Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi,  rafforzati della benedizione di un gran numero di sponsor scelti tra quegli intellettuali che non hanno sottoscritto petizioni contro il Jobs Act né tantomeno contro la Buona Scuola, lontani distanze siderali dalle loro scrivanie e dalle loro stilografiche, sia pure virtuali, e che scendono in campo quando la scelta diventa talmente obbligata da perdere le caratteristiche della scelta per diventare imperativo morale, cittadini che non hanno del tutto rinunciato alla memoria amica di un’appartenenza alla sinistra, vanno a votare per Casson sindaco di Venezia. In nome di un’altra memoria o forse di un auspicio, che il passato di integerrimo magistrato, impegnato nell’amministrazione della giustizia, rappresenti condizione e presupposto sufficienti a garantire programmi,  decisioni, alleanze, azioni non solo “giuste”, eque e trasparenti, ma anche efficienti, competenti, informate, efficaci, oltre che civili e democratiche come il problema dei profughi imporrebbe.

Come se mettere uno “specialista” a fare da deterrente, a mostrare i muscoli come uno spaventapasseri con l’abito imbottito di stracci, a documentare di saper far di conto, avallasse risanamento, costituisse fronte inviolabile alla corruzione, mettesse tanta paura a ladri e malfattori da assicurare la tutela dell’interesse generale, da salvaguardare il bene comune, da confermare nei fatti l’indipendenza da pressioni private e speculative e l’autonomia da ingombranti e invadenti nomenclature. E come se lo stato di necessità, l’obbedienza ai diktat della realpolitik, che ci hanno già imposto la rinuncia a diritti e prerogative, la cessione di sovranità e autodeterminazione, ma soprattutto l’abiura non solo dell’utopia, ma perfino dell’immaginazione politica impegnata a creare possibili alternative alla conservazione dello statu quo, dovesse ancora una volta avere la meglio, dando alla remissiva opzione di turarsi il naso il senso alto e responsabile di un’azione volta alla salute pubblica, minacciata da evidenti bricconi, smargiassi espliciti, soggetti immersi in contesti opachi.

Moniti, raccomandazioni, sollecitazioni ragionevoli se non entusiasti a appoggiare un candidato che si è proposto come homo novus, pur non tagliando il cordone ombelicale con il partito di appartenenza al cui gruppo in Senato continua a aderire, e del quale, come ha dichiarato, “se andasse male” continuerebbe a far parte, votando no a sapiente intermittenza, che in nome di quel riconoscimento di “pensiero e ideali” comuni e condivisi ha stretto discutibili alleanze certamente condizionanti, ricordano minacciosamente che “a chi tocca non s’ingrugna”, che bisogna, che è obbligatorio, per non cadere nelle mani di Brugnaro. E a chi osserva che forse bisognava pensarci prima, rispondono che le anime belle, quelle del voto inutile, quelle della politica visionaria e irrealistica, saranno contente se vince il “nemico”, che tanto a loro piace stare dalla parte del torto, a loro si addice perdere, a loro è gradita la permanenza in scomoda quanto irresponsabile minoranza.

Eppure bastava rafforzarlo quel voto inutile tanto da farlo diventare utilissimo, tanto da fargli coagulare intorno un sentire comune non arreso all’imposizione di irragionevoli ragioni, quelle delle grandi navi, della prepotenza indiscutibile e ineluttabile di emergenze alimentate per aggirare regole e leggi, della egemonia inviolabile di cordate imprenditoriali dedite alla corruzione come motore di crescita, degli scavi di canali affidati agli stessi soggetti che guadagnando in ambedue i casi, dovrebbero rimettere a posto l’ambiente manomesso.

E non dovevano pensarci prima solo intellettuali cauti, pensatori assoggettati, opinionisti pensosi e astratti, critici troppo appartati. Non dovevano pensarci prima solo apparati che sanno a priori come andrà a finire e che somministrano oculate dosi di opposizione, alternate a doverosi sostegni e che adesso richiamano a un ordine prevedibile e forzato. Che non è mica vero che a una politica compromessa, esposta a corruzione e personalizzazione, intenta alla conservazione di privilegi e rendite si contrapponga una società civile sana, virtuosa, consapevole.

A volte viene il momento di “sciogliere” l’opinione pubblica responsabile della sua stessa rovina tramite indifferenza, accidia, delega in bianco, estraneità di comodo: quella che non vuol sapere perché andare al  patibolo bendati è meglio, quella che vorrebbe una politica invisibile che sbrigasse gli affari comuni mentre i cittadini stanno pacificamente a curare quelli personali di famiglia, quella che spera in un uomo forte, in una salvezza da fuori magari grazie ai marziani, che si tiene un orrendo presente noto per timore di un ignoto domani, uno sconosciuto altro, magari imprevedibile, magari criptico, ma probabilmente bello, nel quale aspettative, talenti, doveri e diritti trovino il loro posto.

E’ che a molte “anime belle” piacerebbe moltissimo vincere, se non fosse stata tolta loro la vecchia divisione manichea,  e dogmatica finché si vuole, tra bello e brutto, buono e cattivo, giusto e iniquo, perché in quella mefitica marmellata si fosse obbligati a stare in quella zona grigia fatta di conformismo, ubbidienza, quella dove vengono allineati i soldati in questa guerra di classe alla rovescia, fila dopo fila, destinati tutti, prima o poi, a cadere.