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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si allargano le file dei ragionier Fantozzi, quando per dimenticare una ferita d’amore, si avvicina alle letture eversive del compagno Folagra e dopo mesi di febbrile compulsazione dei testi maledetti esclama, folgorato dalla rivelazione: “ma allora mi hanno sempre preso per il culo!”.

Si allargano le file di quelli che riprendono fiato dopo l’asfissia prodotta dalla nube avvelenata che ha avvolto di menzogne l’immaginario e le percezioni del nostro mondo perduto, togliendo lucidità, offuscando il presente e oscurando le visioni del futuro.

Si allargano le file di chi ha voluto convincersi che la via per la salvezza risiedesse nell’austerità espansiva, che la flessibilità aumentasse l’occupazione, che tagliare le spese dello Stato aiutasse l’economia, che alcune categorie, alcuni ceti fosse intoccabili e alcuni privilegi inviolabili perché ad essi spettava la missione di muovere quattrini, rimettere in moto produzioni e consumi.

Si allargano le file di chi ha capito sia pure tardivamente che certe cravatte europee sobrie ed eleganti altro non erano che nodi scorsoi, che le promesse di Renzi valgono ancora meno del milione di posti di lavoro di uno dei suoi padrini, che le secchiate pro malati di Sla sono della stessa materia infame della cura contro il cancro del vecchio marpione, che non sono solo bloccati gli stipendi ma anche la possibilità di contrattare e negoziare, quando lo sciopero viene chiamato ricatto, quando la concertazione viene criminalizzata come infausta pratica blocca-sviluppo, quando vengono richiamate a spirito di servizio e responsabilità tutte le parti sociali e tutte le categorie salvo la politica, quando sono sospesi a tempo indefinito, ben oltre i mille giorni, dialogo e possibilità di partecipazione e critica, quindi la democrazia.

Si allargano le file dei disillusi e degli incazzati, ma la lotta di classe alla rovescia, quella di chi sfrutta contro i diseredati, di chi opprime contro le libertà, di chi usurpa contro i diritti registra sempre nuove vittorie. In particolare sembra aver avuto la meglio sull’amicizia, su patti stretti in millenni tra generazioni, su vincoli “naturali” di affetto e vicinanza. E sulla solidarietà, almeno per quel che significava un tempo, se voleva essere una prospettiva unica e organica fondata sulla differenza concreta e l’eguaglianza astratta, che unisce giustizia e cura, diritti e doveri, se designava “la capacità dei membri d’una collettività di agire nei confronti di altri come un soggetto unitario”, se declinati insieme a questo nome antico non troviamo più termini come uguaglianza, individualismo e liberalismo, o meglio ancora fraternità e giustizia, ma piuttosto efficienza e mercato, competitività e profitto, sicché i cittadini sono sempre più esclusi dalle decisioni, chiusi in un egoismo difensivo e i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri.

Avevamo immaginato che potesse dispiegarsi una nuova solidarietà, che andasse oltre all’empatia e all’identità con l’altro, rendendoci capaci di identificarci con il non identico, di accettare diverse aspettative, diverse inclinazioni, in una parola le differenze. Invece eccoci precipitati in un mondo di ostili, di asociali fino all’anaffettività, avidi per il bisogno frustrato, egoisti per la perdita di beni e prerogative, precari anche nelle relazioni per la rinuncia obbligata a certezze e garanzie.

Non c’è da stupirsi: la solidarietà ha come presupposto la realizzazione della giustizia, e in particolare dell’eguaglianza delle condizioni di partenza e delle opportunità e la creazione un contesto di equità e dovrebbe costituire una virtù delle istituzioni, delle pratiche sociali, della politica, del ragionare insieme sulle decisioni e nell’interesse generale. Ma laddove è proprio la politica a mettersi al servizio delle ineguaglianze, a moltiplicarle e renderle più profonde e cruente, allora sono l’ingiustizia, il conflitto, l’inimicizia ad avere la meglio.

Il gioco è scoperto, se n’è accorto Fantozzi, il governo si rivela ogni giorno come instancabile riproduttore di ingiustizia, disarmonia, animosità. Dice il premier alle forze dell’ordine: è sbagliato scioperare per i mancati aumenti quando ci sono milioni di disoccupati nel Paese. E si aspetta che poliziotti per i quali lo spirito di sacrificio e l’abnegazione dovrebbero essere una condanna a trattamenti ingiusti e un ergastolo dentro una gabbia senza diritti, siano così incazzati e demoralizzati che alla prossima manifestazione di piazza di quei milioni di disoccupati menino con più rabbia, più violenza, più risentimento, più invidia, che ormai è un sentimento che non si nutre più solo per chi sta sopra, ma anche per chi sta a fianco e addirittura per chi sta sotto, così emarginato e diseredato da non avere vincoli, responsabili, niente di niente, dunque paradossalmente libero, libero perfino di urlare, svellere pali, lanciare sanpietrini.

Auguriamoci che venga deluso il monellaccio a Palazzo Chigi, lo sfrontato paraculo che non ha mai conosciuto bisogno né lavoro e che non vuol conoscere dissenso o critica. Auguriamoci che nessun lavoratore intenda la sua dignità come la sopraffazione sugli altri, il rispetto che gli è dovuto come l’oltraggio a chi sta peggio, la rabbia che ha il diritto di esprimere come il bavaglio ad altre grida.