antonio-tajaniAnna Lombroso per il Simplicissimus

Allora la Commissione Ue apre una procedura d’infrazione contro l’Italia accusata di non appare la direttiva Ue sui pagamenti da parte della pubblica amministrazione. Le imprese non vengono pagate a 30-60 giorni come previsto dalle regole Ue ma con ritardi che arrivano sino a 210 giorni. Una mossa “francamente incomprensibile” e “sorprendente” per il ministro dell’Economia,  Padoan. E subito tutto si riduce a bega di paese, a vendette trasversali di vecchi sodali ora nemici, con un commissario a fine mandato che esercita il suo strapotere ai danni del governo in carica dimentico di quelli commessi da quello “amico”. Così come l’occhiuta Europa dimentica che a non pagare sono spesso comuni strangolati dall’osservanza de patto di stabilità. Così come l’uomo-annuncio dimentica le promesse fatte a distanza di qualche mese dalle quali, piccole imprese, quella davvero vittime dei ritardi, sono già fallite, divorate da strozzini famelici, Equitalia in testa.

Ma noi invece cerchiamo di non dimenticare che dietro a tutto questo c’è ancora una volta in larga parte il brand del malaffare e della corruzione. A cominciare dalla qualità e dalla tipologia degli appalti per opere e dell’affidamento di incarichi di fornitura, quando il ceto politico, sia esso sindaco, amministratore locale, funzionario “nominato” e protetto, controllore sleale stabilisce una relazione “privilegiata” con il business, con le imprese, grandi, medie e piccole e improvvisamente diventa consapevole di essere depositario di un potere di consenso o rifiuto, di favorire o contrastare, di decidere insomma. E qualcuno magari gli fa intendere rispettosamente che di questo potere può approfittare per ricevere in cambio denaro, amicizia utile e dilazionabile, un posto per i parenti, uno stipendio extra, prestazioni sessuali. E scopre che un affare particolarmente gradito alle imprese medie e grandi è quello di promuovere i “ritardi” dei pagamenti, grazie alla firma in calce a stati di avanzamento dei lavori o a consegne fasulli, in modo da gonfiare eventuali “multe” e sovrattasse oppure, al contrario, di “distillare” i report sullo stato delle opere, seppellendoli sotto una massa di carte e di conseguenza posticipare arbitrariamente i pagamenti, per penalizzare concorrenti sgraditi e poco generosi.

Anzi, come hanno dimostrato i terribili bubboni scoppiati in questi giorni, si è proprio capito che il core business delle imprese incaricate dell’esecuzione delle grandi opere è il non – fare, campare di rinvii, far campare altri di affitto di strutture, gru, attrezzature, arricchirsi con nuovi studi e supplementi di progettazioni di aggiunte inutili ma redditizie in virtù dell’incancrenirsi di stati di emergenza che impongono impegni extra e straordinari.

Si capisce la mobilitazione straordinaria di Confindustria nel richiedere al governo lo sblocco immediato di 48 miliardi in due anni di debiti della Pa. A essere maliziosi si dovrebbe sospettare di questa identità di pensiero tra industriali, quelli grossi e muscolari e Ue, preoccupati della tutela degli interessi dei privati impegnati in operazioni di project financing più che del destino di un tessuto di piccole imprese creditrici, che la precarietà, l’ indebitamento, l’indisponibilità del sistema bancario e finanziario ha già cancellato o reso permeabili alla penetrazione della criminalità, che approfitta della loro vulnerabilità per integrarsi nell’economia “legale”.

Tuttora non si sa quante siano le piccole e medie imprese, le ditte artigianali, la cui sopravvivenza è in forse. Di alcune si sa già che sono fallite o che sono state oggetto appunto di opachi passaggi di proprietà e “debiti” non onorati, più appetibili in questo caso di attivi.

Ma possiamo invece immaginare che tra i Grandi Creditori vi siano quelle Grandi Aziende, comprese quelle delle Grandi Opere, alcune sotto inchiesta per tangenti, per pratiche speculative, per corruzione, per falso in bilancio.   Quei soggetti correi cioè del nostro disastro, economico e morale, gli stessi che hanno contribuito a generare il nostro debito pubblico e a rendere sempre più inadeguato e povero il nostro stato sociale, che è probabile, malgrado la pomposa istituzione di alte autorità, siano sempre più favorite nel loro esercizio di infedeltà nei confronti dell’interesse generale e del bene comune da quella “semplificazione” che minaccia di promuovere discrezionalità e arbitrarietà, a fronte della precarietà dell’edificio della vigilanza, progressivamente demolito quando non infiltrato da controllori infedeli. Ma si sa sono loro i più forti, per un Maltauro arrestato c’è un Maltauro che prosegue negli inutili lavori dell’Expo, pronto a esigere puntualità di pagamenti. Per ogni Consorzio Venezia Nuova sotto inchiesta, c’è qualcuno dei soci di cordata pronto a scavare altrove, impiegando manodopera malpagata, sfruttata, precaria.

Sappiamo già che un governo che respinge la pratica della negoziazione con le parti sociali come un fastidioso e obsoleto rituale, respingerà con altrettanta determinazione l’ipotesi di contrattare con gli influenti interlocutori privati una ragionevole transazione basata sui valori di mercato e sui costi standard di prodotti e prestazioni, per imporre regole trasparenti, per non subire il ricatto di prepotenti creditori: d’altra parte la voce più forte è sempre la voce del padrone, persuaso dalla storia di meritarsi un perenne risarcimento.