Annunci

Archivi tag: Fiat

Dopo il furto, Chrysler cerca il divorzio da Fiat

imagesLa storia di questo Paese e soprattutto delle sue classi dirigenti è qualcosa che lascia senza fiato per i suoi arcaici paradossi che gli italiani si trovano sempre a pagare caro: è passato un anno dalla scomparsa di Marchionne e dieci da quella fusione della Fiat con Chrysler salutata dai media prezzolati e dai facili illusi come la creazione di un gruppo tra i più grandi al mondo (in realtà Fca ha perso molto terreno) e oggi voci insistenti parlano di scorporo fra le due marche. Insomma tutto tornerebbe come prima, ma dopo un decennio che ha svuotato i cassetti e la voglia di fare, affollato di chiacchiere, di prese in giro e di operazioni dal fiato corto, di semplice innesto di componenti e incrocio di marchi. Del resto un matrimonio fatto esclusivamente per ragioni finanziarie, senza senso da un punto di vista produttivo, non poteva che andare a finire così: gli americani di Chrysler si sono fatti salvare – come già fecero con Peugeot e Mercedes – e adesso che hanno acquisito diversi impianti produttivi, in particolare quelli brasiliani, scappano lasciando il coniuge con le tasche vuote, le fabbriche chiuse, gloriosi marchi portati all’estinzione come la Lancia e un deserto di idee.

Sarebbe inutile e ingeneroso addossare tutta la colpa a Marchionne che dopo tutto non era che un uomo della famiglia reale Agnelli, con il compito di traghettarne gli interessi e il regno nel XXI° secolo, dopo che per quasi tutto il secolo precedente avevano costruito un immenso impero con i soldi pubblici, ma soprattutto, a partire dagli anni ’70 con  le acquisizioni di Lancia e Alfa Romeo, avvilendo l’eccellente scuola ingegneristica italiana, capace di anticipare molte delle evoluzioni dell’auto, con realizzazioni mediocri e volte al massimo guadagno possibile per la famiglia. Ingeneroso perché tutto il Paese nella sua componente politica, confindustriale, mediatica ha presentato l’operazione come se si trattasse di un miracolo e poi ha coperto tutte le bugie successive come del resto già faceva con le assurdità dell’ “Avvocato”, ha utilizzato le  chiusure di stabilimenti per la battagli antisindacale,  si è fatta complice di un inganno che aveva l’unico scopo di scippare al Paese la sua industria più importante. E questo fra il tripudio degli idioti che volevano fare gli americani e per i quali l’unione con la Chrysler ovvero con la peggiore marca di auto del mondo (giudizio più volte espresso dalle stesse classifiche made in Usa), rappresentava un traguardo.  Un gioco davvero miserabile che si è rivelato in tutta la sua squallida realtà appena qualche mese fa con lo scandalo Blutec, una società inutile, creata esclusivamente per percepire aiuti pubblici e tenere aperto lo stabilimento di Termini Imerese. Doveva costruire batterie per auto ibride ed elettriche che in realtà non esistono se non nelle vaghe intenzioni ed era il capolavoro dell’era Renzi. In realtà non ha prodotto mai nulla e i 3/4 dei contributi pubblici sono finiti nelle mani degli amministratori, peraltro sempre appartenente alla galassia Agnelli.

Non è che l’ultimo atto di una serie di ruberie legalizzate il cui culmine si ebbe negli anni ’80 quando Prodi, in qualità di presidente dell’Iri, regalò alla Fiat  l’Alfa Romeo che invece altri costruttori come la Ford volevano acquistare a suon di miliardi, 4000 (in lire) per essere precisi. Per placare uno scandalo incipiente e per evitare lo sputtanamento dei vertici sindacali (solo la Fiom pose delle obiezioni) venne congegnato un meccanismo da furbetti del quartierino: la Fiat avrebbe dovuto pagare allo stato un prezzo molto inferiore a quello offerto da altri , 1095 miliardi, ma in cinque rate a partire dal 1993, obbligandosi però a mantenere i livelli di occupazione, cosa che invece non fece. Pagò però solo la prima di circa 300 miliardi (150 milioni, espressi in euro) e le altre saltarono con il governo Prodi, mentre il mortadella oggi si lagna del fatto che sia stata venduta la Magneti Marelli per fare cassa in vista degli investimenti per l’auto elettrica, liberandosi dell’unica grande azienda che avrebbe potuto fare ricerca in questo senso (vedi nota). Non aveva assolutamente capito come sarebbe andata a finire, sia con l’Alfa che con la svendita dell’Iri. Dunque non c’è assolutamente nulla di che meravigliarsi della storia successiva, della caterva di annunci, dei piani industriali di mezza pagina, dei modelli e dei motori sbagliati e in ultimo della fuga in America visto che la crisi aveva prosciugato le possibilità di grandi guadagni alle spalle dell’erario. Adesso che tutta l’argenteria è stata portata ecco che si comincia a parlare  di divorzio per fare della Fiat e delle altre marche europee del gruppo gruppo una bad company  che magari, sempre grazie agli aiuti pubblici potrebbe produrre solo per il mercato italiano o altri marginali come quello polacco e balcanico, magari attraverso operazioni di innesto alcune della quali già in essere tipo fiat 124  che è una Mazda e o il pick up rimarchiato della Mitsubishi. Ma occorre scordarsi di progetti e di scuola ingegneristica, ci sarà solo uno stato di animazione sospesa.

Nota Qui bisogna fare distinzione fra le auto ibride che richiedono una sofisticata elettronica e meccanica per collegare il motore termico con quello elettrico e le auto solo elettrico che sono molto più semplici da costruire avendo un solo motore e la cui elettronica per il recupero dell’energia è in campo da più di un trentennio. Basti pensare che la celebrata o forse sarebbe meglio dire la famigerata Tesla costruisce le sue batterie assemblando in serie e sequenza migliaia di pile 18650, ovvero quelle che si usano per il fumo elettronico.

Annunci

Italia a pezzi e bocconi

puzzle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il rapporto Svimez ormai svolge la funzione di effettuare una graduatoria delle emergenze del nostro Mezzogiorno. Stavolta colloca al primo posto  la perdita di popolazione. Sono di più i meridionali che emigrano dal sud per andare a lavorare o a studiare al centro-nord e all’estero – tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, 132.187 nel solo 2017,  dei quali il 50% è di giovani e il 33% di laureati –  che gli stranieri immigrati regolari che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.  

E se gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati di 107 mila unità (-1,7%), mentre al  Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%), il divario è ancora più profondo per quanto riguarda  la qualità dei servizi erogati ai cittadini,  in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. L’offerta di posti letto ospedalieri per abitante nel Mezzogiorno è di 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti  contro il 33,7 al Centro-Nord, per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno.  A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%.

Negli ultimi giorni di luglio, a ridosso dei giorni durante le quali in ogni paese della Calabria, della Campania, dalla Basilicata vedi tornare qualcuno, coi figli che parlano febbrilmente tedesco al cellulare con gli amici lontani, scontenti di passare le vacanze al selvaggio borgo natio dei padri, i sindacati sono stati ricevuti bontà sua dal presidente Conte, al quale hanno sottoposto la richiesta unitaria di mettere a punto un piano concordato di politica espansiva capace di “far ripartire la produzione e i servizi e di generare quel processo di redistribuzione della ricchezza che è mancato in questi anni” al fine di realizzare un piano di investimenti sulle infrastrutture materiali e sociali, accompagnato da “un fondo statale destinato alla progettazione di opere pubbliche, specifico per il Mezzogiorno, con una dotazione iniziale di almeno 500 milioni”.

Eh, si, 500 milioni per avviare il new deal della strategia di recupero e salvaguardia del territorio, capace di combinare tutela e valorizzazione con occupazione anche qualificata, grazie a un budget che in fondo costituirebbe una trascurabile fettina di quello già impegnato nei fatti e nelle previsioni per quel buco di 60 km. nella montagna e di svariati miliardi nel bilancio statale che piace tanto al segretario della Cgil.

Il comunicato emesso dopo la riunione non lascia spazio alla speranza, i sindacati grattano come possono in fondo al barile del vecchio e rimpianto consociativismo, Conte si accredita come possibile notabile della vecchia e rimpianta Dc, e ambo le parti stanno bene attente a non disturbare il manovratore che al Nord come al Sud è quello che mette le mani sulle città e sul territorio, che avvelena senza pagare, che delocalizza, che fa lavorare ma solo precari e irregolari grazie ai buoni uffici dei caporali, quello che ha risolto il problema dei rifiuti che non ha potuto collocare e bruciare nella terra dei fuochi grazie ai buoni uffici delle mafie locali, facendo una proficua attività di export a nostre spese, quelle del trasporto, della cessione a caro prezzo e del trattamento a soggetti esteri che ci guadagnano traendone energia.  E non si dica che sono razzisti nei confronti del Terzo mondo esterno e interno, che stanno trasformando in Terra dei Fuochi anche la provincia di Treviso, che se hanno svuotato paesi e centri della Basilicata, della Calabria, dell’Irpinia lo stesso hanno fatto con le zone terremotate del Centro, hanno permesso la progressiva cancellazione di un settore produttivo, quello dell’auto, impoverendolo di investimenti in innovazione e ricerca, frustrando le sue risorse umane, favorendo delocalizzazioni e fusioni perverse, nelle fabbriche del Nord e in quelle del Sud, così come hanno sancito l’uscita cruenta e assassina dell’Italia del comparto dell’acciaio a Taranto.

Nel programma in testa alla triplice non manca neppure l’istanza di “un rafforzamento delle amministrazioni pubbliche in termini di personale e competenze con un piano straordinario di assunzioni”, in modo da perpetuare la magnificenza borbonica con un esercizio di burocatizzazione del Sud in risposta alla sua domanda di governo a fronte della della consacrazione della fine dello Stato se non in veste di ente di assistenza al servizio di autorità private e padronali estere più ancora che nostrane.

C’è da sospettare che si tratti della risposta miserabile e accattona all’autonomia dei ricchi che si sta realizzando con quell’aborto di federalismo, con quello schiaffo alla Costituzione  – che  ha stabilito  che ogni cittadino debba pagare le tasse in base al reddito e ricevere i servizi indipendentemente dal dove risiede, e in virtù del quale le regioni che producono più reddito e pagano più tasse sarebbero legittimate a ricevere a copertura di identici servizi risorse  maggiori delle regioni più povere, potendo contare   sulla pretesa per legge che il residuo fiscale regionale (differenza tra imposte versate e spese ricevute dallo Stato) torni alle regioni (il 90% secondo il Veneto, l’ 80% per la Lombardia) che lamentano di essere soggette a  una esplicita prevaricazione  fiscale (ne ho scritto tra l’altro anche qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/07/21/evasione-secessione/ .)

E infatti nel comunicato emesso a seguito della riunione non si parla della secessione di classe, parolaccia ormai invisa da quelle parti, oltre che territoriale,  intesa a   realizzare una concentrazione della ricchezza e una redistribuzione della povertà, favorendo le disuguaglianze sociali – anche all’interno delle regioni del Nord. E che ha anche l’effetto non secondario di irrobustire il consenso nei confronti della Lega, avversato solo per quell’iceberg rozzo e infamante di xenofobia, ma benvisto in qualità di alleato estemporaneo oltre che di soggetto ben radicato nelle geografie di una “plebe” sempre più distante e remota dall’establishment.

E d’altra parte cosa potremmo aspettarci da delle rappresentanze che hanno abiurato a mandato e tradizione, se non una modesta contrattazione per essere invitate al festa di nozze dove si spartisce qualche fico secco,  quando il Paese ha ormai rinunciato alla propria sovranità di politica economica,  e con essa alla libertà e  autonomia di decidere cosa fare delle proprie risorse e delle entrate fiscali. Quando  viene concessa licenza per una opaca semplificazione burocratica  senza quei lacci e lacciuoli che un ordinamento unitario potrebbe far valere con maggior forza ( contratti collettivi di lavoro, tutela paesaggistica, valore legale del titolo di studio, gestione del territorio, opere, trasporti, assistenza).

E quanto ormai tutti i governi succedutisi e perfino questo annaspano per far parte della coalizione di “garanzia europeista” sia pure in un’Europa sempre più rotta e corrotta sotto il controllo di una Germani, ciononostante, sempre più debole internamente, che nutre la sua potenza di nocciolo duro e feroce, divorando quel che resta  delle unità nazionali frantumate e dissolte.

 

 


Lavoratori, votate per chi vi sfrutta

bandAnna Lombroso per il Simplicissimus

Pare proprio non ci sia strada virtuosa per il potere, mica occorre far man bassa dei fondi pubblici, evadere, riciclare, comprare e vendere consenso. A volte anche grandi illusioni che avevano alimentato grandi aspettative si fanno corrompere da presunti stati di necessità, da emergenze nutrite  apposta per consentire soluzioni eccezionali e per dare spazio a commissari, tecnici e plenipotenziari agli affari sporchi addetti a farci digerire pozioni maligne.

Proprio mentre l’Ilo, Organizzazione Internazionale del Lavoro  pubblicava il suon rapporto periodico intitolato in questo caso World employment and social outlook, “Prospettive occupazionali e sociali nel mondo”, una campana a morto senza speranze a cominciare dalla denuncia esplicita che la maggior parte dei lavoratori nel mondo vive al di sotto delle soglie di sicurezza e benessere materiale, psicologico e morale, senza alcuna possibilità di conseguirli e tantomeno di esprimere vocazioni e talenti, i sindacati insieme a Confindustria lanciano un Appello per l’Europa.

Quando qualcuno, io tra questi, ha osato esprimere il proprio sdegno per la prima apparizione ufficiale di Landini nella Triplice ricostituita in piazza insieme a un campionario confindustriale, venne accusato di iconoclastia, vantando il curriculum di operaio promosso alla rappresentanza dell’ex segretario della Fiom, come garanzia indubitabile della sua tenace appartenenza al ceto sfruttato e dunque della sua autorevolezza e credibilità che non sarebbe stata contagiata dal virus del partito del Pil, che da decenni vuol persuaderci che siamo sulla stessa barca, noi, loro e Adam Smith, tutti potenzialmente beneficiati dalla manina della Provvidenza che sparge come una polverina d’oro anche sugli ultimi i frutti dei profitti dei primi, tutti richiamati all’ordine dallo stato di necessità che costringe alla volontaria rinuncia a diritti e conquiste.

Adesso anche i più restii a prenderne atto dovranno capire che siamo irreparabilmente soli, come lo sono stati e lo sono i cassintegrati, o quelli che una mattina si sono presentati in fabbrica e hanno trovato i capannoni vuoti, che baracca e burattini erano stati trasferiti in geografie più favorevoli, o gli operai della Fiat abbandonati quando affrontarono la più grave crisi della storia dell’industria nazionale, intimoriti e ricattati a Pomigliano e Mirafiori  e colpevolizzati per la loro resistenza in modo da legittimare il trasferimento dell’azienda all’estero.

Soli, come lo sono i dipendenti di qualsiasi azienda e impresa e scuola e ospedale, che hanno perso anche l’autorizzazione al lamentarsi perché c’è chi sta peggio, convinti perfino dai loro rappresentanti che le restrizioni e i rischi sono ineluttabili, che l’austerità è un incidente, un evento naturale e imprevedibile che si è abbattuto su tutti e che tutti dobbiamo sopportare con uguale responsabilità. E che chi si oppone si mette fuori dal consorzio civile e dal progresso per tutti.

Soli, come lo sono i lavoratori precari, per loro stessa natura condannati alla competizione e alla concorrenza più feroci per mantenersi il contratto strappato al pensionato intimidito dallo stalking telefonico, esautorati della possibilità di unirsi per la difesa delle proprie prerogative, costretti a un isolamento coatto e agonistico che mina qualsiasi forma di coesione e solidarietà.

Soli come sono ormai anche quelli che si sono rifugiati in quegli impieghi che offrono la chimera di una autonomia che permetterebbe loro di essere imprenditori di se stessi, perché si auto organizzano le consegne dei pasti a domicilio, che ormai anche secondo i tribunali i pony express e quelli di Foodora sono “lavoratori autonomi”, o perché   esercitano l’accoglienza correndo da un B&B all’altro, o perché appartengono al ceto dei vaucher che si adatta a tutti i lavoretti flessibili compresi quelli del taylorismo digitale, o perché  circolano negli spazi spuri del coworking dove la socialità e la solidarietà si esprime attraverso la connessione e alla fidelizzazione a una aspettativa di guadagno. Soli anche quando si muore sul posto di lavoro, disapprovati in qualità di fattore umano irrazionale e incompetente, che crea danno all’impresa e ostacola la modernità.

Soli come lo è la classe disagiata, sempre più estesa della quale fanno parte quelli che sofforno la perdita di beni, sicurezze e garanzie, quelli che giurano ogni giorno, di mese in mese e di anno in anno, che il loro sotto-impiego è soltanto «temporaneo» e  serve alla sopravvivenza, ma poi.., quel 90% di ricercatori che secondo una statistica proprio della Cgil ha abbandonato l’università italiana, quella zona grigia che  tira avanti finché durano i risparmi di famiglia, i contratti precari e gli assegni di disoccupazione, che si vergogna di chiedere il reddito di cittadinanza e che aspetta che si liberi il posto che credono di meritare perché hanno studiato e preso una laurea, in aperto conflitto con le migliaia  che si sono adattati a stare in un call center, a fare i manovali o i pizzaioli perché non hanno nessuno alle spalle e che hanno perso con la speranza anche la loro identità.

Soli come quelli che non hanno goduto delle mancette e degli 80 euro e che si sentono dire che il reddito di cittadinanza è “illegittimo”  perché è troppo generoso rispetto ai salari italiani. Condannandolo invece di condannare trattamenti iniqui, disuguali e umilianti. Soli come quelli che ricorrentemente si sentono dire da chi ha il culo al caldo che sono indolenti, mammoni, viziati, inadeguati e impreparati dopo che è stato smantellato l’edificio dell’istruzione pubblica, dopo che le riforme che si  sono susseguite hanno realizzato la distopia dei diplomifici privati, hanno creato una falsa concorrenza tra Università statali e private, le ultime adatte a selezionare per censo, fidelizzazione al mercato, rendita il personale da immettere nell’apparato imperiale, comprese quelle tipologie di occupazioni inutili, quell’ammuina di occupazioni svalutate se le svolgiamo noi, valorizzate se a coprire quei ruoli fasulli è qualche delfino, uniti comunque dallo status di sudditi.

Si, soli se chi doveva rappresentarci e testimoniare di noi si appaga di una costruzione elitaria e feroce definendola come un progetto demiurgico  “cruciale per affrontare le sfide e progettare un futuro di benessere per l’Europa che è ancora uno dei posti migliori al mondo per vivere, lavorare e fare impresa”. Come se la lotta condotta contro le democrazie da una unione che le deplora in quanto nate da lotte di resistenza e dunque macchiate dalla colpa di essere “socialiste” non fosse motivo sufficiente per volerne star fuori. Come se i vincoli, i diktat, le estorsioni, le minacce e le cravatte del rigore non siano stati pensati e attuati per dividere i paesi e nei paesi, per limitare diritti, autonomie e libertà, per condannare al malessere e all’ubbidienza. Come se la rivendicazione di giustizia sociale fosse una manifestazione di populismo ignorante e primitivo e  la pretesa di indipendenza e autodeterminazione fosse  una espressione di arcaico e irragionevole sovranismo. Come se che denuncia la globalizzazione e i suoi guasti contribuisse alla decrescita della nazione e della regione, come se fosse vero che “dove passano le merci non passano i cannoni”, come dimostrerebbero ex Jugoslavia,  Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Venezuela.

L’appello concorde e condiviso di sindacati ha la natura di una letterina a Babbo Capitale in tre paragrafi: “Unire persone e luoghi”, forse grazie all’Alta Velocità, e all’Apprendistato europeo, una festosa rivisitazione dei sogni di Poletti,  “Dotarsi degli strumenti per competere nel nuovo contesto globale”, sulla linea direttrice tracciata dal duo Reagan-Thatcher con la libera circolazione dei capitali e degli eserciti di schiavi? e infine “Potenziare la rete di solidarietà sociale europea”), nel quale ci si piega alla opportunità di offrire un sostegno europeo al reddito  purché non pesi sulle imprese.

Ah però, ma allora meglio soli che male accompagnati.

 

 

 

 


Padre Sergio di Calcutta

2-San-MarchionneL’esaltazione generalizzata e incondizionata di un manager licenziatore e ghigliottinatore di diritti del lavoro non è certo una stranezza in tempi di meritocrazia reazionaria, ma questo non basta al grande capitale che vorrebbe trasformare Marchionne, ucciso nella sua carica prima ancora della morte fisica avvenuta oggi, anche in un santo apostolo di carità, in un benefattore delle umane genti, farne insomma un esempio di virtù teologal -liberista. Certo non è difficile, attraverso la narrativa affidata in gran parte a testate condizionate dalla Fca, nascondere ciò che non funziona in un progetto volto più a tutelare il patrimonio azionario della famiglia Agnelli che alle logiche di prodotto e che alla fine ha sottratto al Paese la sua industria più importante, di fatto finanziata dagli italiani, decimato l’occupazione e formato un gruppo automobilistico in perenne sofferenza oltre che in caduta libera nelle classifiche. Tuttavia circonfondere con l’aureola l’uomo del maglioncino si rivela più arduo, ancorché necessario per non sconfessare un insieme di politiche e di visioni che cominciano a mostrare la corda e che dunque hanno quanto mai bisogno di santi e di eroi.

Il primo passo, peraltro favorito tra l’altro proprio dagli inconsulti  sberleffi che sono giunti alla notizia del suo stato di malattia irreversibile, è proprio quello di umanizzare il grande manager, di farne uno di noi, un uomo qualunque. E’ una tecnica di persuasione ben conosciuta che rende necessaria prima una possibilità di identificazione nel personaggio per poterlo poi proiettare nell’eccezionalità del potere senza incontrare resistenze: così adesso ai peana intessuti sulla sua opera si intreccia sempre di più con una più dimessa saga personale che va dall’uomo partito dalla gavetta ( se così si può chiamare l’esercizio di controllore legale per molte grandi aziende), che passa per il vizio del fumo, coltivato ossessivamente che arriva al rifiuto della cravatta non indossata  più di dieci anni a sentire le vulgate oppure alla scelta del maglione come divisa, copiata dagli intellettuali sessantottini o ancora che attinge segni premonitori della malattia nelle sue parole. Insomma la proletarizzazione di Marchionne procede col vento in poppa per evitare che si focalizzi l’attenzione sul fatto che da tempo immemorabile risiede in Svizzera per evitare di pagare tasse in Italia, ha spostato la sede legale della Fiat in Olanda e quella fiscale a Londra, che i lavoratori diretti del gruppo sono diminuiti di cinque volte rispetto a quando ha assunto la carica, mentre la produzione di auto nello Stivale è diminuita del 60% e ciò che rimane è spesso solo assemblaggio. Ciò che ha detto Giorgio Airaudo al tempo dell’ingresso di Marchionne in Fiat, numero uno della Fiom di Torino, ancorché fortemente critico, non è del tutto vero: non è che “con un’azienda fallita ha salvato una che stava per fallire”, in realtà l’uomo col maglioncino ha salvato la Chrysler uccidendo la Fiat, una coda che tutti sanno e che solo pochi hanno avuto il coraggio di dire in questi anni. Nei tempi pre crisi  il gruppo non era poi messo poi così male, non almeno quanto gli Agnelli – Elkann  volevano far credere al Paese e ai suoi governi. Si trattava comunque del sesto gruppo al mondo che nel 2007, aveva realizzato utili per oltre 3 miliardi nonostante la nascita di parecchi nuovi modelli in vari settori. Certo ci sarebbe voluto un grande manager industriale che nella famiglia non esisteva visto che i discendenti non sarebbero probabilmente gestire una merceria e che non era nemmeno Marchionne, uomo della finanza che ha sempre interpretato tutto in funzione di quella e non del prodotto. Ci sarebbe voluto, ma in definitiva non lo si voleva.

Per di più  il contesto in cui è nata la fuga in America fortemente spinta dagli Agnelli per evitare la possibilità di un ingresso della mano pubblica nel gruppo è completamente mutato: molte operazioni di riciclaggio e sinergia con l’altra parte dell’atlantico, già piuttosto perigliosi dal punto di vista del prodotto, rischiano di incontrare ostacoli impensabili fino a pochi anni fa. Proprio per questo Marchionne ha bisogno di avere l’aureola del globalismo finanziario, di essere un esempio, una specie di Padre Sergio di Calcutta del neo liberismo. E c’è caso che tra poco spuntino anche le stigmate.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: