Euro d'EgittoDomenica è sempre domenica, specie se è quella successiva alle elezioni. Stamattina dentro uno dei salotti televisivi destinati alla disinformazione consapevole, con le compagnie di giro che recitano l’eterna commedia delle frasi fatte, è arrivata un’inaspettata folata di vento: si è cominciato a parlare di uscita dell’euro, una prospettiva che entra ormai persino nelle parole di Zingales uno dei noti ideologici del liberismo di stampo bocconiano oltre che consigliere di Renzi il quale è stato un appassionato cultore della moneta unica come strumento di riduzione di democrazia e di welfare

Evidentemente il risultato della tornata elettorale europea, dappertutto salvo che in Italia, ha fatto comprendere che ormai si sta raggiungendo il limite delle sevizie sopportabili e che tutto il tavolo liberista europeo rischia di saltare se non si fa qualcosa. Ma è su questo qualcosa che c’è grande incertezza sotto il cielo: dare qualche contentino, tipo sussidi di disoccupazione che tuttavia i singoli stati non sono in grado di affrontare perché legati ai trattati e alle leggi imposte dalla troika, oppure accontentarsi del progresso antidemocratico raggiunto con la crisi e sbaraccare lo strumento con cui  si è sostituita la svalutazione competitiva con la svalutazione del progresso sociale, ossia l’euro? Nel primo caso, appoggiato dai falchi dei poteri economici, occorre superare la quasi impossibilità politica di imporre un pedaggio ai Paesi ricchi, pur di conservare un’impareggiabile arma di ricatto che può portare ad altre e importanti mete per l’oligarchia finanziaria e le classi dirigenti, nel secondo sul quale si orientano  le colombe (si fa per dire) prevale la convinzione che si è raggiunto il massimo ottenibile in questa fase storica e che sbarazzarsi gradualmente dell’euro sia funzionale a mantenere dentro il recinto di un’ ambigua governance continentale a trazione finanziaria, i regimi e i meccanismi politici nel frattempo instauratisi.  Insomma accontentrasi dell’uovo oggi piuttosto che un’incerta gallina domani

Il dilemma è squisitamente politico, come del resto lo è gran parte dell’economia. E per chi ancora crede alle immutabili leggi, basta citare la divertente presa di posizione di Jeremy Grantham, uno dei più noti banchieri d’investimento, uno che attraverso la Grantham Mayo con sede a Boston, gestisce un centinaio di miliardi di dollari ed è noto anche per aver previsto lo scoppio di varie bolle finanziarie. Bene Grantham si è recentemente preso gioco del suo stesso ruolo e della impalpabile fondamento del neo liberismo che presume la possibilità di crescita indefinita e infinita: il finanziere ha supposto che nel 3030 avanti cristo tutte le ricchezze dell’Egitto, oro, gioielli e quant’altro, potessero essere contenute in un metro cubo di spazio. Supponendo una crescita media del 4,5% annuo quanti metri cubi occorrerebbero per contenere le ricchezze egiziane al momento della battaglia di Azio, ossia nel 30 Avanti Cristo?

Forse 100 metri cubi, mille o il volume della piramide di Cheope? Niente affatto, il semplice calcolo 1 x (1,045) ^ 3000, ci porta alla costatazione che le ricchezze dovrebbero occupare un volume pari a 2,23 x10 metri cubi elevato alla 57 potenza, il che significa grosso modo un volume simile a quello dell’intera galassia. Impossibile, certo, e tuttavia la depredazione del pianeta, il progressivo esaurimento dell’acqua dolce e dei suoli, quello delle materie prime e dei combustibili, il cambiamento climatico, sono frutto di una fede della crescita infinita e delle relative teorie economiche che la accompagnano. Del resto la crescita infinita è un presupposto necessario all’asserzione del profitto senza limiti e dunque diventa l’assioma implicito sulla cui base sono prodotti i teoremi liberisti.

Naturalmente ogni crescita in un settore significa una riduzione di un altro, cosa molto chiara prima che intervenisse la droga del carbone e poi del petrolio che hanno nascosto questa evidenza: ora che si cominciano a scorgere i limiti di tutto questo, si continua facendo finta di nulla e soprattutto instillando la sotto teoria che il progresso tecnologico possa annullare significativamente i limiti planetari. E non solo: si tenta di diminuire i consumi del 99% della popolazione facendo loro credere di aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, per tenere in piedi il train de vie dell’1%.

Apparentemente questa potrebbe sembrare una divagazione dal tema, ma in realtà viviamo dentro una insensata e pervasiva dottrina della crescita continua alla quale sono rivolti politiche, dottrine, sistemi di calcolo econometrici, paure e immaginazioni rese collettive dai media. Cose che nonostante la loro contraddittorietà, sono divenute l’ara sacrificale di Bruxelles.