AstuccioDa giorni mi vado chiedendo che cavolo sia “l’astuccio nuovo” che Renzi ha promesso ai lavoratori di fronte a Fazio che ormai soffre di una grave forma di ginocchio della lavandaia. E quanto cavolo costa questo astuccio visto che “qualche decina di euro in più nelle tasche” potrebbe essere speso, secondo il guappo di Firenze, in una pizza o appunto in un misterioso astuccio. Cosa che viene chiamata rilancio del mercato. Magari qualcuno pensa che sia una perdita di tempo concedere attenzione a questi particolari, ma invece essi sono la spia del non senso che circonda il promesso arcobaleno del job act: la speranzosa confusione e l’acuta cattiva coscienza. Il tutto sintetizzato dal meraviglioso intervento del sottosegretario Morando il quale sostiene che «l’intervento che vogliamo varare sarà forte e pluriennale, 10 miliardi l’anno che saranno ripetuti, dopo il 2014, nel 2015 e 2016. Niente mezze misure nel 2014 o tutto sull’Irap o tutto sull’Irpef. L’anno prossimo il contrario»

In realtà sebbene si sappia ancora ben poco del provvedimento, alcune cose sono abbastanza chiare anche perché già espresse da Bruxelles e garantite dal ministro dell’economia Padoan, austeritologo di provata fede: eliminazione di tutte le forme di cassa integrazione e di tutele in cambio di un sussidio di disoccupazione di entità sconosciuta della durata di due anni a patto che uno accetti qualsiasi lavoro venga proposto e si faccia spennare dai pescecani dei famosi corsi di aggiornamento. Cancellazione di ogni diritto e protezione: il licenziamento potrà essere attuato in qualsiasi momento a fronte di un’elemosina di buona uscita che cresce in ragione della durata dell’attività svolta e acquista l’aulico nome di “tutela crescente”. Fin qui solo la riproposizione di ciò che si sta tentando di fare da anni ma che adesso è possibile, grazie alla scomparsa dell’opposizione.

Ma c’è anche la parte nuova, che viene presentata come la terra promessa, ossia l’abbattimento del cuneo fiscale. In quale misura è ancora incerto anche se si parla di dieci miliardi, in quale proporzione tra lavoratori e aziende non è stato reso chiaro, su quali voci agire è ancor più confuso. E tuttavia qualcosa non funziona: la tesi che diminuendo di un po’ il costo del lavoro aumenti l’occupazione in una situazione di calo della domanda è una pia illusione neo liberista per cui tutto dipende dall’offerta e del resto qualche decina di euro keynesiani in più al mese nelle tasche dei lavoratori non possono di certo risvegliare il mercato interno tanto più che buona parte dell’elemosina sarà risucchiata da nuove tasse. Ma non è questo il problema: una diminuzione dell’irpef da una parte e dell’irap dall’altra aprirebbero un problema di bilancio assai più ampio rispetto al beneficio effettivo e questo Bruxelles, non lo permette. Ma anche se chiudesse temporaneamente un occhio alla fine si tradurrebbe nella necessità assoluta di tagliare altri servizi (scuola e sanità) o spese che comunque “fanno pil”. Del resto il costo del lavoro italiano è ampiamente inferiore a quello tedesco, francese, belga, austriaco, svedese, olandese ed è stato tagliato già nel 2007 da Prodi senza che vi sia stato alcun risultato se non quello di sostituire con un taglio di tasse la dinamica salariale.

Infatti tutto questo non porta da nessuna parte nella situazione in cui siamo, privi di reale autonomia di bilancio e di sovranità monetaria, a meno che non si ipotizzi che i tagli si riferiscano in maniera marginale a iperf e irap e si concentrino invece sul taglio dei contributi sociali pagati da lavoratori e aziende.  In questo modo la riduzione di gettito fiscale sarebbe molto più contenuta anche in presenza di bassi salari. Certo così vengono di fatto abolite le pensioni e le tutele accessorie per chi arriva oggi sul mercato del lavoro, ma si sposta il problema in avanti nel tempo e intanto si campicchia sotto la protezione di un astuccio vuoto. Mentre ovviamente la domanda aggregata continuerà a scendere, magari drammaticamente, visto che nessuno impedisce a un imprenditore di licenziare e assumere in regime di job act altri lavoratori (o magari gli stessi con qualche trucchetto societario) risparmiando un bel po’ per sé, ma assai poco sul prodotto.