorevole, Paolo Maddalena) e lo smantellamento del welfare urbano.

Manette o no, il nuovo Colosseo si fa comunque. Sarà per metterci dentro i leoni, che a fare i poveri cristi pronti per essere mangiati ci pensiamo noi.

 

 

 


Stadi, questione De Vito o de morte

stadiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Lo sapevamo già che la storia non insegna niente, figuriamoci la cronaca, compresa quella nera. E infatti pare che malgrado tutti i segnali negativi e le catastrofi penali annunciate, che indicavano come lo stadio della Roma fosse un barattolo di marmellata  avvelenato, come bambini golosi tutti a intingerci  le dita.

E’ che nella nella gerarchia di reati e di annessi malfattori, quelli di mafia capitale con ammazzatine e incendi, minacce e intimidazioni nel contesto delle operazioni di profitto e occupazione militare della città sono n.1  nella classifica, mentre a quelli che manomettono le leggi, speculano sui beni comuni, inquinano l’ambiente, dissipano risorse pubbliche, corrompono e si fanno corrompere si riserva l’indulgenza dovuta a chi è nella norma, che così fan tutti, contribuendo a crescita e occupazione indotta.   Si può quindi immaginare che De Vito dopo la disavventura per la quale è adesso a Regina Coeli (accusato nel corso dell’inchiesta che ha fatto luce su una serie di operazioni corruttive realizzate dagli imprenditori attraverso l’intermediazione di un avvocato e un uomo d’affari, che avrebbero interagito con De Vito al fine di ottenere provvedimenti favorevoli alla realizzazione di importanti progetti immobiliari ), troverà comode sistemazioni, come dovuto a persona esperta e collaudata, adusa a entrare e uscire dalla porta girevole dei tribunali, movimento che costituisce ormai elemento favorevole nel curriculum molto propizio alla progressione di  carriera.

E pare anche che il suo arresta sia un intoppo sgradevole ma che non comprometterà la realizzazione dell’opera del cui  “interesse generale” si è convinta la sindaca un tempo ostile,  tanto che sia Raggi: “io e la mia maggioranza andiamo avanti determinati e compatti. C’è un programma da portare a termine”, che  il DG giallorosso, Mauro Baldissoni, che ha dichiarato che “sullo stadio non ci possono e non ci devono essere dubbi. Non è una aspettativa, ma è un diritto acquisito a vederlo realizzato nel più breve tempo possibile”, tranquillizzano cittadini e tifosi.

Sentir dire “diritto acquisito” la realizzazione di una macchina del malaffare, fa tremare le vene dei polsi. E dovrebbe preoccuparci ancora di più che a tutti i livelli, governativo, amministrativo, territoriale, di vigilanza e controllo uno stadio rivesta il carattere di intervento di interesse primario e di pubblica utilità prioritaria, che può sottostare alle regole di urgenza e indilazionabilità, prerogativa di ben altre opere. Ma che nel tempo è stata autorizzata largamente in modo che grandi eventi inutili e dannosi venissero sdoganati per consentire, grazie all’impiego di fondi pubblici e all’aggiramento di disposizioni urbanistiche, la creazione di  infrastrutture di servizio e interventi viari,  alcuni dei quali  diventati, ancor prima di essere completati,  templi della contemporaneità in rovina e monumenti archeologici.

Roma come Firenze avrebbe insomma bisogno più del pane dei circenses, per dar lustro a due città che necessitano di colossei contemporanei, nuvole, centri commerciali, grattacieli di uffici, neanche fossero Dubai o Las Vegas. A Roma il primo zelante promoter fu il sindaco Marino (Il M5S allora si era tenacemente battuto contro, presentando addirittura una denuncia penale per fermare lo scempio) con un progetto megalomane di improrogabile “anfiteatro”,   con  annessi business park, centinaia di negozi e attività commerciali, reti di collegamento fattibili grazie alla più accreditata fake degli ultimi trent’anni, il sodalizio pubblico-privato chiamato Project Financing, del quale la BreBeMi è la efficace allegoria, un progetto megalomane  mai abbastanza ridimensionato dalla Giunta Raggi (ne ho scritto anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/19/stadio-tor-ta-di-valle/ ). A Firenze la proposta dello stadio voluto da un Della Valle è stata salutata dalla stampa con giubilo:  “le morbide volute gareggeranno con le guglie aguzze del Palazzo di Giustizia in una gara ideale di architetture contemporanee” , davanti alle quali  i turisti che “visiteranno la periferia nord fiorentina” avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano quando passano su Ponte Vecchio”, grazie al carattere “molto sexy”  di un’arena “che non avrà nulla da invidiare a quelli di Monaco, Bilbao, Bordeaux, Nizza”.

In realtà anche in questo caso lo stadio è un accessorio della  “Cittadella Viola”, un compound con outlet, alberghi e varie attività commerciali, che dovrebbe sorgere su un’area di circa 30-40 ettari attualmente occupata da Mercafir, i mercati all’ingrosso della città comportando la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti e  l’acquisto dell’area di Unipol a Castelli per costruirvi il nuovo mercato all’ingrosso, gravando sul nodo di Peretola, giò congestionato e nel quale  insisteranno anche  il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, ognuno dei quali grande attrattore di traffico. Chi ci metta i quattrini, anche in questo caso non si sa bene ( meglio si sa benissimo), dando per improbabile che se ne faccia carico Della Valle, sia pure adorno della corona d’alloro di mecenate dell’Anfiteatro Flavio per regalare al Giglio  e alla cerchia magica uno  “stadio da Rinascimento”.

Deve essere successo qualcosa di tremendo se i diritti sono stati stravolti, se abbiamo creduto che quelli fondamentali (lavoro, salute, casa, istruzione) sono stati conquistati e sono inalienabili e adesso possiamo farci offrire quelli accessori e “personali”, come se non fossero tutti preminenti, basilari e imprescindibili. E qualcosa di inquietante se vale anche per i bisogni, se hanno voluto convincerci che conseguiti quelli che Agnes Heller definiva “alienanti” e che hanno una natura quantitativa: il possesso di beni, soldi e potere, che non lascia mai appagati; adesso siamo pronti per quelli  “radicali”, che attengono alla più intima radice dell’uomo: l’introspezione, l’amicizia, l’amore, la convivialità. Ed il gioco.

È così che smantellato l’edificio dei diritti e minata l’aspettativa del benessere e della crescita a quelli con sempre meno pane, con sempre meno dignità per un lavoro e un salario svalutati, con cure e assistenze trattate come lussi, con la rivendicazione dell’ignoranza come atout per il successo, in cambio della fine dell’istruzione pubblica, quando anche i desideri devono essere censurati per far spazio alla necessità, ci elargiscono il gioco, che anche quello ce lo dobbiamo meritare e pagare. Una volta si diceva profumatamente, ma in questo caso “pecunia olet”, eccome, e di marcio.

 

 


Stadio Tor-ta di Valle

stadio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mai avrei pensato per raccogliere informazioni su un’opera molto controversa di dover attingere alla stampa di settore, ben oltre l’autorevole Gazzetta dello Sport: il Romanista, Forza Roma, info, il Roma.net., perché numeri e documentazioni sono secretati e in barba allo streaming tutto si svolge nelle stanze degli arcana imperii.

Mai avrei pensato che anche in questo contesto saltasse fuori una “manina” pronta a inquattare o estrarre un pizzino dalle carte riservate. Invece avrei dovuto prevederlo,  troppi sono gli interessi che si agitano intorno al futuro Colosseo, quelli della finanza, del cemento, della rendita immobiliare e pure quelli della propaganda che non si accontenta di ricevere con tutti i disonori il reprobo, ma vuole grandi liturgie di massa con tanto di gladiatori, pollice verso degli imperatorini e dell’imperatoressa nell’anfiteatro che avevano giudiziosamente osteggiato prima dell’assunzione al governo nazionale e della città.

Pare che i fatti si siano svolto così: prima che arrivasse sul tavolo  dell’Assessore Luca Montuori il parere finale del Politecnico di Torino, incaricato di effettuare lo studio di fattibilità dello Stadio della Roma a Tor di Valle,  sarebbe circolato uno stralcio di una bozza di relazione con su la scritta “riservato” che, si dice, anticipasse alcune perplessità in merito all’impatto dell’opera sul traffico. Va a sapere chi ci ha messo lo zampino: antagonisti anarco insurrezionalisti  No-Stadio? Ultrà laziali? Costruttori, società, banche concorrenti? Oppure, l’ipotesi non è peregrina, banche coinvolte preoccupate di impegnarsi concretamente in un intervento di quelli che giovano più quando sono solo sulla carta, e che presenta controindicazioni di carattere ambientale oltre che economico (ne abbiamo scritto molte volte, anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/08/gli-ultra-del-cemento/).

E malgrado il Comune abbia chinato la testa su tutto, cucinando un progetto fatto delle frattaglie di quello originario che aveva tanto entusiasmato Marino in cerca di un’impronta da lasciare ai posteri con la sua piramide personale, ma che  sia pure con il proclamato tagli del 50%  prevede una cubatura di 550 mila metri cubi (il 60% solo sul Business Park, con eliminazione delle tre torri di Libeskind) rispetto ad un Piano Regolatore che ne autorizzava al massimo 330mila (di cui lo stadio rappresenta meno della metà), realizzando quindi poco meno di quei 600mila che costituivano  la proposta iniziale del costruttore Parnasi e del presidente della AS Roma Pallotta, prima della dissennata disponibilità del marziano a Roma.

La sindaca Raggi commenta così il suo cammino verso la redenzione costruttiva,  “abbiamo ridotto le cubature del 50%, con edifici a ridotto impatto ambientale realizzati con gli standard energetici più avanzati al mondo e un superamento del rischio idrogeologico della zona…unificheremo  due strade molto importanti, Via Ostiense e Via del Mare, un’opera attesa da anni,  prevista, del resto, anche nella precedente versione del progetto”.

La sindrome si- terzo Valico,  si-Tap, si – Triv, ha colpito ancora e in forma più morbosa, perché in questo caso i poteri forti non hanno incontrato resistenze, il ricatto non viene esercitando con l’intimidazione per sanzioni, multe, risarcimenti onerosi, macché, si adotta invece il modello di governo dell’urbanistica e della pianificazione ridotte a contrattazione negoziata con la proprietà privata, sia sotto forma di immobiliaristi, costruttori, finanza allegra di fare affari a spese nostre, in nome di un superiore interesse generale. Perché, tanto per fare un esempio, dimezzare la superficie business park (il mega centro destinato ad ospitare locali direzionali e commerciali) comporta la diminuzione degli investimenti dei proponenti in infrastrutture direttamente o indirettamente funzionali all’impianto in qualità di “compensazioni”.

La spesa per le  opere pubbliche a carico dei privati ammonterà a circa 120 milioni di euro, un bello sconto di 75 milioni a beneficio di As Roma e Eurnova S.p.A. (la società di Parnasi di nuovo nel mirino dell’autorità giudiziaria per illeciti finanziamenti ad associazioni legate a Pd e Lega), rispetto alla quota stabilita nella delibera della Giunta Marino.  L’unificazione di via del Mare e via Ostiense impegnerà i 38 milioni ipotizzati per lo svincolo ma che adesso dovranno servire per tutta la tratta, per gli interventi sul fosso del Vallerano a elevato rischio idrogeologico serviranno oltre 12 milioni, più del doppio del primo stanziamento pronosticato,   il potenziamento della  Roma- Lido richiederà altri 40 milioni  e 5 andranno all’esecuzione  di un ponte ciclopedonale tra la nuova stazione “Tor di Valle” del trenino e lo stadio  mentre per  la realizzazione del parco fluviale sul Tevere, inizialmente considerato opera accessoria  vengono assegnati  14 milioni di euro. Non si farà dunque il Ponte sul Tevere in favore del futuro Ponte dei Congressi pagato con fondi pubblici (circa 150 milioni) stanziati dal Cipe; e decadono, che strano!,  alcuni interventi nel quartiere della Magliana giudicati “non pertinenti allo stadio”.

Da tempo sappiamo che l’investimento per lo Stadio è frutto di un’operazione “volta al finanziamento dei costi preliminari di sviluppo connessi al progetto ‘Stadio della Roma’ mediante la sottoscrizione di un contratto di finanziamento, per un ammontare massimo pari a 30 milioni, con Goldman Sachs International”, la banca americana con cui abitualmente lavora Pallotta e che già è la principale finanziatrice dell’As Roma che copre gran parte dell’esposizione bancaria del club calcistico, mentre Unicredit agirebbe soltanto come “fronting bank”, cioè come istituto creditore solo sulla carta ma non nella sostanza, tanto che nei mesi scorsi si è parlato del tentativo dell’amministratore delegato Mustier, che non amerebbe il calcio tanto da revocare la sponsorizzazione della Champions League, di rientrare dei debiti del club.

Era da immaginarlo, lo Stadio diventa l’allegoria della definitiva consegna dei nuovi calabraghe ai poteri forti locali e nazionali. E un modello esemplare e ripetibile per altre iniziative indirizzate a togliere fondi per opere e azioni di pubblica utilità per investirli in opere e azioni di interesse privato. Il format è chiaro: gli strumenti urbanistici vengono piegati alle esigenze degli imprenditori per sanare i bilanci facendone pagare il peso alla comunità. La scelta del sito avviene tramite una selezione opaca per identificare quello che più si attaglia alla produttività della rendita fondiaria. Le autorizzazioni sono “sponsorizzate” dalla rassicurante presenza di istituti finanziari, gli stessi che così possono rientrare dei debiti in sofferenza. I costi  dell’operazione devono essere taciuti per dare spazio solo ai calcoli immaginari sulle ricadute sociali dell’insediamento, occupazionali e turistici. Fin dalla prima fase progettuale deve partire una campagna promozionale con tanto di prestigiosi testimonial, opinionisti un tanto all’etto, impegnati a criminalizzare gli stolti oppositori che contestano la magnifica impresa.

Non è l’unico esempio dal quale anche senza Qatar si capisce che il calcio si regge sui mattoni finanziari, sulla speculazione, sui regali alla rendita, sugli accordi opachi con costruttori pronti a edificare nuovi falansteri commerciali che resteranno con tutta probabilità vuoti, ridotti dall’ultima pietra a archeologia immobiliare. E che ormai nulla ha a che fare in questo teatro o anfiteatro che sia con la passione sportiva, il gioco, come non l’avevano le lotte così attuali tra leoni e gladiatori e la pretesa di far dimenticare la mancanza di pane coi circenses.

 


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