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Scuole per Squali

etonAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non capisco proprio di cosa si lamentino i genitori delle sardine presenti e prossime, gli insegnanti che hanno accettato di buon grado le riforme che si sono susseguite qualora fossero portatrici di estemporanei e arbitrati benefici per la loro corporazione, i pragmatici opinionisti che decantano da anni i benefici anche quelli presenti e futuri di una scuola che prepari alla vita lavorativa.

Non hanno voluto loro, non avete voluto tutti l’opportunità di scegliere, per i vostri rampolli, per le specie del delfinario del privilegio che rappresenta il domani del liberismo progressista, le occasioni da non perdere nell’offerta di istruzione come si seleziona l’hotel o il ristorante su Tripadvisor, prendendo in considerazione stelle, forchette, presentazione dell’oste e critiche della clientela?

E invece è tutto un fervore di sdegno e disapprovazione  per la rappresentazione non solo simbolica dell’apartheid organizzativa e pedagogica attuata in un  Istituto comprensivo di Roma che nella home del suo sito si presenta con queste referenze: «La sede di via Trionfale e il plesso di via Taverna accolgono alunni appartenenti a famiglie del ceto medio-alto, mentre il plesso di via Assarotti, situato nel cuore del quartiere popolare di Monte Mario, accoglie alunni di estrazione sociale medio-bassa e conta, tra gli iscritti, il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana …….Il plesso sulla via Cortina d’Ampezzo accoglie prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell’alta borghesia assieme ai figli dei lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti, e simili)».

E invece è tutto uno spendersi in biasimo e deplorazione per la scoperta non nuova che la scuola altro non è che una metafora della società e della città, delle loro divisioni in classi anche ora che si dice che le classi come le ideologie siano state  orgogliosamente spazzate dalla vittoria dei ricchi sugli straccioni, della ripartizione sempre più severa dei territori e delle geografie in ghetti, quelli fortificati e difesi da organizzazioni, personale più o meno militare e leggi ad hoc, e quelli marginali per gli emarginati che premono incutendo timore e diffidenza alle porte delle case comode e calde, tirando su ai confini di centri rubati ai cittadini agglomerati velenosi di miseria e collera, bidonville e favelas.

E invece è tutto uno stupirsi per la incauta rivelazione, perché la scuola, ammettiamolo, dovrebbe anche indottrinare alla virtù nazionale dell’ipocrisia e dunque il ceto che fa opinione deve simulare fieramente di osteggiare l’esibizione esplicita di quello che ha desiderato e apprezzato nel susseguirsi di riforme bipartisan: una istruzione che favorisca la selezione innaturale dei benestanti e una pedagogia al loro servizio, che sia possibile incrementare e valorizzare anche con l’esborso economico individuale e pronta a formare una classe dirigente grazie a valori condivisi.  Per gli altri, magari  multicolori, che la scuola ancora pubblica, ma per poco e sempre meno,  è costretta ad ammettere come in un manifesto dei Benetton di Atlantia, non resta che sperare in uno di quei miracoli che si vedono nei film di Hollywood, incarnati dall’icona demiurgica dell’insegnante capace e caparbio che si trasferisce in periferia e scopre talenti tra marginali creativi che vengono così  donati al consorzio civile in veste di negri da cortile per dirla con Malcom X, di intellettuali organici, di artisti promossi dalla strada alle gallerie di Park Avenue.

Non so se sia davvero positivo questo risveglio dal letargo nel quale si crogiola una categoria sociale che si vuol convincere di essere ancora classe agiata, perché in condizione di godere di consumi e sicurezze sempre più labili, che ritiene siano meritati in virtù di una indiscussa superiorità culturale morale che le permette di esprimere deplorazione per le ingiustizie quando sono talmente appariscenti da rompere la crosta che ancorala protegge dalle brutture della povertà.

In fondo si tratta della stessa reazione che ha davanti al “fenomeno” Salvini, alla punta dell’iceberg brutale, goffa e belluina cui si guarda per non  riservare la stessa attenzione a quel gelo feroce che sta sotto, al razzismo che si esercita nei confronti di tutti i sommersi neri o bianchi, alla trascuratezza volontaria nei confronti dei bisogni legittimi e perfino die desideri e delle aspettative, dell’indifferenza per il bene comune e l’interesse generale ostentata, si tratti di paesaggio, patrimonio artistico e culturale, ambiente, istruzione, o dei diritti, in modo che il conseguimento del minimo sindacale per quel che riguarda inclinazioni, scelte personali e affettive collochi in un cono d’ombra la cancellazione di quelli fondamentali ormai alienati.

Per scrupolo archivistico sono andata a recuperare un mio post di due anni, Fedeli vigente, quella che non sarebbe stata meglio se avesse conseguito una laurea alla Sapienza o alla Luiss, che ormai pari sono, quando la stessa deplorazione diffusa venne sollevata in analoga occasione, quando cioè  un ingenuo dirigente scolastico, ben compreso della mission di manager prevista per lui dalla riforma renziana, rese pubblico quello che il partito alle redini del paese esigeva ma preferiva non venisse esibito con palese orgoglio.

E infatti la ministra ebbe parole di fuoco quando si seppe che alcuni licei avevano talmente fatte proprie le raccomandazioni a investirsi delle funzioni di marketing previste  dalla Buona Scuola, da farne pubblica ostensione in qualità di referenza, invece di  farne uso riservato nei negoziati con la clientela selezionata  delle famiglie propense a contribuire con investimenti personalizzati e finalizzati non solo all’acquisto della carta igienica come ormai si fa diffusamente, ma proprio della valorizzazioni dei principi dello sviluppo di ambizioni e arrivismi più che di talenti e personalità.

Quando   il liceo genovese D’Oria di Genova si compiacque di essere la scuola di elezione di un’alta borghesia che non deve essere  molestata o rallentata nella sua ascesa al successo  da «poveri e disagiati che costituiscono un problema didattico», mentre l’omogeneità delle caratteristiche sociali in assenza di gruppi di studenti “particolari”   (ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituisce «un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia». O  quando si seppe che al classico parificato Giuliana Falconieri di Roma Parioli    gli studenti dell’istituto appartevano prevalentemente «alla medio-alta borghesia romana» così la spiccata omogeneità socio-economica e territoriale dell’utenza facilitava l’interazione sociale, proprio come al Visconti di Roma che può vantarsi di essere  il liceo classico più antico di Roma “che gode di fama e  prestigio anche a grazie alla presenza di molti personaggi illustri tra i suoi alunni”,  che si felicitava per lo status sociale delle famiglie che lo scelgono per i loro discendenti dinastici, tutti di nazionalità italiana e nessuno diversamente abile,  aggiungendo che la percentuale di alunni svantaggiati «per condizione familiare è pressoché inesistente», ecco anche allora ci fu un’alzata di scudi a cominciare da quelli della ministra.

Fu lei a dire: “Descrivere come un vantaggio l’assenza di stranieri o di studenti provenienti da zone svantaggiate o di condizione socio-economica e culturale non elevata, viola i principi della Costituzione e travisa completamente il ruolo della scuola”. Dimenticando di essere stata in prima linea nell’appoggio a un referendum che di quella Carta voleva fare carta straccia, ma soprattutto di essersi aggiudicata il ruolo di testimonial di un format  di istruzione finalizzata alla distruzione definitiva della scuola pubblica,  esautorata dalla missione di formare esseri umani consapevoli della loro storia e del loro futuro grazie a un provvedimento che incaricava la scuola di esaltare  la promozione della “competenza” in sostituzione della conoscenza, dell’insegnamento di nozioni sempre più specialistiche immediatamente spendibili  in un mercato del lavoro servile e precario.

Eppure nulla è cambiato, se siamo il paese OCSE che ha colpito più duramente i finanziamenti di Scuola, Università e Ricerca, se tuttora molto del tempo dei dirigenti scolastici che pensavano di essere stai oggetto di una “valorizzazione”  manageriale, è destinato a assolvere mansioni ragionieristiche di rendicontazione e a obblighi burocratici: dalla redazione  di report,  autovalutazioni, curricula, prospetti e resoconti in formato “europeo”, indagini statistiche  per la verifica dell’efficacia come in una perpetua “ammuina”, alla predisposizione di progetti attrattivi per i consumatori  in modo da portare qualche profitto, compresi quei Rav,  Rapporti di autovalutazione,  che devono  “fornire una rappresentazione dell’istituto”, attraverso un’analisi del suo funzionamento e costituire inoltre la base “per individuare le priorità di sviluppo verso cui orientare il piano di miglioramento”.

Così l’attività didattica diventa marginale rispetto a quella aziendale. E poco interessa sapere se l’articolazione di censo e ceto preveda anche che risorse umane, merchandising, docenti e programmi vengano altrettanto opportunamente declinati. Che tanto si sa che alla pari offerta non corrisponderebbe un pari godimenti delle opportunità, se dai muri meno cadenti, dalle attrezzature informatiche, all’appagamento delle legittime rivendicazioni del personale insegnante, alla possibilità di accedere alle attività ricreative e formative aggiuntive tutto contribuisce a fare la differenza…. e l’ingiustizia.

 

 


Venezia, la Palmira del renzismo

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo che gli italiani vanno proprio matti per la politica estera. Sarà perché permette di sdegnarsi, schierarsi, protestare, manifestare stando comodamente in poltrona. Sarà come con la ginnastica passiva, magari non si dimagrisce, ma non succede niente,  non si fa fatica, non si suda e ci si sente a posto con se stessi, quando si protesta per i muri di Clinton e Trump, mentre si tollerano e forse sotto sotto si  approvano quelli virtuali, a Gorino, Capalbio, Padova, Verona. Sarà che ci si sente autorizzati dall’appartenenza alla civiltà superiore a dar sfogo alla riprovazione per le distruzioni di memorie culturali e monumenti storici e artistici a opera di empi barbari, mentre si assiste o addirittura  si partecipa allo scempio dei nostri beni, all’oltraggio al nostro patrimonio e al nostro paesaggio.

Che mica solo a Palmira si distrugge scientemente, che mica sarà meno assassino il piccone talebano dell’incuria che a Brera ha permesso l’irreversibile danno a 50 opere per via della cattiva conservazione. Che mica sarà meno criminale mettere uno dei più prestigiosi musei del mondo nelle mani di un manager geneticamente predisposto a sfruttamento, mercificazione e profitto. Che mica sarà meno delinquenziale promuovere in ogni modo la cacciata degli abitanti feriti da un terremoto che sembra non finire mai, per favorire una conversione di borghi e territori in un grande parco a tema, enogastronomico, con prodotti globalizzati, che là è finita la tradizione, sono morte le bestie, sono scappati i piccoli allevatori e imprenditori, e religioso, se d’improvviso al primo posto nella ricostruzione sono state collocate le chiese, prima delle case, prima delle scuole, prima delle aziende, dopo tanta trascuratezza e abbandono: non solo non erano state puntellate ma nemmeno erano state asportate e custodite le opere pittoriche, gli arredi, le statue.

Per non parlare della nefasta riforma Franceschini: cosa ci si può aspettare da uno che sogna lo sviluppo della Sicilia tramite campi da golf, che si bea che i nostri musei entrino nel mercato, magari dalla porta della cucina visto che vengono concessi a inquietanti sponsor a metà prezzo per cene, convention e sfilate. Quello che ha sancito lo smantellamento della rete di vigilanza e controlli delle sovrintendenze, come auspicato in diretta tv dalla Boschi, o dall’ex premier: “cancelliamo la brutta parola soprintendente dal vocabolario della burocrazia”, così è possibile che le ruspe – quelle dell’ignoranza e del mercato, non poi tanto diverse da quelle di Salvini, facciano irruzione di gran carriera in un sito inimitabile, il promontorio di Capo Colonna in Calabria, quello che condanna le assemblee sindacali del personale o la chiusura di Pompei a Capodanno, ma lascia correre sulla chiusura per crolli della più vasta e importante area archeologica, quello che ha votato si all’impoverimento di quella carta costituzionale che stabilisce la natura di bene comune, anzi di diritto, del patrimonio artistico, culturale e ambientale. Quello che si compiace delle missioni spericolate delle nostre opere, per via di quella diplomazia da rappresentati di commercio, generosamente concessi in oneroso prestito in lontane località come se l’Italia avesse bisogno di commessi viaggiatori e piazzisti pure in tempi di russofobia, se a Mosca, chissà perché, si attende l’arrivo di   qualche Raffaello, costretto anche lui a emigrare in qualità di cervello, con il beneplacito di Poletti. Quello che mette su in fretta un simulacro di museo a Taranto perché Renzi potesse inaugurarlo, ancorché sia una scatola vuota di opere e personale di servizio, facendo dimenticare per due ore Ilva e cancro.

Sono due i luoghi simbolo della retrocessione da città d’arte a musei a cielo aperto, sgangheratamente offerti all’invasione turistica, dopo la progressiva cacciata dei residenti, veri e propri laboratori sperimentali della commercializzazione di bellezza, storia, diritti. Firenze (ne abbiamo scritto più volte e recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/01/30/firenze-e-un-groviera-e-i-topi-ballano/) dove amministratori e incaricati della custodia e della valorizzazione del patrimonio culturale si prestano l ruolo di lacchè delle multinazionali del turismo di lusso e di sbrigafaccende delle cordate die costruttori compresi quelli particolarmente affezionati a scavi e tunnel. E Venezia, anche quella tenuta d’occhio dall’Unesco per motivi analoghi alla città del giglio, minacciata di essere inserita nella lista nera per il “traffico eccessivo” (una pudica definizione del passaggio dei condomini  galleggianti), continuo incremento del numero dei turisti a fronte del calo dei residenti, conversione  di residenze in appartamenti ad uso turistico,  micidiale  combinazione di grandi opere e trasformazioni  nella città storica, già avviate e in essere, incluso l’ampliamento dell’Aeroporto, lo scavo di nuovi canali profondi per la navigazione, per il nuovo terminale portuale, per il cambio di destinazione del tessuto abitativo in  edifici a finalità  turistica e la conversioni degli appartamenti in  case-vacanze e B&B. 

Così dopo aver cercato di indirizzare la visita ispettiva degli incaricati della prestigiosa organizzazione, in modo che non avessero a incontrare molesti disfattisti come Italia Nostra, WWf o i comitati No Grandi Navi, dopo essersi espresso senza reticenza:  “A Venezia devono pensarci i veneziani.. di discorsi ne abbiamo le scatole piene”,  “ e poi siamo noi che portiamo valore all’Unesco e non viceversa” e “è ora di smetterla con le offese aristocratiche”, proprio come Peppino e Totò il sindaco Brugnaro è andato di persona personalmente a Parigi portando, a mo’ di missiva alla “malafemmina” nella figura della direttrice Irina Bokova, le sue “soluzioni” che non ha condiviso nemmeno con il Consiglio comunale, avendo ricevuto carta bianca e approvazione unanime  da quelli che contano: armatori e tour operators, costruttori e investitori immobiliari, con il loro corollario di intermediari e di lucrose attività esentasse. E a suffragio della volontà della sua amministrazione di rifiutare sdegnosamente qualsiasi riduzione sia della dimensione delle navi da crociera che transitano in Bacino che del numero degli arrivi  ha rivendicato l’appoggio totale dell’ex presidente dell’autorità portuale Paolo Costa  prossimo ad essere assunto come consigliori suo personale.

ma qualcosa si è saputo comunque, tra atti ad alto significato simbolico:   l’aumento del 5% della tariffa smaltimento dei rifiuti ai residenti, per mostrare ai turisti una città pulita; l’acquisto di pistole che “sembrano mitragliatori” per i vigili urbani, per ripulire la città da poveri la cui vista disturba i visitatori, dall’impiego “volontario” degli studenti di un liceo cittadino durante il prossimo carnevale al servizio, come Arlechin, dei turisti; e misure in linea con il disegno di trasformazione della Serenissima in prodotto  turistico  con un’offerta crescente di “ricettività”: nessun limite ai cambi di destinazione d’uso da residenza ad albergo,  occupazione e sottrazione di suolo pubblico, sistematico smantellamento di servizi pubblici e riuso a fini turistici degli edifici che li ospitavano, nuove massicce costruzioni in adiacenza ai terminal (porto, stazione, aeroporto) e sull’ intera gronda lagunare.

Allegoria della grande visione del sindaco, a dimostrazione dell’impegno profuso dalla bad company comunale di “intercettare investitori” con una magnifica attrazione sarà la costruzione, in adiacenza alla stazione marittima, di un albergo di duecento camere, un enorme parcheggio oltre che di una serie di attività commerciali. Insomma “una nuova porta d’accesso, con la creazione di una piazza grande come quella di San Marco” .

Si sa che la visita pastorale di Brugnaro e dei suoi cari, 18 persone, ha prodotto esiti prevedibili, strette di mano, foto di gruppo e sorrisi. Si sa che non c’è granché da aspettarsi da un organismo che non ha mai davvero rivelato la volontà di opporsi all’impero e al suo programma cultural-consumistico. Si sa che anche se Venezia venisse inserita nella lista dei siti a rischio, non verrebbe poi condizionata la politica di amministrazione e governo, che dimostrano la determinazione a proseguire comunque il saccheggio. Si sa anche che uno degli uomini forti e influenti nell’Unesco è un fan irriducibile del Mose. Si sa che poco fa lo striscione issato a Parigi dal Gruppo 25 aprile non potrà avere la potenza di fuoco per ostacolare gli empi disegni del sindaco e dei suoi soci, anche se il suo “vocabolario” di proposte parla a nome e per conto dei veneziani (lo trovate sulla pagina internet http://www.gruppo25aprile.org. )

E si sa che ci riprenderemo il mal tolto e il male amministrato soltanto se ricacceremo i barbari nei loro luoghi d’origine, quel mondo senza ragione, senza giustizia, senza libertà e senza bellezza.

 


Affittacamere con svista

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ormai li si riconosce subito, si aggirano  trascinando trolley chiassosi o piegati sotto il peso di imponenti zaini che non depongono a nessun costo, nemmeno sul bus da Termini o sul battello dal Tronchetto, l’aria spersa quando si guardano intorno alzando gli occhi dalla cartina spiegazzata scaricata da Airbnb o dalle sommarie istruzioni dell’affittacamere, approssimative, illusorie, inintelligibili per vaga padronanza linguistica o per ancora più imprecisa e sommaria professionalità. È il popolo dei B&B che si riversa non solo nelle città d’arte, ma anche nei piccoli centri, a Rio Bo, a Piovarolo, smentendo, si direbbe, le indagini delle stampa di travel che si duole perché manca un turismo diffuso, tanto che ormai in viuzze medievali, sulle salite scoscese di paeselli montani, lungo le strade dei pellegrinaggi giubilari e non, è tutto un contendersi viandanti e pellegrini da parte di improvvisati locandieri. In questi giorni molto criminalizzati da autorevoli organi di stampa. A cominciare da Repubblica che in cronaca di Roma denuncia: B&B da incubo. Letti a castello, lenzuola lerce, “pulci e zecche”, evasione della tassa di soggiorno: così si arricchiscono gli abusivi. E per abusivi il quotidiano   intende l’organizzazione capillare messa su da dei bengalesi che hanno completamente invaso la zona intorno alla stazione Termini, l’Esquilino, Monti e il centro, prendendo in affitto un appartamento dando forma a un sommerso opaco, che non rispetta leggi e regole e che evade allegramente le tasse.  Altro che bengalesi, chiunque di noi abiti a Roma, Venezia, Firenze ha imparato suo malgrado a convivere con case vacanze, B&B, meublè, a interloquire con passanti in idiomi sconosciuti, a subire intemperanze a base di fiaschi di Chianti e canti a squarciagola offerte generosamente da giramondo a basso costo che hanno sostituito il ragioniere del terzo piano e la vicina cui si chiedeva il latte in prestito.

Quelli non li vedi più. Perché può darsi che l’allarme del quotidiano romano, la denuncia del Gazzettino di Venezia sulle strutture irregolari che frodano a un tempo il fisco e gli incauti turisti confinati in stamberghe fatiscenti e tuguri innominabili, siano suggeriti dalla lobby dell’accoglienza tradizionale e strutturata, quella degli alberghi ma anche quella delle organizzazioni turistiche vaticane, le pie opere che sovrintendono al turismo religioso da qui alla terrasanta, camera con vista e indulgenza compresa, categorie egualmente preoccupate e penalizzate dalla concorrenza sleale di tavernieri improvvisati. Ed è anche vero che questo è un settore largamente consegnato, spesso in  nome di un  patto generazionale assistenzialistico da genitori e nonni a  figli e nipoti,   così “volontariamente” gli anziani mettono a disposizione di una progenie condannata a forme contemporanee dell’arte di arrangiarsi senza né arte né parte, a una sub economia di sopravvivenza,  la casetta al paese per farci l’agriturismo, l’appartamentino nel centro storico col buffet la cucina di formica, contribuendo all’estensione di quella gamma di mestieri imparaticci, precari,  non riconosciuti, parassitari perché diventano redditizi solo se evadi, sfrutti, offri prestazioni dequalificate.

Sono sempre di più i partecipanti a talent, quiz, ma anche le comparse della collera popolare nei talkshow che alla domanda: che lavoro fai, si vergognano di ammettere la condizione di disoccupato e, se non sono piloti di drone come ha rivendicato un orgoglioso giovanotto tempo fa, rispondono: sono nell’accoglienza, faccio il manager nel comparto turistico, proprio come cervelli in fuga in pizzerie londinesi, forse gli unici desiderabili e tollerati che sfuggiranno al giro di vite, perché è poi quello che qui e altrove i padroni vogliono. Contare su incompetenti e ignoranti, su umiliati e ricattati, su dequalificati e frustrati, su espulsi e mai entrati nel mercato, ugualmente condannati a entrare nelle file dell’esercito della flessibilità, quella che garantisce l’occupazione e non il posto, il profitto e non le garanzie.

È che tutto fa brodo nella conversione delle città in luna park, in supermarket della memoria: turismo di massa e turismo esclusivo, albergoni invidiosi di Dubai e strutture ricettive diffuse, sia pure ridotte a pulciai, grandi navi e pullman multipiani, chiese offerte all’addio al nubilato di sceicchi e palazzi storici concessi al  magnanimo interessamento di immobiliaristi e speculatori perché ne “valorizzino” un efficace riuso commerciale.

La bellezza non ci salverà, ridotta com’è a messaggio pubblicitario dei propagandisti del nostro “petrolio”, oltraggiata e svalutata in modo da diventare merce a buon mercato, retrocessa a emergenza che si può fronteggiare solo grazie al compassionevole intervento di sponsor e investitori privati. E quel turismo che sarà sempre più concentrato in poche mani, quelle delle multinazionali del settore, che sguinzaglia i suoi promoter in giro per acquisire immobili, che esercita una pressione implacabile sul territorio e i beni artistici, altro non è che uno dei brand della cupola che governa l’economia globale, che agisce nelle città per trasformarle in contenitori a tempo, espellendo i cittadini e sostituendoli con consumatori dell’effimero, riducendo gli spazi abitativi, elevando il costo degli affitti e dei servizi, soffocando le attività commerciali e artigiane, inibendo trasporto pubblico e collegamenti con i centri storici, favorendo le attività degli acchiappaturisti illegali, come infame compensazione sociale, anche tramite leggi e la promozione di Grandi Eventi, Grandi Mostre, Grandi Patacche imperdibili.

C’è da pensare che siano davvero cultori del brutto, se “il bello si trasforma in semplici cose .. l’arte in merce e il bosco sacro in legname da bruciare”.

 

 

 


La coda di Puglia di Briatore

flavio-briatore-480x320Cosa abbiamo fatto di male per dover sopportare anche Briatore che sputa sulla Puglia in nome della cialtroneria globalista così com’è vista e vissuta da un ricco e stupido cafone made in Usa? A lui della natura e della cultura, del paesaggio e della bellezza, della regione, considerata da National geographic come la più bella del mondo, insomma del turismo di qualità  non importa nulla, così come non importa nulla ai suoi clienti, quelli del sogno che sono appunto senza qualità, ma solo fatti marci e banali puttanieri capaci unicamente di sfruttare il lavoro altrui. In questa nota alla fine del post riassumo chi è davvero Briatore, ovvero un ambiguo ed equivoco personaggio, di modestissima intelligenza, ma disposto ad ogni cosa pure di rimanere a galla. E ogni cosa, significa proprio tutto. Quindi il fatto che egli in vista dell’apertura del suo ultimo bordello di lusso il Twiga, vicino Otranto abbia espresso la sua filosofia turistica di tipo tailandese non stupisce di certo: “Masserie e casette, villaggi turistici, hotel a due e tre stelle, tutta roba che va bene per chi vuole spendere poco ma non porterà qui chi ha molto denaro. […] Ci sono persone che spendono 10-20mila euro al giorno quando sono in vacanza, ma a questi turisti non bastano cascine e masserie, prati e scogliere: vogliono hotel extralusso, porti per i loro yacht e tanto divertimento”.

Quello che Briatore non dice è che questo turismo di super lusso di stampo terzomondista (quanti ne vediamo, sparsi per il mondo) cioè del tipo maso chiuso ma tempestato di paillettes è davvero il meno adatto a sviluppare un’economia diffusa: il 90 per cento va nelle mani di Briatore e collaboratori, in quelle di importatori di cibo e bevande del lusso, alle agenzie lontane che forniscono carne fresca non precisamente bovina e a qualche corriere sud americano. Tutto viene da fuori e solo una minima parte – qualche stipendio da miseria, un po’ di trasporti e pochi elementi di base reperibili in loco – vanno ad alimentare l’economia locale. Questi posti sono esattamente come i mostruosi mega condomini naviganti ai quale, grazie ad amministratori dementi e al velo di omertà a pagamento, si permette di entrare a Venezia collaborando alla sua distruzione: una marea di crocieristi satolli come le galline da ingrasso, va ad intasare e lordare tutto senza comprare nemmeno un bottiglietta di minerale. Le imprese del tipo Twiga sono la stessa cosa, non cattedrali nel deserto, ma cattedrali che desertificano e che se fanno crescere qualcosa è semmai la criminalità e la corruzione: lo sfogo di Briatore che parla dell’allergia dei supericchi ad ogni forma di contatto con l’ambiente e la volontà di crearsene uno vacuo, anodino e impudente, lo testimonia; però lui fa la voce grossa perché chiede,  in vista della sua impresa, come è ormai prassi del liberismo, che siano i soldi pubblici a pagare strade, aeroporti, servizi, porti turistici per permettergli di intascare La coda  Se li vuole che se li paghi, ammesso che abbia mai pagato qualcosa in vita sua e non sia stato un eterno prestanome.

A poco a poco ci stiamo trasformando in terzo mondo e aderiamo alle forme di economia coloniale che sono tipici dei Paesi poveri: da possibili albergatori diventiamo precari camerieri ai piani, da possibili ristoratori a sguatteri di cucina, da possibili custodi di un paesaggio e della sua cultura a mezzani. E tuttavia, al di là degli esiti locali,  più nascono queste case chiude da ricchi più mi consolo: essi rappresentano il culmine e al tempo stesso la fine di un ciclo, sono le piccole Versailles della borghesia, dove il re Sole è rappresentato dal denaro e dalla speculazione. Si chiudono nei lussuosi recinti avvertendo come la nobiltà del XVIII° secolo che il loro mondo è al tramonto per esaurimento della logica che lo ha sostenuto. Sembrano all’apice e in qualche modo lo sono, ma le deluge è in agguato e così si isolano dentro bolle di lusso fine a se stesse esercitando vizi vuoti e patetici che denunciano contemporaneamente il loro potere e la loro inesistenza, felici solo di strappare la bellezza a chi non se la puà permettere. Non si mischiano perché non sopportano la loro cattiva coscienza e perché cominciano vedere la loro trasformazione da modelli seguiti e inseguiti in oggetti di odio e di disprezzo. il processo è lento, a macchia di leopardo, ma inevitabile. Buon soggiorno with compliment di Briatore.

Nota

Lo sborone che si finge manager in tv non era un fulmine di guerra: bocciato a ripetizione nel tentativo di prendersi il diploma di geometra, riuscì a conquistare  il pezzo di carta da privatista con il minimo dei voti: si racconta che abbia presentato una tesina sulla costruzione di una stalla che non pare essere proprio l’apice della sofisticazione costruttiva. Ma a Cuneo dove è nato e vive diventa ragazzo di mondo pur senza aver fatto il militare: un po’ playboy nella sua funzione di maestro di sci, un po’ imprenditore con un ristorante che in pochi mesi fallisce, si arrangia, “tribula” in dialetto locale che infatti diventa il suo soprannome. Però a forza di tribolare in molti mestieri e affarucci senza alcun successo arriva anche per lui la grande occasione: conosce non si sa bene in quale occasione e per quali motivi, Michele Dotto che lo prende come assistente personale. E in questo “personale” c’è qualcosa di oscuro che si ripresenterà spesso nella vita di Briatore.  Dotto era un imprenditore edile, ma con molte diramazioni, tanto che aveva rilevato la Paramatti Vernici da Michele Sindona, un personaggio che solo a nominarlo evoca mafia e finanza. Pregiudizi, di certo: fatto sta che il 21 marzo del ’79 l’imprenditore salta in aria con la sua auto a cui era stata applicata una bomba.

Il minimo che si può dire è che forse gli affari di Dotto non erano proprio chiarissimi e chissà se ne sapeva qualcosa il suo assistente che come nei migliori romanzi sparisce da Cuneo per ignota destinazione, così come spariscono 30 miliardi, una somma gigantesca all’epoca, appartenuti a all’imprenditore e mai ritrovati. Lui, Flavio,  riappare invece a  Milano dove si dà arie da finanziere, ma in realtà coltiva i favori di un nuovo protettore, Achille Caproni, proprio quello delle industrie aeronautiche. Le doti di seduzione di Briatore funzionano benone, ma non altrettanto le sue capacità: convince Caproni a comprare la Paramatti Vernici e a metterlo alla testa della Compagnia Generale Industriale, ma provoca un crack da 14 miliardi e la chiusura di molte aziende.

Certo come biglietto di presentazione per fare il giudice, sia pure televisivo, di aspiranti manager non è un granché, soprattutto quando lo si sente dire che per lui il libro delle scuse ha poche pagine. Ma intanto si è fatto un giro di tutto rispetto nella Milano da bere: va in giro con Iva Zanicchi dicendo di essere agente discografico, frequenta e dà feste, si circonda di modelle come carta moschicida per gonzi infoiati, ma soprattutto conosce e si offre ai vizi dei potenti. E insomma organizza una sorta di banda per trovare e spennare polli al tavolo da gioco. I fili della truffa venivano tirati da eredi del  clan Turatello mentre Briatore agiva assieme a un altro personaggio che a tempo perso, soprattutto per telespettatori e lettori, faceva il giornalista: Emilio Fede. Dopo aver svuotato le tasche di personaggi noti e potenti come Sanson, quello dei gelati e il cantante Pupo, incappa in un inchiesta giudiziaria ed è costretto a scappare a Saint Thomas, nelle Isole Vergini dalle quali tornerà solo dopo un amnistia.

Probabilmente fare il cerca polli era un’attività lucrosa, ma secondaria, un’occasione per prendere e tenere contatti tra gente che conta ed essere coinvolto in affari assai poco chiari: il suo nome rientra anche in una vicenda da 330 miliardi delle Generali finiti dentro un affare complicato e con infiniti passaggi che alla fine dovevano servire a Gheddafi per aggirare l’embargo sulle armi. E nella sua agenda compare anche un numero di New York, il   212-833337, accanto al nome “Genovese”. L’inchiesta sulla attività della banda di biscazzieri accerta che il numero è quello di un azienda di John Gambino.

Fatto sta che durante l’esilio alle isole contatta un vecchio amico di feste, Luciano Benetton, conosciuto per tramite di Romano Luzi, maestro di tennis di Silvio Berlusconi e poi suo factotum  per i fondi neri. E l’imprenditore tessile gli affida l’apertura di negozi in franchising in Usa e nei Caraibi, impresa che riesce facilmente (pensiamo a quel numero di New York), ma  mediocremente, tanto che alcuni punti vendita dovranno essere chiusi. Anche come fiduciario di Benetton per i negozi americani il tenore di vita che Flavio fa tra le spiagge del Caribe  non è facilmente giustificabile come fa intendere la ex modella  Marcy Schlobohm, con cui conviveva già a Milano e divenuta sua prima moglie alle Isole Vergini. Misteri. Ma evidentemente non tali da impedire che Benetton affidi a Flavio un suo giocattolo, la scuderia di Formula 1 organizzata più per pubblicità che per reale intenzione di sfondare nel mondo dell’automobilismo.

E da lì che il biscazziere, porteur, venditore, uomo d’affari opachi Flavio Briatore arriva agli onori delle cronache, soprattutto per un colpo di sedere: nel cercare di ingaggiare i piloti che al tempo costavano meno si imbatte in Michael Schumacher. Due campionati vinti con il grande pilota, poi un lungo vivacchiare fino a una radiazione poi rientrata. Tutte cose abbastanza note e che hanno trovato il loro diapason nel Billionaire, il locale messo in piedi come un’ auto celebrazione del proprio mondo oscuro e vacuo. Certo ai suoi aedi sfuggono facilmente altri fatti degli anni 90: il suo coinvolgimento in un’inchiesta  di mafia per essere stato ascoltato in conversazioni telefoniche con Felice Cultrera all’epoca uomo del boss Nitto Santapaola o la bomba che fece saltare la porta della sua casa londinese del ’93 e che la polizia inglese considerò un attentato dell’Ira.

Adesso è lui che fa il boss in televisione, fingendosi un duro e severissimo manager davanti al grande pubblico, come del resto ha sempre fatto nei salotti. Un altro basso servizio, questa volta fatto direttamente  alla menzogna. E’ l’auto che sbanda, con Twiga a manetta, è la nostra società che è sul filo del precipizio. 


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