revell-mini-drone-01Se c’è una cosa che rende il dramma di questi anni ancora più intollerabile, è la noia. Il tedio che deriva dalla prevedibilità assoluta del discorso pubblico, dalla pochezza dello stesso, dalla meccanicità ripetitiva delle risposte che si danno ad ogni evento rendendo evidente l’incapacità di comprendere le cose da parte dei decisori, eletti o meno che siano, o meglio ancora la loro volontà  di offrire di volta in volta alla pubblica opinione idee precotte, illusioni, soluzioni con una carica straordinaria di ottusità o di menzogna, sempre che quest’ultima non sia in se stessa un tratto di stupidità essenziale.

Così la messa cantata sul mediterraneo di morte, esauriti i riti iniziali, impostati i termini della solita e immancabile polemica tra buonisti e cattivisti, arriva al suo apice nel quale i coreuti di governo, di penna e di televisione scoprono che bisogna fare la guerra agli scafisti e ai mercanti di uomini per evitare la strage. Cosa da una parte assolutamente ovvia, elementare, una scoperta al cui confronto quell’acqua calda appare di assoluta originalità, ma allo stesso tempo una banalizzazione e un alibi per non vedere come la fuga disperata dalle guerre, dalla povertà, dal caos  e dalle devastazioni sia un prodotto del cinismo con cui le società occidentali e in particolare quella americana, tentano di tenere in cattività l’area mediorientale e centroasiatica. Chiunque è in grado di capire che senza mettere mano alle cause della migrazione non si risolve nulla e che pensare di fronteggiare il problema agendo solo sul business terminale delle rotte e delle carette del mare non solo è un illusione, ma un’ipocrisia.

Visto che le migrazioni proseguono da molti anni, che si sono acuite dopo le recenti guerre umanitarie e di democrazia in Libia e in Siria e che i discorsi sono sempre gli stessi, tutto ciò che si può commentare  al riguardo è la pervicacia con cui si nascondono le cause e con cui si propongono pecette e rimedi già rivelatisi di scarsa efficacia. Piuttosto appare sempre più evidente che è cambiato il contesto nel quale i salmi mediatici fanno risuonare il convento: con buona pace del nuovo Nelson di Rignano con la sua feluca di ammiraglio presa al mercatino delle pulci, appare chiara la perdita di autonomia italiana, ma anche europea nell’affrontare la situazione. Con i miliardi che si spendono per la difesa attuare un blocco navale attorno alle zone di imbarco dei profughi, ammesso che sia questo che si vuole e che serva a qualcosa, è pienamente nelle nostre possibilità. Abbiamo speso cifre incredibili per mandare i orbita satelliti spia, non so quanto per la marina  e non si vede alcun motivo per cui si dovrebbe attendere che gli americani ci prestino dei droni quando ne abbiamo già dei nostri operativi nel Corno d’Africa, contro l’Isis e magari segretamente anche in Mali  ( a parte lo Sky x sviluppato dall’Alenia Aermacchi o gli Eos di Nimbus o ancora l’Hero della Sdp). Dunque dietro questa ennesima perla del premier, così come anche dietro il ponziopilatismo europeo si nasconde il fatto che gli Usa non vedono di buon occhio azioni autonome nel mediterraneo, vogliono in ogni caso avere il comando e controllare da vicino che si ubbidisca alla regia di Washington. Un gioco facile anche perché altri, Francia in primis, non gradiscono iniziative altrui. Ecco anche perché è stata anche tirata in ballo la Nato nelle azioni di dissuasione dagli sbarchi.

In secondo luogo le cose sono così degradate che oltre agli interessi degli stati ci sono quelli degli eserciti delle multinazionali di cui parla assai poco. Come scrive il New York Times, i mercenari ora chiamati più castamente e anglicamente contractors, sono almeno 100 mila tra Medioriente ed Africa, alimentano un mercato di morte di molti miliardi dollari e da qualche tempo non sono più solo un’estensione camuffata delle forze Usa e della geopolitica del dipartimento di stato, ma anche  al soldo di chi paga di più, creando una situazione esplosiva. Naturalmente la presa di coscienza del fenomeno avviene nel momento una società del fondatore della Blackwater, la Frontier Service Group si è messa al servizio di una grande azienda di stato cinese con interessi estrattivi in Africa. A parte questo però, non c’è dubbio che un fenomeno conosciuto sì, ma che rivela un’insospettata estensione, non può più essere trascurata, nemmeno in relazione al flusso dei migranti e alle molte ragioni e interessi che lo determinano. E naturalmente c’è chi non vuole che venga in qualche modo alla luce un verminaio del genere.

Evidentemente, nel mondo del mercato globale e regolatore assoluto anche le azioni volte a contenere le conseguenze delle malefatte, per quel valgono, sono più complicate di quanto non si pensi o non si dica: fermare i barconi, fare accordi con i governi o i potentati locali, attuare una qualche forma di controllo è arduo, impone molti più interlocutori di quanto non si pensi e alle fine richiede tempi lunghi. E anche una cosa quasi impossibile: richiedere che il mondo sviluppato o meglio i padroni dello stesso si assumano le loro responsabilità.