Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pensa il condannato: loro mi possono fucilare perché il plotone è distante, ma se fossero vicini, se puntassero l’arma alla tempia, potrebbero? (A.Camus)

Si, potrebbero. Hanno sempre potuto in quelle guerre nelle quali affioravano tracce di antica “cavalleria”, quando risuonavano echi di rispetto per un altro, intravisto nella trincea, immaginato uguale al proprio sé, quando, raramente, qualcuno sceglieva la diserzione e la disubbidienza.

Possono e potranno ancora di più ora, domani. Quando non tutte le armi sono fucili e bombe. Quando invece sono quelle informali, immateriali, e le mani invisibili che le muovono sono quelle di un esercito globale esiguo numericamente, ma – pare, ormai – onnipotente. Quando le gerarchie dell’esercito, ma anche tenentini e caporali, possono impiegare la potenza messa in campo dalla manomissione dello stato di diritto, dalla manipolazione delle regole democratiche per legittimare violenza, sopraffazione, scorrerie, stragi. Quando nessuno pare possedere il coraggio e la dignità della defezione in nome della lealtà e fedeltà all’umanità, alla civiltà, alla solidarietà. Quando i plotoni sono nascosti e protetti nei loro quartieri generali, lontani dai loro despoti ma ancora più remoti e distanti rispetto a chi sono incaricati di giustiziare, dei quali non vogliono sentire le proteste, le domande di grazia, i lamenti, e cui non concedono l’ultima sigaretta.

Ma anche fossero vicini, tanto da sfiorarci la tempia con la rivoltella, potrebbero. Perché non ci conoscono, non si riconoscono in noi, non serviamo loro nemmeno come potenziale elettorale, anzi meno siamo a votare meglio è, così da assomigliare ai Paesi più moderni, alle democrazie più mature, così che il voto prenda la forma di una liturgia officiata come la conta dei fedeli, così che la rappresentanza diventi la convalida notarile di scelte dell’esecutivo e di comandi di padroni extranazionali.

Potrei tranquillamente tracciare il profilo dell’idealtipo della Leopolda: piccoli Renzi crescono, aspiranti manager, manager parassitari che dileggiano lo Stato salvo quando possono depredarlo, manager in cerca di azionariati più prestigiosi da premiare con profitti lievitati grazie alla repressione di aspirazioni, alla cancellazione di diritti, allo smantellamento di quell’edificio di garanzie costruito in anni di lotte. Ma anche i frustrati da lotte intestine in laboratori politici periferici che, come un tempo con Berlusconi, si specchiano nel ghigno del tirannello, sognando di mutuarne il successo, di subire il contagio del vuoto di idee, prodromo dell’affermazione personale in un partito e in un modello sociale che accoglie tutti quelli pronti all’affiliazione. A sancire la  vit­to­ria del “rea­li­smo” cinico e  derisorio  nei con­fronti di ogni genere di pro­po­sta inno­va­tiva, bol­lata come uto­pi­stica, di ogni critica tacciata di disfattismo,  di ogni ricerca di “altro” dal doveroso conformismo, definito come pericoloso e condannabile antagonismo. E poi “opinionisti”, scrittorelli di instant book, premiati da trofei commerciali in assenza di vendite, promoter di start up, già morte al primo cimento con il dio mercato, ma ricompensati da innumerevoli passerelle e comparsate nelle vesti della gioventù dinamica e progressiva che salverà il Paese. Per non dire di un ceto che agogna a diventare nomenclatura, ad accomodarsi nei comodi interstizi lasciati liberi dalla cerchia di governo, per ritagliarsi il suo bottino locale, per svoltare come amministratore, decisore, facilitatore della conversione di servizi di pubblica utilità in aziende private, per garantirsi una perenne sine cura.

Una volta, quando appunto vigevano altre guerre, anche i più faziosi, come me ad esempio, avevano pudore o almeno ritegno a esprimere incondizionata condanna fino al disprezzo, per chi militava a destra. Ce lo chiedeva la retorica della democrazia. Ma sbagliavamo, contribuivamo a sottovalutare e legittimare il nemico che – come sempre – è nemico di classe, che lavora, se mai conosca questa pratica, contro di noi, ai nostri danni per il suo profitto, per il potere che genera e che ci esclude dal benessere, dalle scelte, dai diritti.

Non credo ci fosse e non ho mai temuto il Berlusconi in me. Non temo il Renzi in me. Ma temo tutti quelli che aspirano invece ad assomigliare loro, perché addirittura si sono impegnati ancora meno per essere al loro posto, perché si illuminano del loro irraggiamento, perché esaltano il senso di un merito immeritato, di un talento che consiste in vizi al posto di virtù: ambizione, vanità, irresponsabilità, soperchieria, spregio delle regole e delle ragioni degli altri.

E infatti più che Serra, ostentato come specchietto, in modo da poter  dire che esiste un’anima diversa sotto il tendone del circo, esibito come ingombrante ma inevitabile finanziatore, temo ben altri figuranti. Quelle sentinelle che Renzi ha messo nei ruoli strategici, a fare da cani da guardia,  ad assicurare che vadano in porto le navi corsare delle grandi opere, della dissipazione del territorio, stabilita, adottata e attuata per legge, della corruzione come sistema di governo, guardata con benevola indulgenza e sempre riconfermata di qua e di là del Mediterraneo, dell’evasione come connaturata nell’autobiografia nazionale, della proterva difesa delle rendite inviolabili, dell’assoggettamento al padronato, come sia, qualsiasi faccia e nazionalità o sovranazionalità possieda.

Non ricordo di aver mai intrattenuto un dialogo con una fascista, solo di averle prese purtroppo, non ricordo di essere stata amica di un democristiano, avevo una certa idiosincrasia per i compagni che sbagliano. Non mi va di considerare la dirigenza del Partito della Nazione come fenomeno antropologico. Semmai li guardo come un entomologo, augurandomi di trovare uno spillone molto robusto.