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‘Na tazzulella ‘e cafè

saupload_starbucks-cups-doodles-soo-min-kim-1All’inizio di agosto è comparsa sul web una richiesta a Starbucks di sostituire i bicchieri in plastica con altri  in amido di mais e dunque biodegradabili. Questo appello ha avuto qualche momento di gloria, ma poi è completamente scomparso dalla rete probabilmente su pressione della multinazionale del caffè, dedicata a chi di caffè non capisce nulla e si accontenta di pozioni iperzuccherate purché siano trendy., perché va bene fingere di sostenere il commercio solidale, ingrassando in realtà grossisti e intermediari che sfruttano i contadini delle aree povere del mondo, ma di certo pagare un bicchiere qualche centesimo in più è una cosa che fa venire i brividi agli azionisti. Una bestemmia  per la religione neo liberista. Tuttavia un noto giornalista ambientale britannico ha fatto osservare come nessuno di questi volonterosi ecologi da caffè si sia chiesto  quanta terra sia necessaria per far crescere il mais sufficiente a fabbricare  i 4 miliardi di bicchieri che Starbucks consuma ogni anno, né le conseguenze dello spostamento di produzione di cibo per questa operazione, né  il danno che questa coltivazione, nota per causare l’erosione del suolo potrebbe portare, né la quantità di pesticidi e fertilizzanti da utilizzare e nemmeno il costo energetico e relative emissioni di gas serra per la trasformazione dei chicchi in bicchieri.

In realtà la cosa straordinaria è che neppure per sbaglio a qualcuno sia venuto in mente di suggerire a questo caffettiere globale di usare tazze, tazzine e bicchieri di comune porcellana e vetro che durano enormemente di più, sono certamente più sani, sicuramente più eleganti e che probabilmente alla lunga potrebbero anche rivelarsi più economici visto che comunque le materie prime di base sono abbondantissime. E’ anche vero che la multinazionale deve pensare agli idioti incontaminati che vanno in giro col bicchierone Starbucks per mostrare quanto sono cool di nome e di fatto, ma insomma se si vuole preservare l’ambiente sarebbe la soluzione migliore . Invece no la complessità delle cose sembra sfuggire a un certo tipo di ecologismo che pensa di risolvere le questioni semplicemente sostituendo i materiali così grossolanamente utilizzati con altri che a prima vista sembrano essere meno dannosi, senza mai intuire che è il sistema di consumo totalizzante e ossessivo che va cambiato.

Non è un caso se vengono spesso smerciate come ecologiche soluzioni che in realtà prediligono un consumo folle e intere filiere agricolo –  industriali nate nel segno del profitto, vengono smerciate come salvifiche per l’ambiente. E’ ciò che è accaduto per i carburanti bio, erroneamente spacciati per più puliti, i quali in parecchi Paesi hanno assorbito straordinarie quantità di terreno agricolo prezioso e fatto alzare i prezzi del cibo: non è certo un mistero, anche se non viene mai detto,  che l’origine di rivolte o di deterioramenti sociali nella fascia che va dal Nord Africa al Medio Oriente è stato in gran parte causato proprio da questo vicolo cieco delle politiche energetiche, che ha reso più raro e più costoso il cibo, senza peraltro portare alcun significativo beneficio ambientale, anzi peggiorando le cose visto che hanno spostato verso il diesel la produzione di veicoli e che se alcune emissioni sono minori e altre maggiori (per esempio gli ossidi azoto) il consumo è molto più elevato visto lo scarso potere energetico di tali carburanti.

Insomma basarsi solo sulla biodegradabilità a breve, medio o lunghissimo termine, completa o molto più spesso solo parziale, non è di per sé un criterio valido, anzi il più delle volte può essere assolutamente ingannevole. Di più rappresenta al meglio l’errata convinzione che si possa salvare il pianeta con un consumismo più attento: è invece il consumismo in sé che è contro il pianeta. Se avessimo una decina di sacchetti di cotone o canapa o iuta o quello che vi pare da utilizzare per la spesa, non avremmo bisogno di pagare per sacchetti biodegradabili solo per un terzo che di fatto costituiscono un grande affare sostenuto da interessi e politiche correlate nell’ambito del mito della crescita infinita. In realtà come consumatori siamo del tutto inermi di fronte al potere delle multinazionali che hanno il potere comunicativo per convincerci di qualsiasi cosa, che pervadono tutta l’informazione e che ci fanno nuotare nell’ideologia del consumo, in una bulimia da sballo. Le tazzine di caffè usa e getta, di qualsiasi materiale siano fatto non costituiscono una soluzione, ma sono il problema. Disgraziatamente ce ne accorgeremo troppo tardi per combattere questa visione finale del capitalismo e le politiche che lo supportano.

 

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… e fuori nevicano idiozie

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Pullman di linea su una strada collinare dell’isola di Hokkaido, quella più grande e centrale del Giappone 

Da bambino non vivevo nel grande nord, ma semplicemente nella fosca turrita Bologna eppure ogni inverno mi divertivo insieme ai compagni di gioco a costruire piccoli igloo, perché le nevicate erano frequenti e abbondanti, tanto che addirittura sui colli, parte integrante della città, c’erano piste da slittino. Più avanti la neve si è vista sempre di meno, ma in qualche giorno più freddo mi divertivo a stendere in terrazza fazzoletti bagnati per ritirarli un’ora dopo duri come legno a causa del ghiaccio: gennaio era quasi sempre sottozero con punte che arrivavano anche a meno 10, talvolta meno 13. La mia generazione insomma è quella che ha vissuto a pieno il cambiamento climatico, anche se per fortuna non arriverà a viverne tutte le drammatiche conseguenze. Ma ha anche vissuto il declino dell’intelligenza e della capacità di obiettività, di onestà intellettuale, di speranze tutti fattori sostituiti dall’emotività più fatua: dopo un dicembre tra i più caldi negli ultimi cento anni, è bastato che arrivasse una spruzzata di neve e qualche temperatura appena sotto zero, tout court definito freddo polare, perché i media ufficiali, quelli della verità granfratellesca si scatenassero in una saga da Frozen, coinvolgendo non solo lo Stivale, ma l’intera Eurasia.

Su RaiNews 24  ci hanno fatto anche vedere i ghiaccioli a Mosca come fossero una novità a gennaio, una vera offesa per il famoso generale inverno e cumuli di neve nel nord della Cina e in Giappone che a totale insaputa dei redattori della televisione pubblica costituiscono l’area più nevosa del pianeta dove medie annue di 15 metri sono la norma, visto che le correnti artiche si incontrano con le acque sempre più calde del Mar del Giappone. Ma forse questa informazione incompetente, cialtrona, erratica non è del tutto frutto del caso e della pessima istruzione: l’epopea mediatica del freddo, l’enfasi su un inverno che solo quarant’anni fa sarebbe stato un non inverno, raggiunge uno scopo, ovvero quello di insinuare  che dopotutto il riscaldamento planetario può essere solo un mito, una bugia maligna sparsa da coloro che vorrebbero mettere i bastoni tra le ruote del carro trionfale del liberismo e della sua crescita infinita. Basta fare un cabotaggio in rete per rendersi conto di come un po’ di freddo ( a Roma città la minima è stata di – 2,4 gradi raggiunti per meno di un’ora nella notte tra l’8 e il  9 gennaio a fronte di massime ben al di sopra dei dieci gradi), perché dalle caverne in cui dormono escano sciami di pipistrelli silenti che una volta l’anno hanno la soddisfazione di dire : “vedete c’è la neve, non c’è nessun riscaldamento”. Poi rimangono silenti nelle estati torride, nel clima bizzarro, siccitoso o diluviante, che danneggia le produzioni agricole e fa aumentare i prezzi del cibo.

Ma anche così episodiche e concentrate queste manifestazioni di ottusità climatica riescono a insinuare nell’uomo della strada il sospetto che dopotutto il riscaldamento globale è soltanto un’ipotesi non verificata. Non basta pagare qualche ricercatore di terzo piano, senza più possibilità di carriera perché si faccia paladino di astruse teorie alternative con il solo scopo di darle in pasto ai media e di mostrare che gli scienziati “non sono d’accordo”, come accadde in maniera farsesca nell’era berlusconiana con un prof negazionista climatico che credeva inutili e senza senza futuro le energie alternative o diceva che a Chernobyl non era morto nessuno; non basta nemmeno che, oplà, alcuni dati vengano trattati dilettantescamente per dare l’impressione che il fenomeno rallenti (vedi qui), ci vuole anche lo spettacolo, il folclore, la bianca visitatrice, il grande freddo dei telegiornali a costruire un terreno di dubbio su fenomeni più che evidenti. Non è certo difficile ottenere lo scopo visto il sommo desiderio dei più è quello di non cambiare nulla se non le vesti e soprattutto di non essere costretti ad agire, di non essere coinvolti, facendo della questione ambientale solo un argomento da salotto.

Del resto ci si può meravigliare di queste piccole cose quanto il Financial Times, esprimendo la tracotanza, ma anche la disperazione delle oligarchie occidentali che vedono assottigliarsi le schiere dei fedeli man mano che essi diventano vittime sacrificali,  afferma che la libertà di opinione fa male alla democrazia?


Falsi eroi e droga della crescita

OLYMPUS DIGITAL CAMERATempo fa un video shock ha fatto il giro del mondo: si vedeva  un bimbo siriano sfuggire a centinaia di pallottole ( senza che si scorgesse chiaramente chi sparava) e salvare una bambina. Nonostante la palese irrealtà della scena il video è stato preso per buono ed è andato a finire nel gigantesco elenco di bugie contemporanee, facilmente spacciate per realtà, finendo sotto il capitolo: l’esercito siriano spara ai bambini. Solo due settimane fa si è saputo che si tratta di un falso “girato” a Malta dal regista norvegese Lars Klevberg, per sperimentare “come i media avrebbero reagito”. Esperimento inutile perché i media occidentali non aspettano altro che poter confermare  le tesi del potere che direttamente o indirettamente li gestisce: ciò che semmai li indispone è che questa loro parzialità e subalternità venga platealmente smascherata.

Più interessante è invece capire come mai gran parte dei milioni di persone che l’hanno visto, sia pure sotto il peso di interpretazioni già servite dai giornali e dalle organizzazioni umanitarie parallele ai servizi americani (Human Rights Watch, si distingue sempre in questo senso), abbiano potuto dar credito a un filmato palesemente falso. La risposta è in qualche modo semplice: la televisione e il cinema costituiscono ormai gran parte della realtà quotidiana delle persone e in quelle sentine dove si forma l’immaginario collettivo è quasi scontato che l’eroe si salvi sotto un fuoco infernale o la più mortale delle trappole. La finzione codificata favorisce dunque la finzione propagandistica e impedisce, se opportunamente incanalata, di avvertire la distinzione con il mondo reale.

Questo episodio ci porta però ad altro e cioè ai meccanismi grazie ai quali l’intero mondo della comunicazione riesce a spacciare per buona una narrazione del tutto irrealistica, smentita ogni giorno dai fatti. E non mi riferisco alle bugie o alle tesi usurate e grossolane della politica che si concretano, per esempio, nel job act, ma al piano stesso su cui questo chiacchiericcio demenziale si svolge. Vale a dire all’idea della crescita e della ripresa che costantemente accompagna ogni discussione o presa di posizione. E’ questa la finzione a cui ci hanno abituato e che ora permette di contrabbandare ogni idiozia come plausibile. Ciò che ci viene detto non è che una certa visione del mondo e delle cose, ossia quella liberista, mostra ora il vero volto facendo calare la maschera dietro cui si era nascosta: modernità, benessere, opportunità per tutti, libertà e quant’altro. Non si dice mai che il recupero del concetto di eguaglianza, di democrazia in senso non formale, di giustizia nel suo senso più ampio e della stessa economia reale, passa per un’epocale inversione di tendenza. Non si fa mai cenno a una crisi di sistema. Si parla invece sempre e costantemente di crescita, magari anche di crescita mancata, come se ciò che stiamo vivendo fosse solo un momento di caduta ciclica che può lasciare il posto  da un momento all’alto a quella mitica ripresa del resto puntualmente preconizzata e poi smentita ormai da sette anni.

Tutti si rendono conto che non sarà mai più come prima, a meno che non si cambi rotta di 180 gradi rispetto alle tesi del pensiero unico, tutti avvertono che i figli vivranno molto peggio dei padri, che saranno milioni di persone impoverite e misere a pagare il fio di debiti contratti dalle razze padrone, eppure, almeno finora, ha prevalso il desiderio di vedere ciò si vorrebbe vedere, ha dominato la voglia di non cambiare pagina nella speranza di ritornare ad avere ciò che si aveva prima. L’attesa infantile e magica che passi la nottata.  La confusione emotiva e l’atarassia mentale hanno persino favorito il permanere anzi l’affermazione di tesi e figuri che premono sull’acceleratore del nuovo medioevo sociale e sulla distruzione delle vecchie conquiste, come se questo fosse un necessario sacrificio agli dei. Crediamo ai pifferai che dicono di condurci nell’eden della crescita infinita e intanto sottraggono diritti, salari, rappresentanza, democrazia, non perché non ci accorgiamo del furto, ma perché ci viene detto che solo con questo infame denaro torneremo come prima. Non avendo mai esplorato davvero altre prospettive non possiamo che aggrapparci a quel prima che è gran parte della nostra realtà. Per decenni è stata la nostra droga e adesso, in crisi di astinenza, facciamo finta di credere a chi ci promette un’altra dose. Non ci accorgiamo che il concetto stesso di crescita – peraltro totalmente diverso anzi contrario a quello di progresso –  è una concrezione ideologica che ci sta fregando e illudendo per fare gli interessi dell’1 per cento, tanto per usare un’espressione abusata e del resto iper ottimista.

Così possiamo credere che le pallottole sparate contro di noi non siano mortali, che ce la si può cavare, salvare il salvabile e superare il brutto momento facendo ciò che ci si dice. Peccato che non sia vero, che ci sono registi, sceneggiatori, produttori, assolutamente determinati a distrarci.


L’euro d’Egitto

Euro d'EgittoDomenica è sempre domenica, specie se è quella successiva alle elezioni. Stamattina dentro uno dei salotti televisivi destinati alla disinformazione consapevole, con le compagnie di giro che recitano l’eterna commedia delle frasi fatte, è arrivata un’inaspettata folata di vento: si è cominciato a parlare di uscita dell’euro, una prospettiva che entra ormai persino nelle parole di Zingales uno dei noti ideologici del liberismo di stampo bocconiano oltre che consigliere di Renzi il quale è stato un appassionato cultore della moneta unica come strumento di riduzione di democrazia e di welfare

Evidentemente il risultato della tornata elettorale europea, dappertutto salvo che in Italia, ha fatto comprendere che ormai si sta raggiungendo il limite delle sevizie sopportabili e che tutto il tavolo liberista europeo rischia di saltare se non si fa qualcosa. Ma è su questo qualcosa che c’è grande incertezza sotto il cielo: dare qualche contentino, tipo sussidi di disoccupazione che tuttavia i singoli stati non sono in grado di affrontare perché legati ai trattati e alle leggi imposte dalla troika, oppure accontentarsi del progresso antidemocratico raggiunto con la crisi e sbaraccare lo strumento con cui  si è sostituita la svalutazione competitiva con la svalutazione del progresso sociale, ossia l’euro? Nel primo caso, appoggiato dai falchi dei poteri economici, occorre superare la quasi impossibilità politica di imporre un pedaggio ai Paesi ricchi, pur di conservare un’impareggiabile arma di ricatto che può portare ad altre e importanti mete per l’oligarchia finanziaria e le classi dirigenti, nel secondo sul quale si orientano  le colombe (si fa per dire) prevale la convinzione che si è raggiunto il massimo ottenibile in questa fase storica e che sbarazzarsi gradualmente dell’euro sia funzionale a mantenere dentro il recinto di un’ ambigua governance continentale a trazione finanziaria, i regimi e i meccanismi politici nel frattempo instauratisi.  Insomma accontentrasi dell’uovo oggi piuttosto che un’incerta gallina domani

Il dilemma è squisitamente politico, come del resto lo è gran parte dell’economia. E per chi ancora crede alle immutabili leggi, basta citare la divertente presa di posizione di Jeremy Grantham, uno dei più noti banchieri d’investimento, uno che attraverso la Grantham Mayo con sede a Boston, gestisce un centinaio di miliardi di dollari ed è noto anche per aver previsto lo scoppio di varie bolle finanziarie. Bene Grantham si è recentemente preso gioco del suo stesso ruolo e della impalpabile fondamento del neo liberismo che presume la possibilità di crescita indefinita e infinita: il finanziere ha supposto che nel 3030 avanti cristo tutte le ricchezze dell’Egitto, oro, gioielli e quant’altro, potessero essere contenute in un metro cubo di spazio. Supponendo una crescita media del 4,5% annuo quanti metri cubi occorrerebbero per contenere le ricchezze egiziane al momento della battaglia di Azio, ossia nel 30 Avanti Cristo?

Forse 100 metri cubi, mille o il volume della piramide di Cheope? Niente affatto, il semplice calcolo 1 x (1,045) ^ 3000, ci porta alla costatazione che le ricchezze dovrebbero occupare un volume pari a 2,23 x10 metri cubi elevato alla 57 potenza, il che significa grosso modo un volume simile a quello dell’intera galassia. Impossibile, certo, e tuttavia la depredazione del pianeta, il progressivo esaurimento dell’acqua dolce e dei suoli, quello delle materie prime e dei combustibili, il cambiamento climatico, sono frutto di una fede della crescita infinita e delle relative teorie economiche che la accompagnano. Del resto la crescita infinita è un presupposto necessario all’asserzione del profitto senza limiti e dunque diventa l’assioma implicito sulla cui base sono prodotti i teoremi liberisti.

Naturalmente ogni crescita in un settore significa una riduzione di un altro, cosa molto chiara prima che intervenisse la droga del carbone e poi del petrolio che hanno nascosto questa evidenza: ora che si cominciano a scorgere i limiti di tutto questo, si continua facendo finta di nulla e soprattutto instillando la sotto teoria che il progresso tecnologico possa annullare significativamente i limiti planetari. E non solo: si tenta di diminuire i consumi del 99% della popolazione facendo loro credere di aver vissuto al di sopra dei propri mezzi, per tenere in piedi il train de vie dell’1%.

Apparentemente questa potrebbe sembrare una divagazione dal tema, ma in realtà viviamo dentro una insensata e pervasiva dottrina della crescita continua alla quale sono rivolti politiche, dottrine, sistemi di calcolo econometrici, paure e immaginazioni rese collettive dai media. Cose che nonostante la loro contraddittorietà, sono divenute l’ara sacrificale di Bruxelles.

 


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