Scajola Non passa giorno che nella provincia di Imperia non vada a fuoco un auto, non bruci un negozio, non ci sia qualche avvertimento: Reggio Calabria non dista mille chilometri di mare, ma ha fatto succursale, tanto che nel 2011 il comune di Bordighera è stato sciolto per mafia. Eppure due anni fa Claudio Scajola, già travolto dalla vicenda del quartierino vista Colosseo regalatogli a sua insaputa da Anemone, dice a un convegno Pdl ad Arma di Taggia che i mafiosi mandati al confino in Provincia di Imperia a partire dagli anni del dopoguerra, sono stati un fattore di sviluppo e di modernizzazione.

L’ex ministro non è certo nuovo alle gaffe, alle disarmanti esternazioni del suo pensiero e nel suo feudo, protetto da un’informazione rispettosa del ras locale, può anche lasciarsi andare senza che queste “visioni storiche” vengano a turbare l’opinione pubblica. Ed è forse anche per questo, nonostante l’affaire del porto di Imperia, che qualcuno può cadere dalle nuvole apprendendo del suo arresto effettuato dalla Dia di Reggio Calabria per aver favorito la latitanza dell’ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma in realtà lo sviluppo e la modernizzazione mafiose tante care all’ex ministro raccontano molto cose di una dinastia familiare e di una politica che non riguardano solo il ponente Ligure, ma tutto il Paese, sia pure in fasi e tempi diversi. 

Sì, dici Claudio Scajola, ridi delle sue grottesche insapute,  ma parli di una dinastia, di una storia italiana lunga sessant’anni e in cui si riconoscono le stimmate di una società via via degradata. Tre sindaci “regalati” ad Imperia, un onorevole, un ministro impigliati nelle clientele e negli “affari”, una traiettoria dalla Dc a Berlusconi e poi alla sopravvivenza nella lento degrado del Cavaliere. Parli di un Paese che sembra vivere a propria insaputa dentro un sistema infeudato.

La storia di Scajola comincia negli anni cinquanta con papà Ferdinando, di origini laziali, legato a doppia mandata al mondo cattolico: diventa sindaco della cittadina ligure una volta esaurita l’ondata rossa del dopoguerra, ammanicato non solo con gli anelli vescovili, ma anche con gli ambienti bancari e imprenditoriali grazie ai quali gestisce il potere. Incappa in uno scandalo: l’aver favorito il cognato per un posto da primario e si deve dimettere. Una cosa che oggi sarebbe considerata la normalità: tanto che a indignarsene si rischia di passare per giustizialisti e persone poco moderne.

L’eredità del potere passa al figlio Alessandro, compagno di scuola del futuro mago Otelma, che sostituisce il padre nella poltrona di primo cittadino. Il suo cursus honorum comincia all’ombra e sotto la protezione di Paolo Emilio Taviani, ras democristiano della Liguria. Diventerà in seguito onorevole, ma non andrà molto avanti, anche perché il protettore punta sul fratello più piccolo, Claudio, che già studia gli arcana imperii.

Chi farà carriera in Liguria? chiedono negli anni Settanta a Taviani. “Scajola”, risponde il cavallo di razza. «Alessandro?» «Macché Alessandro, quello più piccolo, il più giovane». Certo Taviani mai avrebbe immaginato che la carriera ci sarebbe stata, però non all’interno della Dc, ma di una formazione politica agli ordini di un imprenditore senza scrupoli che probabilmente considera i modi spicci della criminalità organizzata come una promessa di modernità sena controlli, lacci e lacciuoli. Un qualcosa che probabilmente assomiglia all’estremo ovest italiano attraversato dal boom delle costruzioni e dalla febbre del cemento.

Comunque, sbarcato a Roma Alessandro, Claudio diventa a sua volta sindaco. E’ il 1982. L’anno dopo viene coinvolto in uno scandalo, questa volta molto più grave di quello che aveva stroncato la carriera del padre. E’ accusato di aver preso 50 milioni dal conte Borletti per favorire la scalata finale del signor “punti perfetti” al Casino di Sanremo. Viene arrestato nell’ufficio di sindaco, portato a San Vittore, dove resta due mesi. Poi arriva l’assoluzione da accuse e sospetti: ha incontrato Borletti in Svizzera, ma non per ricevere tangenti, bensì per chiedergli un maggior equilibrio nella gestione della casa da gioco. Forse ancora più ridicolo dell’appartamento a sua insaputa, ma i tempi sono diversi, la Dc è potente e poi Borletti un po’ il vizio l’aveva di portare soldi in Svizzera, ma insomma evidentemente l’atmosfera della Confederazione elvetica deve essere favorevole anche all’esportazione di consigli politici.

Scajola torna così in campo. Non subito, prima consolida i suoi legami tramite il fratello onorevole, crea reti di affari, diventa un esperto di maneggi partitici e chissà magari si modernizza un po.’ Ritorna sindaco, crea una propria lista civica, opponendosi all’appena nata Forza Italia. Poi capisce da che parte tira il vento e rimedia ai suoi errori, cede al fascino del Cavaliere rampante. Organizza il partito del presidente e nel 2001 viene premiato col posto di ministro dell’Interno. Ma l’uomo si rileva subito ciò che è: un maneggione di provincia, abilissimo a tirare i fili degli interessi, a fare uscire le creste, ma completamente privo di una reale dimensione politica nel senso proprio del termine. Si lascia scappare che Marco Biagi, il nuovo santo protettore della precarietà, è un “rompicoglioni” e così perde il posto. Lo riacquista in dicasteri dove può far fruttare le sue doti : attuazione del programma e sviluppo economico. Si dedica a far decollare l’impossibile aeroporto di Albenga che diventa il suo scalo privato con i soldi pubblici, a far andare avanti strade inutili e costosissime dove transita un’auto ogni mezz’ora, a fare i suoi pasticcetti con l’imprenditoria e la finanza locali: il suo vero orizzonte. Del resto col fratello Alessandro, vicepresidente della Carige e con l’altro Maurizio, segretario Unioncamere, il gioco è facile. Una famiglia di piovre mediterranee, di polpi con patate per restare alla cucina ligure. Per il resto si attiene agli ordini del padrone e dei suoi amici.

Dopo la parentesi Prodi torna ministro: nuove gaffes sottolineano l’assenza di una vera cultura politica e di governo. Quando, come ha fatto, si citano i morti sul lavoro come un particolare secondario rispetto al profitto, quando si sbandiera un progetto di un magazzino Ikea al posto della Fiat a Termini Imerese, siamo proprio alla bancarella, sia pure supportata in qualche modo dai media. Fino a che non incappa nella vicenda del quartierino e subito dopo in quella del porto di Imperia, in quella di Finmeccanica  e adesso anche in quella di samaritano dei latitanti mafiosi.

E infine c’è la crescita della nuova generazione: il nipote Marco è incappato in una vicenda di fondi Ue ancor prima di essere eletto consigliere regionale. Posizione stralciata per il momento chissà per quale santo in paradiso. Insomma tutto quanto serve per delineare la storia di una famiglia italiana in politica, una storia di provincia con orizzonti ristretti, il piccolo mercato, il declino verso il cinismo. Non la deviazione da ideali e concezioni, ma proprio l’inesistenza dei medesimi, la politica intesa come scambio reciproco di favori, come modalità naturale di un’oligarchia che si destreggia benissimo tra logge toscane, ‘ndrine calabresi e voto di scambio.

Claudio Scajola probabilmente se la caverà anche stavolta. Sarebbe un’ingiustizia: cosa ha mai fatto di male se non essere ciò che è? E noi cosa abbiamo fatto di bene per impedire tutto questo?