Comune di Venezia
Comune di Venezia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come l’intelligenza, la pietas, l’onestà, anche certi poteri, certe competenze, certe facoltà funzionerebbero a intermittenza.

A dimostrarcelo è ancora una volta il caso Mose, la cupola della paradossale “salvaguardia di Venezia” e il flusso di denaro che triangolava politici, imprese (se non era direttamente la concessione senza controlli del Consorzio Venezia Nuova, era una qualche altra cordata di project financing sempre con le immancabili cooperative), colletti bianchi della finanza e contabilità ( come quelli della Palladio), funzionari della pubblica amministrazione, controllori e magistrati, dalla Guardia di Finanza alla Corte dei Conti al Magistrato alle Acque.

E se non si trattava proprio di Venezia, ecco il fiume di tangenti, consulenze, appalti, incarichi, stipendi sussidiari tracimare fuori, indirizzandosi verso autostrade, ospedali, bonifiche effettuate da chi sporca che così ci guadagna due volte, aeroporti, in modo che la cricca si allarghi, il cerchio magico dei soldi diventi cerchi concentrici a tutti i livelli della corruzione e del conflitto di interessi.

A chiamarsi fuori, chissà come, sono i sindaci, che rivendicano estraneità e ignoranza- compreso quello agli arresti domiciliari che nega che un legittimo finanziamento possa aver condizionato il suo rapporto con i signori del cemento e del malaffare in Laguna. Lui, come quelli che l’hanno preceduto – compreso l’ineffabile Costa , uomo poliedrico, rettore, sindaco,ministro, presidente dell’Autorità portuale oggi, ben collocato nel sodalizio con i corsari delle maga crociere pronto con cazzuola a scavatrice a allargare smisuratamente un altro canale – fanno intendere di aver subito senza poter far nulla la poderosa macchina di inopportunità, illegittimità, irregolarità resa legale dal prepotente e autoritario potere centrale.

E lasciano capire, Cacciari in testa, che ricorda orgogliosamente di aver inviato ben due lettere a Prodi, considerato il deus ex machina dell’operazione che rese il Consorzio c0ncessionario unico e onnipotente, che nutrivano seri dubbi sotto il profilo tecnico sull’efficacia della paratie mobili e qualche perplessità, qualche ragionevole dubbio sul sistema inedito di attribuzione di compiti e sulla regolarità delle operazioni.

Beh si capisce, Venezia è una città unica, fare il sindaco è un’occupazione impegnativa, così non si saranno accorti di quello che succedeva, pomposi matrimoni in ville palladiane ristrutturate dall’azienda capo-cordata del Mose, un revisore dei conti unico che si divide in decine di società partecipate anche da Comune, l’onnipresenza di quel certo Baita, uscito indenne ma non smacchiato da Mani Pulite, esigenze pretestuose, sempre accontentate compresa la mano adunca sull’Arsenale tolto al Comune e ai veneziani, malgrado accorati ma prudenti appelli rivolti perfino a Napolitano, gli stessi nomi in tutti gli appalti, salvo quello originario di Impregilo, che è andata altrove in una concordata e equa distribuzione di opere e profitti.

Nomi che ritornano, sempre gli stessi, ma la loro ripetitività non destava sispetti negli abitanti di Ca’ Farsetti: Man­to­vani, Fip, Con­sor­zio Veneto Coop, Vit­ta­dello, Nuova Coed­mar, Ccc, Diego Car­ron e poi appunto la del­la Palla­dio Finan­zia­ria che si allea con Est Capi­tal Sgr per gestire fondi immobiliari e investimenti nel turismo di lusso, e – perché no? – la Fon­da­zione Mar­cia­num, creatura dall’allora patriarca ciel­lino Scola.

Ma, lo hanno ripetuto, Cacciari in testa, non si poteva far nulla, la corrente trascinante aveva travolto regole di opportunità, leggi, trasparenza, legalità. E cosa poteva fare un povero sindaco, se non mandare qualche lettera afflitta, qualche appello inascoltato allo “Stato” e al governo, o i governi, tutti ugualmente interessati alla Grande Opera, senza differenze ideologiche che si sa pecunia non olet?

Certo è strano che in anni di sindaci sceriffi, di esuberanze federaliste, di simpatie nemmeno troppo nascoste per fughe in avanti indipendentiste, di ordinanze anche le più sgangherate e in odore di anticostituzionalità, su un’operazione così sfrontata, tanto da occupare militarmente una città, tanto da imporre un regime di privativa mai tentato nemmeno dai più scapestrati regimi, tanto da ledere qualsiasi pretesa di concorrenza e qualsiasi garanzia di libera competitività, così sfacciato da costituire un modello replicabile, i sindaci, di Venezia, ma, c’è da supporre di altre città-laboratorio di intrighi e oscuri sodalizi, hanno scoperto una sobria riservatezza, hanno scelto di ritrarsi in una pensosa e appartata condizione di osservazione critica, ma silenziosa, modesta, schiva.

E si sorprendono. A tutte le latitudini. Se non li hanno beccati con le mani nella marmellata, sono stupiti, sconcertati, offesi per il tossico riverberarsi degli scandali sulle loro città. Come d’altra parte, per restare nel territorio che rappresenta l’osservatorio privilegiato della fenomenologia del nuovo modello corruttivo, il presidente della Regione Veneto, anche lui sconvolto dalla rivelazione, ignaro della tempesta di veleni che si sarebbe addensata sul suo regno, tanto da scegliersi come assessore strategico in regime di permanenza perenne quel Chisso, uomo di fiducia se non addirittura più potente dell’ex Governatore.

Basta, abbiamo capito simbolo, logo e immagine bipartisan per i prossimi candidati alle amministrative saranno le tre scimmiette. E speriamo che siano scimmie anche gli eletti: garantirebbero quella solidarietà che si usa nelle forme di vita tribale e quell’intelligenza che dai primati in poi sembriamo aver perduta.