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I sindaci del Rione Fallimento

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il 2019 è stato un altro anno record dei comuni sciolti per mafia dal 1991, quando venne approvata la legge che disciplina la materia.  Nel 1993 erano state 34 le municipalità commissariate,  21 nel 2017, 23 nel 2018, e  21 nel 2019: 8 in Calabria, 7 in Sicilia, 3 in Puglia, 2 in Campania e 1 in Basilicata.

E se la provincia più rappresentata è quella di Reggio Calabria con 6 Comuni, quasi il totale regionale, il dato più preoccupante è che molte delle amministrazioni sciolte sono “recidive”, al secondo o terzo provvedimento.

C’è da dire che se non sono mafiosi, i comuni italiani, piccoli o grandi, sono indebitati, già falliti o destinati alla bancarotta. Il  super-debito italiano assorbe il 7,9% della spesa corrente complessiva, cioè 63,98 miliardi su 812,6 (dati 2019), interessando da  circa trent’anni, più del 10% degli 8000 Comuni italiani., sull’orlo del tracollo economico.  E se il buco nero di Roma ammonta a 12  miliardi, in 1.883 piccoli Comuni, cioè nel 37,8% degli enti fino a 5mila abitanti, il “servizio” annuale al debito assorbe più del 12% della spesa corrente complessiva, così di ogni 100 euro di costi totali, dal personale agli acquisti, più di 18 finiscono in rate di interessi, che pesano per oltre 116 euro all’anno sulle spalle dei residenti.

Ben 592 amministrazioni locali hanno dichiarato il «dissesto finanziario», vale a dire sono state definite «incapaci di assolvere alle funzioni e ai servizi indispensabili» o non sono riusciti a far fronte ai creditori «con il ripristino dell’equilibrio di bilancio». Negli ultimi 4 anni 120 hanno  approvato una delibera di dissesto, pari a oltre l’1% complessivo, il 75% dei quali è concentrato in tre regioni, Campania, Sicilia e Calabria.

Una recente sentenza della Corte Costituzionale, che aveva già “bocciato” l’amministrazione di Napoli, per aver adottato accorgimenti illegittimi al fine di pareggiare il suo bilancio, ha messo fuori legge la norma che permetteva di pagare i debiti in 30 anni, fissando il limite a 10-20 anni:  nella lista dei condannati al flop certo, circa 130 città, tra le quali Palermo, Reggio Calabria e Messina e almeno 6 milioni di cittadini.

Nonostante questi standard di prestazione, i sindaci oggi rivendicano il riconoscimento di una maggiore autonomia, aggiungendovi la nuova declinazione in campo sanitario della massima che raccomanda di pensare globalmente e agire localmente, traendo insegnamento dalla  drammatica vicenda che ha attraversato il Paese, cito,  “per puntellare le fondamenta del sistema sanitario nazionale che verrà con le solide radici dei sindaci e delle comunità che essi rappresentano”.

Tutti d’accordo, da Sala a Gori, quello di Bergamo non si ferma, designato dal Pd come miglior sindaco, da  De Magistris a Raggi, impegnati nella repressione, coi costi che comporta in personale e misure aggiuntive ai decreti sicurezza tanto deplorati e alle ordinanze da sceriffi su panchine, muri, mense differenziate, tirate opportunamente fuori dai  cassetti di amministratori leghisti diversamente leghisti,  tramite  la polizia municipale incaricata dei nuove e originali forme di pubblico decoro tramite guanti e mascherine, per punire assembramenti ai Navigli, intemperanze di parrucchieri, impenitenti osti che non osservano le regole per il plateatico.

Vogliono più indipendenza dallo Stato centrale, meno vincoli, più libertà di gestione anche per quello che riguarda le aziende di servizio che con tutta evidenza non sono ai loro occhi sufficientemente privatizzate, anche se cercano di assolvere alla nobile missione di portare “acqua” agli azionariati e voti ai candidati.

Dà loro voce la coscienza critica della Gedi, MicroMega, che qualcuno vorrebbe chiamare MacroSega per quella inclinazione onanistica a  celebrare i fasti europei e del progressismo liberista, intervistando in contemporanea Appendino e Nardella. Non sorprendentemente uniti nel denunciare il patto di stabilità, pur sospeso a livello europeo, che ha ancora i suoi effetti sui comuni, imbrigliati da quelle norme, e dunque nel chiedere più poteri.

Appendino ricorda come Torino abbia dei soldi a bilancio per le infrastrutture “che possono essere immessi immediatamente nel circuito economico, ma abbiamo bisogno di procedure più snelle. Con le giuste risorse e i giusti poteri – un altro esempio – posso modificare il codice della strada per poter ridisegnare la mobilità sostenibile”.

E Nardella propone di “ridurre e accorpare le regioni, per dare più poteri ai comuni e far sedere i sindaci ai “tavoli che contano” in Europa”. Il sindaco del Giglio reclama la restituzione in veste di risarcimento della quota di sovranità ( in questo caso redenta e dunque moralmente accettabile a fronte del bieco sovranismo)  ceduta al governo nel pieno dell’emergenza, ma bisogna far presto perché  “  per il turismo il danno supera un miliardo di euro, considerando che in media Firenze conta 15 milioni di presenze l’anno e da mesi siamo praticamente a zero… Per quanto riguarda l’ammanco nelle casse, senza aiuti da parte dello stato dovremo registrare 180 milioni di euro di disavanzo”.

Mentre Appendino si preoccupa del riavvio “semplificato” dei cantieri: “a Torino abbiamo il progetto della seconda linea metropolitana che vale quattro miliardi ed è finanziato per un miliardo. Voglio poter mettere a sistema quelle risorse nel più breve tempo possibile. Per farlo, però, è necessario rivedere l’intero sistema degli appalti”.

Non c’è proprio speranza ormai, siamo condannati.

C’è stato un momento nel quale i casi di amministratori incaricati per elezione diretta hanno fatto sperare in una riarticolazione del potere a livello orizzontale, in modo da favorire a un tempo autonomia e partecipazione democratica al processo decisionale. Ci siamo avventurati a sperare in una Ada Colau in Laguna, lei che ha fatto della sua frase: non vogliamo finire come Venezia, il suo slogan contro la mercificazione turistica delle città, lei che ha detto che bisognava opporsi a quel “mondo capovolto” che ha consegnato la bandiera dei diritti sociali alle destre per accontentarsi del minimo sindacale delle battaglie “civili”.

Altri si sono illusi che la “pandemia” avesse benefici effetti antropologici e culturali, costringendo i ceti dirigenti a tutti i livelli a rivedere i modelli di sviluppo imperniati sullo sfruttamenti intensivo di uomini, territori, beni comuni e risorse.

C’è perfino chi ha sognato che la crisi sanitaria imponesse un ritorno all’arcadia della decrescita, sia pure obbligatoria, con le città d’arte vuote, un risparmio dei consumi dissipati, gli arcaici centri commerciali abbandonati come cattedrali megalitiche.

Macchè, il sistema di governo delle mance, delle elargizioni senza brioche, si declina a tutti i livelli. Per Torino dopo il declino dell’industrializzazione e l’eclissi del turismo accompagnato da Grandi Eventi e Operette invernali, le aspettative sono affidate al Welfare ristretto nei confini di “Torino solidale” coi buoni pasto e l’erogazione di assistenza aggiuntiva a reddito di emergenza e Bonus Inps in attesa di mettere insieme una grande coalizione per il lavoro e la casa. Per Nardella, c’è da sviluppare un’iniziativa che permetta una semplificazione per il trasferimento più rapido e diretto dei finanziamenti dall’Ue alle municipalità.

Qualsiasi sia la fidelizzazione aziendale a formazioni politiche, non viene messa in discussione l’appartenenza fatale e incrollabile all’Europa, l’atto di fede al Mes, comunque si voglia chiamarlo, ai prestiti per risanare la sanità da ripagare coi tagli alla sanità.

Non si recede dalla crescita e dall’occupazione consegnata al cemento e ai cantieri delle Grandi Opere, non si immagina un progresso che demolisca il sistema delle disuguaglianze quelle nutrite dai nuovi simulacri, le smart city, la digitalizzazione raccomandata dal guru dei telefonini in aperto conflitto d’interesse, della didattica a distanza e dello smartworking che permette l’emarginazione di lavoratori e lavoratrici dalla società, nega qualsiasi forma organizzata di difesa della sfruttamento.

La Ricostruzione consolida in tutte le declinazioni territoriali le vecchie e cattive abitudini, l’espulsione dei reietti e sommersi per favorire la costruzione di città ideali  del privilegio,  falegnami ed artigiani sostituiti dall’occupazione militare di merci a basso prezzo: mobili di Ikea o tutto a un euro  dalla Cina, tanto economici da poter essere effimeri e sostituiti, elettricisti obbligati dalle normative europee  adottate dalle grandi aziende a diventare assemblatori per loro conto di pezzi prodotti negli stessi posti e sovraccaricati di costi di certificazione, formazione, professionisti soffocati da piattaforme.

E poi uno sfrenato indebitamento che verrà ripagato con le solite procedure di socializzazione delle perdite, con l’aumento di tariffe e con tagli delle politiche sociali, con la resa entusiastica e definitiva al casinò finanziario che ha già contribuito all’indebitamento dei comuni tramite fondi, hedge, bolle e balle.

Mal Comune mezzo gaudio? No, catastrofe intera.

 

 

 


Vizi Capitali

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ricordate quando a proposito di Panorama e Espresso si diceva: “un settimanale al prezzo di due”, per indicare testate che,  sia pure su fronti solo apparentemente avversi, erano indistinguibili per preferire lo scandalo e l’intrattenimento all’informazione, per i titoli sferzanti in memoria degli slogan della belle époque del Mondo e dei marpioni di Via Veneto.  Non è cambiato molto, anche se adesso la “critica” anticonformista piazza in copertina al posto di immagini femminili scollacciate a corredo dei test sotto l’ombrellone, dallo scambio di coppie al voto di scambio, la faccia della sindaca di Roma in veste di virago, di strega cattiva, imbruttita dagli effetti speciali, gli stessi che invece ingentilivano la squinzia delle banche.

Vanto un lungo curriculum di critica a Virginia Raggi sindaca ma certo viene voglia di difendere perfino lei e la sua amministrazione a vedere la qualità dei suoi detrattori e dei contenuti – dal programma di Giachetti in poi – esibiti  dall’opposizione.

L’accanimento strabordante nei confronti della prima cittadina della Capitale non può nascondere che il Pd, capofila dello schieramento del partito dei sindaci, non voleva più esprimere un suo candidato per una città fallita e talmente oltraggiata da non saper più rialzare la testa, tanto è vero che il suo uomo di punta era impresentabile non per magagne morali, ma per una serie di vizi che erano poi quelli dell’organizzazione di appartenenza, incompetenza, inaffidabilità, incoerenza, inadeguatezza rappresentati in maniera paradigmatica da un compitino elettorale che esibiva come uniche credenziali due grandi interventi: nostalgia di olimpiadi e pervicace sostegno allo Stadio.

La morte lenta di Roma, di Venezia, di Firenze, di città d’arte e non, che poi ogni nostro borgo ne ha il carattere, della stessa Capitale Morale:  indagini giudiziarie, appalti opachi, pogrom non solo amministrativi contro gli immigrati, cacciata dei residenti dal centro storico per far posto alla residenzialità delle multinazionali del turismo e della finanza immobiliare e bancaria, buche,  appalti opachi, svendita a emirati e chi più ne ha più ne metta, è la medesima storia di devastazioni fisiche e morali del territorio, di un declino che ha segnato il passaggio da città pubbliche a città privatizzate, avvenuto di pari passo con la cancellazione delle regole dell’urbanistica e della pianificazione.

E dire che siamo il Paese che ha dato forma a un principio formidabile e imitato anche altrove, quello degli standard edilizi, che assegnavano non solo virtualmente a ogni cittadino una superficie minima di suolo su cui realizzare i servizi di cittadinanza: istruzione, verde, cura, per garantire elementari diritti personali e collettivi. Ma siamo anche nel Paese dove chi ha cercato di praticare questo principio, Olivetti, La Pira, Petroselli, è entrato nel Pantheon sfoggiato in campagna elettorale proprio da chi ci ha espropriato dei diritti fondamentali: scuola, cultura, casa, lavoro, dai “riformisti” che hanno approfittato del doppio nodo che stringe alla gola le nostre città, la pressione della finanza speculativa e  la mancanza di risorse, per legittimare i condoni (il primo è di Craxi nel 1985 cui seguono i 2 di Berlusconi, prima dell’avvento dell’era delle deroghe urbanistiche prodrome dell’urbanistica contrattata avviata dalla legge Tognoli che inventa i Consorzi di imprese addetti alla divisione degli appalti pubblici). E poi per deviare gli oneri urbanistici che dovrebbero servire a realizzare opere di interesse generale verso la gestione delle spese correnti, per imporre quelle leggi di rapina che danno priorità strategica ai centri commerciali, avvilendo le piccole imprese commerciali e artigianali, o alle grandi opere, indirizzando a obiettivi megalomani forieri di malaffare e corruzione i fondi da impiegare per la tutela e il contrasto al dissesto idrogeologico,  alimentando la rendita fondiaria, l’urbanizzazione cioè dei terreni agricoli in non singolare coincidenza con le varie bolle immobiliari, fino all’innominabile Sblocca Italia (quello che stanziava 112 milioni di euro per combattere i mali del territorio e  4 miliardi per le Grandi Opere), oggi adottato nella sostanza dal decreto Sblocca Cantieri, o ai Piani Casa regionali che prevedono deroghe anche ai criteri di salvaguardia del paesaggio, consentendo ai privati di ridisegnare il volto delle città per rispondere a esigenze incompatibili con l’interesse generale.

Pare che il passaggio da metropoli a necropoli vada di concerto con la conversione delle utopie in distopie, delle mani per la città che avevano firmato le riforme urbanistiche di realizzazione di alloggi pubbliche, o quella sanitaria e scolastica, e le prime nazionalizzazioni dei primi governi di centro sinistra, diventate presto le mani sulla città infiltrate e occupate dalla combinazione in una sola cupola delle mafie esplicitamente criminali e di quelle neoliberiste, concordi nella pretesa di costruire per massimizzare i profitti mentre non si investe più nulla per assicurare il normale funzionamento di servizi, trasporti, manutenzione.

I sindaci di Roma, sostanzialmente fallita nel mese di aprile di 5 anni fa, hanno di volta in volta contribuito al suo  dissesto e all’accumulazione, calcolata in quella data, un lustro fa, di 22 miliardi di debito. Ma mica era il solo comune in bancarotta: in quello stesso anno erano già 180 e gli ultimi dati parlano di più di trecento, uno su dieci in Sicilia, Campania, e Calabria, la maggioranza delle città italiane è indebitata, compresi i centri colpiti dai terremoti, così nessuna amministrazione è in grado di investire per rispondere ai bisogni della comunità, nessuna programma più opere pubbliche, parchi, linee di trasporto, mentre paradossalmente si concorre, a Milano come a Roma, alla realizzazione di infrastrutture “di servizio” e collegamento per interventi privati promossi a azioni di interesse generale, come dimostra il caso degli stadi di Roma e Firenze.

Le due “capitali” sono caratterizzate da una quantità di stabili e vani per uffici vuoti: a Milano la costruzione dei nuovi grattacieli in zona Porta Garibaldi promossa dal fondo sovrano del Qatar con un immenso flusso finanziario ha innalzato il valore degli alloggi, costringendo migliaia di famiglie a trasferirsi nell’hinterland.  A Roma dove sono ben più di 100 gli stabili occupati da senzatetto  e dove il fabbisogno di alloggi stimato è intorno ai 10 mila,  dove, tanto per dirne una,  per realizzare la Nuvola si sono spesi 400 milioni cedendo il patrimonio immobiliare collettivo dell’Eur mentre le torri del Ministero delle Finanze e il velodromo olimpico venivano demoliti per far posto a iniziative azzardate e scriteriate, dalle gare di Formula 1 a quartieri di prestigiosi uffici. Così ora la Cristoforo Colombo è ora un lungo itinerario di stabili vuoti in attesa dei fasti promessi da imprese immobiliari che ne dovevano farne la Wall Street de noantri.  Ma non stanno meglio le aree dove sono stati costruiti alloggi, come a Terrazze del Presidente a Acilia,  come a Tor di Quinto, a Borghetto lungo la Cassia, l’ex Centro Direzionale Alitalia della Magliana,  come a Monte Stallonara alla Pisana, o Castel Verde sulla Prenestina dove insediamenti e  quartieri vivono “fuori” dalla civiltà, con strade mai finite, illuminazione pubblica carente o assente, allagamenti e disagi.

Se in tre anni avevamo diritto a risposte  dalla sindaca di Roma, avevamo però diritto anche a domande dall’opposizione, che non vuole darne perché significa mettere in discussione un modello di città che copia quello adottato per le banche criminali e le imprese speculatrici, che, quando falliscono, creano una bad company  messa in mano a gente fidata su cui far confluire i debiti, come è successo con Patto per Milano per il flop dell’Expo, o con l’invenzione di Roma Capitale cui è succeduto il piano di rientro di Marino, costati a noi cittadini un aumento delle tasse e il taglio di una grossa fetta di spese sociali,  e come sta accadendo e succederà in gran parte delle città “sofferenti”.

Lo Stato, le imprese pubbliche, le amministrazioni minate dalla corruzione, dall’incapacità, dalla speculazione, dal voto di scambio vengono ridotti in miseria passando dalla crisi all’opportuna emergenza, per essere intimoriti, minacciati, commissariati e ricattati fino allo sfinimento in modo da consegnarsi ragionevolmente alla cupola privata, siano sceicchi o emiri, siano prestanome oscuri o nomi altisonanti (anche Soros ha espresso interesse con un suo Fondo per il nostro patrimonio immobiliare pubblico), siano le solite cordate di costruttori e immobiliaristi esperti in appalti opachi, che entrano e escono dalla porte girevoli dei tribunali, siano imprenditori molto indebitati esperti in castelletti e giravolte che si trascinano nel brand le banche cravattare,  tutti uniti per spolpare l’osso, quello che rimane dopo le alluvioni, quelle vere e quelle di cemento, dopo le frane, quelle vere e quelle dell’impalcatura dei diritti di cittadinanza.


Milano, capitale dell’antifascismo di mercato

imageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il 23 marzo hanno in animo (ammesso che lo detengano) di convergere a Milano almeno 2000 fascisti e nazisti da tutta Europa   in occasione delle celebrazioni dei 20 anni degli ZetaZeroAlfa, la band di CasaPound, per dare vita ad un concerto-raduno, il terzo del genere dopo quelli del 2013 e del 2015, quando vennero festeggiati i 20 anni degli Hammerskin.

A differenza di allora, il sindaco Sala dolorosamente colpito dall’improvviso e inatteso manifestarsi di un rigurgito neo fascista del terzo millennio in Italia, si è duramente espresso su Facebook: auspico che il Prefetto e il Questore la vietino, scrive. Non accetteremo mai alcun tipo di raduno, corteo o iniziativa che inneggi e celebri il fascismo nella nostra città. Milano è e resterà sempre una città profondamente antifascista. Sono loro – ha ricordato – che decidono se autorizzare o meno una manifestazione: qualunque essa sia, concerto o altro. Dimostrando di non fatto il ripasso delle funzioni e delle competenze attribuitegli con le recenti e non recenti misure in materia di ordine pubblico urbano e pure di quelle che permettono a un sindaco di centro sinistra di concedere in generoso omaggio uno stabile ai festeggiati del 23, ma invece non autorizzano un successore 5stelle a cancellare  l’inappropriata disposizione, anche in caso di morosità dei beneficiari.

Guardando al passato c’è poco da stare tranquilli: se il 25 aprile del 2017 il prefetto di allora vieta alle formazioni fasciste-naziste contrassegnate da varie sigle di entrare in corteo nel cimitero Maggiore di Milano, a Musocco, e commemorare con atti apologetici i soldati della Rsi sepolti al campo 10, subito dopo, il giorno 29,  quattro giorni dopo un  raggruppamento dei tanti movimenti fascisti, neofascisti, neonazisti, nazionalsocialisti, razzisti, (non meno di 1000 militanti, forse 2000?) preparano  una  parata per la  celebrazione al Musocco  del camerata Sergio con l’esplicito obiettivo di offrire una rappresentazione plastica  e muscolare della compattezza  del blocco nero e dei suoi militanti, intorno non più alla retorica rievocativa del passato, ma aggiornata e adeguata ai principi e alle pratiche effettive di neo-nazionalismo oltranzista, razzismo, odio verso l’immigrato, omofobia, decontaminazione etnica.

Eh lo so, tocca accontentarsi di un sindaco che alla manifestazione nazionale “People. Prima le persone”   si è autocandidato  come “leader diverso per una città inclusiva”, che ha proclamato di fare di voler fare Milano un santuario dell’accoglienza, in barba  al reato di indifferenza e di omissione commesso all’atto dei repulisti etnici alla Centrale, anche quelli con tutta evidenza di competenza del questore e del prefetto. E che mentre accoglie virtualmente gli stranieri, non si perita di cacciare i residenti più poveri, costringendoli a una immigrazione per ora  non troppo remota, decentrando la città degli studi e i suoi giovani, in modo da far spazio  agli emirati, alle multinazionali, alle imprese di costruzioni e alle finanziare immobiliari. E tocca accontentarsi anche di un’opinione pubblica di rito ambrosiano che alla prima della Scala tributa un applauso a Mattarella che ha appena firmato il decreto sicurezza senza nemmeno tentare una moral suasion, lungo quanto quello riservato a un altro monello del prodotto-sindaco, il  disubbidente di Riace, molto propagandato ma non altrettanto emulato nella capitale morale.

Anche il mio computer è stufo di scrivere su questo antifascismo di facciata, che ormai è ora di chiamare col suo nome, antifascismo di mercato, perché da solo dare voce alle fanfaronate propagandistiche di marca umanitaria a condizione che non intacchino, anzi nemmeno alludano, alla lotta al sistema economico e finanziario che ormai ha preso la forma del totalitarismo, tanto influenza principi, valori oltre che attitudini e comportamenti, allietandoci con l’illusione che basti partecipare a un flash mob colorato per uscire dalla condizione di concreta impotenza nella quale siamo precipitati con una certa dose di correità.

A guardare indietro come l’angelo della storia ma anche a guardare al presente come piace a chi preferisce la cronaca, è vero che siamo stati un po’ meno fetenti colonialisti di Gran Bretagna e Francia, ma è anche vero che abbiamo partecipato a campagne imperialiste travestite da export di democrazia, proprio quelle che determinato gli esodi forzati.

E’ vero che a differenza che nel ventennio esiste una molteplicità di fonti di informazione, ma è altrettanto vero che una verità ufficiale ci viene imposta da un sistema pubblico non indipendente, né  dai partiti né tantomeno dal mercato. E’ vero che non c’è un partito unico, né – apparentemente – un sindacato unico, ma è altrettanto vero che da anni assistiamo a un impoverimento dell’assetto parlamentare in funzione di un rafforzamento dell’esecutivo e del ricorso ai voti di fiducia, che è stato provvidenzialmente ostacolato dalla volontà popolare, speriamo almeno per un po’, a differenza di quanto è avvenuto per tanti referendum traditi.  E è vero che le nostre non sono le scuole di libro e moschetto, ma è altrettanto vero che la privatizzazione dell’istruzione ha promosso la conversione del sapere e della cultura in formazione al lavoro servile, l’omologazione dei talenti, la selezione del ceto dirigente per censo, meriti dinastici e rendite.

Ma soprattutto è vero che anni di pacificazione, di indulgenze, di attenzione per i fermenti innovatori dei fascistelli che hanno dismesso l’orbace, quelli solidaristici di Casa Pound, quelli antiatlantici e antimperialisti quelli ecologisti, perfino la critica al consumismo a al capitalismo crematistico finanziario, sono la colpa e la condanna della sinistra che credeva di sopravvivere integrandosi nell’ideologia neoliberista, diventata la casa comune e condivisa.

Il leghismo venuto su a forza di tolleranza e ammirazione per le costole date in prestito, gli sparuti gruppi di provocatori e violenti, i musicisti in divisa naziskin hanno proliferato in assenza di una forza politica e popolare capace di sviluppare una critica di classe e anticapitalistica. Abbiamo l’obbligo di rimandarli nelle fogne, non aspettiamoci che lo facciano i padroni delle cloache che gliele hanno concesse a titolo gratuito.

 

 

 


Da buttafuori a buttadentro

poltrona-sindacoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Siccome pare sia ormai necessario esibire in testa ad ogni affermazione il proprio curriculum anti salviniano e le proprie referenze antifasciste, antirazziste ed antixenofobe, autocertifico che da anni esercito la mia opposizione  alle formazioni politiche che usano la triade (razzismo, xenofobia, autoritarismo) per applicare su larga scala e pure con un certo consenso le direttive del totalitarismo economico.

Ecco, sgombrato il campo dalle formalità d’uso ormai tassative per  esprimersi senza essere immediatamente arruolati forzosamente in una delle due fazioni in campo, posso dire che ormai non mi sorprende nulla delle misure pensate e adottate in materia di ordine pubblico e immigrazione, come d’altra parte non mi avevano stupito quelle proposte con  unanime successo di critica e di pubblico dal precedente ministro del precedente governo, che avevano sancito la necessità più che la opportunità di legalizzare le differenze colpendo gli ultimi per rassicurare i penultimi, accanendosi contro i “diversi” stranieri o indigeni, comunque poveri, e suffragando definitivamente che la legge non è uguale per tutti e nemmeno i gradi di giudizio in tribunale.

Mi stupisce invece questo risveglio della categoria dei sindaci, che a diverse latitudini stanno organizzando l’esercito dei disubbidienti civili, risvegliati d’improvviso per via di un inatteso incidente della storia, un fulmine a ciel sereno, l’immigrazione, che finora li aveva solo sfiorati e che avevano fronteggiato come un problema di ordine pubblico con muri, panchine e bus riservati, emanando ordinanze severe quanto discriminatorie, reclamando forza pubblica e intervento militare, chiudendo l’occhio davanti alle operazioni di polizia finalizzate al comune decoro,  dando la delega a organizzazioni non sempre no profit addette alla gestione del problema stranieri, che quello dei rom perlopiù italiani si amministrava già con opportune pulizie etniche bipartisan.

Deve essere successo un miracolo della democrazia languente  per il quale saremo costretti a riservare  gratitudine alla belva all’Interno, se, proprio come Thoreau, adesso alzano la testa contro il governo, anche quello peraltro manifestatosi inopinatamente, incitando alla ribellione e al boicottaggio per chiamarsi fuori  da quella massa  di uomini che serve lo Stato “non come uomini coraggiosi ma come macchine, con il loro corpo…. Per i quali nella maggioranza dei casi non c’è nessun libero esercizio del giudizio e del senso morale… al livello del legno, della terra, delle pietre”. O come quelli, la maggioranza dei legislatori, dei politicanti, degli avvocati, dei preti e dei tenutari di cariche, che  “servono lo Stato soprattutto in base a ragionamenti astratti; e poiché fanno assai di rado distinzioni morali, hanno la stessa probabilità di servire Dio che, senza volerlo, di servire il diavolo”.

Riscatto un po’ tardivo e  un po’ confuso, quello dei nostri Masaniello, con in testa Orlando e De Magistris saliti sulle barricate e pronti a restituire la fascia insieme a Sala (quello dei repulisti alla Stazione), Nardella (Firenze è stato il primo comune a applicare il Daspo urbano)  e qualche divino ex come Cacciari, in un fronte comune caratterizzato da una moderna e diffusa ignoranza di prerogative e dettato costituzionale, al quale invece si appellano Chiamparino e Renzi, noti fan della Carta della cui distruzione volevano essere gli unici e indiscussi promotori, che avrebbero allo studio un ricorso alla Consulta diventata anche quella d’improvviso insostituibile soggetto di vigilanza democratica da covo polveroso di arcaici parrucconi, cui non hanno pensato di rivolgersi quando furono emanate la Bossi-Fini, la Turco- Napolitano, la legge Maroni né tantomeno il codice Minniti.

Va bene così, in mancanza di meglio tocca accontentarsi dei nuovi sacerdoti dell’accoglienza e dell’integrazione che hanno finora fatto finta di non sapere e non vedere di essere anche loro sia pure in regime di scala, al servizio di uno schema imposto per far affluire masse disperate di proletari stranieri da mettere  in concorrenza con quelli indigeni, riducendo così drasticamente il costo della manodopera e contrastando la concorrenza dell’Asia. Che ha ideato e propagato la grande menzogna della difesa della nostra civiltà superiore minacciata, per legittimare imprese predatorie e coloniali, guerre che hanno fornito a paesi straccioni e impoveriti dall’Occidente  una valvola di sfogo  per ridurre le tensioni interne e limitare  la possibilità che rivolte generalizzate rovesciassero i già precari equilibri dell’intero sistema su cui si regge il modo di produzione capitalistico.

Va bene così, in mancanza di meglio, tocca accontentarsi di un antifascismo che serve a prendersela con la superficie, con le sagome di cartapesta e gli spaventapasseri rievocativi di un regime che negli anni è stato banalizzato,  ridimensionato, amnistiato, per lasciare  inalterato e sostenere l’attuale regime sovranazionale e l’ideologia cui si ispira e che li possiede, anche in caso di estemporanea sovversione.

Va bene così, in mancanza di meglio teniamoceli, soprattutto se siamo fan non di un’alternativa ma del partito del meno peggio, che sono comunque preferibili, sempre per restare nella cerchia degli amministratori, all’assessore di Monfalcone, del vicario di Dipiazza che fa l’anti San Martino buttando nel cassonetto le coperte del barbone.

Però, viene da dire, peccato che non ci abbiano pensato prima a ribellarsi, a difendere i diritti di cittadinanza di tutti. Che non ci abbiano pensato quando i loro partiti concordemente votavano  campagne di guerra, compravano armi, davano in comodato il territorio per farne poligoni di tiro e piste di lancio, deposito di armi atomiche e geografie adatte a test e sperimentazioni tossiche. Che non ci abbiamo pensato quando si è trattato di dire si ai capestri europei sotto forma di una misura, il Fiscal Compact, che perfino l’europarlamento ha declinato non integrandola nel diritto comunitario, che non ci abbiano pensato quando l’unica alternativa all’acquiescenza che oggi rimproverano all’attuale governo, ultimo in ordine di tempo a porgere il collo sacrificale alle cravatte di Bruxelles è stata innalzare le tasse comunali e diminuire qualità e volume dei servizi, compresi quelli sanitari e assistenziali, per stranieri e per italiani.

Siamo condannati a accontentarci: di uno stato di diritto con uno Stato ridotto nella sua indipendenza, di diritti sostituiti da elargizioni, premi e paghette, di risvegli occasionali e confusi, come dopo una sbornia, di un pizzico di pepe della sedizione nella pietanza dell’obbedienza, per nascondere il marcio e il veleno.

 

 


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