articolo18 AltanPochi giorni fa ho parlato di Nomisma e di come l’istituto di studi economici di Prodi, quasi inconsapevolmente, abbia svelato che l’ingresso nell’euro sia stato un clamoroso errore fatto nella convinzione che non avrebbe mai potuto verificarsi una crisi strutturale, così come sosteneva la teologia liberista ( qui ). E oggi, di fronte alla incredibile sfacciataggine con cui si spaccia l’abolizione dell’articolo 18 come la panacea per uscire dalla crisi, Nomisma viene di nuovo in soccorso nel contestare questi scampoli da mercatino politico e lo spaccio di bugie che parte da Bruxelles.

Dico Nomisma, così come per certi versi potrei dire l’Fmi che preconizza un secolo di stagnazione per l’Europa o per altri versi l’Ocse critica nei confronti dell’eccessiva precarizzazione del lavoro presente nel job act o qualche nobel per l’economia come Krugman, ma l’istituto fondato da Prodi rappresenta bene proprio il mondo dell’ottimismo europeistico che è stato da un ventennio il credo della socialdemocrazia italiana oltre che l’espressione dell’universo valoriale della media borghesia italiana: dunque  è l’ideale per mettere a nudo dall’interno l’imbroglio che si vuole costruire sull’articolo 18.

Dunque dice Nomista che “di fronte a questa situazione la discussione europea di questi giorni su riforme strutturali in cambio di flessibilità è completamente fuori luogo, del tutto inadeguata. Quando l’inflazione è zero e la produzione cala non si può continuare a invocare riforme strutturali, che non hanno alcun ruolo in un ciclo così negativo. La priorità è una politica economica espansiva di sostegno della domanda condotta a livello europeo”. E subito dopo svela i trucchi con i quali da Bruxelles si vorrebbe far credere nella bontà delle ricette che umiliano del lavoro, distruggono i diritti e sfasciano il welfare. Manda all’aria il castello di carte costruito sulla fantomatica ripresa spagnola, confondendo dati contabili e indicatori economici. Grazie a massacri sociali  senza precedenti e alla castrazione dei salari la Spagna era riuscita nel 2013 ad azzerare il disavanzo, “simulando” se così si può dire di essere uscita dalla crisi. Ma quest’anno le partite correnti spagnole risultano in passivo di oltre il 2%. con una disoccupazione comunque altissima E cosa ancor più significativa l’export è stagnante, dimostrando ancora una volta che precarietà e bassi salari non garantiscono affatto la competitività. “E’ dunque questo il paese che sta godendo i frutti delle sue riforme strutturali? E’ troppo chiedere meno ideologia e più coerenza analitica dalle istituzioni europee, Bce e Commissione, da cui dipendono le scelte dei governi e, quindi, il tenore di vita dei cittadini?” si chiede Nomisma.

Naturalmente l’istituto prodiano si ferma qui, non arriva a chiedersi come mai si considerino come salvifiche misure che si rivelano dannose e nel migliore dei casi inutili? Semplicemente e chiaramente perché si tratta di ricette eminentemente politiche che segnalano la totale inversione di marcia rispetto alla conquista di tutele e diritti conquistati in oltre un secolo di evoluzione e dialettica sociale. La questione dell’articolo 18, già di per sé ridotto a minima cosa serve solo a marcare il terreno della nuova reazione così come il cane piscia contro gli alberi. E in particolare in Italia serve a coprire l’incapacità di una classe dirigente  che ha smesso da gran tempo di investire nella produzione, che non ha mai pensato di fare seriamente ricerca, che non sa fare innovazione e che ha individuato nell’annullamento della dinamica salariale e nella collusione con la politica l’unico modo di mantenere profitti. La politica nel suo complesso è espressione di questo mondo e poco importa che lo sia direttamente attraverso il grande magliaro di destra Berlusconi o il piccolo padroncino Renzi che si finge di centro sinistra in partito che la sinistra se l’è persino dimenticata, svoltando sempre a destra come a Stoccolma:  se non è zuppa è pan bagnato. Anzi can bagnato.