Anna Lombroso per il Simplicissimus

Succede che un nonno o un genitore cominci a confondere le cose, a dimenticare eventi recenti, a perdersi per strada e a fare ritorno nella casa dell’infanzia. E succede che i familiari preferiscano sottovalutare i penosi fenomeni, cercare una motivazione nella stanchezza, nella solitudine, che chiedano al medico un ricostituente, uno sciroppo, un elisir che restituisca loro la persona d’un tempo.  Mentre all’origine c’è la dolorosa inevitabile senilità, quella  stessa degenerazione che affligge il capitalismo, i cui fenomeni – la crisi – vengono attribuiti a accadimenti casuali, temporanei, passeggeri, da fronteggiare con pozioni amare quanto controproducenti.

Se ne sono convinti in tanti salvo i parenti e apparentati, salvo i clinici, salvo quelli che sono abituati a lucrare sui moribondi, nel brevissimo periodo, in modo da trarre profitto dall’immediato per conservare fino all’ultimo respiro rendite di posizione, cattedre, azioni immateriali che appagano la loro insaziabile avidità.

Per noi sarebbe facile scoprire dove sta la ragione, dove sta la malattia, e dunque in che cosa potrebbe consistere la cura, basterebbe fare buon uso di qualche benigno pregiudizio, scaturito dall’esperienza. Basterebbe per decidersi che occorre organizzare una concreta opposizione al governo Renzi, ascoltare il compiacimento di Katainen che ha promosso il Jobs Act, definendolo una “riforma molto posi­tiva, che aiu­terà le assun­zioni ed è più equa rispetto ai gio­vani”, come tutte le riforme del governo italiano “giu­ste e impor­tanti e che aumen­te­ranno la com­pe­ti­ti­vità”.

E basterebbe non fidarsi – e fare il contrario – dei manager e degli imprenditori più graditi al governo e ai suoi burattinai extranazionale ascoltando  le ultime esternazioni spudorate di Marchionne, che annuncia la grande svolta a beneficio del lavoro in Italia grazie all’assunzione di 1000 lavoratori a Melfi, omettendo pudicamente che sotto il suo tallone di ferro i dipendenti di quella che fu un tempo la Fabbrica Italiana Automobili Torino sono meno di 23mila, contro gli oltre 44mila del 2003. E che rivendica l’acquisizione di Chrylser,  che “ha permesso la sopravvivenza dell’industria italiana in un mercato dimezzato. Ora possiamo ripartire con reti e basi più forti”, grazie “all’America che ha creduto nelle nostre idee e ci ha aperto le porte”, spiega Marchionne. “Lì, a differenza che da noi, il cambiamento piace. La cura ha funzionato e il mercato è ripartito prima del previsto”.

Poco importa chi abbia cominciato prima con gli annunci traditi e le promesse smentite, se  lui o sfacciato bullo, è certo che si tratta di un sistema di governo, di politici che  fanno propaganda in vista  di scomode elezioni interne o dei area continentale, e al servizio di quegli oligopoli – la rivista Fortune ne ha contati  500 – le cui decisioni controllano l’intera economia mondiale, dominando a monte e a valle tutti i settori di cui non sono direttamente proprietari, incaricati di investire sulla fuga in avanti dei mercati finanziari, distruggendo però il profitto e la redditività degli investimenti produttivi, degli investimenti nell’economia reale, per i quali la speculazione non è un vizio del sistema, ma una sua esigenza “naturale”.

Quei  vertici, quei manager, quegli imprenditori che economisti abbastanza illuminati da sconfinare nell’antropologia chiamano wheeler-dealers, intriganti e avventurieri, non interessano le produzione, poiché non vi è più domanda, che tanto le loro rendite provengono dal reddito complessivo  ottenuto dallo sfruttamento del lavoro e vengono indirizzate nella perpetuazione del gioco che si svolge nel casinò finanziario.

Tanti si interrogano sulla senescenza del sistema che spinge il capitalismo in una inarrestabile folle corsa probabilmente suicida, e che comunque sta già comportando un tremendo spargimento di sangue.

È che i vecchi a volte diventano malvagi, invidiosi di chi ha la vita davanti, perdono pudore e ritegno:  con la fine della fase “temperata”, quella della civilizzazione borghese e del  suo  complesso di valori – elogio dell’iniziativa individuale, ma anche dei diritti e delle libertà liberali come della coesione nazionale – si è affermato il tempo della demoralizzazione, della caduta di valori che erano contenuto fondanti  delle rinnegate ideologie, del dileggio di imperativi morali che facevano parte integrante delle Carte costituzionali e delle dichiarazioni dei Diritti.  Basta pensare ai crimini compiuti dall’Occidente in nome del consolidamento del suo primato imperialistico, ai burosauri e  tecnocrati europei, , ai despoti del Sud,  all’oscurantismo di tanti fondamentalismi,  alla corruzione generalizzata per capire che la fase degenerativa è avanzata.

Quale sia la nostra età biologica, è necessario trovare l’audacia giovanile, il coraggio adolescenziale, l’innocenza infantile  di opporsi, di decidere da che parte stare, che non è più tempo di compromesso sociale, non è più tempo di stare sulla stessa barca, sfruttati e sfruttatori, non è più tempo di accettare la spartizione tra doveri, quelli delle vittime, e privilegi, quelli di chi comanda.  E non è proprio più tempo di aver paura di altro da questo, nuovo e forse migliore, per restare nel noto, conosciuto e probabilmente peggiore.