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Preis per i fondelli

1181827-reemtsma-liberty-award-in-berlinA proposito di fake news e dell’informazione mainstream che si arroga il diritto di decidere cosa è vero o falso: l’anno si chiude con lo scandalo suscitato da Claas Relotius uno dei più noti giornalisti tedeschi, firma di punta dello Spiegel ad appena 35 anni, che ha confessato di essersi inventato tutto, di aver tratto le sue storie prendendo un po’ qui e un po’ là sugli altri giornali o sul web. Possiamo pensare che sia davvero bravo visto che in pochi anni ha collezionato una serie incredibile di premi, tanto che forse sono più  i premi che gli articoli: nel 2014 la Cnn lo ha eletto giornalista dell’anno, nel 2017 è stato inserito da Forbes, tra i migliori giornalisti europei, quest’anno ha vinto il Reporter Preis  il premio più prestigioso per la stampa tedesca  e non parliamo di altre innumerevoli medaglie  come il  Peter Scholl Latour Preis, il Konrad Duden Preis, il Kindernothilfe Preis, il Katholik und Coburg Media Preis  e via di preis in preis compresa quella per i fondelli.

Possibile che nessuno si sia accorto di niente? Altro che se è possibile sia perché gli accurati controlli di cui  si fanno vanto le voci del padrone,  sono semplicemente un’invenzione, sia perché i suoi pezzi erano tutti in assoluta sintonia con la narrazione occidentale e delle sue elites più radicate e influenti. Relotius infatti deve la sua fama essenzialmente ai servizi sul medio oriente, sul quale chiunque può dire ciò che vuole, basta che sia ciò che vuole il potere: i reportage su come l’Isis rapisse ed educasse i bambini o sul ragazzino che sfida Assad scrivendo slogan sui muri di Damasco, spopolavano nonostante fossero inventati di sana pianta o forse proprio per quello: la solerte cucitura di suggestioni prese qui e là esprimeva infatti in maniera quasi perfetta lo spirito del tempo senza doversi confrontare con la realtà. L’informazione trovava in forma depurata da ogni ostacolo reale il messaggio che intendeva diffondere. Poi è successo qualcosa: con l’elezione di Trump e il cambiamento di umori generalizzato, l’editore di riferimento generale per così dire, la fonte di ispirazione narrativa si è indebolita. Ciò che ha fregato Relotius è stato un servizio sulle ronde alla frontiera  Usa – Messico, che esistono già da anni, ma che sono tornate di attualità con l’annuncio dell’allungamento del muro di frontiera: un suo occasionale collaboratore locale ha cominciato a sospettare qualcosa e alla fine si è scoperto che gli intervistati non esistevano e che persino la foto di uno di essi, era di tutt’altra persona e per giunta già pubblicata precedentemente dal New York Times col vero nome.

Quasi per una forma di ideale contrappasso la caduta di Relotius, più divo, più immagine che giornalista giunge insieme all’annuncio del ritiro delle truppe Usa dalla Siria, ma in ogni caso gli assetti di potere siano stati in qualche modo determinanti nell’ esaltare e poi nel condannare la sua narrazione lo si desume anche dal fatto che sul pezzo incriminato ( la cosa si poi è allargata agli altri 14 reportages) è intervenuto anche l’ambasciatore americano  a Berlino che in una lettera a Der Spiegel dice :”E’ evidente che siamo le vittime di una campagna di pregiudizio istituzionale” ricordando alcuni servizi del giornalista su Trump e le opinioni della popolazione americana. Insomma una batracomiomachia tra facce di bronzo. Una cosa è comunque certa: che sull’informazione ufficiale la verità è sempre oggetto di scambio o di contrattazione e che a causa di tale contesto si vanno sempre a cercare fonti che possano confermare la narrazione di partenza, trascurando tutto il resto, anche quando quelle stessi fonti sono palesemente inconsistenti o inquinate o create ad hoc. A questo punto non vedo il motivo di prendersela con Relotius:  perché dover faticosamente tirare a braccia una realtà recalcitrante affinché  segua i binari stabiliti, quando è molto meglio inventarsela di sana pianta, rendendola così più efficace?  Non è questo che accade con la quantità soverchiante di fiction che hanno un segreto scopo educativo e persuasivo? Se narrazione deve essere è meno ipocrita inventare che manipolare.


La storia ricominicia anche nell’Arabia Infelix

Salman bin Abdulaziz Al SaudLa guerra dell’ Iraq, della Siria e quella nello Yemen stanno facendo una vittima inaspettata, ovvero l’Arabia Saudita grande cassiere  delle avventure neo coloniali occidentali, ufficiale pagatore del terrorismo e grande protettore del waabismo -salafismo ossia della interpretazione ultraconservatrice e integralista dell’Islam all’origine del jiahdismo e  che per quanto possa sembrare strano ha avuto uno dei suoi motori non nel deserto della penisola arabica, ma a Culver City un sobborgo di Los Angeles e famosa città del cinema ( ci hanno persino girato Via col vento), con la fondazione di una delle prime e più importanti madrase di questa corrente, guarda caso proprio nel periodo dell’invasione sovietica dell’ Afganistan. Tutto si tiene e sarebbe affascinante indagare a fondo su questi legami così apparentemente impropri e paradossali, ma questo ci porterebbe troppo lontano dal tema.

Fatto sta che con il petrolio a basso prezzo il regime di Riad si trova in una crisi gravissima: le enormi spese militari per l’aggressione allo Yemen non hanno ottenuto i risultati sperati, nonostante le stragi e oltre alle casse stanno vuotando la credibilità del regime, l’appoggio finanziario al caos in Medioriente con l’affaire siriano e l’Isis rischia di fare la stessa fine, così come il sostegno a quella specie di Nato araba che la casa reale si è messa in testa di fomentare o le  notevoli spese per il sostegno ai candidati amici nelle elezioni occidentali, ieri la Clinton, oggi Macron in Francia oppure a governi disposti ad appoggiare l’aggressione yemenita. Nonostante il mare di oro nero su cui il Paese galleggia nel 2015 il deficit è stato di  87 miliardi, di 98 nel 2016 e si pensa di portarlo a 57 quest’anno, ma colpendo al cuore le spese assistenziali ovvero quelle che garantiscono il sostegno al regime. La situazione è talmente degradata che a fine febbraio l’Arabia Saudita ha chiesto un prestito di 10 miliardi di dollari al Kuwait che glielo ha rifiutato, respingendo successivamente anche le pretese di Riad sull’interruzione dei rapporti diplomatici con l’Iran: anzi il piccolo emirato ha inviato a Teheran una delegazione e ospitato il presidente iraniano Rouhani.

Insomma è come se un castello di sabbia venisse aggredito lentamente dall’alta marea, tanto più che anche le mosse di emergenza messe in atto dal deus ex machina della monarchia, ovvero il principe Mohammad bin Salman, appaiono difficoltose, come per esempio la vendita dell’azienda petrolifera di Stato Aramco, valutata sulla carta 2000 miliardi di dollari, ma quotata un quarto di quel valore: tutti sanno che continuando su questa strada la compagnia finirà per essere svenduta e i possibili compratori aspettano di vedere il cadavere che scorre lungo il fiume. Insomma L’Arabia saudita ha visto fallire uno dopo l’altro i suoi obiettivi, compresa la strenua battaglia per impedire gli accordi di Vienna e la fallimentare guerra del petrolio con l’Iran conclusasi con l’intermediazione di Mosca, mentre per la prima volta ha subito una pesante sconfitta all’interno dell’Opec di cui tradizionalmente guidava le decisioni. Sarebbe interessante ipotizzare quali sarebbero le conseguenze di una scomparsa della monarchia più arcaica al mondo e forse anche di un Paese che è diventato col tempo una cruna dell’ago attraverso il quale passa ogni schifezza, che è una persistente copertura delle operazioni politiche neoliberiste, un elemento essenziale per nascondere la creazione di caos e una sorta di factotum e di riserva indiana degli Usa, tanto da arrivare ad ospitare i prigionieri di Guantanamo che probabilmente essa stessa aveva foraggiato.

Ma per il momento  è sufficiente notare come il rapido dissolversi della influenza saudita, lo sgretolarsi della sua potenza finanziaria e di conseguenza l’appoggio interno alla monarchia, siano paralleli al declino del mondo unipolare, il sintomo dello sfaldarsi lento e drammatico del mondo costruito attorno alla fine della storia.


Comincia l’era del Terrorismo punto 2

Cattura_MGTHUMB-INTERNANizza non è solo il luogo dell’ultima strage, ma anche lo sfondo di una nuova scuola di pensiero, ancora in nuce, attraverso il quale le oligarchie e il sistema mediatico mainstream cercano di aggiustare il tiro e di incollare i cocci di narrazioni contraddittorie e ormai equivoche: è la rivoluzione copernicana del Terrorismo punto 2, con la quale si cerca di mantenere intatto l’effetto paura sui cittadini, di rafforzare un ambiguo e futile spirito identitario nel quale annegare le responsabilità del globalismo e allo stesso tempo sgravare dalle responsabilità un ceto politico che affida ormai gran parte della propria legittimazione e del proprio essere garante della disuguaglianza sociale alla tutela della sicurezza. Come dimostra l’inattesa contestazione al primo ministro Valls e la denuncia che i familiari delle vittime italiane vogliono proporre contro lo Stato francese, la creazione di un potente mostro dalle mille teste cui attribuire tutte le colpe può diventare controproducente nel momento in cui le difese appaiono insufficienti fino al ridicolo, così come può legittimamente stimolare la domanda se non siano le sciagurate avventure in medio oriente a creare le condizioni per la strage di cittadini inermi.

Così adesso sulla base di ciò che è avvenuto a Nizza si gioca anche su un nuovo campo: quello del terrorismo fai da te, artigianale, singolo non più strettamente legato a cellule implacabili formate da reduci del Medioriente, organizzate, armate e dirette dall’Isis o da altri, ma prodotto da iniziative individuali o di gruppi di conoscenti ancorché ispirate dai veleni jihadisti, dai cattivi predicatori, insomma dal terrorismo come maligna istanza dello spirito islamico. Intendiamoci siamo ancora in uno stadio di passaggio tra la ipostatizzazione del male assoluto in alcune sigle, oggi l’Isis, ieri Al Quaeda che adesso invece è buona, ma la situazione ambivalente del governo francese che si trova a giustificare insieme il suo ruolo in medio oriente o in Africa e il fallimento di una sicurezza liberticida, come lo stesso Hollande ha ammesso, apre le porte al cambiamento di paradigma, immediatamente e cronometricamente avvalorato dal triste e poco chiaro episodio di Wurzburg.

E’ una tesi rischiosa perché se i cittadini europei avessero conservato un po’ di cervello e non fossero ridotti a rincretiniti che vanno alla caccia di Pokemon armati di cellulare, si domanderebbero come mai gente nata sul suolo europeo, con passaporti europei non sia stata folgorata dalla superiorità occidentale, perché si ostini ad essere mussulmana e si lasci sedurre dal fondamentalismo, perché sia piena di risentimento per l’inferno che l’impero sta creando nelle loro terre di origine. Ma è anche necessaria come cominciano a spiegare i soliti analisti americani al servizio di Washington, immediatamente richiamati in servizio attivo: se il terrorismo diventa bricolage di morte non organizzato benché ispirato dai movimenti jihadisti, allora è chiaro che non basterà sconfiggere l’Isis e il suo Califfo ( anche ammesso che lo si voglia fare davvero), ma occorrerà rimanere in Iraq e in Siria a tempo indeterminato per isolare il focolaio infettivo cogliendo due piccioni con una fava sola: ovvero la continuazione della paura e la ricolonizzazione del medioriente.

La nuova tesi benché in gran parte artificiosa visto che a quanto sembra organizzazione terroristica e iniziative individuali (fino a ieri fortissimamente negate) si siano sempre intrecciate, se non sovrapposte, è gravida di conseguenze perché alla fine trova le sue fondamenta nella xenofobia di base e nella guerra di civiltà, ad onta del fatto che l’occidente sia in perfetto accordo con i regimi fondamentalisti più retrivi, come quello dell’Arabia Saudita, tanto per fare un esempio di scuola. E’ interessante vedere come la maggior parte dei francesi rifiuti l’idea che la follia di Mohamed Lahouaiej Bouhlel, lo stragista di Nizza possa derivare più che da intenzioni terroristiche non avvalorate da conoscenze particolari e nemmeno dalla religiosità peraltro inesistente nel personaggio, da situazioni del tutto personali, come i debiti e il divorzio. S’intende al fondo che un mediorientale non sia così evoluto da soffrire per queste cose, non comunque come un pilota tedesco che si è suicidato portandosi dietro 150 persone senza che sia stato accusato nemmeno alla lontana di terrorismo. Non sto mettendo in piedi una tesi, sto mostrando su quale terreno psicologico nascerà la nuova pianta del terrorismo diffuso che semmai ha una qualche consistenza è il frutto di scelte precise dei governi francesi, tedeschi e occidentali in genere i quali hanno sempre barattato l’applicazione ufficiosa della sharia tra l’immigrazione musulmana con l’emarginazione in quanto cittadini e detentori di diritti: una sorta di laboratorio per un futuro in cui tutti saranno immigrati, aspettando il paradiso nell’altra vita. Dunque raccolgono quel che hanno seminato. Anche se qualche patetico tenutario di posta rosa, un Lialo di Prevert improvvidamente eletto a guru politico, per la gioia dei pochemonisti con cellulare di cui è il coté perfetto, è subito saltato sulle barricate della nuova teoria del terrorismo invitando con amichevole tu il mussulmano della porta accanto a denunciare “gli invasati che si sentono invasori e dagli imam che li fomentano”, a “sbugiardarli, controbattere punto su punto le loro idee distorte”.
Certo forse è un po’ distorto ritenere che la morte di 500. 000 bambini sia un prezzo equo per l’invasione dell’Iraq come affermò a suo tempo Madeleine Allbright e di cui il nostro non si dà pensiero, lavorando in un giornale di fatto americano e per giunta con la K, ma non importa, non occorrono nemmeno tre fiammiferi per vedere di che pasta è fatto. E che è proprio a gente di questo tipo, fondamentalista del nulla di giornata, che dobbiamo quello che stiamo vivendo.


Da Chomsky a Bruxelles: rapsodia in Matrix

Orwell_1984Sta per uscire negli Stati Uniti un libro di Noam Chomsky che raccoglie mille articoli del grande intellettuale e grande critico del potere americano, una panoramica di nequizie che parte dall’ 11 settembre per snodarsi fino ad oggi fra creazioni di terrorismo, sabotaggi del Mercorsur in America Latina, sostegno a regimi criminali ,operato del Fondo monetario internazionale. Si intitolerà “Interventi”  e verrà pubblicato da una piccola casa editrice, City Lights Books, che si occupa principalmente di dare spazio alle voci emarginate del dibattito politico e culturale in Usa, quelle  che vengono costantemente censurate. Chomsky in prefazione spiega che tutto il dibattito negli States si svolge alla luce “di un presupposto così stravagante che se fosse adottato da un altro Paese moriremmo dal ridere, ossia che il mondo ci appartiene. E’ difficile trovare un commento o una discussione che non parta dalla tacita accettazione di questo”. E dunque anche se non ci si trova di fronte a una sorta di media monolitici e di sistema totalitario, il potere di orientamento è tale da imporre questo presupposto “non solo all’informazione, alle riviste specializzate, ma anche ai sondaggi e alla ricerca universitaria”.

In effetti la cosa più interessante per noi europei che qualcosa di Chomsky riusciamo a leggerla, non è forse il libro in sé, ma il contesto in cui nasce, ossia quella sorta di censura invisibile del mercato che non sembra tale, ma che forse è ancora più efficace di quella di una dittatura nella quale almeno la clandestinità fa da volano all’interesse. Ed ecco come funziona il controllo dell’informazione e del dibattito nel caso di Chomsky: nel 2002  il New York Times Syndicate ha comprato i diritti di distribuzione dei suoi articoli, dando l’impressione di voler assicurare loro una maggior eco, ma essi non sono mai comparsi, nemmeno una volta, sul New York Times e vengono concessi solo a pochissimi giornaletti locali, tipo Dayton Daily New o Knoxville Voice oppure oltre atlantico: gli americani non devono sapere che esistono voci così autorevoli, eppure così  critiche e soprattutto non devono essere esposti ai fatti e alla logica. La stessa cosa accade per altre dozzine di giornalisti e scrittori di attualità come Edward Herman, Alex Cockburn, Robert Fisk i cui reportage dall’America latina o dal Medio oriente spariscono grazie a questi tipi di operazioni contrattuali.

Vi domanderete la ragione di un simile post nel momento di massimo baillame  e allarme terrorismo che permette ad ogni cretino di alzare la voce e di avere ragione arrampicandosi sui morti. Bene la ragione è mostrare la trama del mondo in cui viviamo, che cosa siamo e come ci vedono dall’esterno, di cominciare ad uscire dalla favola che ci raccontiamo e che viene riproposta ad ogni occasione come il nostro matrix. Una catena di surreale idiozia che ha portato a trasmettere  le immagini dell’attentato all’aeroporto di Mosca spacciando come quello di Bruxelles, dimostrando da una parte  il cinismo e la facilità con cui viene costruita una narrazione e dall’altra una completa sottomissione e ciò che dice, fa e decide e depista grande fratello Cnn: altro che controllo delle notizie che i burbanzosi giornalisti del potere vengono a raccontarci. Così fra strane vittime recidive dei vari attentati di Parigi e della capitale belga, altrettanti illesi recidivi nelle due città (leggere qui  per farsi un’idea) stiamo assistendo a una rappresentazione del mondo dietro lo specchio scritta dal cappellaio matto. Per capirci qualcosa, per non avere solo paura e rabbia mal riposte, dovremmo invece cominciare a metterci davanti allo specchio e guardare il ritratto preciso di ciò che stiamo diventando. Prima che sia troppo tardi.

 


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