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Lavoro agile, lavoratore immobile

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che ormai sia obbligatorio schierarsi in una curva, sventolare i gagliardetti di una tifoseria, pena l’arruolamento vergognosa  nella fazione silenziosa degli “indifferenti”. Ma c’è una novità, l’anatema e l’ostracismo non vertono sui contenuti e i temi del confronto non pacifico, ma ormai sulla base delle frequentazioni “ideali” di occasionali compagni di strada o di merende.

In campagna referendaria il fronte del Si grazie alla rimozione della condivisione delle scelte con promotori come Salvini, rimproverava a quello del No lo scandaloso sostegno di Prodi, poi anche di Brancaccio e Montanari, fino a ieri idolatrati,  e soprattutto la propaganda dei giornaloni, così non c’era modo di ottenere una risposta sensata al semplice e modesto quesito di fondo, se cioè un taglio lineare dei parlamentari avrebbe potuto costituire un miglioramento nella selezione del personale politico e delle sue prestazioni.

Allo stesso modo è doveroso sostenere il Governo Conte 2 – il Conte 1 è stato sottoposto a una benefica damnatio memoriae come non fosse mai esistito, anche se sono ancora bellamente in vigore misure, leggi e altre vergogne riconducibili unicamente alla presenza del buzzurro.

Perché altrimenti, è evidente, stai con Salvini, con Berlusconi, perfino con Confindustria, anche se a nessuno può sfuggire che quella detta e i ministri scrivono, a cominciare da quelli  che vengono applauditi quando si recano in pellegrinaggio a recare la buona novella  delle elemosine europee elargite a strozzo coi nostri soldi, altrimenti sei assimilato ai terrapiattisti e ai negazionisti del Covid.

Lo stesso vale per lo smart working, che bisogna doverosamente apprezzare in qualità di contromisura agli assembramenti nei luoghi di lavoro e sui mezzi di trasporto, che da marzo a oggi non sono stati adeguati alle nuove esigenze di sicurezza.

Guai agli  sprovveduti che avanzano riserve: ma non sarà che così si dà luogo a forme contrattuali ancora più precarie e anomale; ma non sarà che così i lavoratori sempre più isolati gli uni dagli altri sono più esposti a ricatti e intimidazioni; ma non sarà che si tratta di una bella pensata per condannare le donne ad accettare e a essere anche contente del doppio lavoro tra cucina e  pc, proprio come una volta con la macchina da maglieria o a confezionare guanti; ma non sarà che così certe mansioni garantiranno al datore di lavoro una disponibilità dei dipendenti h24, che nella valigia delle ferie, per quelli che possono permettersele, ci si dovrà portare il computer, il modem, la chiavetta, a spese del vacanziere che vuole troppo?

Guai sollevare queste obiezioni che denunciano l’appartenenza alla schiera di fan di Ichino, i dissuasori misoneisti del progresso che denunciano i poltroni del sofà, i flaneur, i perdigiorno che si sono finalmente liberati del cartellino.

Anche in questo caso è vano portare dati, numeri, statistiche, che valgono solo se prodotte dalla cerchia dei santoni resilienti.

Meglio non fargli sapere  dei risultati di una indagine condotta dall’Inapp, L’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, ente pubblico  che svolge analisi, monitoraggio e valutazione delle politiche e dei servizi per il  lavoro, che mette in guardia non solo dalla  perdita delle relazioni sociali (62%), effetto del “lavoro agile”, della mancanza di separazione tra ambiente domestico e ambiente lavorativo (32%) dei rischio di un sovraccarico di lavoro (21%), ma pure delle difficoltà di far pagare ai “corretti” la latitanza degli sfaticati.

Lo smartworking, dicono, stravolge l’organizzazione degli uffici, induce nuovi ritmi, cambia abitudini e orari, altera il rapporto spazio-tempo, rivoluziona la vita delle città, ma, secondo l’Inapp,  incrementa le  disuguaglianze sociali.  

Ha infatti permesso a chi già aveva un reddito più alto di continuare a lavorare , mentre ha prevalentemente sospeso le occupazione  inadatte (manifatturiero, manuale in genere) allo smart work accentuando ancora di più le disuguaglianze tra generi e lavoratori, favorendo  chi percepisce già redditi alti (in prevalenza uomini)   creando un vantaggio salariale (calcolabile almeno nel  17%) a scapito dei  più deboli (con mansioni meno qualificate) e, in generale, delle donne.  

Per chi fosse curioso di sapere da che parte stare vale invece la pena di riportare i pareri di direttori del personale, riuniti nell’Aidp e dei manager interpellati, entusiasti delle prestazioni, della riuscita e dei profitti del lavoro agile e persuasi della sua bontà, tanto che più del 68% si dice talmente convinto da prolungarne l’applicazione indefinitamente, con indubbi vantaggi:   risparmio di tempo e costi di spostamento per i lavoratori; aumento della responsabilità individuale; maggiore soddisfazione dei dipendenti e miglioramento della vita in termini di work-life balance (si indica così la “opportunità” di bilanciare in modo equilibrato il lavoro, carriera e ambizione professionale, e la vita privata famiglia, svago, divertimento, come fanno da sempre – guarda un po’, le donne obbligate a sostituire il sistema di welfare, di assistenza, di istruzione).

Insomma deve diventare  uno “strumento strutturale dell’organizzazione del lavoro con percentuali superiori rispetto a prima…Si apre, così, una nuova fase di ripensamento del futuro del lavoro in cui bisognerà ben bilanciare le opportunità con gli svantaggi e soprattutto sarà necessario uno spirito collaborativo tra le parti”, quello spirito sempre invocato da quelli che ci ricordano che “siamo tutti sulla stessa barca”, pronti a  farci affogare alla prima ondata ma con la coscienza a posto.

 La scadenza per le disposizioni che consentono alle aziende di decidere unilateralmente l’adozione del lavoro da remoto è attualmente fissata al 15 ottobre. Sarà naturalmente “influenzata” dal prolungamento dello stato di emergenza che permette al miglior governo che ci potesse capitare, alle regioni e ai comuni di chiamarsi fuori dal dovere di garantire mezzi di trasporto che garantiscano le elementari condizioni di sicurezza e alle aziende di osservare le regole e i principi di precauzione sottoscritti in forma “volontaria” grazie a un inverecondo accordo unilaterale firmato per esonerare da eventuali responsabilità collegate direttamente al Covid da imprenditori che hanno sulla coscienza quegli assassinii che vengono chiamati morti bianche e in banca o alle Cayman il malloppo frutto del risparmio in sicurezza e tecnologia e investito nel casinò finanziario.

A guardarsi intorno in difesa del lavoro agile scendono in campo oltre ai profeti della digitalizzazione sul libro paga dei consiglieri speciali dell’esecutivo in sostituzione del Parlamento troppo impegnato a riformarsi,  oltre alle vittime di una concezione del progresso che si illudono che l’automazione ci riscatterà della fatica concedendoci al tempo stesso quel benessere  che ci permetterà di godere le delizie della vita secondo Keynes, oltre a quelli che pensano di essere protetti e esenti nella loro tana, anche altri.

Ci sono gli arresi. Sono  quelli che fanno buon viso a cattiva sorte, che si augurano così di conservarsi il posto magari faticando un po’ meno, quelli che godono i vantaggi di non fare un andirivieni sui mezzi affollati, di non mangiare le orrende e avvilenti vivande della mensa, o la pizza al taglio in piedi, per mettersi via i buoni pasti.

Ci sono quelli che sono appagati di poter stare da soli sul tavolo da pranzo con l’altra metà tovaglia stesa per imbandire il pranzo, o su quello da cucina dove si sgranano i fagioli, perché così si risparmiano il contatto con colleghi molesti, la permanenza in stanzoni malsani, la colonna sonora fastidiosa che accompagna il lavoro negli open space.

Ci sono quelle che si sono dichiarate vinte, e è comprensibile, che così combinano il cottimo legalizzato con la cura della famiglia, l’assistenza ai malati e ai vecchi di casa, le faccende, le corse per portare e riprendere i figli a scuola, a “motoria”, così si chiama adesso la ginnastica governata dalla profilassi pandemica, che così provano meno cocente la rinuncia a ambizioni e vocazioni.

E ci sono i sindacati che sono venuti meno al loro incarico, che hanno scelto altre “mission” tra il Welfare aziendale, il ruolo promosso dalla incompleta informatizzazione di “patronati” sbriga-faccende, e l’attività di consulenti adibiti  a consigliare fondi, assicurazioni, integrative. E che si esonerano dal dovere di testimoniare e rappresentare gli sfruttati, che non hanno piazza nella quale manifestare, né scioperi per rivendicare.

Tutti più o meno, si sono abituati a pensare che così si guadagni in libertà come coi lavoretti alla spina che permettono di scegliersi il percorso e l’orario di consegna della pizza.  Che sia meno pesante il tallone di ferro, se il capufficio non ti sorveglia dal suo box, che guadagni in salute con il distanziamento che più sociale di così non può essere, e in salario se ti sottoponi a un cottimo volontario, restringendo il riposo per produrre di più.  

Mentre la libertà è un’altra cosa, quella in nome e grazie alla quale si sarebbe dovuto lottare per orari decenti, remunerazioni dignitose, servizi efficienti, posti di lavoro sicuri, condizioni contrattuali giuste e legittime. Quella cui in troppi si sentono in dovere di rinunciare, in cambio della sopravvivenza. Ma non è mica vita quella.


Ilva. Compra, ruba e scappa

illAnna Lombroso per il Simplicissimus

La crisi del 2008 aveva riportato alla ribalta un attore costretto negli anni a stare in disparte, relegato come certe attricette di scarso talento, all’eterno ruolo di sostituto.  E con  la pandemia (in pieno lockdown il presidente Conte mentre scavalcava il Parlamento e perfino l’Esecutivo delegando la strategia della rinascita a task force di manager venuti su a profitti e marketing,  lanciava la nazionalizzazione dell’Alitalia) è sembrato che i finanziatori e il gestore del teatro volessero dargli una parte consona al suo spessore.

Ma come accade nel mondo dello spettacolo si è capito subito (è bastato a convincerci la contraffazione in successo della resa ai Benetton sul Ponte di Genova, mentre nulla si dice del caso Adriatica, la A14  con code che si prolungano fino ad otto ore consecutive) che erano gli impresari a recitare fuori dalla scena.

Lo Stato, di questo si parla, che in caso di crisi viene tirato dentro dal mercato a risolvere  i problemi creati dal mercato, non conta nulla se non per  accontentare le “pretesa” dei padroni dell’economia e della finanza  di socializzare le loro perdite,  come è successo con il succedersi di crack ai tavoli del casinò, quando grandi banche di investimento e altre istituzioni finanziarie fallite o agonizzanti per via di gestioni criminali hanno ottenuto che gli Stati,  negli USA attraverso la Federal Reserve, in Europa attraverso la BCE , comprassero la loro spazzatura e coprissero le loro falle, scaricando il loro dissipato malaffarismo privato sulle casse e le tasche pubbliche.

Così il Governo mentre scrive nei decreti della sua pandeconomia, quello che  i grandi suggeriscono,  segna definitivamente la condanna a morte del decantato piccolo è bello, delle Pmi che hanno costituito l’impalcatura del sistema produttivo italiano, continuando nel frattempo a rafforzare quel capitale fittizio che occorre per investire delle opere, nei cantieri, attraverso il sistema “diversamente” privato della Cassa Depositi e Prestiti, i cui investimenti replicano pedissequamente il modello speculativo e le logiche di mercato, o Invitalia, ‘Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia. La cui mission (confermata dalla rivelazione  che i finanziamenti l’agenzia versava per lo stabilimento FCA di Termini Imerese, da riconvertire all’auto elettrica, erano in realtà distratti per fare speculazioni finanziarie), sembra essere quella di fornire assistenza a grandi imprese e multinazionali parassitarie.

E non è casuale dunque che il dossier Ilva sia stato consegnato per accertamenti a Invitalia e che la potenziale uscita di Arcelor Mittal sia condizionata all’intervento della Cassa Depositi e prestiti, per decidere poi se un eventuale intervento pubblico dovrà essere solo finanziario o anche industriale.

Quante volte di fronte ai crimini commessi contro il lavoro, l’ambiente la salute a Piombino, a Taranto, a Terni, quando i governi si sono prestati a farsi prendere per i fondelli dalle proprietà feroci e sanguinarie prendendo per i fondelli a loro volta cittadini, operai, si è detto che l’unica soluzione era la nazionalizzazione, il passaggio allo Stato come unico garante della messa in sicurezza, del risanamento e della sanità, dell’occupazione e del risarcimento di città martiri.

Quante volte a chi lo sosteneva si è sentito rispondere che ci sono casi nei quali non si deve sottoporre un Paese a quella aberrante alternanza tra nazionalizzazioni e privatizzazioni che ha come unico effetto quello di scaricare sul sistema pubblico i costi economici,  sociali e politici delle ristrutturazioni. Che non è ragionevole ed equo subire la pressione iniqua esercitata dla capitale  che ci costringe a subirei danni e a risarcire le vittime e tutta la società  dei suoi fallimenti economici, sociali, ecologici, così mentre noi paghiamo lui fa cassa.

È che viene un momento nel quale bisognerebbe fare i conti con le responsabilità collettive, perfino quelle minime, che sembrano personali,  che comporta dare il voto e quindi il consenso a partiti, governi e amministrazioni. Il 9 agosto Conte  a Ceglie Messapica in provincia di Brindisi partecipando all’evento ‘La Piazza… la politica dopo le ferie‘ (sic) durante il quale ha benignamente  “ricevuto” associazioni di cittadini di Taranto, ha rivendicato di aver detto pubblicamente che “è assolutamente inaccettabile che alla comunità tarantina sia prospettata una scelta tra diritto alla salute e diritto al lavoro. Sono due diritti che devono essere entrambi realizzati e perseguiti”, anche se, coerentemente con i pilastri dello stato di eccezione che ha incarnato in questi mesi, ha aggiunto: “la salute è l’unico diritto che dalla Costituzione viene dichiarato fondamentale”.

Dovremmo avvertirlo che in realtà ai cittadini che vivono all’ombra delle fiamme avvelenate dell’Ilva quell’alternativa non è stata data, che hanno negli anni perso il diritto al lavoro retrocesso a diritto alla fatica, e quello alla salute, negata dentro e fuori dalla fabbrica.

E che se è vero che ha ereditato un “dossier”, come ha ritenuto di definirlo, che si trascina da anni,  è altrettanto vero che le ipotesi di intervento dello Stato adesso, sono quantomeno sospette, che fanno immaginare come è avvenuto in altri casi, che così la Nazione entri in gioco in veste di becchino incaricato di mettere una pietra sepolcrale su una fabbrica che non è più redditizia, sui veleni e sui delitti senza pena, a pensare che si è elargita immunità e impunità agli assassini, affondandoli sotto l’acquario promesso come opportunità di sviluppo e occupazione.

Intanto: “E’ prematuro dire quale sarà l’esito del negoziato con ArcelorMittal, ma potete stare tranquilli”, Conte ha “rassicurato” così i rappresentanti dei 5000 cittadini che gli hanno scritto per motivare la richiesta di chiudere l’azienda anche in presenza dei dati sul raddoppio dell’inquinamento da benzene nei primi sei mesi dell’anno. “Il governo, ha dichiarato,  sta facendo di tutto per garantire le massime condizioni di salute e sicurezza dell’intera comunità tarantina, e per garantire la piena transizione energetica dello stabilimento. Stiamo ancora lavorando sul piano industriale e continueremo ad aggiornarvi”.

C’è da dubitare che sia riuscito nell’impresa di tranquillizzare i tarantini, che in 50 anni, hanno visto l’acciaieria prima occupare il corpo cittadino, poi produrre acciaio e lavoro  ma pure devastazione ambientale e morte e poi ridursi a accozzaglia di rottami arrugginiti fin dall’acquisizione  nel 1995, da parte della dinastia Riva che l’ha pagata quattro soldi, la fa lavorare al massimo quanto sfrutta i dipendenti e non investe nella sostenibilità e nella sicurezza dirottando i molti utili in conti offshore che nessuna forza politica dell’arco parlamentare si è mai arrischiata  di andare a cercare.

E oggi il concessionario che vorrebbe comprare ma non compra, che esige l’impunità ma non risana e non bonifica, che col pretesto del Covid esige aiuti per quasi 2 miliardi, ma intanto specula perfino sui reflui, che non si mette d’accordo sul “compromesso” ma  intanto per la seconda volta non versa il fitto “pattuito”, che propone un piano industriale ma  proroga a tempo indefinito la realizzazione del nuovo altoforno,  ha la sfrontatezza di presentare un piano industriale che “sacrifica” 5000 “esuberi”.

Adesso vedremo come reagirà Landini che in nome della tutela dell’occupazione aveva accusato il Governo di non mostrare la doverosa cedevolezza nei confronti delle richieste della multinazionale. Adesso che i sindacati e il Consiglio di Fabbrica ha avvertito che in mancanza di risposte certe, disporranno l’autoconvocazione dei lavoratori nelle sedi istituzionali.  Adesso che appare chiaro che il colosso indo… non  aspirava al rilancio della produzione di acciaio a Taranto, ma a cannibalizzarla grazie ai servigi della più feroce tagliatrice di teste in azione, al Morselli una carriera di migliaia di vittime dei suoi repulisti ,in modo che potesse cadere  preda della concorrenza, per poi chiuderla,   eliminando da un mercato saturo una quota produttiva ancora rilevante, perlomeno in Europa.

Ma allora il vecchio baraccone avvelenato potrebbe essere ancora competitivo, allora una volta risanato come in ogni caso di deve fare, allora una volta “ristrutturato”, una volta sottratto agli artigli della feroce tagliatrice di teste, la collezionista di guadagni conseguiti sul ceppo del boia, quella Morselli che prima fu incaricata da Calenda poi da Di Maio di condurre trattative, diventando infine Ad di Arcelor Mittal Italia, è lecito pensare e agire per ridarle il ruolo di produzione strategica per il Paese.

Certo non è facile, perché si tratta di rovesciare il pensiero dominante che si sorregge sulla accondiscendenza ai format di redditività e produttività basati sul profitto avido delle proprietà e degli azionariati, proprio come succede per la stesa pubblica, intesa come un bacino messo a disposizione del parassitismo, cui è doveroso essere ostili, liberisti o progressisti, austeri o frugali,  quando riguarda i servizi pubblici e l’Welfare da offrire e favorevoli, proprio come di questi tempi quando invece concerne le agevolazioni alle imprese privare.

Si tratta di cominciare a calcolare non solo col pallottoliere delle rendite e dei tornaconto per gli azionisti, il “profitto” sociale dell’occupazione di migliaia di dipendenti, dei volumi di denaro e effetti economici a cascata che vengono messi in circolazione, della possibilità non remota che un’azienda organizzata, dove sono rispettai requisiti di efficienza, sicurezza, innovazione diventi concorrenziale con altre che traggono vantaggi dallo sfruttamento dei lavoratori, dalle retribuzioni disonorevoli, dalla violazione di standard ambientali.

Perché non si tratti solo di utopia e di illusioni visionarie, bisogna cominciare, i cittadini italiani e i tarantini in primo luogo, a ragionare diversamente dai padroni, non sottostare alle loro regole, per non essere talmente schiavi da pensare come loro.


Primo Maggio

unoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma quanto tempo è passato, che cosa è successo, da quando eravamo una delle “gemme” dell’Occidente, quando il “sistema Paese” poteva esibire le sue credenziali di potenza industriale, di “culla della civiltà” ricca di memorie, opere d’arte, monumenti e paesaggi che popolavano l’immaginario del mondo, quando c’erano ingegni e talenti creativi che ci invidiavano e che avevano costruito il mito del Made in Italy?

Sarà stato vero, o adesso ci tocca fare i complottisti a posteriori? e scoprire che quella era solo l’apparenza, una narrazione raccontata per farci sentire al sicuro nel migliore dei mondi possibili, dove bastava uniformarsi ai format esistenziali degli “arrivati” per raggiungere successo, bellezza, quattrini, notorietà, dove chi produceva si meritava di guadagnare, pretendere e spendere. Che se poi non ci riuscivi, voleva dire che era colpa tua, che non possedevi le qualità necessarie per sollevarti dalla condizione di sfigato.

Vuoi vedere che non ce ne siamo accorti? cullati dal mantra recitato dal Progresso con le sue promesse di onnipotenza: salute, scoperte spaziali, fine della fatica grazie ai robot, viaggi, parlarsi e vedersi con gente che sta agli antipodi, e addormentati dalla ninnananna della realtà parallela dello spettacolo: processi svolti in studi televisivi, simulazioni della vita e delle relazioni in case di cartapesta, gare, giudizi e voti virtuali, confessioni, lacrime, ricongiungimenti e anatemi letti sul gobbo, ostensione di dolore, nascite e morti in modo da separarci dalla vita esiliandoci nella finzione.

Ma intanto si preparava la resa dei conti: la  punizione per aver voluto troppo, le rimostranze e le pene per il reato di dissipazione di risorse e ricchezze, così avida e dissoluta da farci meritare il rancore delle generazioni a venire cui non abbiamo garantito il nostro “stile di vita”, il fantasma di disuguaglianze sempre più feroci, che da remote, si fanno sempre più vicine e presenti come una minaccia incombente che non vogliamo riconoscere sperando che così evapori.

Quel fantasma si è fatto via via sempre più materiale e concreto, e adesso scopriamo che la nuda vita, la sopravvivenza valgono più di tutte, di libertà, dignità, autodeterminazione, legittimando i sacrifici “morali” nostri, se apparteniamo alla cerchia di chi si difende stando a casa, rinunciando a spostamenti, affetti, istruzione, piaceri, e autorizzando perfino quello della vita degli altri se è vero che il pericolo è mortale e qualcuno, più essenziale, deve esporsi per assicurarci merci, prodotti, la corrente per il Pc, l’acqua, il gas per cuocere i rigatoni di cui abbiamo fatto incetta, per produrre le mascherine che non servono a niente se non come brand per speculatori eccellenti e come divisa unificante per il popolo della ricostruzione.

Così ci è stato rivelato che cosa è diventato il lavoro nel Paese che ha dato alla storia navigatori e poeti e quali sono le attività così essenziali da poter diventare fatali, più del solito se pensiamo al prima , al mese di gennaio nel quale sono state registrate le morti   di 52 persone in incidenti sul lavoro, otto in più rispetto alle 44 registrate nel primo mese del 2019, se la sua fine con la demolizione dell’edificio di conquiste e garanzie, dalla cancellazione dell’Articolo 18 alla Legge Fornero e al Jobs Act, imposti con la correità delle rappresentanze sindacali, ha ridotto questa giornata alla celebrazione della sua memoria officiata virtualmente sulle rovine.

In attesa che metro, bus, treni vengano dotati dell’apposita segnaletica relativa al distanziamento, che diventi obbligatoria la bardatura di maschere, guanti, separé, finora affidata all’arbitrarietà bonaria dei datori di lavoro grazie a un protocollo scellerato che concedeva alle imprese totale e volontaria discrezionalità, mentre si proibivano gli scioperi e le rivendicazioni di sicurezza e tutele, si è sancito che le mansioni e gli impieghi fondamentali e indispensabili per la tenuta del Paese, ex grande potenza industrializzata, sono i pony, i camionisti, i facchini, i magazzinieri, gli “scaffalisti” e le cassiere dei supermercati, e poi gli operai che ci avevano detto non esistessero più, retrocessi da aristocrazia del lavoro a pretenziosi parassiti che perdevano al concorrenza con omologhi e speculari in posti dove era favorevole la delocalizzazione, e oggi promossi a martiri.

E poi qualche elettricista dell’Enel, qualche  tecnico di Tim o della Vodafone sempre nel cuore del commissario così straordinario da poter dirigere la ripartenza da Londra per non perdere tempo con la nostra raffazzonata quarantena, i dipendenti delle aziende che producono armamenti, che finché c’è guerra c’è speranza, qualche bancario a rotazione impegnato nell’elargizione della carità pelosa sostitutiva del reddito di emergenza passato da 3 miliardi a due e poi a meno di uno, in qualità di piazzisti per prestiti a pronta restituzione.

L’impostura narrata di un futuro esente dalla fatica manuale grazie all’automazione si è concretizzato in forma distopica mettendo insegnanti, professionisti, consulenti all’opera davanti al pc, soli, disuniti, isolati, senza riconoscimento di classe, senza possibilità di rappresentanza e coscienza dei propri diritti. E spesso senza rete, sa la banda larga è tema caro all’immaginario dei clan della Leopolda o dei Casaleggio mentre invece in intere aree del paese la rete è inaccessibile o soggetta alle bizze delle divinità digitali.

E siccome la libertà è diventata un accessorio cui in presenza di situazioni di emergenza e stati di eccezione,  così come i diritti e lo stato di diritto, si rivedono i criteri che attribuiscono carattere di “indispensabilità” a certi mestieri, per autorizzare l’oltraggio e le violazioni legalizzate.

Così se servono braccianti per sostituire gli immigrati nel lavoro die campi, con la benedizione della ministra, del presidente di regione progressista e della sua coraggiosa vicepresidente, con il sostegno di buona parte dell’opinione pubblica più benpensante si propone il caporalato di Stato, proponendo che vengano impiegati  gli indegni beneficiari del reddito di cittadinanza   in modo  che così restituiscano  “un po’ quello che prendono” (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/19/lex-compagno-malaccini/ ) in attesa probabilmente della coscrizione obbligata, degli assoldamenti dei giovani poveri come ai tempi delle navi della marina inglese, una botta in testa e a bordo, in modo da non dover sottostare ai lacci e laccioli dei contratti, delle giuste remunerazioni, degli orari rispettosi di salute e sicurezza.

E d’altra parte anche prima della “guerra” dichiarata, pare, anche per garantire che la ricostruzione riconfermi la bontà delle disuguaglianze, il primato di avidità e accumulazione per pochi e delle rinunce doverose per tanti, si era già ripristinato il cottimo.

e infatti altro non è che cottimo, quello dei “lavoretti” ormai diffusamente definiti “alla spina”, quelli che si crede di scegliere in forma estemporanea e provvisoria e che garantirebbero una certa libertà, perché il padrone non si vede, si ha licenza di determinarsi orari e percorsi della distribuzione delle pizze, della produzione della ricerca commissionata 5 euro a pagina, della consegna dei pacchi in bici, della conversione delle due camere dei fratelli sposati e di casa dei nonni al paesello in B&B, da mesi vuoto senza speranza, del pilotaggio di droni, del part time delle casalinghe che scoprono sui sociale come di può diventare ricche da casa, né più né meno come le guantaie campane, le magliaie venete, che fecero la fortuna dei distretti. Tutte quelle attività insomma che nutrono l’illusione di una indipendenza che è solo un altro modo per chiamare la precarietà più crudele, il nuovo eufemismo per definire la servitù.

Ci sono produzioni, mansioni, vocazioni, talenti, professioni che verranno spazzate via non dall’epidemia ma dalla sua gestione insensata e illogica, che farebbe preferire fosse dettata da un disegno cospirativo del quale potremmo chiedere ragione, perché supera addirittura la smaniosa volontà speculativa e smodata del “mondo di impresa”, senza un piano di investimenti, reso impossibile dall’accettazione delle parole d’ordine imperiali: maggiore liquidità, maggiore indebitamento, egemonia bancaria, a fronte dell’impotenza a agire e spendere, agitata da governo come alibi per l’incapacità e l’indole alla soggezione a chi comanda davvero.

Ma il fucile spianato perché si scelga tra sopravvivenza  e vita, tra salute e salario, pare abbia vinto, c’è poco da sperare nel riscatto davanti alle serrande dei forni. Anche se sempre di più per mantenersi sani, come per accedere a diritti sempre più rarefatti, serviranno quattrini per pagarsi l’affiliazione alla sanità dei fondi, delle assicurazioni, delle polizze consigliate dai patronati, delle cliniche e dei luminari in prestito dai talk show.

Attenti a dire buon primo maggio, se fino a poco tempo fa era un vecchiume retorico, adesso è una bestemmia.

 

 


La malattia del Padrone

groszAnna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta, quando era ancora permesso nutrire illusioni, proiettarsi radiose visioni e girarsi qualche filmino del futuro ambientato della città del sole, si pensava che la realpolitik fosse un monopolio esclusivo dei governi e dei regimi. Ma adesso che ci costringono a scegliere tra la borsa e la vita, le libertà e la salute (pratica già largamente in atto anche a casa nostra, a Taranto ad esempio), il salario e l’ambiente, il libero arbitrio e le sanzioni, e da quando l’obbedienza è stata legittimata come virtù civile,  non faccio che imbattermi in volontari della servitù e della rinuncia che encomiano l’Esecutivo in qualità di migliore dei governi possibili.

Tutti pronti a infilare volontariamente la testa nel cappio, elogiano quindi le misure inevitabili, i provvedimenti fatali, compresa una inedita e aperta violazione dei diritti costituzionali e della privacy, che ai tempi di Berlusconi avrebbe fatto gridare vendetta, mentre è nel segno della continuità l’indifferenza rivolta a evidenti conflitti di interesse, trascurabili e irrilevanti per un ventennio e dopo, così chiunque voglia sottrarsi al generalizzato e concorde compiacimento viene subito preso per un matto complottista o, peggio, per un runner che vuole promuovere orge, organizzare crapule e pianificare rave party.

E per quel che riguarda quel “dopo” continuamente prorogabile apprendiamo solo che mai dovrebbe essere come il “prima”, il che farebbe supporre che si materializzi la volontà di sottrarsi a vincoli esterni che hanno tolto ogni capacità e ogni competenza ai governi e ai parlamenti in materia economica, come ha voluto il prossimo uomo della Provvidenza. Si, proprio Lui,  Draghi, con il fiscal compact e con le raccomandazioni perentorie contenute nella famosa letterina a doppia firma con la quale ingiungeva all’Italia – per il nostro bene –  come misure ineluttabili, allo scopo  “ripristinare la fiducia degli investitori”,  una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e come se non bastasse, “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”.

Dovremmo quindi sperare che non si farà più ricorso all’alibi dell’impotenza necessaria a conservarsi con la poltroncina nazionale,  il posto al tavolo dei grandi, provvedendo a rovesciarlo, smantellando l’edificio di bugie sul pregi delle privatizzazioni, investendo in quella sanità pubblica, la cui demolizione è stata la causa vera dei decessi che si vogliono attribuire  unicamente al Covid19.

Macché, i magnifici 17 di Colao, le task force, i tecnici, i ministri hanno preso talmente sul serio la loro stessa narrazione, come succede di solito ai mitomani, da credere davvero che siamo in una guerra cui deve seguire una ricostruzione, da prendere alla lettera il termine e dare come unico orizzonte creativo, oltre ai brand epidemici, app, mascherine, guanti, tamponi, e come unico obiettivo concreto la riapertura dei cantieri di Grandi Opere e, paradossalmente a fronte delle restrizioni per la mobilità, e per infrastrutture di trasporto, come annunciato con gran sfarzo dall’apposita garrula ministra, da presidenti di regione, sindaci varie autorità.

Spetterà a questi il calendario declinato territorialmente su evidente suggerimento di Confindustria che ha già da due mesi selezionato i comparti essenziali, quelli in cui è lecito esporsi al virus, anzi obbligatorio, e senza dispositivi di sicurezza, erogati oculatamente in virtù di una protocollo siglato dal padronato con il governo, che impegna in via volontaria e disporre “misure” di tutela temporanee, che non sia mai che poi venga circoscritto l’errore umano a carico degli operai, che li fa cadere da impalcature, precipitare nell’altoforno, avvelenarsi, prendere fuoco, invece di crepare più eroicamente di coronavirus.

Ormai nessuno, salvo qualche arcaico avanzo del pubblico di fan della lotta di classe, si sogna di mettere in dubbio la vulgata secondo la quale abbiamo pari doveri e responsabilità coi governanti e coi padroni, perché siamo sulla stessa barca.

Tanto che non stupisce che quello che è diventato ormai l’house organ del progressismo neoliberista, il Manifesto, pubblichi una fluviale intervista in cui Landini, oltre a ricordarlo almeno quanto non ricorda più il suo passato a remare sottocoperta, esprime compiacimento per l’accordo con Fca, e disegna un futuro collaborativo nel quale spetta al sindacato modernizzarsi, adeguarsi ai comandi anche morali della globalizzazione, della competitività, dell’automazione.

Ci toccava anche l’umiliazione di sentire il segretario della Cgil, che festeggia il Primo maggio in piazza con Confindustria, riempirsi la bocca con l’eroismo dei lavoratori, invece di mostrare la doverosa collera contro chi li ha mandati in trincea, manco fossero volontari e non vittime del ricatto più infame, grazie a un Protocollo che, recita orgogliosamente, dovrà essere la bussola per il futuro. O confidare in una ricostruzione che limiti il “cemento” per esercitare  “più manutenzione, del territorio come del patrimonio immobiliare, abbandonando una logica del consumo all’insegna del profitto e dello spreco”, quando il suo primo atto da segretario è stato l’atto di fede della Tav.

O vederlo bearsi delle magnifiche sorti e progressive dello smartworking cui è imprescindibile uniformarsi anche da parte sindacale, come se non prevedesse proprio la cancellazione di ogni possibilità di reagire alla sopraffazione dei contratti anomali, del precariato, del part time, grazie all’isolamento e alla solitudine cui condanna gli addetti, quei fenomeni cui proprio le organizzazioni sindacali hanno dato il loro assenso con il si incondizionato  al Jobs Act.

O ipotizzare con entusiasmo le nuove frontiere della rappresentanza, come se non avesse già ceduto alle lusinghe del welfare aziendale, retrocedendo a funzioni di consulenza per l’adesione a fondi, assicurazioni, bolle.

 

Purtroppo il loro “dopo” è già qui, brutto come la peste, peggiore del “prima”.

 

 


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