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Attenti al placebo

cerusiciAnna Lombroso per il Simplicissimus

Fate conto di essere dentro Addio alle armi, e proprio nell’ospedale dove la bella e trepida Catherine porta soccorso ai soldati feriti a Caporetto. Infatti ce n’è uno giovane che si dispera dal dolore. Il chirurgo deve tentare l’operazione,  chiama Catherine e “anestetico”, grida, ma l’infermiera scuote la testa: è finito. Allora il vecchio medico inietta dell’acqua distillata nella vena del paziente: ecco la morfina ti farà bene, dice, e subito il volto del ferito mostra sollievo, gli occhi si chiudono pacificati e non saprete se si è assopito o è morto, dolcemente.

È l’effetto placebo. E anche se non siete là, nel romanzo a lungo vietato in Italia per i suoi contenuti disfattisti, quell’effetto lo dovreste conoscere bene, perché ogni giorno in qualità di pazienti ve ne somministrano un po’ sotto forma di gocce, supposte, iniezioni in pieno contagio della peste, non tanto per alleviare le vostre pene e gli spasimi delle ferite, né tanto meno quelli dell’arto fantasma (che in questo caso potrebbe essere il domani mutilato, la speranza, la dignità, il coraggio) ma per quietarvi, indurre un pacifico letargo mentre infuria il morbo. Oppure, meglio ancora, persuadervi che mentre siete sotto cura c’è qualcuno che pensa e agisce al vostro posto e che per il vostro bene vi propina quell’acqua distillata ai cui benefici siete obbligati a credere come a una mano santa, come a una carezza materna, o a uno sbuffetto paterno. O, peggio, farvi lamentare per un male che nemmeno c’è, così vi distraete dall’acciacco vero.

Come non credere che siano sotto l’effetto del placebo quelli che intorno al 27 gennaio si consolano che nell’orrore di tanti anni abbiano trovato posto e funzione redentiva alcuni “giusti” con la funzione di riscattare masse di scimmiette intente a non vedere, non sentire, non parlare, così come si appagano oggi che sindaci in precoce campagna elettorale si mostrino con la fascia della disubbidienza e qualche presidente di regione, magari già in veste di candidato, inizi la procedura di ricorso alla Corte Costituzionale del decreto del più empio dei ministri, aspirando a far dimenticare che nulla di ciò è stato fatto in occasione di altre leggi razziali del passato anche recente, né tantomeno con i codici Minniti che estendeva il concetto di “razza” da emarginare e cui togliere prerogative a tutti i soggetti a rischio di qualsiasi etnia e colore, purché poveri, come ebbe a dire Cassius Clay che smise di essere negro quando diventò miliardario. E così come si sentono a posto con la coscienza quando qualche cittadino per bene accoglie gli espulsi due volte, dalla loro terra e perfino dai centri di “accoglienza”, così da far sentire tutti italiani brava gente anche se non si è regolarizzata la badante, se non si è messo il casco in testa al muratore pagato in nero, se gli unici stranieri che si pensa non svalutino la proprietà e non offendano il decoro del rione sono gli americani caciaroni e ubriachi ospiti del B&B del terzo piano.

E non vi pareva un placebo l’erogazione della paghetta di 80 per un popolo di ragazzini scapestrati e mal cresciuti, in modo che si balocchino mentre  i grandi possono scialacquare in profumi di gran soldi per banche criminali, opere criminali, aerei e bombe criminali, che tanto l’unico diritto/dovere concesso è quello di consumare, di subire ricatti per conservare il salario da spendere per quel succedaneo della vita che è la sopravvivenza, resa più amabile da qualche “capriccio” una tantum per adulti e anche per piccini abilitati a ricevere immeritatamente il bonus “cultura”.

E in cosa avranno intinto quella zolletta di zucchero per farci digerire i grandi eventi e i grandi interventi che riassumono in sé tutti i paradossi più insensati: lavoro sotto forma di volontariato, mangiatoie e greppie laddove le mense delle scuole sono una palestra di esclusione e non si arriva a fine mese e si ripristina l’usanza del tazzone di caffelatte la sera, stadi per circensens quando manca il pane, alta velocità per il trasporto di beni di lusso: più assorbenti che tartufi, e die pacchi di Amazon, mentre nella capitale della cultura c’è una stazione come monumento inutile ma non ci sono binari né treni, il Mezzogiorno è tagliato fuori, propaggine dell’Africa che non va aiutata a casa sua, i pendolari di ogni latitudine vivono ogni giorno un’odissea faticosa e umiliante.

E non cominciate a sospettare che sia un placebo quello che vi stanno facendo assumere,  se invece di immaginare il ripristino di diritti e conquiste del lavoro cancellati, se invece di mettere le basi per una politica dell’occupazione che, tanto per fare un esempio, impegni professionalità e tecnologie, risorse umane e economiche nella salvaguardia del territorio, nella riqualificazione del tessuto abitativo e dei trasporti delle città, della tutela dei beni artistici e del paesaggio, l’unica cosa che si concede, ormai inevitabile. E se invece di continuare a premiare con aiuti e agevolazioni lo spirito di iniziativa di imprese campate di assistenzialismo, inclini a reati accertati in materia di sicurezza e compatibilità ambientale, solite a esportare capitali e a delocalizzare aziende dalla sera alla mattina, mobilitate unicamente a investire nel tavolo da gioco della roulette finanziaria per appagare l’avidità degli azionisti, intente a propinarci la menzogna che siamo tutti vittime dell’egemonia dei robot per non sviluppare invece quei servizi, vecchi e nuovi, dall’assistenza all’ambiente, consumati dalla inesausta guerra contro il welfare, per non introdurre tagli dell’orario di lavoro, per non favorire lo sviluppo di attività incipienti, ma ancora poco valorizzate, si adotta necessariamente, obbligatoriamente una misura, quel “reddito” inevitabili nel momento in cui la disoccupazione e la precarizzazione generalizzata mettono a rischio la domanda e dunque i profitti , ma che dall’altro sancisce la fine del senso stesso del lavoro come valore, come espressione di talento e garanzia di autonomia, in una società talmente dominate  dalle élite e posseduta dall’ideologia del profitto e dalla teocrazia del mercato che l’unica vera libertà è quella della sopravvivenza assicurata non più da diritti e regole, ma dall’elemosina.

Una volta si diceva attenti a non prendere caramelle dagli sconosciuti, poi si consigliò anche di non farsi appioppare incautamente i sogni. Adesso non ci sono più concessi nemmeno quelli, quindi attenti anche al placebo.

 

 

 

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Atac-ati al tram

 

atca

C.Carrà: Ciò che mi ha detto il tram

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si dovrebbero comminare pene severe per l’abuso della parola “intelligente”, consumata in tutte le situazioni, vacanze, materassi, lampadine, città, soprattutto da cretini che ci vogliono far diventare più cretini di loro. E talvolta sostituita da termini stranieri che dovrebbero dare autorevolezza a propositi osceni, come, per esempio, fare di Pompei una smart city, trovata fortunatamente caduta nel dimenticatoio frutto avvelenato di una meteora della politica anche quella obliterata dopo una effimera fortuna come aspirante leader alternativo.

Bisognerebbe farlo in fretta, anche prima di domani quando – se è vero che il problema di una città consegnata anche da questa giunta ai poteri forti, costruttori, chiesa,  immobiliaristi, finanza, e altri clan non diversamente criminali, è, come a Palermo, il traffico- i cittadini romani saranno chiamati a pronunciarsi per avere trasporti “intelligenti” e più efficienti grazie all’ispirato e salvifico intervento dei privati.

E appunto i fan del Si si pensano che siamo più cretini di loro e che ci beviamo questa fake smentita ogni giorno e in ogni latitudine. In Gran Bretagna dove la stagione thatcheriana delle privatizzazioni non è finita con la lady di ferro e i suoi insuccessi vanno dal continuo incremento della disoccupazione, al fallimento della gestione mista delle ferrovie voluta da Blair: i biglietti costano di più e il servizio è vergognoso, dalla Sanità occupata da esose assicurazioni, al sistema pensionistico; in Italia dove i ponti crollano perché si tutela il rapporto costi benefici e  o il risparmio su materiali,  manutenzione e vigilanza più che le vite umane, dove abbiamo speso di tasca nostra una trentina di miliardi per il salvataggio di banche private e dove Bankitalia è stata sottratta di fatto al controllo del governo e dunque dello Stato grazie al divorzio officiato da  Andreatta in qualità di ministro del Tesoro e dal governatore di allora  Ciampi, senza nemmeno interpellare il Parlamento e dando in pasto il Paese al mercato e alla speculazione. E in tutta Europa dove si segue la tendenza che viene dallo stato canaglia che ha fatto circolare la sua pestilenza nel mondo, e dove si gonfia a dismisura una crisi di un settore a alto contenuto sociale per offrire la soluzione sotto forma di benevolo intervento di investitori generosi, si tratti si salute, assistenza, pensioni, patrimonio culturale, infrastrutture, servizi.

La fuffa che vendono insieme ai nostri beni comuni, ai nostri immobili, alle nostre coste ha bisogno di certe cerimonie rituali per dare l’impressione che si ascolta la voce popolare, salvo poi tradirla come è successo con l’acqua  e come non deve succedere con i trasporti romani, ha un forte retroterra fideistico  secondo il quale l’avidità privata e finanziaria è l’unico motore della crescita, lo stato è  solo un grande peso, il popolo è di serie B obbligato a contribuire alla crescita e alla ricchezza di una scrematura di serie A.

E così chi dirà No è già condannato preliminarmente alla riprovazione in quanto misoneista, arcaico conservatore, bieco oscurantista e, non manca mai, gufo disfattista.

Come al solito il mantra dei promotori (Radicali, Fi e Pd romano) dovrebbe far breccia, grazie alla polarizzazione dei due corni della questione: monopolio vizioso, intervento privato virtuoso,  nella pancia della plebe malcontenta  che rumoreggia per via dell’oscena voragine di 800 milioni contratto da un ente occupato militarmente dalla malapolitica: voto di scambio, familismo, giri di poltrone con liquidazioni milionarie e che in cambio ai cittadini  offre attese millenarie, mezzi fatiscenti, rari, inefficienti soprattutto per quanto riguarda le periferie, che è bene ricordarlo, sono servite già da un’azienda interamente privata Tpl,   che gestisce più del  40% dell’offerta di trasporto, dimostrando emblematicamente con la sua inadeguatezza e improduttività che il rattoppo è peggio del buco.

Male ha fatto il Comune ad arroccarsi non dando la necessaria informazione con la speranza che il referendum vada deserto senza colpo ferire: ben altro avrebbe comunicare in difesa del proprio ruolo di tutela dell’interesse generale. Perché quella che viene proposta non è nemmeno una liberalizzazione bensì addirittura la vendita in blocco delle azioni dell’Atac S.p.a. (e le tre competenze ora disperse in tre aziende: Roma Servizi,    per la pianificazione della mobilità,Roma Metropolitana e la progettazione di metro e tram, e la stessa Atac che assolve altre funzioni insieme alla produzione, in particolare la gestione del sistema tariffario e delle proprietà dei depositi e delle infrastrutture) o la sua automatica sostituzione con una impresa privata vincente per sua natura – e l’esperienza lo ha dimostrato – interessata a convertire l’inefficienza in una rendita a proprio vantaggio, facendo pagare il conto ai cittadini con tagli ai servizi, ai  salari dei dipendenti e alla manutenzione delle vetture,  in aumenti tariffari ed esercitando ogni sorta di intimidazioni sul comune ricattato compreso il blocco dei trasporti. E peggio ha fatto la giunta Raggi, dopo i gesti simbolici da divino sprovveduto dell’onesto Marino,  a scaraventare l’azienda  nella procedura fallimentare seppure in forma concordataria con i creditori,  mettendo le premesse per una emergenza  che prevede le abituali misure eccezionali di “salvataggio”:  concessione, cessione   e svendita.

Non stupisce, ormai siamo abituati a una continuità col passato rivendicata in nome di una miserabile realpolitik per via della quale è impossibile dire di no, pensare soluzioni di rottura davvero alternative, alla fine meno costose delle minacciate penali e sanzioni economiche, politiche o “morali”.  Mentre invece era questo il momento di aprire, ebbene si, all’intelligenza proponendo un piano dei trasporti che si avvalga della tecnologia che oggi già permette di aggregare la domanda in tempo reale e di rispondere con un trasporto senza linee fisse, modificando il percorso per servire i cittadini che si muovono contemporaneamente nel medesimo bacino. Che si adegui a cambiamenti di stile di vita che suggeriscono di potenziare le formule di spostamento collettivo. Che faccia proprie le esperienze di città che hanno promosso la rete del ferro al posto degli autobus obsoleti che restano imprigionati nel traffico. E che preveda un vero risanamento con la sostituzione di vertici che hanno dimostrato incapacità e opacità, con soggetti di controllo e gestione svincolati dalla cosca del malaffarismo amministrativo, imprenditoriale e finanziario.

Si racconta che Gianni Agnelli interrogato sulle disuguaglianze sociali abbia risposto, e se ne intendeva, che uno dei discrimini fondamentali era il trasporto. E infatti si spostava non con le sue auto delle quali non si fidava, ma passando sulle nostre teste con elicotteri e arei di proprietà. Votare Si se non si è Agnelli o quella cerchia di cagnolini che chinano la testa dietro al lunotto delle macchine blu  in cambio di un passaggio in TV, tra starlette, cinepasticceri, funzionari in carico a stampa e partiti morenti,  commentatori e opinionisti un tanto al chilo, è autolesionista. E non è intelligente.

 

 

 

 

 


Cresciuti nella monnezza

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Tutto il mondo è paese: mi ero tanto adirata quando in risposta ai veneziani colpiti da una acqua alta anomala, l’allora sindaco Cacciari rispose con ficcante realismo: si mettano gli stivali di gomma. La rimozione di problemi e la dimissione dalle responsabilità quando si sta in alto e non si hanno in piedi in acqua e dove non arriva il tanfo dell’immondizia è proprio una cifra dei poteri contemporanei, se il presidente dell’Ama di Roma in occasione dello sciopero del 15 giugno, dopo quello del 3, dopo quello del quale non serbiamo memoria, se non olfattiva, ha consigliato ai romani di tenersi in casa i rifiuti, nascondendoli pudicamente alla vista di ospiti stranieri e sottraendoli alle telecamere delle tv.

Poco male, tanto i commenti sdegnati e le pungenti riflessioni sono prevedibili. Perché in attesa di arrampicarsi sul camion della monnezza del vincitore, chiunque esso sia, la prassi impone di prendersela con gli indigeni e gli ospiti molesti e altrettanto maleducati, rei di stipare di ogni ex bendidio diventato rifiute traballanti cassonetti, senza provvedere all’opportuna selezione con la scusa che “tanto poi, i monnezzari raccolgono e macinano tutto insieme”, di  lasciare abbandonati in mezzo alla via lavatrici e microonde, di “farsi riconoscere”, come si dice qui, per accidia, scostumatezza, indifferenza, la stessa che rivelano davanti alle violenze perpetrate su una donna, come sul declino rovinoso della loro capitale, sugli sfregi pubblici e privati ai loro beni comuni, sulla cessione  dissipata del loro patrimonio.

E difatti stamattina un parterre di prefiche che piangono in forma dimostrativa e minacciosa in previsione delle nefaste sorti che ci attendono se seppelliamo prematuramente il governo, e in particolare la santanchè del piccolo napoberluscone  di Rignano sotto forma di giornalista sibilava velenosa che in barba a Ostia esonerata del titolo di mafiosa, in barba a Mafia Capitale, in barba a Tor Bella Monaca, in barba a periferie retrocesse a bidonville e favelas, il problema di Roma è, si, il traffico, è, si, lo stato dell’azienda municipale, ma soprattutto perché i romani, mortacci loro, non pagano il biglietto.

Ecco, è la conferma che mai come ora è stata salda e inviolabile l’alleanza opaca tra il  regime e la sua informazione, ormai tutta. Che abbiamo consegnato le nostre città, i servizi, l’abitare, il muoversi, le memorie e la storia, a gente che non ne sa nulla, perché non vuole mischiarsi con noi, un ceto che non prende mai un bus né tantomeno lo aspetta per ore a una fermata sotto il sole cocente o il diluvio, quello che allaga le fermate della metro e le strade, gente che quando sente parlare di lavoro, per sé e, ormai, per gli altri, mette mano alla pistola,  sicché è meglio dotare i mezzi pubblici di forniture di obliteratrici taroccate, di distributori farlocchi, piuttosto che assumere controllori, probabilmente perché è diventato un mestiere a rischio di botte dagli utenti incazzati, tanto da non essere più un proficuo giacimento clientelare. Così non c’è mai un intrattenitore di talk show che ficca il microfono in bocca agli sfrontati come fa in occasione di dolori o giubili, per smentirli, per chiedere conto, magari solo per informarsi di quando per l’ultima volta prima del successo sono saliti sul numero 3, quello degli invisibili, stanchi già di prima mattina che non possono assopirsi perché è proprio da loro che passa il controllore.

In questi giorni un loro ospite d’onore è il marziano per antonomasia, autore di un’autobiografia, proclama di combattività incontenibile e pretesa di innocenza indomita. Nella sceneggiatura sempre uguale seguita dagli intervistatori, gli stessi peraltro che esibivano in vergognosa ostensione le immagini del tramonto della capitale durante il suo breve mandato, e dall’ex più celebrato dopo la deposizione di Romolo Augustolo, venerato soprattutto da chi non abita a Roma, occupa un posto di rilievo la trionfale commemorazione della rivoluzione mariniana in materia di rifiuti. Quando cioè venne chiusa la discarica scandalosa di Malagrotta, sottraendo la gestione e i profitti al monopolio malaffaristico del trust dalla monnezza, compreso della parentopoli delle assunzioni familistiche e clientelari.

Viene da chiedersi se non sia perché Marino faceva concorrenza sleale al sindaco d’Italia nella politica degli annunci che è stato espulso, se la sua amministrazione è stata segnata dall’installazione di comitati e commissioni con compiti preliminari di rilevazione e analisi probabilmente ancora in funzione di ponderata osservazione, da atti rituali e apotropaici ad effetto, da dichiarazioni di intenti, da gesti epici, appunto, come i sigilli alla discarica senza aver nemmeno individuato soluzioni alternative, se il piatto resta ricco per malaffare e malavita grazie a uno dei più profittevoli export, quello della monnezza romana verso destinazioni interne o neo coloniali.

Gli affezionati del voto inutile che vivono i “secondi turni” come un cruccio possono orientarsi su una scelta che dichiari di voler provare a mettere fine alla politica delle falsificazioni centrali e periferiche del Pd, del quale è un interprete facondo e irriducibile il suo candidato con le sue bandiere, che garriscono al vento della rendita, dei costruttori, dei cementificatori, dei barbari dei nuovi sacchi di Roma, tutti col tovagliolo al collo intorno al tavolo delle Olimpiadi, dello Stadio, dei prossimi e tetri luna park che dovrebbero “valorizzare” la Città Eterna, più di una città degli studi e della ricerca, più del risanamento urbanistico, sociale e morale delle periferie, più degli investimenti in tutela e cultura.

Chiunque in questi anni abbia combattuto una battaglia per l’istruzione pubblica, per i beni comuni, per la difesa del territorio da dissipazione e speculazione, per il diritto a abitare con dignità e nella legalità, ha avuto come controparte la nomenclatura del regime, fosse il Pd, fosse Forza Italia, fosse la Lega, convenuti nella santa alleanza che ci sta facendo guerra. Senza illusioni, ma ormai coltivarle è più improvvido che seminare marijuana e meno efficace che fumarla,  io proverei, dopodomani e poi ancora e ancora, a dir loro di no.


Non piove, governo ladro

smogAnna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi non mi sentirete dire che il susseguirsi di emergenze,  soggetto continuamente evocato nella narrazione  politica,  altro non è che l’aberrazione nutrita artificialmente di fenomeni lasciati deteriorarsi, suppurare e marcire in modo da legittimare misure eccezionali ed autoritarie, leggi speciali e soggetti assolutistici, esautorando e destituendo di potere e competenze rappresentanze democraticamente elette,  organismi statali e enti di vigilanza e controllo.

Perché una vera ce n’è, potente ed ormai incontrollata, e largamente sfuggita di mano a un ceto dirigente incapace e impotente, assoggettato a un padronato globale tanto da aver dato le dimissioni  da ogni forma di pensiero e  volontà indipendenti. Ed è frutto tossico proprio di quel processo secondo il quale ogni stato anomalo, ogni condizione che sconfina dal contesto naturale in quello “insolito”, imprevedibile o rimosso, sarebbe suscettibile di diventare opportunità, secondo la litania tanto cara ai sacerdoti della comunicazione: nella lingua cinese la parola crisi è costituita da due ideogrammi, l’uno a rappresentare il problema e l’altro l’occasione positiva. Peccato che le occasioni favorevoli originate da accidenti e congiunture siano buone solo per chi ha interesse a imporre restrizioni di democrazia e libertà, per chi è determinato a persuadere della necessità della rinuncia – a garanzie, conquiste e diritti, per chi è riuscito a convincere una maggioranza di teste impagliate della obbligatorietà di cedere sovranità e autodeterminazione in cambio di protezione,  di una sicurezza manu militari e di un ordine repressivo.

Succede infatti che l’avidità, la smania di appagare appetiti, l’indifferenza per l’interesse generale e ormai anche per il consenso, una volta retrocesso il voto a timbro a conferma di decisioni imposte dall’alto  facciano sì che le bombe rudimentali scoppino in mano agli incauti soldati della guerra intrapresa contro lavoro, ambiente, diritti, stato sociale, come nel caso delle banche “infedeli”, come nel caso del Jobs Act, come nel caso della ripresa ormai sbeffeggiata perfino da Madame Lagarde, come nel caso della partecipazione alle coalizioni esportatrici di democrazia, con la generalessa da operetta, mostrine e gradi sul tailleur pastello,  che reclama  una leadership bellica per conquistare un posto al sole cruento della guerra di civiltà, come sull’immigrazione, condannati – senza trattativa o negoziato – a terra di frontiera vocata a accettare senza accogliere, a confinare senza integrare, a svolgere la funzione di mastini  che mostrano i denti, di questurini  che prendono le impronte con la forza, agli ordini di  una “amministrazione” tanto burocratica quanto spietata.

E come nel caso dell’emergenza di Natale, quella di città avvelenate, di centri urbani soffocati non certo imprevedibilmente da fumi pestilenziali, come Pechino, più di Città del Messico, Atene, più delle tradizionali capitali dello smog e dell’egemonia del carbone dell’Est, a conferma che lo sviluppo insensato e dissipato secondo la nostra “civiltà superiore” è come Giano bifronte: una faccia rivolta al progresso, una girata all’indietro, allo sperpero barbaro, all’oltraggio irrazionale, allo sfruttamento sregolato e perverso, per andare sempre più veloci, per far crescere alberi più alti,  produrre merci sempre più effimere e frutti sempre più insapori, per coprire sempre più suolo  con cemento, di case, strade, centri commerciali, garage dove far dormire sempre più auto sempre più inutilmente potenti  in aperta e folle contraddizione con buonsenso e aspirazione al benessere, se intendiamo così lo stare bene, e perfino con i proclami elettorali, i programmi dei think tank,  le slide e i tweet dei governi, che hanno introiettato messaggi elementari: disincentivare la motorizzazione individuale, promuovere la rotaia in sostituzione della gomma, investire nel trasporti pubblici alimentati con rinnovabili, favorire la conversione del riscaldamento e il risparmio energetico, per contrastarne l’attuazione con misure, leggi e strategie improntate all’egoismo ecologico, alla supremazia di modelli “proprietari”  che ispirano la pianificazione del territorio, le politiche urbane, la realizzazione di infrastrutture.

L’incrudelirsi della mal’aria delle città non è certo un fenomeno imprevedibile o inatteso e tantomeno “naturale”, che di naturale ormai c’è poco perfino nei terremoti e negli tsunami. E per questo suona ancora più derisorio e squallido l’affannarsi del governo, che richiama alla necessità di dare risposte “coordinate e di sistema”, con l’enunciazione di principi generali ai quali, come d’abitudine, non seguono provvedimenti e azioni concrete se non la raccomandazione obliqua a rinnovare ad acquistare vetture più “verdi” o una indiretta tassazione sull’inquinamento, e la più originale e ispirata delle quali consiste, come ha chiesto il ministro dell’Ambiente, nell’abbassare il prezzo dei biglietti dei mezzi pubblici “per invogliare la gente a lasciare a casa l’auto”, dopo che sono stati costretti a usarla abitualmente dalle carenze del trasporto pubblico o corrotti da modelli di consumo e culturali.

Che poi è lo stesso governo che, Lupi vigente o tramontato, ha scelto di trasformare l’urbanistica in scienza del controllo sociale, in modo che una volta  riprodotte nell’abitare, nel muoversi nella città, nel godere dei servizi o del paesaggio o del patrimonio artistico, le disuguaglianze, divengano una condanna spietata e ineluttabile, la ribellione alla quale possa essere e soffocata all’interno di enclave, ghetti, periferie impenetrabili gli uni agli altri. Lo stesso governo che ricorda il suo impegno anti inquinamento “grazie agli stanziamenti di 60 milioni per invitare a trasportare le merci sui treni”, ma investe in autostrade inutili e deserte e in regalie ai loro signori e padroni, in varianti ridicole e futili, sognando di ponti e grandi opere. O che accelera la privatizzazione delle ferrovie, così come si è innamorato dell’alta velocità, in modo da “valorizzare” treni di lusso secondo l’immaginario di emiri e sceicchi, a danno dei pendolari o del trasporto commerciale su ferro. O che lascia in un cassetto da due anni il ddl di riforma del trasporto pubblico e i relativi stanziamenti in parchi di mezzi non inquinanti, per non dire dell’occasionalità delle misure per l’efficientamento energetico nell’edilizia. O lo stesso “regime sporcaccione” che a ogni giro di poltrona ministeriale rispolvera il piano di decarbonizzazione, come fanno peraltro tutti i governi che hanno partecipato alla Cop 21 di Parigi, autori di letterine di Natale, piene di buone intenzioni, ma determinati a continuare a razzolare male in una strada lastricata di interessi opachi e autolesionisti, di rinvii e pause di riflessione, di dilazioni, proroghe, sospensioni e deroghe.

Per una volta la speranza è che piova, governo ladro.

 

 

 

 

 


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