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Hollywood propaganda (parte prima)

61YF5ZmnavL._SX195_Un umorista scozzese piuttosto malvisto dal potere, al contrario di certi personaggi nostrani che alla fine si spiaggiano su qualche contratto con le Tv dello zio Sam in versione deep state – liberal (intelligenti pauca), è stato attaccato violentemente per una battuta o meglio per una considerazione tragica espressa in modo divertente: “La politica estera americana è spregevole perché non solo gli Stati Uniti vengono nel tuo paese e uccidono tutti i tuoi cari, ma ancor peggio è che tornano vent’anni dopo e fanno un film per mostrare che uccidere i tuoi cari ha reso tristi i loro soldati”. Credo, sulla scia di Laurent Dauré  il quale  ha dedicato al libro una recensione fiume  che sia il migliore incipit per introdurre un saggio dello storico dei media Matthew Alford sul soft power  espresso da Hollywood ( e oggi ancor più dalle reti televisive globaliste che comunque  attingono alle medesime fonti ideative e finanziarie) che dopo 8 anni dalla sua pubblicazione  varca i confini della Gran Bretagna e viene tradotto in francese con il titolo di Hollywood Propaganda (quello originario è titolato Reel Power: Hollywood Cinema e American Supremacy) ma con una inedita prefazione dell’autore che mette a punto i concetti fondamentali. Si tratta di un’ opera che per la sua cobcretezza merita

Si tratta in realtà di un tema molto dibattuto a cominciare dal capostitite La fabbrica del consenso di Chomsky e Herman, ma di fatto assente dal contesto reale per molti e ovvi motivi, non ultimo il fatto che esso è completamente assente dalla critica ormai legata senza scampo per via indiretta o indiretta (editori di riferimento) agli interessi delle major. Ma di fatto questa realtà è stata evidente sin dalla stagione del maccartismo che fu effimera nella sua forma di primitiva caccia alle streghe, ma che segnò l’arruolamento del cinema nella “propaganda fide” del capitalismo e del dominio americano, facendo molte più vittime dell’immaginario di quante non ne abbiano fatte i marines. Di questo immaginario fa parte anche la leggenda diffusa e accreditata dai media mainstream secondo la quale , Hollywood sarebbe un baluardo degli ideali progressisti, con un generoso contingente di artisti “impegnati” e film “di protesta”. Alford, analizzando sia i meccanismi interni che le produzioni della “macchina dei sogni”, mostra che è in realtà tutto è profondamente compromesso nella difesa degli interessi delle forze politiche ed economiche più reazionarie.

Gli spettatori sono spesso inconsapevoli del fatto che molti film e serie televisive ricevono supporto diretto dal Pentagono o da agenzie governative sotto forma di consulenti, prestito di attrezzature, personale, accesso ai siti, formazione, mezzi e via dicendo chiedendo però il diritto di intervenire quando avverte che l’immagine che viene data dell’esercito americano non è abbastanza positiva. I servizi di intelligence fanno lo stesso per monetizzare il loro supporto per un progetto. Matthew Alford fornisce diversi esempi di questo deleterio mix di generi, alcuni dei quali probabilmente stupiranno un po’ tutti e soprattutto quell’area cosiddetta progressista: pressioni più o meno surrettizie sono state esercitate in  Tour of Duty di William Friedkin (2000, Windtalkers, i messaggeri del vento di John Woo (2002), The Recruit di Roger Donaldson (2003) e La guerra di Charlie Wilson di Mike Nichols (2007) le cui sceneggiature sono state significativamente modificate in un modo ancora più- favorevole all’establishment politico e militare (e alla CIA nel caso degli ultimi due). L’autore mostra anche che alcuni film sono il prodotto di vere partnership tra gli studi di Hollywood e le strutture di potere che definiscono e attuano la politica estera di Washington. In un libro pubblicato l’anno scorso, National Security Cinema: The Shocking New Evidence del controllo del governo a Hollywood , sempre di Alford con il coautore Tom Secker riferiscono di nuove ricerche che sfruttano gli archivi a cui prima non si aveva accesso e sono stati in grado di stabilire inconfutabilmente che tra il 1911 e il 2017 almeno 814 film hanno ricevuto il sostegno attivo dell Us Army, al quale devono essere aggiunti 1.133 programmi televisivi. Se poi includiamo  i progetti sostenuti dall’FBI, dalla CIA o dalla Casa Bianca, si arriva a molte migliaia di produzioni  sponsorizzate, a vari livelli, dal quell’insieme di reti di comando che vanno sotto il nome di sicurezza nazionale.

Anche i film della serie Transformes realizzati dal magnate neocon  Michael Bay, Terminator Salvation o The Black Hawk Down di Ridley Scott hanno “beneficiato” della cooperazione del Dipartimento della Difesa e, in effetti, celebrano esplicitamente l’esercito. Ma Matthew Alford dimostra, studiando scrupolosamente il loro contenuto, che l’ideologia neoconservatrice – l’eccezionalismo e l’interventismo – pervade anche le produzioni che non godono di assistenza diretta: a Hollywood, la mentalità imperialista è in gran parte spontanea e quelli che resistono sono emarginati, persino attaccati e incontrano più ostacoli per produrre e distribuire  i loro lungometraggi. Tuttavia anche i film che si presentano come critici, progressisti e pacifisti adottano spesso la premessa del possesso “fondiario” degli Stati Uniti e la necessità di un “diritto di interferenza” con vocazione umanitaria armata di bombe. Naturalmente poiché l’interferenza è sempre esercitata  dal forte contro il debole, a Hollywood (come a Washington del resto) , non risparmiamo sforzi per convincerci che minacce terribili stanno pesando sul mondo e che spetta alla superpotenza americana intervenire per proteggerci da esso, con la violenza, ça va sans dire, perché le idee, la diplomazia e il diritto sono noiosi. Anzi la mecca del cinema è diventata la maggiore produttrice di minacce dove arabi, mussulmani, alieni, stregoni, zombie, vampiri, criminali dall’ immenso ed inesplorato  potere sono alibi per l’arrivo dei nostri sotto forma di truppe o contractor. In questo modo anche se vi sono errori, vittime collaterali, schegge impazzite la purezza delle intenzioni e il ruolo salvifico degli Usa viene salvaguardato. Film anche molto recenti come Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow (2013), American Sniper di Clint Eastwood (2015) et 13 Hours di Michael Bay (2016) incarnano una forma di “imperialismo fatalista,” umbratile  e depressivo nel quale i fondamenti della politica estera americana non fanno mai parte del problema, ma sono l’unica soluzione.

Questo assunto fondamentale è stato quello su cui hanno messo le radici i film della saga del Vietnam a cominciare dal Cacciatore per finire a Vittime di Brian de Palma e passando per Apocalypse Now , ma anche i film più recenti che vorrebbero essere satire del militarismo statunitense, come The Kings of the Desert di David O. Russell (1999), Team America,  World Police  di Trey Parker (2004) o Jarhead , La fine dell’innocenza di Sam Mendes (2005) non prendono mai in considerazione l’ipotesi che il modo migliore di evitare che gli american boys si deprimano dopo aver massacrato vietnamiti o iracheni sia quella di non mandarli a devastare altri Paesi. L’industria dell’intrattenimento assume su di sé gran parte dell’indottrinamento – assopimento delle masse. Il cinema, come la televisione, è uno strumento formidabile per creare consenso attraverso la seduzione e lo stupore e nella sua produzione preminente si rivolge in particolare alle classi medio-basse, alle “minoranze”, ai giovani da plasmare. Hollywood del resto è dominata dagli stessi che detengono  i grandi giornali, le televisioni globali e che si apprestano a conquistare la rete, un ristretto gruppo di ultramiliardari con i loro valletti e naturalmente questa elite adotta l’ideologia che gli giova, ha bisogno, di convincersi  che la verità e la giustizia hanno il buon gusto di adattarsi ai propri i interessi materiali e che si forniscano argomenti  per giustificarli. A Hollywood, la visione del mondo promossa dal dominante viene tradotta in una forma audiovisiva attraente, destinata a un vasto pubblico, con messaggi generalmente semplici e confortanti, o fatalistici che possono essere riassunte nella frase”le cose sono come sono e non possono essere altrimenti “.

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6 responses to “Hollywood propaganda (parte prima)

  • Maurizio

    Tutte cose che apparivano già evidenti a chi voleva capire, ma che bisognerebbe ripetere, ripetere e ancora ripetere fino alla nausea.

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  • adelante

    adorabile articolo. Bellissimo.

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  • dani2005dani

    Si chiama SOFTPOWER e si somma sinergicamente e cumulativamente all’HARDPOWER militare e politico.
    La lingua inglese che è stata imposta ovunque come lingua globale, il dollaro che ancora resiste come moneta mondiale, gli sport a partire dal britannico calcio o cricket fino al basket statunitense.
    Per non parlare della musica popolare, spesso di bassa lega con parole insulse che pochi capiscono o stanno a sentire, video, radio, social.
    O il mitico jeans su cui vale la pena di leggere un articolo sul CORSERA di Pasolini del 1973, che ha omologato i giovani e quelli che giovani si credono in una moda che è stata una divisa per molti decenni. Adesso ci sono altre omologazioni. Sempre da quella parte dell’Atlantico.
    Basta guardarsi intorno. C’è ancora gente che cita “L’America” come una fonte del diritto.
    Paul Craig Roberts ha scritto un lungo e approfondito articolo su come ogni attività negli USA sia legata al potere militare, anche Greenpeace. Nulla sfugge. Gli USA hanno combattuto più guerre che il numero di anni della loro esistenza. Sono diventati la superpotenza per i guadagni ottenuti dopo la prima e la seconda guerra mondiale. Le loro élite hanno innescato le micce. Il nonno di Bush ha fornito armi sia a Hitler e sia a Stalin. Gli USA hanno aspettato di capire da che parte stare nella WWII (abbreviazione USA che uso comodità), alla fine hanno deciso di stare con GB e FR solo perché era complicato attraversare l’Europa per arrivare in Germania. Infine han fatto finta di entrare in guerra per poi aspettare che i russi si massacrassero per fermare i crucchi nazisti, poi sono arrivati con i loro chewing gum.

    Certo poi il premio oscar Benigni ha dovuto cambiare l’origine dei carri armati liberatori di Auschwitz, evitando di ricordare che erano russi.
    Infine Alberto Angela.

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  • Martina

    Beh, complimenti per quest’ulteriore pentola scoperchiata Sig. Simplicissimus. Anche se il contenuto. tanto per cambiare, è parecchio maleodorante.

    Per chi volesse approfondire l’argomento, aggiungo un link che porta al pdf di un libro dell’indimenticato Stefano Anelli, aka John Kleeves.

    Un italiano c’era arrivato prima di tutti a smascherare il cine-merdone ammeregano…

    https://byebyeunclesam.files.wordpress.com/2010/09/divi_stato.pdf

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