cottarelli-spending-review-292095Anna Lombroso per il Simplicissimus

Coordinare, razionalizzare, semplificare, valorizzare:  la monotona semantica del governo continua a impiegare i suoi goffi eufemismi  per addolcire il boccone amaro dello smantellamento dello stato sociale, dei prossimi “inevitabili” interventi sulle pensioni, della svendita avventuristica dei beni comuni,   della demolizione degli apparati di tutela e sorveglianza sul territorio e sul patrimonio culturale, dello smontaggio del lavoro come fosse un orologio rotto che ricomincerà a camminare solo disfacendosi dei meccanismi di garanzia e salvaguardia dei diritti dei lavoratori, dei tagli imprescindibili.

Dopo la presentazione della spending review di Cottarelli, il taglio più sicuro è quello di Cottarelli stesso, che non sarebbe stato adeguato ad appagare col doveroso zelo l’ossessiva propensione del premier a conseguire l’agognato traguardo, la svendita del Paese, dello Stato, della cittadinanza e della democrazia, come richiesto da quelli che hanno scelto proprio a quello scopo le loro marionette in camicia bianca.

Secondo il Commissario sono due i fronti sui quali intervenire: quello dei ministeri  chiamati a presentare un piano dettagliato per ridurre di 20 miliardi la spesa pubblica, a cominciare della Presidenza del Consiglio, attraverso la razionalizzazione di dipartimenti e dirigenti.  E quello delle partecipate pubbliche che dovrebbero essere ridotte da 8mila a 2mila per ricavarne, sempre entro il 2015, 500 milioni di euro che salirebbero a 2 miliardi nel lungo periodo.

In fondo Cottarelli, assimilato al fastidiosi soloni, ai molesti professori,  doveva saperlo e stare sereno, il suo compito – a termine- era quello di apporre il sigillo tecnico sulle maldestre operazioni di alienazione del patrimonio dello Stato, sui beni comuni che negli anni generazioni di cittadini hanno accumulato e pagato, grazie a una generale espropriazione in nome della legge e della “necessità”, al dileggio dei “comitatini” che si oppongono, alla manomissione dei principi cardine della Costituzione, all’istaurarsi di un sistema di autorizzazioni facili e licenze per convertire il Bel Paese nel Paese di Bengodi per speculatori, signori del cemento, corrotti e corruttori, manager pronti a mettersi al servizio di azionariati e istituti finanziari interessati a dividersi la torta ghiotta dei servizi e della gestione del patrimonio artistico.

Non serviva Cottarelli, peraltro ereditato da Letta e già pronto a tornarsene a Washington,  alla casa madre di tagli e iniquità, per rendere operativa questa ideologia.

Il processo è già avviato se si pensa alla riforma del Mibact, che ribadisce la necessità improrogabile di distinguere rigidamente gestione e tutela, smantellando il sistema delle soprintendenze e quindi della salvaguardia, e compiacendo così l’avversione del premier, più volte espressa, per organismi che in questi anni hanno rappresentato l’unica flebile voce che si sia opposta, al fianco di sparute associazioni di cittadini, alla speculazione, al saccheggio, a scriteriate grandi opere e all’abbandono e all’incuria del territorio. E che separando i musei dal loro contesto “geografico”, dall’identità unitaria dei luoghi e degli abitanti, quel nesso che è il cuore della nostra cultura istituzionale e civile, ne fa una facile preda della commercializzazione e della mercificazione, riducendoli a “contenitori” di beni in competizione tra loro, grazie a classificazioni gerarchiche insensate,  ispirate da criteri di marketing.

In fondo basta pagare e si diventa padroni d’Italia, come aveva dimostrato il più affine patron di Renzi. In fondo è disponibile dal 2002 un elenco di 800 immobili di pregio, inventariati e “prezzati” dall’Agenzia del Demanio e  offerti a prezzo d’occasione dei quali non si sa nulla, salvo che molti, a Roma ad esempio, a Piazza di Spagna, a Via Ripetta, potrebbero essere utilizzati per gli uffici comunali “ospitati” a fitti astronomici in proprietà private di immobiliaristi “amici”, esosi finanziatori di campagne elettorali,  esigenti proprietari di testate influenti. In fondo è a questo che si ispira lo sblocca Italia, che in nome dello sviluppo e della modernizzazione dà ossigeno alla speculazione, alla cementificazione, alla dilapidazione del territorio e delle risorse, che dovrebbero essere la materia prima, il “petrolio”, il giacimento cui attingere reddito e crescita, smantellando definitivamente il sistema di vigilanza e di concessione delle autorizzazioni, già oggi oggetto di scambio di favori, voti, denaro, attraverso il meccanismo perverso della straordinarietà, dell’emergenza alimentata, come la trascuratezza e l’incuria, per favorire profitto, interventi privati, “risarcimenti” agli immobiliaristi che si trovano sul groppone insediamenti invenduti, in un nuovo, formidabile sacco d’Italia.

Viene da lontano e c’è da temere che arrivi lontano l’idea forte che anima un ceto politico che non sembra averne altre, nemmeno deboli: consumare risorse, consumare territorio, consumare aspirazioni e futuro per consumare libertà e democrazia, in modo da lasciarne sempre di meno e solo a uso esclusivo di pochi, loro, che si sono appropriati del diritto a avere diritti.