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La maleficenza dei potenti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare ormai che l’ultima traccia di quella lotta della quale sono stati espropriati gli sfruttati perché funzionasse alla rovescia, sia la “classe” universalmente riconosciuta all’ultimo monarca, a definire pregio ed  eleganza esclusiva ereditata o consolidata  grazie alla frequentazione del Gran Mondo.

Una qualità sociale e perfino morale che è attribuita al Cavaliere malgrado le tante affinità tra il tycoon venuto su dal niente e l’altro appartenente a cleptocrazia. Lo credo, il puttaniere affetto da priapismo anche mentale doveva pagare le sue accompagnatrici mentre le signore di tutti i ceti che entravano nel letto del proverbialmente taccagno re di Torino erano appagate dalla referenza del suo gradimento da citare in interviste e memorie.

Per non dire della capacità di Agnelli di non dover subire l’onta di innumerevoli processi per reati analoghi e  paragonabili con quelli di Berlusconi – qualcuno anche moralmente più deplorevole (il Cln accusò invano  i vertici Fiat  di aver collaborato con il regime fascista, ma l’intervento degli angloamericani garantì l’assoluzione), avendoli sempre delegati a tutori e    amministratori da Valletta a Romiti a Mattioli, al fratello Umberto, a Ghidella, anche quando Mani pulite scoperchiò il vaso di Pandora di vecchi crimini sui quali si era eroicamente ma quasi inutilmente accanito il pretore Guariniello: dai trecentocinquantamila dossier e schedature illegali di altrettanti lavoratori, sindacalisti, giornalisti, insegnanti, comuni cittadini e, in una cassaforte, un gran numero di mazzette che l’azienda aveva già predisposto per quei poliziotti e carabinieri che si fossero adoperati per fornire all’azienda le informazioni riservate, all’inchiesta a carico del responsabile per gli enti locali della Fiat,  Umberto Pecchini, per tangenti poi “abbonate” come finì in un nulla di fatto con la sentenza in appello al processo a carico dei fratelli Agnelli per la vendita irregolare di auto all’estero.  

E sempre Guariniello nel 1989 scoprì violazioni dello Statuto dei lavoratori e presunti abusi nelle sale mediche aziendali aprendo un procedimento nei confronti di Gianni Agnelli, di Cesare Romiti e di tre dirigenti di Fiat Auto. Non sorprendentemente l‘iter processuale si chiuse  prematuramente per l’intervento di un provvedimento di amnistia.

La differenza è anche segnata dalle frequentazioni eccellenti: vuoi mettere la protezione di uno stalliere in odor di mafia con quella del banchiere Cuccia che contribuisce generosamente al “risanamento” dell’azienda, i cui conti, si disse, erano avvelenati dalle lotte di potere interno, malgrado si trattasse di una impresa che attraverso  l’Iveco, la Fisia, la Fiat Ferroviaria Savigliano, la Cogefar Impresit, Impregilo, agiva in regime di monopolio.

Per non parlare delle altre imprese, epiche, quelle di una corruzione che ha interessato tutti i partiti, amministratori locali, soggetti di vigilanza, quelle del riciclaggio e  dell’evasione. Eppure anche il quel caso la dinastia dimostra la sua signorilità superiore, con la famosa gita sociale del 1993 a Vaduz, dove qualche tempo prima era stata trasferita la documentazione relativa a conti opachi, e dove il vertice torna per selezionare il materiale da offrire alla magistratura come merce di scambio per ottenere sconti di pena.

E’ che deve essere sancita la differenza tra padroni e padroni nelle aule giudiziarie ma anche nei tribunali popolari che riservano commossa partecipazione e indulgenza a eventi che in altri casi vengono giudicati come il fallimento di principi educativo, come una gestione disastrosa delle relazioni famigliari, stabilendo il divario tra il rovinoso cupio dissolvi di un delfino ambientato in un contesto da tragedia greca e  il caso umano del povero tossico finito a bucarsi al Valentino.

A commento di un mio ritrattino dell’Avvocato (a proposito, chiunque altro sarebbe stato oggetto di deplorazione per abuso di titolo), qualcuno ha avuto da ridire (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2021/03/13/100-anni-di-lupi-in-forma-di-agnelli/ )quella famiglia, non solo ha dato da lavorare a tante gente, preclara qualità sociale attribuita anche a Mediaset, ma ha fatto anche “tanto del bene” con il prodigarsi in enti benefici, la beneficenza e il mecenatismo.

E’ ovvio che questo pensare comune è frutto di quella tirannia della “compassione”, che ha confuso artatamente la pietà con la solidarietà, la benevolenza con la giustizia e gli sponsor con i protettori delle arti, cosa che succede di continuo anche con appena appena  meno prestigiosi benefattori, da Armani a Della Valle a Berlusconi che paga gli effetti speciali del G8 o dona la protesi alla vecchina terremotata, tutti circonfusi dall’aura che permette l’oblio della ponderosa attrezzatura fiscale che rende così profittevole essere buoni.

Ma è comunque davvero prodigioso vedere il modo, diffuso in tutte le latitudini, grazie al quale imprenditori sciacalli, fondazioni di banche criminali usano il denaro di cui lo Stato si priva, per abbattere lo Stato. Fin troppo facile riferirsi ora al monopolio della bontà di Gates, che ha aiutato a espropriare stati e nazioni della ricerca per farne il business di organizzazioni private e aziende farmaceutiche in regime di esclusiva.

Il processo viene da lontano e difatti – ne parla diffusamente con dovizia di esempi Marco d’Eramo nel suo libro Domini, al quale rimprovererei soltanto il sottotitolo: La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, perché mi pare sia invisibile solo per chi non la vuol vedere – a cominciare dalla istituzione della Fondazione Carnegie nel 1905, o della Rockfeller nel 1913, l’impegno sociale si è tradotto in un sostanzioso e profittevole business, tanto che solo il 10% dei redditi delle organizzazioni benefiche deriva dalle donazioni, mentre il 90% proviene da “guadagni” frutto della concessione del nome e della “testimonianza” a fini pubblicitari, da attività di servizio e da vendita di prodotti.  

Aveva visto giusto Theodor Roosevelt che si era battuto contro i benefici concessi a questi enti quando disse “Nessuna somma spesa da queste fortune in beneficienza può compensare in alcun modo le iniquità nell’acquisirle”.  E più puntuale ancora fu il commento di un confederato sindacale a proposito della proposta di Rockefeller di creare un nuovo organismo filantropico poco dopo aver mandato la Guardia Nazionale contro i minatori in sciopero che avevano resistito tutto l’inverno alla fame al freddo, con un’azione che costò la vita di 13 operai e di 11 bambini e donne. “La sola cosa che il mondo accetterebbe grato da Rockefeller sarebbe il finanziamento di un’istituzione che insegnasse agli altri a non essere come lui”.

Eppure ancora oggi artisti, intellettuali, ministri, preti, vanno a mendicare un obolo concreto o morale da grandi avvelenatori,  narcotrafficanti, riciclatori che, si dice, svolgono un ruolo sostitutivo rispetto a stati che non sanno praticare equità e giustizia. Così Gates o Buffett e perfino Soros sono oggetto di civica  riconoscenza e ammirata gratitudine, oltre che di emulazione e invidia estesa ai poveracci per giunta vittime.

Si mette in dubbio- Cacciari docet – che gente che è già così ricca voglia lucrare dimenticando che la cifra di speculatori e predoni è l’avidità, si mette in dubbio che siano così perversi da produrre per profitto merci dannose perfino quelle che dovrebbero tutelare la salute, si mette in dubbio che gente che manda i pacchi doni negli asili, condanni i genitori dei piccoli beneficati a remunerazioni talmente insufficienti da non poter loro garantire la mensa, le medicine, i libri, con la correità di sindacati che si sono liberati dell’onere della rappresentanza di bisogni e interessi per abbracciare la professione di agenti assicurativi e procacciatori di fondi e derivati.

Come al solito siamo andati peggiorando, dopo essere stati ostaggio del sogno della ‘500 adesso siamo ostaggio dell’incubo di Big Pharma.


100 anni di lupi in forma di Agnelli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’ultimo rito monarchico prima della recente incoronazione dell’imperatore bizantino, ieratico e enigmatico tanto quanto serve per mostrare la sua distanza dalla plebaglia, è stato di sicuro il funerale di Gianni Agnelli, l’avvocato (per via di una laurea in giurisprudenza) il cui mito non può essere offuscato da mediocri imitazioni contemporanee.

Cronisti e osservatori raccontarono allora di lunghe e ordinate  file di dolenti silenziosi e attoniti in attesa dell’ultimo omaggio all’uom fatale, di un corteo muto dei “suoi” dipendenti  in abito della domenica, perché il lutto raccomandava di indossare davanti alla salma del monarca i panni dei cortigiani e non la tuta degli sfruttati.  

Troppo facile interpretare lo sfilare dei quei sudditi durante la cerimonia degli addii, come un fenomeno locale, espressione di una Torino identificata e riconosciuta per la sua Fabbrica, città chiusa e provinciale, malgrado avesse dovuto aprirsi a una poderosa immigrazione, anticipatrice del disegno imperialista interno di una industrializzazione estemporanea e occasionale, predatore di risorse, speculativo e parassitario,  ancora condizionata dalla soggezione sabauda e dunque incline al culto fedele di una personalità e di una dinastia “reale” che aveva dato Lavoro alla sua gente.

In realtà il successo di un uomo passato alla storia più per la capacità e la facoltà di fare pubblica ostensione dei suoi vizi, che per le sue qualità di magnate, influencer ante litteram per  l’esibizione di tic, difetti e manie che in altri sarebbero stati ridicolizzati e al contrario replicati e emulati, è quello di una incarnazione della società dello spettacolo, di un caratterista  tagliato per interpretare un creso  elegantemente sprezzante, raffinatamente spietato, geneticamente strutturato per esercitare il diritto a avere il meglio eppure frugale nelle sue tavole imbandite con solo qualche chicco scrocchiante di caviale grigio,  cosmopolita ma con una reggia in ogni capitale, una barca in ogni porto, una donna in ogni letto, eppure vigile nella tutela di prerogative comuni e popolari, come dimostra l’oculato godimento di un assegno di invalidità per via di quella signorile zoppia diventata una sua cifra distintiva e uno spot vivente per stivaletti modaioli.

E difatti la sua leggenda gode della stessa fama sovranazionale di altri protagonisti dello star system, Lady Diana o i Kennedy che sono entrati nell’immaginario collettivo e lo occupano ancora grazie alla memoria inossidabile di eventi epocali,  matrimoni, lutti – anche i ricchi piangono – malattie esotiche, foto rubate e pettegolezzi fatti filtrare a orologeria per alimentare l’epica personale.

Così  la saga  ha messo in ombra la storia, che è quella di una icona del capitalismo rapace e parassitario italiano, le cui malefatte stiamo scontando anche per colpa della legittimazione offerta da ragionieri, capireparto, commessi viaggatori, geometri che hanno intravisto un riscatto sociale nel mettere come Pippononlosa, l’orologio sopra il polsino della camicia,  che si sono promossi socialmente preferendo il magnate assimilato per diafani congiungimenti carnali all’aristocrazia più schizzinosa,  al culto del volgare tycoon fattosi da sè.

Quella storia vera e disonorevole era cominciata proprio prima della nascita dell’augusto rampollo, nel1920 quando il nonno aveva chiuso la porta in faccia alle delegazioni operaie che chiedevano miglioramenti nel contesto delle rivendicazioni e delle richieste della contrattazione nazionale. Dopo aver dichiarato che «per le pesantezze del mercato l’incertezza di un immediato futuro e per i nuovo gravami che i provvedimenti governativi hanno preannunciato, le industrie non sono in grado di accordare un qualsiasi aumento delle mercedi», Giovanni Agnelli chiese e ottenne l’intervento delle forze dell’ordine e dei militari a presidiare le fabbriche.

Al suo atto di forza risposero i lavoratori con le serrate e le occupazioni e a oggi quella protesta resta nell’immaginario oltre che nella storia come una allegoria amara dell’impossibilità di un riscatto senza la guida e la potenza aggregativa e coagulante  di un movimento di lavoratori e cittadini, mosso, come perorava Gramsci, dalla “volontà di fondare uno Stato, di dare una sistemazione proletaria all’ordinamento delle forze fisiche esistenti e di gettare le basi della libertà popolare”.

La parabola della Fiat prende le mosse da là, opponendo la restaurazione, termine abusato dall’Avvocato, allo statuto dei lavoratori, decidendo la disdetta della scala mobile ancor prima di conoscere l’esito del referendum, dettando più dal trono del monarca che dalla poltrona confindustriale le strategie industriali del Paese, contribuendo alla normalizzazione del conflitto di classe e territoriale con le procedure e le modalità del colonialismo interno.

Se Fiat ha goduto di aiuti, sostegni, leggi ad hoc, impunità, immunità in pieno regime monopolistico, tutto il mondo di impresa privata ha goduto di riflesso dei processi che hanno anticipato l’attuale stato delle cose, anche quando le realtà produttive si sono mutate in esangui azionariati affetti da ludopatia, chiusi nei loro palazzi a aspettare i dividendi e i proventi acrobatici del gioco d’azzardo borsistico.

Fin dalla fine degli anni ’80 hanno potuto avvantaggiarsi del cannibalismo che ha portato allo squartamento delle aziende IRI e delle banche ex IMI grazie all’opera infaticabile dei camerieri del capitale finanziario internazionale, Draghi e Prodi, sono stati autorizzati a norma di legge a demolire le aziende di Stato, a cominciare da  SIP, poi Telecom Italia, finita poi nelle fauci incontentabili di   Tronchetti Provera  e infine svenduta a Vivendi, da  Alitalia,  retrocessa a vettore low cost in perenne stato di fallimento, per non parlare dell’Ilva o dell’Alfa Romeo, ridotta a brand marginale di un  gruppo impegnato in ingegneria societaria e finanziaria e disinteressato a auto e motori.

L’acme della consegna dei nostri patrimoni industriale ai privati è stato raggiunto con l’infame vicenda  della rete autostradale nelle mani dei Benetton, non ancora finita se nel gennaio scorso il gruppo Atlantia ha potuto riconfermare i capisaldi del suo piano industriale con l’incremento  delle attività di manutenzione e degli investimenti nel settore infrastrutturale in vista della ricostruzione a base di cantieri.

Non occorre essere complottisti per sospettare che ci fosse l’Avvocato a guidare i cavalieri dell’Apocalisse scatenati contro i diritti e le garanzie del lavoro conquistate in anni di lotta, per ottenere la demolizione  della legislazione e della contrattualistica a favore dei lavoratori, ben condotta non da inveterati golpisti ma da illuminati progressisti, lettori di Repubblica, abbonati all’Espresso e spettatori di Rai3, tramite vari pacchetti, vi ricordate quello Treu?, riforme, contrattazioni capestro, puntando come è successo sull’egemonia della precarietà, della mobilità, della flessibilità, grazie all’abrogazione dlel art.18, alla legge Biagi, alla giungla di oltre 40 tipologie contrattuali,  e via via al Jobs Act e alla legge Fornero con la revisione degli istituti e degli ammortizzatori sociali.

Il suo è stato un ruolo trainante, quello che lui esigeva e conquistava apriva la porta agli altri, legittimati come avrebbe detto suo nonno, con la sua proverbiale parsimonia, a non sprecare in spese sociali, e quindi a non investire in innovazione tecnologica e sicurezza, mandando avanti le industrie di stato delle quali erano fornitori, in ricerca e sviluppo, appagati dalle commesse estere, facendosi risarcire o garantire dai bilanci pubblici nel caso di fallimenti, per poi scegliere la scorciatoia delle fughe all’estero nottetempo a caccia di merce lavoro a buon mercato, leggi ambientali meno stringenti o quella delle svendite: ultima in ordine di tempo quella di Fiat-Crysler a PSA, che ha fatto strillare ai titolisti della nostra stampa: “Stellantis, parla francese. Agli Agnelli subito il dividendo”.

E dobbiamo sempre a lui l’ineluttabilità fatale che ha condannato lo Stato a erogare negli anni almeno una quarantina di miliardi in agevolazioni, aiuti, aggiustamenti fiscali a imprese squalificate, obsolete, in perenne ritardo tecnologico e in cerca di gruppi muscolari pronti a ingoiarle in un boccone, non fosse altro che per sgombrare il campo dalla concorrenza.

Eppure ieri abbiamo dovuto subire l’oltraggio della intervista all’anemico nipotino a cura di Will, una media startup nata sui social “per parlare del cambiamento” e che, si legge su Repubblica,  “ha voluto raccontare  la Storia tramite la storia quella dell’Avvocato, simbolo di un’Italia che è cambiata con il mondo intorno a sé, simbolo anche per i più giovani, ma a volte sconosciuto oltre il suo mito… da ripercorrere nei 20 minuti di un Podcast”.

Mentre  l’altro più esuberante nipote, lo zerbinotto sciupasoldi, si è azzardato ad affermare che Draghi sarà il nuovo Agnelli:  “Non parlo del carattere e neppure delle abitudini, ovviamente”, ha ammesso, “ma del fatto che, di nuovo, c’è un italiano che tutti conoscono e tutti ci invidiano, mai coinvolto nelle tignose controversie nazionali, con il cuore in Italia e la testa nel mondo“.

Ecco adesso sappiamo con certezza dove andranno a finire, se mai arriveranno, i quattrini del Recovery che poi noi dovremo restituire quando ci avranno già tolto diritti, libertà, dignità: sono già aperti i forzieri con lo stemma nella galleria dei ritratti del monarca con mascherina autoprodotta e che abbiamo già pagato.  


Arcurix e Mascherix

asterix_e_obelix_missione_cleopatraNon ne posso più di essere preso per il sedere dal governo e anche da quei plenipotenziari delle stupidere che sono i vari capitani delle voraci task force intente a prosciugare come idrovore i soldi rimasti. Per esempio Domenico Arcuri, il commissario straordinario per l’emergenza Covid – che dio la conservi perché dopo di lei il diluvio – ha preso spunto dal benservito dato dalla Fiat al suo indotto in Italia, per consolarci e  farci sapere che adesso l’azienda si appresta a non produrre più auto, ma in compenso nelle sue fabbriche desolate e in via di smantellamento si dedicherà a sfornare milioni di mascherine, una parte delle quali destinate ai lavoratori del gruppo: insomma una trasformazione in basso napoletano. Come si possa pensare di fare un paragone economico tra un’industria strategica che smuove miliardi e una produzione di infimo rilievo tecnico, fuori mercato e comunque di utilità contingente è davvero un mistero doloroso.  Eppure non è la prima volta che succede: anche dopo la chiusura dell’impianto Fiat di Termini Imerese una classe politica, immobile, impotente e soprattutto complice, cercò di placare l’ opinione pubblica dell’isola sventolando il mirabolante piano di sostituire la fabbrica con un supermercato. Non si trattava solo di un’insulto all’intelligenza, ma la prova palmare della mancanza  di qualsiasi altro vero piano alternativo, nonostante il fatto che già da parecchi anni Fiat avesse ripetutamente ventilato la chiusura dell’impianto. Il fatto era che la Fiat chiudeva, ma imponeva anche alla sua vasta platea di politici a piè di lista, di impedire che sulle macerie si insediasse qualche altra industria del settore che potesse farle concorrenza. Per questo si divagava e si delirava di supermercati  senza avere in testa nulla di concreto, nulla che potesse attestare una minima capacità di visione, ma anche di onestà.

E adesso assistiamo alla medesima commedia con un responsabile della Fca che poche ore dopo la sentenza di morte per l’indotto italiano con la perdita di 1000 aziende, circa 60 mila posti di lavoro e 18 miliardi di giro economico, osa prenderci per i fondelli vantando il delirante piano mascherine : “Questa iniziativa rientra in un’azione più ampia che abbiamo portato avanti in ambito mondiale per sostenere le realtà locali in cui siamo presenti ed in particolare i nostri dipendenti. In Italia abbiamo messo a disposizione le nostre eccellenze (sic !)  sul fronte industriale fin dalle prime battute della pandemia e ci siamo fortemente impegnati con tutte le nostre società con molteplici iniziative concrete su più fronti a sostegno delle organizzazioni sanitarie italiane e internazionali”. Parole che sembrano scritte da un comico, che suonano e sono  una parodia, ma che il governo accoglie non nella loro reale natura, ossia uno sberleffo al Paese, ma per oro colato e manda il tronfio Arcuri a rincarare la dose. Se andassero a dire una cosa così in Polonia o in Serbia o in Turchia gli staccherebbero subito le palle,  operazione che tuttavia sarebbe superflua da noi.

Il vero problema però non è questo, ma che milioni di italiani  continuano a non essere stufi di essere presi in giro da ogni parte e non abbiano ancora capito di essere vittime di imbrogli uno di fila all’altro e che dunque non hanno più alcuna reazione di fronte a vere e proprie provocazioni, come ad esempio il prolungamento dello stato di emergenza al solo scopo di condizionare, tanto per cominciare le elezioni regionali, ma che tuttavia, essendo del tutto ingiustificato rispetto all’obiettivo della salute, si pone come ennesimo passo avanti verso l’autoritarismo post democratico e pre fascista ( vedi Negazionismo: il nuovo vocabolario fascista ). Ma nel caso delle mascherine al posto delle auto nelle fabbriche Fiat la cosa è talmente grottesca e insensata che dovrebbe scuotere anche i più sonnolenti. E invece tali notizie scorrono come nulla fosse, come se scendesse su folle di fumatori di oppio.


L’Italia a pezzi e l’ultima schifezza della Fiat

image_750x_5e715ad0528c6In questi giorni non ho voluto scrivere niente sulla strage di Bologna perché temo che al di là degli autori materiali, mai individuati con certezza, il mondo stragista che parte da Piazza Fontana e finisce alla stazione bolognese  ha pienamente realizzato i suoi scopi che erano quelli  di ingabbiare le lotte popolari e tenere il Paese saldamente dentro il vallo atlantico e i suoi costrutti internazionali ed europei. Esse sono state definite stragi fasciste, ma in realtà sono state stragi di stato o almeno di una consistente parte di stato.. In questo senso parlare di “servizi deviati” è un pietoso inganno: i servizi segreti lo sono comunque  per loro stessa natura e ancora di più lo sono quando dipendono interamente, come quelli italiani, da uno stato diverso da quello che dicono di servire. Può anche darsi che l’ultima strage quale fu in effetti quella di Bologna fosse più diretta a proteggere l’alleanza dalle possibili conseguenze di Ustica  che a costituire un attentato politicamente “organico” a tenere lontano il Pci dal potere: dall’occupazione della Fiat del 1968 molta acqua era passata sotto i ponti,  il pericolo Moro era dietro le spalle, lo stesso Pci tentennava ed erano ormai in dirittura d’arrivo il craxismo che oggi pare il paradiso perduto, l’affidamento del debito al mercato con la separazione del Tesoro dalla Banca d’Italia, il referendum sulla scala mobile. E pochi mesi dopo la bomba alla stazione ci sarebbe stata la marcia dei 40 mila, ovvero la sfilata delle comparse ingaggiate dalla Fiat come controfigura dei quadri dell’azienda, contro l’occupazione delle fabbriche, inducendo di fatto la resa dei sindacati.

In questo senso quella bomba di 40 anni fa si lega in qualche modo alla cronaca dell’oggi visto che la Fca, ovvero la Fiat degli Elkann  ha inviato una lettera in inglese a tutti i suoi fornitori italiani in cui impone loro di interrompere subito le attività di ricerca, sviluppo e produzione per le auto di segmento B, dal momento che queste vetture saranno costruite sulla base delle auto Peugeot – Citroen. Dunque, come si pensava fin dal primo momento, l’indotto francese è stato graziato e rafforzato, mentre quello italiano è stato fatto fuori. Si tratta di circa 1000 aziende con circa 60 mila addetti e un giro di affari di 18 miliardi. Dal momento che nella ristrutturazione operativa è compresa anche la fabbrica polacca di Thychy dove vengono costruite anche Fiat Panda 4×4, Fiat 500, Lancia Ypsilon e le auto Abarth, si può supporre che anche il segmento A sia coinvolto e che ben presto le ultime auto italiane  si saranno estinte. In tutto questo un governo ignobile cincischia con le cazzate epidemiche, le uniche che del resto lo possono salvare dalla sua stessa nullità al punto che la ricostruzione di un banalissimo ponte ( forse pure con qualche errore di progettazione) diventa epopea nazionale.  Ma è ormai chiaro che proprio il Covid ha costituito l’ultimo colpo dato alla fratturazione della società italiana in due tronconi, in qualche modo da sempre incipienti, ma adesso palesemente divisi e in procinto di scendere in guerra aperta: il Paese dei lavoratori – produttori, colpito dal fendente epidemico con le misure illegali, largamente pretestuose e quello dell’economia parassitaria del settore pubblico e para pubblico che finora non è stato minimamente scalfito, anzi  in qualche modo ha migliorato le proprie condizioni poiché in molti casi ha visto diminuire o azzerarsi i propri carichi di lavoro, già di per sé non eccezionali.

Le statistiche parlano chiaro e oltre a pronosticare una caduta del Pil molto superiore, anzi doppio  rispetto a quello atteso , ad attestare la presenza di 600 mila occupati in meno rispetto al periodo pre-Covid e di 700mila “inattivi” in più, senza considerare i cassintegrati, oltre a testimoniare la presenza di oltre 2 milioni e 100 mila famiglie sul baratro della povertà e di quasi  un milione e mezzo di minorenni in stato di assoluta povertà,  certifica anche che a causa delle misure di segregazione e distanziamento la situazione è drasticamente peggiorata: il 50,8% degli italiani ha subito un improvviso crollo del proprio reddito, con punte del 60% tra i giovani, del 69,4% tra i lavoratori precari, del 78,7% fra imprenditori e professionisti. Ci troviamo con un Paese spaccato in due e in cui la parte perdente aumenta di giorno in giorno, visto che non ci sarà alcuna ripresa significativa per anni. Chi può ancora galleggiare assume un atteggiamento conservatore e di solito ostenta la sua museruola salvifica non solo come prova della sua fede cristallina nella narrazione pandemica e della sua ubbidienza, ma sempre più anche come uno “status” sociale, come livrea del consenso.  Sono gli stessi che inneggiano agli aiuti europei inesistenti e che costituiscono ormai un blocco conservator reazionario che interpreta paradossalmente se stesso come progressista.

Tutto questo porterà a uno scontro le cui dimensioni e modalità non sono prevedibili: e c’e anche caso che a qualcuno venga in mente di sistemare le cose alla vecchia maniera, con qualche bomba. Aspettiamoci di tutto.


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