tn_sordiAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era da aspettarselo, sono come due ragazzini che gareggiano a chi piscia più lontano e lo sa Dio come mi spiaccia ricorrere a questa similitudine in puro gergo di governo. E così Alfano risponde colpo su colpo alla job creation di Renzi con il suo contro Act che potrebbe sottrarre al segretario del Pd i consensi autorevoli di Bonanni e della Cisl, combattuti tra due infamie che giocano al rilancio di iniquità, ingiustizia, lesione dei diritti e cancellazione delle conquiste sindacali, risalenti a quando esistevano le rappresentanze a tutela dei lavoratori sfruttati.

E per garantire il successo della  proposta in dieci punti programmatici che verrà presentato a Letta, sottoforma di disegno di legge, nell’ambito della trattativa per il patto di governo, il gran suggeritore è stato Sacconi. E si vede, da quello che si sa il cuore del piano è la liquidazione definitiva dell’articolo 18, che non bastava la Fornero, cui si aggiunge anche l’abrogazione dell’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori che vieta l’impiego della telesorveglianza in fabbrica e sul posto di lavoro, per “favorire così lo sviluppo del telelavoro”. L’approccio è sempre lo stesso infatti, travestire repressione delle libertà e delle garanzie, cancellazione dei diritti per stabilire invece il diritto padronale al sopruso, da strumenti moderni e dinamici per incrementare la crescita rimuovendo gli arcaici ostacoli rappresentati da regole, contrattazioni, relazioni sindacali corrette e soprattutto da quell’impalcatura di leggi e principi dalla quale poter far cascare giù i lavoratori, secondo la prassi delle morti bianche.

E dire che credevamo che anche dietro al piano di Renzi ci fosse Sacconi, quello che predicava che operai e imprenditori sono sulla stessa barca e quindi si doveva remare insieme, secondo un consociativismo aberrante degno di Bouvard e Pècuchet contemporanei. Invece il Job Act del Pd è accusato di pericolosi sfondamenti a sinistra, di ammiccamenti all’odiata Cgil, addirittura alla Fiom magari, di risibili nostalgie novecentesche. Così lo slogan è “liberare il lavoro per liberare i lavori”, grazie all’estensione di quella precarietà che eufemisticamente viene indicata come flessibilità e mobilità, alla “semplificazione dell’apprendistato”, che vorrà dire licenza di caporalato, sfruttamento intensivo, licenziamento senza preavviso, insomma tutta la paccottiglia indirizzata unicamente a rendere arbitraria, discrezionale, desiderabilmente feudale  la contrattazione in azienda a livello individuale e collettivo.

La guerra condotta contro il lavoro e i lavoratori ha così l’effetto anche di confondere nella stessa voragine di disuguaglianze e di rimescolare perversamente ceti, occupazioni, aspirazioni, perché l’obiettivo è quello di costituire un esercito disordinato e famelico, la cui unica speranza è mantenere l’unico diritto rimasto, avere un salario senza diritti e che ha perso anche quella comunità di speranza e di destino che crea coesione, unità in modo da farne individui sradicati, demoralizzati, espropriati.

Togliere il destino a un popolo è un delitto feroce, perché non vengono sottratti solo desideri, pulsioni, passioni, aspettative. Siamo espropriati ormai di beni molto concreti: un buon livello di istruzione e della possibilità di trasmetterlo, una qualità urbana e abitativa, un ambiente sano, un paesaggio e un patrimonio artistico protetto e a disposizione di tutti, cure e assistenza che assicurino salute e dignità, inclinazioni che possano esprimersi nella professione come nella vita personale, con libera armonia.

Si preparano così i due boys al semestre di presidenza italiana in Europa, per far vedere che hanno fatto i compiti con scrupolo, per portare a casa la promozione dei padroni fuori e dentro casa, per dimostrare che sono talmente partecipi del culto dell’austerità e dell’isteria del deficit da promuovere come in una pena del contrappasso, il deficit morale, il deficit di libertà, il deficit di futuro.