Archivi tag: bugie

Dentro il labirinto

chartres5webPotrà parere strano, ma la capacità di influenza delle elite e dei centri potere ha seguito in un verto senso la medesima evoluzione che si è avuta nei manicomi: al posto della violenza, della costrizione, dello scherno, della malevola o pietosa bugia si è in parte sostituita l’azione dei farmaci che intervenendo nella dinamica cerebrale in qualche modo inibiscono le manifestazioni estreme, portano a una riduzione dei disturbi e una normalizzazione dei comportamenti. La stessa cosa metaforicamente avviene col discorso pubblico visto in tutta la sua estensione, dai vertici alle reti sociali, che oltre a presentare le classiche menzogne ufficiali e un certo grado di repressione si basa principalmente sull’incoerenza e l’effimero politico giornaliero come inibitore per la nascita di una coerente visione alternativa: quanto più è resistente lo zoccolo duro dell’ideologia di fondo, tanto più è confusa, plasmatica, futile la sua manifestazione quotidiana dove è arduo trovare un filo d’Arianna. Questa confusione e incoerenza contrasta la “malattia” del dissenso rendendo difficile trovare appigli, ma soprattutto confondendolo e costringendolo a contraddirsi a sua volta o a trovare dei punti di riferimento puramente nominalistici e ormai completamente vuoti.

L’uomo della strada è così accompagnato all’ingresso di un labirinto del quale può descrivere di volta in volta l’aspetto, ma senza la possibilità concreta di uscirne o di raggiungerne il centro e finendo per dargli la convinzione che il mondo è il labirinto stesso, che l’angoscia nel vagare fra rettilinei e angoli misteriosi, fra arbusti e cespugli  che ripetono all’infinito la stessa prospettiva e ritornano da dove erano partiti, sia la condizione naturale, si perde il senso  del fine il cui lutto si esprime con la paura o con la melassa dei buoni sentimenti, mentre le speranze di un tempo non sono che una madeleine proustiana. E si perde anche il sentimento di identità gravemente lesivo del globalismo il quale non vuole che siamo qualcosa, ma solo merce di cambio standard:. questa privazione di un elemento centrale della personalità degenera perciò in identitarismo il quale non reclama la dimensione perduta di cui non si sa più nulla, ma brancola alla ricerca di ipotetici ladri. In queste condizioni è impossibile avere una mappa del labirinto anche nel caso si sappia di essere in trappola:  una volta entrati si è soli, senza coesione sociale, anzi privi del tutto di una socialità il cui vuoto viene riempito con una sostanza cancerogena che si chiama  politicamente corretto e che sostiene con la sua viscosità un universo fatto di mode, desideri, tendenze, di narcisismo ontologico. La fraternità è diventata un sms tra una messaggino e l’altro, l’uguaglianza un’ipocrisia pòer i giorni di festa, la libertà si è ridotta ad essere libertà da qualcosa e non per qualcosa.

Il Minotauro del capitalismo nelle sue forme estreme e regressive è difeso con più efficacia dall’elusione della post verità che dalle fortezze di una volta. E’ l’assurdità del tutto che protegge l’assurdità del potere: la provetta con i virus sventolata da Colin Powell all’Onu, come prova della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq, le immagini satellitari come prova di stragi etniche in Iugoslavia, gli attentati al botulino da parte di fantomatici agenti russi, le democrazie legittime rovesciate da movimenti creati e finanziati ad hoc, i terroristi che lasciano le carte di identità in auto, il finanziamento e l’armamento dell’esercito siriano libero contro Assad, la falsa battaglia contro l’Isis, la  fornitura attuale di armi ad Al Qaeda, via Washington – Croazia, le balle sulla crisi, le antinomie delle teorie economiche, i criteri menzogneri con i quali sono allestiste le statiche socio economiche, il fatto che esse siano alla base delle previsioni e quando falliscono si dice che esse non sono costruite per prevedere nulla, non sono semplicemente un falso. Un’impostura può essere scoperta e denunciata, sia pure a posteriori, quando è troppo tardi per evitarne gli effetti, ma se fa parte di un “racconto pubblico”  volto all’incoerenza e ala liquidità non porta al discredito né dello specifico narratore né del suggeritore fuori campo: è solo una svolta nel labirinto , un cespuglio appassito che sarà sorpassato senza che nulla cambi.  Solo la logica e il ragionamento  si oppongono a questo vagare nel labirinto e sono infatti i peggiori nemici del globalismo neo liberista che ha nella frase fatta, nel concetto predigerito, nel riflesso pavloviano e nella contraddizione occulta il suo terreno di cultura. Basta avere delle affilate cesoie da giardiniere per aprire le siepi ed evitare di girare in tondo.

 


La fabbrica dell’omissione

8506718-crazy-scientist-with-wild-hairIl post di ieri sulle imprese di Federico Fubini nell’omettere il drammatico aumento  della mortalità infantile in Grecia dopo l’avvento della troika e le sue misure di “risanamento” non può rimanere vedovo di considerazioni più ampie come se la pubblica confessione di questo delitto informativo riguardasse solo un personaggio e un evento. Fa parte invece di una strategia generalizzata per il mantenimento dello status quo che ha origini antichissime, ma che ha fatto un enorme salto di qualità con l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa, diventando più complessa e articolata. Essa sostanzialmente consiste in quella che potremmo chiamare tecnica del testimone: ovvero nel far convergere su un singolo personaggio (o anche un’immagine emblematica) umori e malumori, idee e slogan in modo da creare un capro espiatorio, un eroe o un topos per ottenere lo scopo di personalizzare e catalizzare l’emotività per castrare ogni incipiente cambiamento. E’ come quando si vuole illuminare una stanza buia con una torcia o un punto luce concentrato: l’insieme rimane buio o  in una pozza di penombra mentre un singolo punto viene illuminato.

Inutile dire che singoli personaggi o ambienti o immagini archetipe sono assai più controllabili, gestibili e conducibili nella direzione voluta di una grande e variegata massa di persone, divengono appunto testimoni su cui tutta la luce è concentrata o come si dice in inglese guardiani del recinto: il loro compito è di assumere si di sé i peccati o i successi o le speranze tenendo a distanza il reale o la complessità sociale: sono insomma non guardiani, ma ladri di verità. Così per esempio su Fubini si carica di tutto il peso dell’omissione a scopo politico, contribuendo a far dimenticare che essa è pratica quotidiana e costante nell’informazione, oppure Greta Thunberg diventa eroina dell’ambiente, facendosi interprete di istanze sempre più diffuse, proponendole in una chiave infantilmente catastrofista  e producendo effetti vistosi e variegati che possono efficacemente deviare le preoccupazione ambientali verso un territorio lontano dalla politica e dal cambiamento reale producendo alla fine solo un guscio vuoto. Si tratta di due testimoni di attualità, ma potremmo annoverarne a migliaia, dalle false vittime bambino della Siria per arrivare a topoi ben consolidati, come le immagini di Piazza Tienanmen che trasformarono un dissidio interno al partito comunista in una sorta di tentata rivoluzione di carattere americaneggiante.

Del resto l’uso del testimone o del guardiano del recinto è abbastanza simile  al testimonial della pubblicità, dove un volto noto si fa carico della bontà di un prodotto e della sua desiderabilità. Ovviamente non sempre un personaggio viene appositamente costruito per catalizzare l’attenzione e le attese, a volte, anzi quasi sempre, basta che si personalizzi il discorso pubblico su un singolo emergente o su un piccolo gruppo per poi portarlo con abbastanza facilità là dove si vuole: se per esempio l’ascesa di Renzi è stata in qualche modo innescata e favorita dagli ambienti dell’europeismo oligarchico e del blairismo, uno Tsipras era già bello e pronto per essere messo sotto il riflettore, disaggregando e castrando la dialettica interna a Syriza: il resto è stato un gioco da ragazzi. Di fatto tutto questo si risolve in una perdita di coscienza e di conoscenza: come conciliare ad esempio il favore che l’informazione mainstream occidentale ha avuto ed ha per i dittatori bianchi del Sudamerica, in particolare Bolsonaro con il suo esplicito programma di assedio alla selva amazzonica? Non importa, tanto c’è Greta che si pone come barriera osmotica tra le due sostanze del dilemma.

Oppure tanto per prendere un guardiano del recinto impersonale, ma sotto forma di meme, ovvero di concettoide oppiaceo diffuso a piene mani, c’è il problema dell’unione continentale europea la cui credibilità residuale si fonda sulla negazione di sé, ovvero sull’esistenza di una mitica “altra Europa”, un oggetto inesistente come la fenice, ma che se per caso esistesse entrerebbe in conflitto mortale con la Ue e con i suoi trattati che appunto costituiscono questa Europa. Ciò nonostante l’informazione e per primo lo stesso Fubini utilizzano questo non senso per dare un senso alla loro battaglia in favore dell’oligarchia senza che però questa nobile battaglia appaia nei contorni precisi.

La radice il problema sta proprio negli statuti fondamentali del capitalismo e della sua libertà di mercato che non rende liberi: se i media sono i mezzi che fanno il mercato essi non possono appartenere al mercato stesso e debbono obbedire a una logica diversa nella quale la libertà di espressione non è conciliabile con quella puramente economica. E’ un fatto abbastanza ovvio, ma viola lo statuto ontologico del capitalismo moderno nel quale ogni cosa ha senso dentro il mercato, dentro lo scambio, dunque dentro il denaro.

 


Think tank, thanks

downloadSe prendete i telegiornali di ieri e i giornali di oggi tutti al capezzale dello spread senza mai spiegare spiegare di che cosa si tratta, facendone una minaccia incombente quanto difficilmente potreste rendervi conto dell’entità del rischio, che un punto di spread vale circa 3,5 milioni, che il passaggio da 300 a 326 punti base, se costante per un  anno intero, potrebbe costare al Paese circa 780 milioni di interessi 500 dei quali  rimarrebbero in Italia, visto che il 60 per cento abbondante dei titoli di stato è in mano ad acquirenti nazionali. Dunque di tratterebbe di 280 milioni l’anno che in 50 anni farebbero più o meno la stessa cifra che si intende spendere per gli F35 o in 25 anni per la Tav Torino – Lione. Certo non può fare piacere, men che meno quando si sa che quello dello spread è uno strumento di ricatto politico che prescinde da qualsiasi reale considerazione economica, ancor meno sapendo che vi sarebbero sistemi per ridurre al minimo questo salasso  imposto dalla finanza internazionale che vola sinistramente sull’Italia dopo essersi ingozzato con la Grecia. Meno che mai sapendo che “It” ovvero lo spread è anche lo strumento per consentire senza scandalo per le diverse tifoserie l’unione finale tra i renzismo, il berlusconsimo e il fascismo di risulta, creando l’emergenza che tutto cancella, la notte dove tutto è nero.

Da notare che la stessa cura che è servita per cacciare via il Cavaliere servirà a riproporne la mummia agli italiani. Ma il segreto sta nell’agitare il mostro senza mai mostrarlo nella sua realtà e nelle sue dimensioni, il che fa dell’informazione qualcosa che somiglia più al cinema – in questo caso dell’ horror – piuttosto che a qualcosa che a che vedere con la ragione e le scelte. Tuttavia nel mondo contemporaneo qual è il tramite fra il potere, i media e il pubblico oltre all’ovvia concentrazione possesso dell’informazione in pochissime mani?  Quali sono i canali attraverso cui si formano i luoghi comuni e le suggestioni destinate ad impattare sul cosiddetto uomo della strada e a sortire l’effetto paura o euforia? Un pezzo importante di questo meccanismo scenico dell’ideologia neoliberista sono i cosiddetti Think Tank, accreditati come autorevoli pensatoi indipendenti. Nati come “case di riposo” per politici, intellettuali o illustri commis dello stato, si sono trasformati in centri di lobbismo immateriale finanziato poi da quelli per cui lavorano.

Ci sono esempi quasi di giornata per svelare questo arcano dei cattivi maestri che si nascondono nelle pieghe oscure della società contemporanea. Per esempio nella “battaglia” fra Ungheria e Ucraina, dopo che Kiev ha penalizzato lingue e culture diverse da quelle ufficiali, l’informazione occidentale sostenuta dai think tank glissa sul protonazismo ucraino e sul revanscismo ungherese cercando a tutti i costi di coinvolgere la cattivissima Russia in una questione che c’entra piuttosto con l’imperialismo americano e quello in pectore dell’Europa (vedi qui ). Sulla stampa internazionale e in particolare americana si sprecano le interviste e i riferimenti a un tale Peter Kreko, direttore del Political Capital Institute, un think tank di Budapest, il quale sostiene che dietro Orban ci sia la Russia la quale  “vuole sabotare l’integrazione euro-atlantica dell’Ucraina”. Insomma cose  che meriterebbero il cestino invece delle pagine di commento. Solo che chi pubblica le esternazioni di questo Kreko omette di riferire allo sfortunato lettore che il Political Capital Institute è finanziato da 1) l’ Istituto  Russia Moderna, giocattolo dell’oligarca degli anni ’90 Mikhail Khodorkovsky, caduto in disgrazia e avversario di Putin,  oggi residente in Svizzera; 2) dal famigerato National Endowment For Democracy  dedicato al “cambio di regime” e alla promozione di una prospettiva filo-statunitense nell’Europa orientale, la cui presidenza ha soprannominato l’Ucraina “il grande premio”; 3) dalla Open Society  di George Soros. Inoltre questo limpido think tank ha come partner ufficiali il consiglio Atlantico, ovvero l’ufficio stampa della Nato, l’European Values ​​un centro boemo, finanziato sempre da Soros, che ha definito Jeremy Corbyn un “utile idiota” e il German Marshall Fund of the United States, proprietario di Hamilton ’68 un sito dedicato a una campagna senza fine contro Putin.

Altro giro, altro premio. In questi giorni la Henry Jackson Society, un gruppo di pressione neoconservatore inglese ha prodotto una cosiddetta inchiesta basata su 16 interviste anonime. dalla quale emerge che la metà dei 75 mila russi presenti a Londra sarebbero spie di Putin. Non è una battuta è una notizia a dir poco grottesca, quasi quanto gli attentati al gas nervino che poi si è rivelato essere fumo di hashish,  che acquista un rilievo solo perché è stata detta da un think tank qualunque e non da un ubriacone al dodicesimo bicchiere. Così questa cazzata è finita sul Times a firma di Edward Lucas, coatore di un libro finanziato dall’industria bellica statunitense e lobbista presso il CEPA, un gruppo con sede a Washington e Varsavia, che promuove la vendita di armi  nell’Europa centrale e orientale trai cui membri figurano Raytheon, Lockheed, FireEye, e Bell Helicopters. Senza queste vitali informazioni tutto, anche la cosa più idiota e sorprendente può sembrare in qualche modo plausibile, come ad esempio che ha Londra ci siano il quintuplo di spie russe rispetto agli spioni locali. Il fatto è che i think tank dovrebbero chiamarsi think for tank, pensiero per le scatole ovvero per i coglioni. 


Tra Roma e Damasco

pantheon-800x445

Il Panteon di Roma ideato da Apollodoro di Damasco

Capisco di avervi annoiato in questi giorni con la questione siriana, le sue bugie infami, i suoi bombardamenti da parte dei veri Paesi canaglia, i suoi inattesi esiti militari, le sue farse che hanno visto Macron distinguersi sul crinale patetico e al tempo stesso tracotante della menzogna. Sono almeno quattro i post dedicati a questa vicenda ( qui, qui, qui, qui) quando invece potrei occuparmi della formazione del governo, di Salvini prigioniero di Berlusconi, di Mattarella prigioniero del Pd, di Di Maio prigioniero della sindrome della scatola vuota oppure delle polemiche su Serra, defunto come tale molti or sono e ormai devoto del gramellinismo dilagante.

Il fatto è che invece la questione siriana ci riguarda da vicino, forse più da vicino di quanto non ci riguardino le consultazioni al Quirinale e futuri programmi già imposti da fuori, non soltanto in relazione a vicende strettamente collegate come quella della migrazione e della geopolitica mediterranea, ma anche con quella degli assetti globali e delle possibilità che essi aprono. Ciò che è accaduto da cinque settimane a questa parte, a cominciare dal presunto attentato a Skripal e alla figlia, di cui peraltro non si sa più nulla, anzi pare che siano andati in Usa a godersi i consistenti frutti dell’amabile pièce, per continuare con la preparazione dell’ennesima sceneggiata al gas nel Guta costituisce  l’estremo tentativo degli alleati occidentali di rovesciare le sorti di una guerra che essi stessi hanno creato in un conato di neocolonialismo. Ma è andata malissimo.  Prima sono stati battuti dall’intelligence russo siriana che ha compreso per tempo il tentativo di sfruttare la presenza di gran parte delle truppe siriane al nord sul fronte di Idlib, per sferrare a sorpresa con un colpo di mano che nelle intenzioni doveva far concentrare  a Guta 40 mila tagliagole mercenari  per poi farli arrivare a Damasco lungo un tracciato relativamente sguarnito. Ed è probabile che l’attentato al gas fosse stato preparato per dare “forza morale” a questo assalto in grande stile e nel quale avrebbe anche un senso che nelle condizioni in cui è stato comunque condotto non ha affatto.  Invece i siriani hanno subito cessato i combattimenti a Idlib e si sono rischierati per evitare una manovra che a questo punto non è stata più tentata. Infatti si è dovuto ricorrere all’inconsistente bombardamento sul nulla per dare corso a una campagna di odio e di grottesca condanna che non aveva più alcuna giustificazione. Anche qui però il diavolo ci ha messo la coda e i missili da crociera di ultima generazione. lanciato anche a scopo commerciale sono stati tirati giù al 70 e passa per cento (73 su 104) da difese risalenti agli anni ’60. Poco male vista l’inconsistenza degli obiettivi, ma è chiaro che attacchi diretti contro difese aggiornate di almeno due generazioni come quelle russe sarebbero un fallimento epocale e non a caso nemmeno sono stati tentati, così come sono state significativamente evitate anche le basi iraniane.

Per farla breve il crudele aprile degli occidentali, abituati a fare terra bruciata  dall’alto e la cui abilità consiste soprattutto nel mettere assieme torme mercenarie, hanno di fatto riconosciuto  lo status di superpotenza alla Russia e la difficoltà di imporsi in contesti in cui Paesi minori siano protetti da Mosca. Questo non vuol dire che lasceranno in pace la Siria, che non continueranno ad affamare il Venezuela o a finanziare arancionismi di ogni genere, ad armare terroristi, a tenere il mondo sotto il tallone di un’informazione deformata e a imbastire ricatti finanziari, però la cosa evidente è che hanno riconosciuto di avere un antagonista con il quale devono evitare a tutti i costi lo scontro diretto: la forza delle elites di comando è enorme, ma al tempo stesso fragile e se lo stato di conflitto può essere utile a depistare l’uomo della strada dal furto di democrazia e di diritti, uno stato di guerra guerreggiata sia pure alla periferia, potrebbe rivelarsi letale. Questo offre un’occasione all’hinterland dell’impero di avere una maggiore capacità di ricontrattare quanto meno le condizioni della propria cattività, tanto più che dietro la potenza militare della Russia c’è  l’immenso potenziale economico della Cina. Francamente nel medio periodo non vedo altra possibilità per l’Italia di riprendere in mano almeno parzialmente il proprio destino ed evitare il collasso  a cui la sta portando l’ordoliberismo europeo e la militarizzazione Nato. Quindi non parlo di cose lontane, evito solo gli abbellimenti e i fraseggi barocchi di una politica che non ha più se stessa.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: