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Lasciate stare i santi subito

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’ipocrisia, oggi ridefinita in ossequio allo slang imperiale “politically correctness”, si declina in svariati modi.

Uno tra i più diffusi da che mondo è mondo consiste nell’indulgenza plenaria concessa a i defunti a partire da quando esalano l’ultimo respiro diventando “il Povero…” e qualche volta avviata già da prima. Il motivo è risaputo, la pietas serve a seppellire, con il caro estinto,  che troppo presto anche a 100 anni ha lasciato questo mondo che aveva contribuito a rendere migliore,  la colpa personale e  collettiva di “averlo lasciato fare”, qualche indubbia complicità data anche sotto forma di preferenza elettorale o  ovazione in piazza, la codardia disincantata che condanna a sopportare il Male nel timore che arrivi il Peggio. E guai a chi, ne abbiamo un esempio in questi giorni, si sottrae all’unanime compianto per esprimere un giudizio politico a posteriori su una personalità discussa e discutibile: viene soggetto a ostracismo e censura manco fosse un maramaldo che uccide un uomo – o una donna – morti.   

E c’è anche un’altra variante dell’ipocrisia, quella in quota rosa che ispira comprensione e solidarietà per le donne, grazie a un pregiudizio di  genere che non è soltanto emotivo e irrazionale, ma diventa ben presto disastrosamente deleterio, quando le lacrime della killer degli aspiranti pensionati incutono una comprensiva tenerezza,  quando si attribuisce a domestici sentimenti di amor filiale il salvataggio di banche e manager criminali, quando una sacerdotessa della negazione die diritti  e del neoliberismo economico, testimonial attiva degli interessi del totalitarismo finanziario e digitale, diventa  la paladina di quella scrematura di femmine di potere che spezza il soffitto di cristallo a colpi di ingiustizie apprese alla scuola di Wall Street.

Per restare sul caso in oggetto si corre un altro pericolo, a leggere le pensose riflessioni che girano in rete.

Jole Santelli, malata di cancro che in campagna elettorale rilascia interviste dichiarando la sua malattia – e diamole atto che la confessione non avesse il connotato propagandistico di riscuotere compassione da convertire in consenso – si candida e viene eletta malgrado le sue condizioni di salute siano precarie, con l’appoggio dei partiti dichiaratamente di destra.

Dopo meno di otto mesi al governo della sua sventurata Regione muore precocemente, sicché prefiche ma anche persone abitualmente ragionevoli accollano la prematura dipartita allo stress del suo incarico che sarebbe stata spinta ad accettare per abnegazione ma anche sollecitata dalla sua parte politica che l’avrebbe mandata allo sbaraglio per preparare ben altra successione, e si vede,  per usarla come madonna addolorata da esibire per coprire magagne, e si vede, secondo uno di questi giochi di potere dei maschi.

Il risultato è quello solito,  la condanna genetica e morale delle femmine al ruolo di vittime o almeno di gregarie, così introiettato da piegare ambizioni, talenti,  intelligenze al servizio dell’egemonia culturale patriarcale, fino a accantonare quel patrimonio di qualità e virtù muliebri: sensibilità, gentilezza, dedizione, capacità di ascolto e spirito di sacrificio.

Se una colpa ha il senatore Morra è quella di essersi scusato. E dire che era stato fin troppo blando se andiamo a vedere i tratti della dinamica e volitiva Santelli, decantata per essere una “tosta”, apprezzata per la sua aggressività bellicosa e il piglio irruente, se esaminiamo la sua militanza rivelatasi nella fucina dei giovani craxiani e poi diventata brillante e inarrestabile  carriera in Forza Italia,  se come è giusto, prendiamo atto di una certa disinvolta indole al “pluralismo” che la porta a diventare sottosegretaria di stato al Ministero del Lavoro nel Governo Letta. Ma soprattutto se diamo anche una superficiale scorsa alla sua azione politica in materia di intercettazioni, da oscurare in coincidenza di pruriginose rivelazioni sulle abitudini del suo leader, di atti di riforma del codice penale, anticipatori della feroce direttrice segnata da Minniti/Salvini, di regolamentazione della presenza e influenza di sacerdoti di religioni “altre”, e di matrimoni “misti”, “semplificazione” delle procedure di riconoscimento dei clandestini giunti sul nostro sacro suolo, solo per citarne alcune.

E anche se andiamo a rileggerci il florilegio di dichiarazioni e convinzioni espresse in tanti anni di esposizione al pubblico da “donna di legge” quando parla delle sentenze sul G8 di Genova, da “studiosa di diritto” quando guida la protesta contro gli immigrati “untori”, da responsabile del suo partito in tema di sicurezza quando ripetutamente chiede il pugno di ferro per contrastare l’invasione e perché no? da donna, quando si compiace della battuta del Cavaliere “sceso” in Calabria per sostenerla che dichiara “la conosco da vent’anni e non me l’ha mai data”,  e “ride di gusto” prendendo in giro il “femminismo d’antan” che non sa godere di questo garbato humor.  

Ascoltando le prime dichiarazioni di Biden abbiamo appreso che anche negli stati Uniti non è più in uso l’abitudine di chiedere ai candidati a importanti incarichi l’esibizione di una documentazione che certifichi il perfetto stato di salute, garantendo così di essere in gradi di adempiere ai propri obblighi elettivi e istituzionali con efficacia e efficienza.

In realtà dovrebbe essere un obbligo rispettato da chi si accinge a diventare un servitore dello Stato o un rappresentante della volontà popolare, autonomamente  per la consapevolezza che l’impegno che si accetta deve essere assolto come un servizio speso nell’interesse generale. Ma da qualche mese ancora più di prima, abbiamo invece appreso che i doveri vanno regolamentati e imposti di volta in volta, essendo stata dimostrata la incapacità e inadeguatezza antropologica degli italiani a assumersi responsabilità individuali e collettive, che chi transige deve essere deplorato moralmente, amministrativamente e penalmente.

E quindi, anche se non è gradita l’ipotesi che tra poco col certificato di buona condotta dovremo esibire anche l’app Immuni sul telefonino e il patentino di vaccinazione per accedere a pubblici concorsi, non sarebbe del tutto vana la pretesa che chi si propone per svolgere un servizio per la comunità e l’interesse generale sia cosciente e tenga conto di eventuali limitazioni e ostacoli che potrebbero ridurre l’esercizio delle sue funzioni. E non si parla solo di problemi sanitari, ma di legami opachi, come quelli che univano in una rapporto di antica intrinsechezza la Santelli e l’iper-votato Tallini già arruolato nella lista degli “impresentabili” dalla Commissione Antimafia, che confermano che è ancora forte il rischio sanitario di contagio rappresentato da Berlusconi e i suoi cari.  

Fatto sta che regna una gran confusione. E così chi denuncia la malattia viene perseguito dai “negazionisti” bipartisan che si sentono disonorati dalla verità.


Gioventù bollita

den Anna Lombroso per il Simplicissimus

In questi giorni intrisi di spirito natalizio ha avuto successo su Facebook un post che concludeva con la frase “Io ho un’enorme fiducia nelle prossime generazioni, non so voi”, l’ennesima analisi del fenomeno Salvini definito “la Ferragni del disagio”, per dimostrare la superiorità dei fanciulli che su Tik Tok, nella percentuale incoraggiante del 99%, sbeffeggiano le performance del leader della Lega che si esibisce in Jingle Bells  o ballando sulle note di Dance Monkey.

Pare che questo accerti che mentre gli adulti non comprendono la vera natura del personaggio, icona di una plebaglia ignorante e risentita ancorchè “matura”, i ragazzini “ci riescono benissimo”, perché, cito, “hanno vissuto in un mondo nuovo, sono abituati ad accettare la diversità, a non considerarla neppure tale. Per loro un omosessuale, un africano, un orientale, non rappresenta una  minaccia alle proprie tradizioni,  è il compagno di banco con cui parlano tutti i giorni”, mentre “Salvini, in tutto questo, è un intruso, un corpo estraneo, un virus che non riesce ad attecchire”.

Non mi soffermo nemmeno a ricordare che dopo più di 100 anni dalla morte di Oscar Wilde, altro abusato alla stregua di Bukowski e dei gatti, sarebbe ora di aggiornare la sua famosa frase, parlate male di me purché ne parliate: sarebbe un bene per tutti se i Mattei come molte altre icone negative della nostra contemporaneità, venissero condannate al cono d’ombra, punizione che temono più dei risultati elettorali da tempo poco influenti rispetto ai like e pure alle invettive, grazie a leggi elettorali largamente truccate e che non riescono ami a toglierli di mezzo, proprio per via della popolarità che viene loro regalata a costo zero.

E nemmeno perdo tempo a ripetere che ormai le modalità e i contenuti della vulgata antipopulista siano paradossalmente  populisti, se si vuole intendere la condanna di convinzioni e istinti primordiali suscitati ad arte per ottenere consensi ed appoggio, mossi dalla paura, dalla diffidenza e dalla riprovazione per chi è diverso, dunque inferiore, poco acculturato e molto volgare, superstizioso tanto da aspettarsi la salvezza dall’alto, pure dai marziani anziché da se stesso, residenti di geografie marginali e inquietanti, che si riconoscono e si ritrovano, ma pensa un po’, nelle piazze e nelle strade più che nelle idee, ormai superflue se non negative, assimilabili come sono alle ideologie.

E infatti se quelli di Forza Italia mettevano a disposizione i loro cuori pieni di sacro fuoco per combattere i comunisti, i bravi ragazzi a disposizione pure loro del  Bonaccini che vuole la stessa autonomia secessionista di Maroni e Zaia, radunano i benpensanti, quelli per cui vale la promessa di un posto nel regno dei cieli per via della conclamata buona volontà, in uno spazio comune dove  ritrovarsi senza l’ingombro degli ideali della ribellione e della passione civile, della critica e dell’antagonismo, salvo quello sviluppato contro un cialtrone che è diventato l’unica dimostrazione della loro esistenza in vita di antifascisti.

Invece mi voglio soffermare alla cambiale in bianco offerta ai giovani, in forma di delega di chi dopo innumerevoli insuccessi generazionali, causati da impotenza, accidia, ignavia e altri svariati peccati più o meno mortali per l’anima e la democrazia, o di incarico di eseguire i compiti inevasi di tante innocenze perdute.

Era Tolstoj che affermava che nessuno è più conservatore dei giovani, che vogliono ottenere in regalo o in eredità anticipata le conquiste dei padri, che aspirano a beni e successi immediati nella convinzione di averli meritati alla nascita.

Verrebbe da dargli ragione a vedere la buona riuscita della rottura degli antichi patti generazionali, quando i figli e i nipoti, come fossero un Monti o una Fornero qualsiasi, rinfacciano a genitori e nonni di avere vissuto sopra le loro possibilità, di avere dissipato come cicale quando si sono sudati invece di trasmetterlo in tempo reale.

Verrebbe da dargli ragione se non c’è traccia, in tante piazze di ragazzi convinti di appartenere  ancora ad una borghesia progressista, ancora dotata di un buon capitale in beni, fortuna, privilegi e cultura, della volontà di riprendersi diritti e conquiste per le quali hanno lottato le generazioni precedenti, quelli del lavoro, di un tetto, all’istruzione, al riscatto di minoranze che oggi dovrebbero accontentarsi di prerogative di superficie, del minimo sindacale dei riconoscimenti offerti come concessioni benevole.

Verrebbe da dargli ragione, se questi -qualcuno a sua insaputa, altri convintamente accucciati nella loro tana ancora tiepida – più o meno tutti appartenenti alla coalizione sociale neoliberale,  ben incarnata dal Pd ma anche dalla Lega,  uniti nel sostegno alla remissione delle protezioni sociali, alla competizione feroce e all’ambizione smodata come veicoli di affermazione, alla mercatizzazione di beni e individui,  all’indebolimento delle protezioni, si accontentano di elargizioni, di licenze al posto della libertà, quella ad esempio di gestire i propri tempi di schiavi dei lavoretti precari, quella di non avere un interlocutore/padrone ma un referente virtuale non meno spietato che lascia loro l’autorizzazione a scegliere il percorso delle consegne di Foodora o la gratificazione di fare i “volontari” all’Expo, o i cottimisti a Eataly. C’è poco da dire, noi adulti saremo invidiosi, ma loro sono proprio posseduti dalla cultura dell’accontentarsi  del male minore, dimentichi che si tratta comunque dei un male.

È che le generalizzazioni nuocciono alla verità. È improbabile che i liceali che condannano alla marginali, perfino al suicidio, con atti di bullismo o con lo scherno in rete o con la violazione della privacy, detenuta in regime di esclusiva solo dai potenti, i compagni e le compagne di scuola, colpevoli di essere ingenuamente esibizionisti, neri, gialli o omosessuali, siano cinquantenni sotto copertura.

Anche se a volte le generalizzazioni sarebbero opportune in modo da dimostrare che non c’è poi gran differenza tra i leghisti di Codigoro che rifiutano l’ospitalità alle immigrate, gli abitanti stagionali dell’Atene dell’Argentario che temono vengano turbate le loro permanenze stagionali, per lo stesso motivo, i residenti di quartieri periferici che si sono aggiudicati con fatica o con un mutuo che li strangola  un alloggio e che temono venga svalutato dalla molesta presenza degli stranieri, proprio come in Alabama, così come quella tra le leggi di Bossi e Fini, che nessuno ha mai impugnato, di Turco e Napolitano, di Minniti e quella a firma di Salvini, o tra gli Spar aperti e quelli in via di chiusura dei quali si impone la proroga pena la cacciata per strada di donne e bambini.  Eh si, servirebbe proprio un gioco da Settimana Enigmistica per vedere le differenze tra  la deplorevole destra, conservatrice sul piano dei costumi ma liberista sul piano economico, o il cosiddetto centro-sinistra, progressista nello smercio a poco prezzo di valori e ideali, ma altrettanto  liberista sul piano economico, e che in nome dell’ antiberlusconismo ha messo in atto tutte le politiche che hanno portato il Paese alla rovina.

Non so voi, ma io non ho fiducia in una generazione, non ho fiducia in un genere, non ho fiducia in una categoria professionale, nemmeno in un popolo, ma in persone, donne uomini, vecchi, giovani, adulti che conservano le visioni e le aspettative dei ragazzi e ragazzi che coltivano la saggezza degli anziani e che vogliono riprendersi le scelte e le decisioni dalle quali dipendono le loro esistenze e la loro libertà.

 

 

 


Oci ciornie

occhAnna Lombroso per il Simplicissimus

Si chiama Occhionero, un nome che in quel contesto rievoca più gli esiti cruenti di una violenta scazzottatura che la struggente melodia russa, l’ultima folgorata dalla weltanschauung boscorenziana, dopo due senatrici, la Conzatti,  di Forza Italia e la Vono, pentastellata.

Il primo interrogativo che viene alla mente, anche in considerazione del fatto che della giovane avvocatessa di Termoli passata da Leu a Italia Viva non si era mai sentito parlare per una qualche iniziativa parlamentare o per una sgargiante performance professionale, mentre con il cambio di divisa è salita all’onore delle cronache, riguarda la selezione del personale politico che nella maggior parte dei casi e nella forma bipartisan che ormai caratterizza l’agone politico e che ricorda i quiz della Settimana Enigmistica: Dov’è la differenza. E che fa sospettare vengano adottati i criteri e premiati i requisiti in passato tanto criticati per l’esercito delle majorette e dei portaordini berlusconiani, che dovevano essere bellocci, ambiziosi, arrivisti, spregiudicati e di volta in volta ubbidienti all’ultimo nella successione di padroni.

Oddio, un sia pur piccolo cambiamento c’è,  se la vispa deputata invece di recitare come si faceva un tempo il mantra delle appena elette a Miss Italia compresa la vocazione a contribuire alla pace nel mondo, sciorina tutto il repertorio del più sgallettato “progressismo” per motivare la sua scelta: “Mi convince, ha dichiarato,  il progetto, ma anche la squadra: giovane, dinamica, vivace, brillante”.

Francamente se quelli erano i valori cui guardava e si ispira poteva pure restare in Leu, che a scorrere la lunga pagina dedicata da Wikipedia alla formazione politica nata dalle macerie del bulldozer con il quale vuole ricongiungersi,  si prestava e accoglie tutto e il contrario di tutto in un altrettanto vivace e dinamico marasma, fuori dal Pd ma integrandone gli “ideali”, accettandone di buon grado le “misure” per essere uguali e liberi di predicare bene e razzolare male, di essere parimenti soddisfatti di subire i comandi padronali pur di assicurarsi poltrona e pensione negati ai meno uguali, combinando con agile poliedricità il mugugno e il sostegno attivo, la critica e la critica all’opposizione.

Si vede che, fatti due conti,  l’Occhionero – che appunto ringrazia  le donne e gli uomini di Leu, ma che è costretta ad ammettere: “non siamo riusciti a vincere la sfida di divenire un gruppo politico realmente unitario e capace di affrontare le sfide dell’oggi e del futuro. Ora è il momento di mettersi in campo superando le differenze e, anzi, considerandole un valore” –  ha scelto consapevolmente di garantirsi un futuro, ovunque, anche in Trentino, e comunque, con chi della slealtà e dell’interesse personale, dell’indole a mettersi al servizio solerte e generoso di ogni padrone in ordine di tempo, Germania o Franza o Spagna purchè se magna,   ha fatto  il segreto del suo successo, Forza Italia o Italia Viva, unite da personalità affini oltre che dall’abuso aberrante di amor patrio nell’etichetta.

E pare che il movimento promosso dalla scrematura del Giglio magico attragga e catalizzi il pubblico femminile, grazie tra l’altro alla sua leader in quota rosa ( e infatti il profilo su Facebook dell’ultima arrivata rivela una cifra politica comune in più con la Maria Elena, la procace ostentazione di un succinto bikini) e quello più assetato di indipendenza e autonomia ( e infatti la 5Stelle proclama: ora finalmente ho la libertà di esprimere le mie idee). Infatti , motiva la sua decisione la ciarliera  paladina della legalità e delle belle forme: “mi è piaciuta la scelta di Maria Elena Boschi come capogruppo. Una donna giovane che riveste un ruolo di guida in Italia Viva. Questa leadership femminile mi piace e mi fa pensare che ci sia uno spazio di maggior agibilità in un progetto che sa apprezzare il valore delle donne”. E ribadendo una specificità e superiorità di genere che dona alla politica una qualità estetica oltre che morale, aggiunge estasiata in risposta  alle domande dell’intervistatore, in vena di ardita provocazione, sulla venustà della dirigenza di Leu: “Boschi è donna, Federico Fornaro (capogruppo Leu alla Camera) è uomo. Eppoi Fornaro sarà un bell’ uomo, ma la bellezza della Boschi non ha eguali”.

Eppoi dicono che le donne sono invidiose delle altre donne. E lo diranno anche di me, perché ormai, pur apprezzando il suo look audace, non sono autorizzata a dichiarare che la Bellanova ha riposto velocemente in un cassetto il suo passato di lavoratrice prima e di sindacalista poi (ma questa è cifra comune delle rappresentanze fedifraghe degli interessi degli sfruttati) per mettersi a disposizione di chi ha smantellato l’edificio di garanzie e conquiste che le ha permesso di arrivare dov’è, oppure di biasimare  il prodigarsi della bella senza uguali, pur condannando le dicerie maligne sulla sua cellulite,  senza essere tacciata di sessismo, maschilismo, virilismo.

E lo credo, piace a maschi ma anche alle donne questa svolta perversa e abusata del femminismo, che rende intoccabili, immuni e impunite le stronze in virtù dell’appartenenza di genere, che si accontenta di imitazioni di ambientalismo o antirazzismo, purché impersonate da icone in quota rosa, che ritiene che il riscatto consista nella aritmetica sostituzione di generali con generalesse,  che pensa sia sufficiente istituire la parità di salario in modo che ogni addetta di un call center, di un campo di pomodori, di una cassa del supermercato possa essere sfruttata parimenti al marito, al padre, al figlio, altrettanto messi sotto ma ai quali si riserva la consolazione di appartenere al sesso superiore. Piace alla gente che piace convincersi che le delicate qualità femminee emancipino dalle tentazioni di rubare o sopraffare, che siano quelle a rendere accettabile anzi gradita la pratica di surrogare i servizi pubblici di assistenza e cura che garantiamo con le nostre tasse, con la muliebre dedizione nei confronti di malati, bambini e anziani rimuovendo talenti e vocazioni non più concesse in nome della necessità.

Non deve essere un granchè quello che è appropriato chiamare il femminismo liberal, se sono queste le sue figure di punta, volontariamente gregarie di un bullo o di un vecchio puttaniere o di leader che si prodigano per  la Casa delle Donne,  ma tagliano i fondi agli ospedali per promuovere l’assistenza privata, che si portano appresso nella scalata cheerleader promosse a costituzionaliste e che sono interpreti dell’aspirazione a  pari opportunità di potere,  per occupare posti prestigiosi e autorevoli, consigli di amministrazione e poltrone ministeriali, dove imporsi e imporre un modello di supremazia mutuato da quello maschile, che vuole affrancare un 1% che eccelle e non il 99% delle oppresse a casa e fuori, quelle che i vetri rotti del soffitto di cristallo, come lo hanno definito non a caso le post femministe americane, li devono raccogliere  spazzando e pulendo lo sporco di un “progresso”  che si dimentica di uomini e donne colpevoli di non essere abbastanza schiavi.

 

 


Ora comincia la campagna elettorale

plebei

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso è chiaro che la “società” non è Facebook né Twitter. Chissà se adesso è chiaro che l’antifascismo degli striscioni al davanzale, di “sto con Luciano”, dello stupore per la tracotanza di Casa Pound è un sentimento diffuso nella misura che l’establishment vuole come manifestazione di una coscienza post ideologica che non va oltre la superficie della deplorazione per un bruto forastico, per limitare lo scontro a posizioni umanitarie e compassionevoli che non compromettano la realizzazione degli obiettivi del sistema economico  e finanziario, guerre predatrici e commerciali comprese.

Duole dire che avevo ragione … ma avevo ragione: l’elezione di un organismo senza potere in una supernazione con troppi poteri arruolati e concentrati in un unico soggetto che lavora pro domo sua era solo lo spiazzo dietro al convento dei cappuccini dove aveva luogo un duello all’ultimo sangue di bande locali.

I vincitori sono quelli prevedibili, il satanasso che gli oppositori formali hanno aiutato a crescere come una divinità incontrastabile per via politica, giuridica, morale e loro, che nutrivano la speranza ben riposta di far fuori così i veri antagonisti, a loro immagine e somiglianza: ugualmente inadeguati, ugualmente impreparati, ugualmente pasticcioni quanto sbruffoni, ugualmente privi di un bagaglio di ideali, valori, principi diventati ormai gli arnesi da riporre in una cassetta degli attrezzi obsoleta e che potrebbe ostacolare il sano realismo del fare, dello scendere a ragionevoli compromessi, dell’adeguarsi agli imperativi dello stato di necessità, con una differenza  che proprio oggi ha perso parte della sua potenza, quella di un controllo dal basso che non è esercitato da un popolo militante di partito, ma da simpatizzanti che si aggregano su temi e su aspettative, perlopiù etiche,  e il cui consenso, per questo, è effimero e labile.

Ieri si è consumato l’estremo paradosso: il 30% degli elettori ha votato per un cagnaccio che ha sempre abbaiato contro l’Europa e la sua moneta, standoci dentro ben accomodato (ma da distante, in modo da prendersi il salario non guadagnato senza il fastidio del pendolarismo) e volendo continuare a starci, latrando contro i suoi comandi ma ben disposto a eseguirli a cominciare dall’alta velocità, che ha ormai il valore di un discrimine e che denuncia l’unità di intenti con l’opposizione, alla Flat Tax, alle norme incostituzionali del decreto Sicurezza-bis, ma ancora di più e in totale contrasto con le dichiarazioni sovraniste, nel perseguire un disegno di “riforme” costituzionali che deformino le competenze dello Stato centrale non tanto in vista della super esposizione dei governatori, ma per favorire la consegna di interi settori ai privati e per la ostinata pervicacia nel ridurre il peso della rappresentanza rispetto agli esecutivi, fino all’attribuzione di poteri speciali alle “sue” regioni,.

E anche in questo è ben visibile come dietro al teatrino kabuki, al gioco delle parti in commedia di Lega, Pd e Forza Italia resti in vigore un patto mai sciolto, strettamente accomunati dalla stessa ideologia che si distingue solo per apparenze, slogan e esternazioni se la ferocia dell’uno è stata propiziata dalla legittimazione della diffidenza e dell’autorizzazione della paura compiute dagli altri, con la promozione a “sicurezza” della repressione del rifiuto, con l’appoggio alla corsa agli armamenti secondo la regole che la pace si deve preparare con la guerra, con la cancellazione di diritti e garanzie e conquiste del lavoro che hanno seguito un disegno preciso ben collocato nel Jobs Act dentro la cui cornice si sono applicati i principi della precarietà, la depravazione del ruolo della rappresentanza sindacale, in modo che i lavoratori fossero tutti più esposti, più vulnerabili, più isolati e più soli all’Ilva come al Mercatone 1.

Eh si, non è difficile immaginare gli elettori del partito unico che ha il sostegno di un’unica stampa, un’unica televisione, e che ubbidisce a un unico padrone con le sue declinazioni e i suoi kapò territoriali: sono gli arruolati alle classi che si sono scoperte disagiate recentemente, espropriate di beni, piccoli privilegi e speranze di consumo e affermazione, quelli che sperano che l’appartenenza all’impero sorvegliato dalla Nato promuova un’occupazione dove la fatica è svolta dai robot e si può far  carriera affittando B&B, pilotando droni, creando siti dove si vendono prodotti cinesi nascondendo l’etichetta di origine, quelli che sono troppo abbienti per rinunciare alle proprie aspirazioni e troppo poveri per realizzarle e che per questo sconfina nel risentimento dei figli e nipoti per generazioni dissolte che hanno vissuto meglio di loro, quelli che pensano di avere il monopolio meritato della libertà perché è concesso loro di lamentarsi e di fare satira sui comandi cui sono costretti a ubbidire.

E non è difficile immaginare la soddisfazione degli eletti, non quelli all’europarlamento che tanto non conta nulla, no, quelli promossi senza la fatica di esibire programmi, di vantare successi e recriminare sulle colpe, perché questa era una competizione giocata sui pregiudizi, nemmeno sul braccio di ferro ma sulla gara a chi l’aveva più lungo, cui è affidato quello che succederà  commissionato alle loro trattative, a come sapranno raccontare accordi tra Salvini, Meloni e il vecchio cavaliere, a come ne sarà partecipe il Pd con il flebile Zingaretti che ha l’unica qualità di non essere Renzi, alla capacità di resistenza non proprio affidabile dei 5stelle col loro minimo storico e la consegna non premiata alla ragionevolezza dopo il promettente scalpitare, all’irresolutezza sia nei confronti dell’Europa che dell’alleato prepotente e preponderante, e che ha perso voce e egemonia perfino sui temi della moralità e della legalità messi alla prova dalla realpolitik.

Come è naturale da oggi vincitori e vinti hanno una opposizione comune, l’astensione che come è tradizione sarà interpretata come disdicevole disincanto democratico, ma che invece è la reazione fisiologica a un’Europa che è vista come una forza di occupazione e a una politica remota, crudele, avida e indifferente ai bisogni, un esercito nella guerra dichiarata contro i popoli che nessuno ascolta, nessuno rappresenta, nessuno difende, ridotto e in clandestinità che quando alza la voce contro  le grandi opere, contro le trivelle, per tutelare la sua terra e la sua casa, contro la trasformazione dei suoi luoghi in meta turistica o in poligono di tiro, viene condannato al silenzio, deriso come ignorante custode della conservazione e freno alle fiduciose promesse dello  scambio e del mercato.

Ma anche quello è un partito mobile, ieri si astiene, oggi si può mettere un gilet giallo o anche una camicia nera e la colpa è di chi ha detto che sono morte le ideologie per far morire le uniche idee e  l’unica lotta che potevano liberarci.

 

 


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