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Tutti pazzi per Giavazzi

parr giavaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Rivolgo un caldo invito a tutti i quarantenni non di prestigio (quelli famosi vengono ancora annoverati tra gli enfant prodige), ai cinquantenni,  ai sessantenni e oltre, quelli  già in odor di cancellazione dalla faccia della terra ad opera di Fmi e Bei. Se per caso vi capitasse di imbattervi in tal Sofia, sedicenne, allora, come nelle vecchie barzellette sessiste, prendetela a salutari ceffoni: voi non sapete perchè ma lei si.

Incarna infatti tutta l’ideologia della severità intransigente e  punitiva di diritti, democrazia, garanzie e talenti, che criminalizza quelli di ieri che si sono dati alla pazza gioia con una vita dissipata, tra agi sibaritici e benessere immeritato, con costumi dissoluti e aspirazioni tanto corrotte da sacrificare l’oggi e il domani a spese delle  generazioni a venire.

In realtà è improbabile che incontriate Sofia, che potrebbe tranquillamente chiamarsi Greta – e allora la sfiorereste tra i flutti durante la vostra ingiustificata vacanza in yatch a vela, perchè è con tutta probabilità creatura immaginaria,  frutto della fantasia non troppo fertile di Francesco Giavazzi che sul Corriere di ieri ne tratteggia il profilo, come dolente allegoria della disperazione giovanile  che abbiamo indotto e per la quale dovremmo essere espropriati a scopo punitivo dei diritti, a cominciare da quello di cittadinanza per eccellenza, il voto.

Quindi se già vi prudono le mani potreste molto meglio riservare le sberle, purtroppo solo virtuali, a questo esponente della categoria di quelli che la vita la guardano passare dal davanzale e dallo stesso parapetto,  pontificano chiamandosi fuori da responsabilità personali e collettive. Perchè  qualche colpa deve avercela di sicuro anche lui, anche solo a guardare il suo curriculum di beato tecnocrate con pretesa di innocenza: ingegnere con studi al Politecnico e poi dottorato al Mit, professore a Ca’ Foscari e alla Bocconi, dirigente al Ministero del Tesoro, membro del Cda di Assicurazioni e del Banco di Napoli, collaboratore della autorevole testata pluripremiato per il suo impegno giornalistico, e, come ciliegina sulla torta,  partecipante di pregio al Tavolo dei Volonterosi, promosso da Daniele Capezzone, nientepopodimeno.

Ma soprattutto nelle sue referenze di feroce servitore dell’ideologia della severità, dell’intimidazione e del ricatto come sistema di governo, spicca il delicato incarico attribuitogli nel 2012 da Mario Monti premier, quello  di prestigioso consulente per la spending review della spesa pubblica, in modo che insieme ad altre eccellenti mani di forbice si addossasse l’onere, sia pur lacrimevole come era costume allora,  di tagliare   garanzie, assistenza, cure, pensioni, qualità e efficienza nell’erogazione di servizi pubblici in modo da favorirne la trasformazione festosa in occhiute e arbitrarie erogazioni a pagamento.

E forse la sua Sofia non sa che dobbiamo a lui, che vanta nel suo pantheon i guru del pensiero liberista, primo tra tutti Friedman, insieme a Pannella e Bonino (tanto per ricordare a chi potreste aver dato una inopportuna preferenza), il sostegno tecnico- scientifico all’abolizione dell’articolo 18,   colpevole di aver ridotto la produttività della nostra economia e di aver promosso e consolidato l’istinto parassitario degli anziani ancora protetti da inappropriate e sconvenienti forme di protezione e tutela,  lesive delle pari opportunità dei giovani.

Vi confesserò che da sempre diffido di chi si vuol conquistare a tutti i costi il consenso dei ragazzi, ricordando quei vampiri di sangue fresco che non hanno saputo godersi le gioie della giovinezza  e così indossano il chiodo e gli stivaletti texano e vanno in moto  sfidando a un tempo l’umidità, il freddo e il ridicolo.

Ma tutto sommato li preferisco rispetto a uno che per compiacere il target degli adolescenti invece della mancetta diseducativa propone che si abbassi l’età del voto permettendo ai sedicenni di partecipare al processo decisionale che tanto li riguarda.

E infatti scrive immaginando di rivolgersi a Sofia:  “Non sappiamo se e quando si andrà a nuove elezioni. Ma quando si voterà, dei 60 milioni circa di cittadini italiani, quasi 10 milioni non potranno farlo perché troppo giovani. Eppure con le elezioni un Paese disegna il proprio futuro, quello in cui vivranno proprio quei 10 milioni di cittadini che oggi non votano”, ricordando, bontà sua di settantenne non proprio marginale,  che ” una quota elevata della nostra spesa pubblica (circa un quarto del totale) è spesa sociale e di questa beneficiano soprattutto gli anziani, che infatti nelle elezioni contano più dei giovani, come i partiti ben sanno”,  e che, vergogna !!, quella quota  approfitterà come sanguisughe “della legge cosiddetta Quota 100, che da quest’anno consente ai sessantenni di anticipare la pensione. Un provvedimento che aumenta il nostro «debito pensionistico», la differenza cioè fra le pensioni che lo Stato si è impegnato a pagare in futuro e i contributi che lo Stato incasserà da chi lavora”.

Sospetto che quando era al Mit di Boston il Giavazzi abbia fatto sega proprio il giorno nel quale hanno spiegato che le pensioni non le tira fuori lo Stato attingendo anche alle sue tasche di accademico, che non sono rendite parassitarie ma sono salari differiti dei lavoratori per goderne finita l’età lavorativa e che operai, artigiani, dipendenti pubblici e privati hanno pagato le tasse che dovrebbero garantire loro assistenza e servizi.

Ma deve aver anche saltato le lezioni di educazione civica se non si è accorto che via via   grazie alla sua ideologia di riferimento, la partecipazione democratica è stata ridotta e non per via generazionale, che l’esclusione dalle scelte è officiata da riti elettorali che non danno spazio al parere dei cittadini, che l’accesso alle informazioni a ai processi è limitato perfino in materia di opere che insistono sui loro territori, che vengono disattesi anche gli esiti referendari, a conferma che il voto deve essere ridotto a atto notarile a suffragio di decisioni prese in alto.

E chissà come la mette con la sua cricca che è solita chiedere a gran voce una riforma delle procedure elettorali in modo da favorire una benefica selezione sulla base di criteri basati su censo, cultura, appartenenza, fedeltà e fidelizzazione non si sa come dimostrabile se non con l’abbonamento ai giornaloni, la visione reiterata di Porta a Porta, la frequenza alla Luiss e alla Bocconi, l’atto di fede all’Europa con tanto di figli all’Erasmus e fan di Greta, molto citata in qualità di idolo giovanile.

Speravamo che il nuovo secolo avesse spazzato  via l’ipocrisia verminosa del libro Cuore,  speriamo che Sofia sia solo l’ invenzione di un paterno nostalgico del piccolo Enrico, spero che Giavazzi non abbia dei nipotini che vengono su con brioche, privilegi ereditati e carriere accademiche assicurate,  altrimenti non ci resta che riporre fiducia in qualche Franti che li seppellisca tutti con una risata.

 


Acqua sporca etichettata Ue

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi vende non è più suo, recita un  vecchio proverbio,  che conferma come spesso la saggezza popolare sia al servizio  del più forte. E infatti quelli che oggi alienano beni comuni, mettono all’asta il patrimonio collettivo, cedono a basso costo palazzi, coste, spiagge sanno che grazie alla loro sottomissione saranno graditi ospiti in fastose dimore, abbronzarsi su sabbie rosa, solcare acque private, se non possono addirittura aspirare ad accaparrarsele, comprarsele a prezzi stracciati tramite intermediari che si prestano generosamente o che addirittura li acquisiscono a loro insaputa per farne munifico omaggio. Perché tratto saliente della svolta feudale che sta percorrendo il capitalismo è proprio l’incrudelirsi delle disuguaglianze, così dopo anni di lotte e conquiste anche il godimento di quello che dovrebbe essere di tutti è soggetto a accessi discrezionali, a appagamento arbitrario, proprio come i diritti scaduti a elargizione, le prerogative convertite in privilegio.

Non si tratta soltanto dello spregiudicato assoggettamento al mercato, dell’ottusa devozione al profitto, non è colpa soltanto di quel pragmatismo “fattivo” che impone che persone, desideri, lavoro, beni diventino merci e che ha preso il posto delle grandi narrazioni “metafisiche” che avevano influenzato gli uomini e le donne dell’Occidente: illuminismo, idealismo,  marxismo, quelle luminose  interpretazioni del mondo  ormai esaurite, di fronte al malinconico e spento disincanto che attraversa  le nostre esistenze. No, è la nuova forma che ha preso la politica secondo questa classe dirigente, come scienza piegata a rendere perenne la sua permanenza al potere, in cambio dell’ubbidienza, a assimilarla al ceto padronale, in cambio della circolazione di favori, comprese leggi e misure corrotte dall’aspirazione al profitto contro finanziamenti opachi, regalie, gratifiche.

E’ stato così che le “ideologie” della liberalizzazione, della privatizzazione, della competizione, della flessibilità si sono alimentate con il corpo ospitante delle vecchie organizzazioni di sinistra, che ne sono uscite spolpate, mentre nuovi leader alieni e parassitari se ne nutrivano, se ne ingrassavano mentre languiva la promessa della pubblica felicità, se dopo trent’anni di propaganda il    risultato è che noi e le prossime generazioni viviamo e vivranno peggio delle precedenti e che nella narrazione pubblica del domani manca il lieto fine.

Ed è per questo che una stampa subordinata idealmente e ricattata praticamente ripete ossessivamente il mantra europeo  della inevitabilità punitiva per i  costumi dissipati dei paesi  affetti da colpevoli debiti pubblici che consiste nella liquidazione dei beni comuni. E tace pudicamente, salvo rare eccezioni sulle occasioni nelle quali i padroni extranazionali si prendono gioco di pronunciamenti popolari e delle ragioni della storia sia pure recente, e che raccontano l’insuccesso economico e sociale delle privatizzazioni dei beni comuni: economico perché a fronte di scarsi profitti, gli uniche a guadagnarci sono state le società di consulenza finanziaria che incaricate dei processi di privatizzazione (nei ruoli di advisor, valutatore, intermediario, collocatore e consulente); sociale, perché la cessione a monopoli privati del management di attività e servizi in precedenza pubblici, ha comportato il passaggio perverso della funzione sociale a funzione unicamente indirizzata alla redditività economica.

Così quasi nessuno ha riferito della contestazione del Forum italiano dei movimenti e  della Rete europea escluse dalla Conferenza Europea dell’Acqua, teatro della Grande Ipocrisia Ue e della Grande Menzogna italiana.  Ancora una volta si è eluso il principio per il quale sono state raccolte quasi due milioni di firme, secondo il quale l’accesso all’acqua da bere e per i servizi igienici è un bene dell’umanità, e che in questa qualità va escluso    dalle «norme del mercato interno» e dalle liberalizzazioni. La Commissione alla quale è pervenuta la richiesta di farne oggetto di un provvedimento legislativo si dice favorevole, salvo ricordare che non spetta all’Ue legiferare in materia, il governo Italiano – quello della Spending Reveiw  che mira al taglio delle società partecipate dagli enti locali, con una  «riduzione da 8mila a mille, quello dello Sblocca Italia che grazie alla creazione di un gestore unico regionale, getta le realtà locali pubbliche in pasto alle multi utilities, Acea, Iren, Hera – ci ripete che è l’Europa che ce lo chiede e punta a costituire l’ennesima governance oligopolistica e accentratrice, nella stessa logica che ispira la “riforma” della scuola e quella della Rai e nella convinzione che si tratta di atti preliminari al coronamento del disegno di sudditanza totale del Ttp, il suk transatlantico, il supermercato sui cui scaffali ci saremo anche noi, merce a prezzo di svendita.


La manovra pagata con la salute

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

“La manovra è insostenibile per le Regioni a meno di non incidere sulla spesa sanitaria, che rappresenta l’80% della spesa regionale, o sui servizi fondamentali, dal trasporto pubblico alle politiche sociali”.  Il giorno dopo la presentazione della Legge di Stabilità, perfino il presidente della conferenza delle Regioni, il renziano Sergio Chiamparino, torna all’attacco del governo. Avvertendo  che i “18 miliardi di tasse in meno” annunciati dal premier sono finanziati per 4 miliardi con tagli  alle Regioni, con 1,2 miliardi  di tagli ai Comuni, con 6 milioni di tagli allo Stato.  Non è un’ipotesi di scuola dei gufi:   nelle bozze della manovra che circolano in queste ore c’è una clausola ‘taglia-sanità’ in base alla quale se le Regioni non troveranno un accordo per ripartire i 4 miliardi di spending review a loro carico interverrà il governo “considerando anche le risorse destinate al finanziamento corrente del Servizio sanitario nazionale”.  E le ripercussioni si avranno sull’assistenza,  sulle borse di studio, sui trasporti, sulle mense scolastiche e sulle imposte locali.

Nella ricerca puntigliosa che i governi dell’Unione in ubbidienza ai comandamenti dell’imperialismo finanziario effettuano allo scopo di estendere i ceti chiamati a pagare una crisi della quale non hanno nessuna responsabilità –  malgrado venga attribuita a deficit di bilancio conseguenza di una “dolce vita”, di un consumismo dissipato e parassitario, del vivere al di sopra delle proprie possibilità, perfino sottoponendosi a tac e risonanze sibaritiche  – il bersaglio preferito è quello che era stato chiamato il modello sociale europeo: sanità pubblica, previdenza sociale, sostegni al reddito in caso di disoccupazione, che oggi vengono presentati come lussi da estirpare in nome della necessità e come fossero una doverosa  e imprescindibile espiazione.

Come tutti i kapò, lo sfrontato citrullo di Palazzo Chigi reagisce accusando gli eletti, leader indiscussi degli sprechi,  benché cooptati nel nuovo Senato, di provocazione e li sollecita a cominciare a tagliare in casa propria le retribuzioni e i benefit, come se la trasparenza e l’onestà riguardino solo costumi personali e non decisioni lesive dell’interesse generale: acquisto di bombardieri, ponti sullo stretto Expo realizzate per accontentare risaputi appetiti. Si sa ormai il sistema di governo dei giovinastri è quello, rispondere alle obiezioni con bastonate, attacchi personali seppure non infondati, addossare le colpe a “quelli di prima”, rivendicare come virtù  i delitti che commette in nome di quella religione che impone che l’Europa e i Paesi che avevano lavorato alla costruzione di quel modello sociale, sia pure con tutti i limiti e le inadeguatezze, lo smantellino.

Si perché è pur vero che si tratta di incompetenti che non sanno far di conto, di lacchè che indossano la divisa e parlano per bocca del padronato globale,  di ignoranti che hanno fatto male anche la scuola primina, di dilettanti impenitenti che sono arrivati là a forza di opache promozioni. Ma una sapienza la possiedono,  insieme al talento della disciplinata osservanza degli ordini ricevuti. E consiste nella pervicace volontà di portare a compimento un progetto, quello di riportare nello spazio del mercato tutto quello che gli era stato  sottratto nella costruzione dello stato sociale. È palese che l’austerità che si vuole applicare come cura  tassativa e inevitabile al settore pubblico non rappresenta il fine, ma lo strumento prescelto per raggiungere l’obiettivo di trasformare in merce tutti gli elementi che concorrono al sistema di protezione sociale, in modo che possano essere comprati e venduti come concessioni e privilegi e non come diritti e che la distribuzione dei costi della crisi si riversi dall’alto verso il basso, in modo che i pochi ricchi siano sempre meno e più ricchi e i poveri sempre di più e più poveri.

La riduzione a merce, la conversione a oggetto di compravendita di qualcosa che negli anni si è pagato con il lavoro, le tasse, i contributi volontari, la previdenza integrativa, i fondi, hanno anche un effetto formidabile,  tremendo e non secondario. Ledono i principi e i valori di cittadinanza, oltre che le aspirazioni di uguaglianza, instaurando un malintesa gerarchia di merito al posto della parità di accesso ai diritti, ingenerano una insicurezza che consuma l’anelito legittimo a una esistenza dignitosa, accresce la prepotente ingerenza dei governi, per lo più nominati,   nelle vite delle persone, imponendo scelte, decisioni e ricatti ai quali i cittadini restano estranei e che subiscono ancora una volta come un inevitabile castigo.

Tanti si chiedono se non siamo entrati nella fase suicida del capitalismo e nell’eutanasia della democrazia. Perché la frustrazione, la perdita, il malcontento accrescono il conflitto, perché milioni di famiglie che hanno perso il lavoro o sanno che è a rischio, che si vedono tagliare i sostegni al reddito, aumentare i costi della sanità e dell’assistenza, mentre peggiorano le prospettive di ricevere a tempo debito una pensione adeguata, che altro non è che un salario differito, prima o poi rappresenteranno una minaccia all’ordine che si vorrebbe far regnare in una grigia Europa dove a restare uguali sarebbero solo le disuguaglianze, a restare vivo solo lo sfruttamento. Ma c’è da domandarsi se sia davvero così, se invece non siamo nell’età dell’oro dello sfruttamento e della schiavitù, se la democrazia non sia morta senza dolcezza grazie a un golpe rivolto verso gli stati e i cittadini, quando l’abbattimento dei dispositivi di sostegno sociale in Francia, come da noi, vengono accolti senza opporre resistenza dal parlamento e da una maggioranza che si limita al sommesso brontolio di una “clasa discutidora”, quando tutti i media nessuno escluso propagandano la fatalità  della fine della partecipazione, della critica e dei diritti, quando per legge vengono smantellati i sistemi di tutela del lavoro come del territorio, quando viene anteposta la sua dissipazione e cementificazione alla sua salvaguardia, per favorire interessi privati e speculativi.

Quando si predica l’appartenenza a un’”espressione finanziaria” tramite la sottoscrizione di patti, chiamati trattati, nessuno dei quali obbliga alla sottoscrizione di contratti sociali, da quello di Lisbona a quello di Nizza, di Amsterdam, di Maastricht, che oggi rivelano la natura di capestri al collo di popoli condannati alla morte della loro autodeterminazione.

 

 

 


L’Italia si svende, ma sottobanco

cottarelli-spending-review-292095Anna Lombroso per il Simplicissimus

Coordinare, razionalizzare, semplificare, valorizzare:  la monotona semantica del governo continua a impiegare i suoi goffi eufemismi  per addolcire il boccone amaro dello smantellamento dello stato sociale, dei prossimi “inevitabili” interventi sulle pensioni, della svendita avventuristica dei beni comuni,   della demolizione degli apparati di tutela e sorveglianza sul territorio e sul patrimonio culturale, dello smontaggio del lavoro come fosse un orologio rotto che ricomincerà a camminare solo disfacendosi dei meccanismi di garanzia e salvaguardia dei diritti dei lavoratori, dei tagli imprescindibili.

Dopo la presentazione della spending review di Cottarelli, il taglio più sicuro è quello di Cottarelli stesso, che non sarebbe stato adeguato ad appagare col doveroso zelo l’ossessiva propensione del premier a conseguire l’agognato traguardo, la svendita del Paese, dello Stato, della cittadinanza e della democrazia, come richiesto da quelli che hanno scelto proprio a quello scopo le loro marionette in camicia bianca.

Secondo il Commissario sono due i fronti sui quali intervenire: quello dei ministeri  chiamati a presentare un piano dettagliato per ridurre di 20 miliardi la spesa pubblica, a cominciare della Presidenza del Consiglio, attraverso la razionalizzazione di dipartimenti e dirigenti.  E quello delle partecipate pubbliche che dovrebbero essere ridotte da 8mila a 2mila per ricavarne, sempre entro il 2015, 500 milioni di euro che salirebbero a 2 miliardi nel lungo periodo.

In fondo Cottarelli, assimilato al fastidiosi soloni, ai molesti professori,  doveva saperlo e stare sereno, il suo compito – a termine- era quello di apporre il sigillo tecnico sulle maldestre operazioni di alienazione del patrimonio dello Stato, sui beni comuni che negli anni generazioni di cittadini hanno accumulato e pagato, grazie a una generale espropriazione in nome della legge e della “necessità”, al dileggio dei “comitatini” che si oppongono, alla manomissione dei principi cardine della Costituzione, all’istaurarsi di un sistema di autorizzazioni facili e licenze per convertire il Bel Paese nel Paese di Bengodi per speculatori, signori del cemento, corrotti e corruttori, manager pronti a mettersi al servizio di azionariati e istituti finanziari interessati a dividersi la torta ghiotta dei servizi e della gestione del patrimonio artistico.

Non serviva Cottarelli, peraltro ereditato da Letta e già pronto a tornarsene a Washington,  alla casa madre di tagli e iniquità, per rendere operativa questa ideologia.

Il processo è già avviato se si pensa alla riforma del Mibact, che ribadisce la necessità improrogabile di distinguere rigidamente gestione e tutela, smantellando il sistema delle soprintendenze e quindi della salvaguardia, e compiacendo così l’avversione del premier, più volte espressa, per organismi che in questi anni hanno rappresentato l’unica flebile voce che si sia opposta, al fianco di sparute associazioni di cittadini, alla speculazione, al saccheggio, a scriteriate grandi opere e all’abbandono e all’incuria del territorio. E che separando i musei dal loro contesto “geografico”, dall’identità unitaria dei luoghi e degli abitanti, quel nesso che è il cuore della nostra cultura istituzionale e civile, ne fa una facile preda della commercializzazione e della mercificazione, riducendoli a “contenitori” di beni in competizione tra loro, grazie a classificazioni gerarchiche insensate,  ispirate da criteri di marketing.

In fondo basta pagare e si diventa padroni d’Italia, come aveva dimostrato il più affine patron di Renzi. In fondo è disponibile dal 2002 un elenco di 800 immobili di pregio, inventariati e “prezzati” dall’Agenzia del Demanio e  offerti a prezzo d’occasione dei quali non si sa nulla, salvo che molti, a Roma ad esempio, a Piazza di Spagna, a Via Ripetta, potrebbero essere utilizzati per gli uffici comunali “ospitati” a fitti astronomici in proprietà private di immobiliaristi “amici”, esosi finanziatori di campagne elettorali,  esigenti proprietari di testate influenti. In fondo è a questo che si ispira lo sblocca Italia, che in nome dello sviluppo e della modernizzazione dà ossigeno alla speculazione, alla cementificazione, alla dilapidazione del territorio e delle risorse, che dovrebbero essere la materia prima, il “petrolio”, il giacimento cui attingere reddito e crescita, smantellando definitivamente il sistema di vigilanza e di concessione delle autorizzazioni, già oggi oggetto di scambio di favori, voti, denaro, attraverso il meccanismo perverso della straordinarietà, dell’emergenza alimentata, come la trascuratezza e l’incuria, per favorire profitto, interventi privati, “risarcimenti” agli immobiliaristi che si trovano sul groppone insediamenti invenduti, in un nuovo, formidabile sacco d’Italia.

Viene da lontano e c’è da temere che arrivi lontano l’idea forte che anima un ceto politico che non sembra averne altre, nemmeno deboli: consumare risorse, consumare territorio, consumare aspirazioni e futuro per consumare libertà e democrazia, in modo da lasciarne sempre di meno e solo a uso esclusivo di pochi, loro, che si sono appropriati del diritto a avere diritti.


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