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La classe dei malminoristi

alberto-savinio-lisola_30Anna Lombroso per il Simplicissimus

È meglio morire di cancro o di ictus? È meglio Trump o Hillary? È meglio Bonaccini o Zaia? È meglio Brugnaro o Nardella? È meglio Renzi o Salvini? È meglio schiattare di Covid 19 o di carestia, fame, umiliazioni, asfissia da cravatte del racket europeo? E ancora, a raffica, è meglio la Bellanova o la Meloni? È meglio il patto con la Libia di Minniti o la sua fotocopia firmata Lamorgese?

E poi, è meglio Conte che accetta un boccone avvelenato che indebita il paese ricevendo in prestito i suoi stessi quattrini da ripagare anche in veste di riforme, ovvero tagli di spesa pubblica, della sanità, delle pensioni, delle tutele e dei diritti del lavoro, o Draghi che ha anticipato lo stesso trattamento alla Grecia e lo ha “promesso” all’Italia con la famosa letterina a 4 mani in cui si intimava al governo italiano, come atti inevitabili “per recuperare la fiducia degli investitori”: “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; […] la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; […] la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; […] criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità”  “riforme costituzionali di inasprimento delle regole fiscali”?

Ci hanno fatto sapere che a questi quesiti impossibili, in molti hanno dato e danno un risposta, scontata, peraltro, visto che  la percezione di quello che pensa la gente  è consegnato all’impiego di  misuratori messi a punto dall’ideologia mainstream, che interpreta l’esprimersi di un segmento particolare di pubblico, ben identificabile.

E infatti  è quello  che esterna tra una puntata e l’altra della Casa di carta o di Suits, che comunica con i like su Fb o su Twitter, la foto di Carola o Lucano sul profilo, non più attendibili in termini di misurazione della partecipazione democratica dei borborigmi leghisti,  sull’indice di militanza antifascista accertabile più in base ai decibel dell’intonazione di Bella Ciao nelle piazzette delle sardine più che sulla solidarietà agli scioperi dei martiri delle attività essenziali i primi di marzo, o sulla resistenza degli “isolani” all’occupazione dei loro territori  da parte della Nato.

Non sorprende, perché a dichiarare le preferenze di voto che non hanno poi riscontro in cabina, è un ceto che ha grande visibilità al posto di vera rappresentanza, grazie all’appartenenza per reddito, istruzione, accesso a informazioni, sia pure manipolate, a una minoranza che dice, naviga, mostra e si mostra e dunque assume il valore, il prestigio e il credito di “maggioranza”.

E’ quella  che finora si è sentita al sicuro e moralmente superiore iscrivendosi al partito del male minore, del meno peggio, del fatale incontrastabile e senza alternativa, pena l’anatema e l’ostracismo lanciato contro  i disfattisti, i visionari, i  nichilisti, i complottisti,  ed essere condannati all’isolamento da parte della comunità per via della difformità di pensiero e convinzioni dal conformismo imperante grazie all’egemonia del pensiero unico del politicamente corretto.

Ci ha pensato l’uso della minaccia sanitaria a ridurre la possibilità di scelta tra il peggio e un meno peggio, secondo categorie costruite ad arte per non permettere più libero arbitrio, libera critica, liberi interrogativi secondo i principi di realtà, scavalcati dal rincorrersi di  dati, statistiche, diagnosi, pareri, atti d’urgenza, sanzioni e impedimenti.  Grazie all’imposizione di una opzione obbligata che di fatto impediva l’esercizio del “decidere”: o stai a casa o muori, o esci e lavori o ti tolgono il salario, o metti la mascherina o ti commino 300 euro di multa, o obbedisci o ti meriti il castigo, sia sanitario che morale.

Così è stato facile dimostrare che si è costituita di fatto una unità compatta del Paese, esaltata con orgoglio da autorità e giornali, salvo la criminalizzazione di pochi irresponsabili e disobbedienti, una coesione fieramente esibita degli eroi del divano, dello smart working, della didattica a distanza, dell’ostensione della ricrescita e della peluria.

E guai a chi invece teme che sia cominciata una guerra civile destinata a continuare, sia pure a bassa intensità, con chi pensa di riuscire a conservarsi qualcosa, beni, sicurezze, casa, reddito copertura assistenziale e chi invece già ha perso tutto o lo perderà.

Eppure si sarebbe dovuto capire che questo accadimento prevedibile, previsto, eppure inatteso, ha accelerato la fine di alcune certezze, politiche e culturali che avevano permesso a segmenti sempre meno trasversali alle classi, di sentirsi egemonici socialmente ed eticamente.

Come una bomba che deflagra, ha spazzato via i miti della globalizzazione, a sorpresa rivelatasi una minaccia,  cosmopolitismo, rendendo impraticabili e inimmaginabili i suoi riti, dello scambio e del viaggiare. Ha demolito la costruzione dell’onnipotenza del progresso, inabilitato a contrastare con la scienza e la tecnologia la peste, dando ragione se a Laouche e agli apostoli della decrescita, alle profezie di Benjamin che sconsigliava di premere l’acceleratore dello sviluppo, ma di tirare il freno a mano.

Ha liquidato la saga dell’efficienza  del sistema privato, propagandata per anni come vincente per efficacia e prestazioni e quella della competizione, come gara virtuosa, che ci vede perdenti.

Ha fatto giustizia del credo cieco quanto fervente nell’Europa che a muso duro ha abbattuto la stele eretta a Ventotene, per chi ancora praticava l’atto di fede nell’aristocratica utopia, dimostrando che qualsiasi sia la formula con cui verrà concessa la carità pelosa, a pronta restituzione, sarà al costo di “riforme” che, come in Grecia, si tradurranno automaticamente in tagli a salari, pensioni e spese sociali.

E ha posto   domande alle quali chi crede di essere esente ha dato una prevedibile risposta: è meglio la vita o la borsa? la sicurezza o la giustizia? l’autodeterminazione  o la delega a chi “ne sa di più”?

Sono domande che non servono a  collocare chi le fa e chi usa il risponditore automatico nella categoria criticabile della destra cialtrona, rozza e ignorante, e che non sono nuove  se la proposta di poco più di un anno fa di limitare gli interventi chirurgici per i pazienti di età superiore ai 70 anni, dando licenza ai geriatri degli ospedali di decidere se operare o meno e continuare a fornire cure, era di un partito olandese denominato Sinistra Verde, se l’economista Attali guru del  Partito Socialista Francese, sostiene la opportunità di legalizzare e incentivare l’eutanasia, non per permettere una scelta dignitosa, ma  per ridurre la pressione sulla spesa pubblica, né più e né meno di Madame Lagarde o della Fornero, che almeno professano esplicitamente il culto neoliberista.

O se i diritti del lavoro, quelli all’istruzione sono stati cancellati da un partito proclamatosi riformista e democratico, che ha voluto mantenere nel suo pacchetto comunicativo il principio di modernità, togliendo quello di protezione sociale e quello di merito buttando via quello di uguaglianza.

O se ogni richiesta di riappropriarsi di quei poteri e di quelle competenze che costituiscono la sovranità di un Paese, perfino oggi, che si riscopre la necessità di un ruolo più attivo dello Stato in economia e nella spesa sociale, viene assimilata a un ottuso sovranismo, che va contrastato politicamente e moralmente affidando le scelte a una entità “sovranazionale”, tirannica quanto marginale rispetto al Grande Gioco dell’egemonia mondiale.

Ora a chi aveva quelle risposte pronte, sta per essere tolto il pane dopo che è stata tolta la voce, e pure gli occhi per vedere. Salvati dal contagio, potrebbero avere l’immunità di gregge contro il virus della libertà.

 

 

 


Dubito ergo sum

Petrarca-Meister_001Quando ero ragazzino del ginnasio e mi affannavo sull’Iliade ,  “Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος οὐλομένην, ἣ μυρί᾿ Ἀχαιοῖς ἄλγε᾿ , Cantami o diva del Pelide Achille, l’ira funesta… la vittoria sul cancro era considerata una meta a portata di mano, imminente, indubitabile e invece da vecchio tutto è rimasto come allora salvo la diagnosi precoce che è l’unico vero motivo della diminuzione di mortalità per questo male. Da giovane adulto è arrivato l’Aids e sembrava che un vaccino fosse questione di mesi al massimo di pochi anni, invece sono passati quattro decenni, Fauci si è fatto ricco a forza di proporre un vaccino mai uscito e di per sé impossibile vista la variabilità del virus che provoca la malattia o di cui è concausa e ci sono solo dei farmaci che rallentano lo sviluppo dell’Hiv  in maniera da ridurre o annullare la mortalità. Per di più sono stati avanzati diversi dubbi sull’origine della malattia, ma la versione prevalente  consente profitti tali da essere molto improbabile una sua eventuale “falsificazione” nonostante i dati epidemiologici suscitino più di un razionale dubbio.

Ad ogni modo la distanza siderale tra le promesse e i fallimenti avrebbe dovuto creare una visione assai più vicina alla realtà e cioè che il progresso della scienza ( da molti confuso con le applicazioni tecnologiche) consiste essenzialmente  nell’aumento delle cose che non sappiamo tanto da poter dire che oggi rispetto al passato mai così tanti hanno saputo così poco. Tuttavia il meccanismo intrinsecamente assertivo della comunicazione mass mediatica ha avuto un effetto diametralmente opposto rispetto a ciò che la realtà dovrebbe suggerire facendo della scienza non un campo di indagine guidato dal dubbio e dalla continua revisione degli errori, ma il suo esatto contrario ovvero una sorta di religione nel cui ambito non c’è discussione ma solo ortodossia contrapposta alla blasfemia e dotato di un corpo sacerdotale intoccabile a meno di palese eresia. Questi concetti sono stati espressi sul Guardian dal paleontologo Henry Gee, redattore  senior della rivista Nature, che sta alla scienza come i documenti della Congregazione per la dottrina della fede stanno al Vaticano. Inoltre il fatto che in alcuni ambiti scientifici più distanti dalla ricerca di base , come quello della medicina, i soldi della farmacologia siano divenuti assolutamente determinanti per orientare la ricerca e le idee guida, che la follia anglosassone del publish or perish, stia producendo milioni e milioni di ricerche inutili e/o di pessima qualità che servono solo a scopi accademici, che la stessa riproducibilità sperimentale sia entrata in crisi, spingono ancora di più verso la mutazione religiosa e la convergenza verso gli altari delle dottrine standard. “Il dibattito e il dissenso non sono soltanto proibiti, ma inconcepibili.  Gli scienziati, o quelli che si spacciano per scienziati, rivendicano un’autorità quasi religiosa.” dice Gee.

Così accade che nelle condizioni di crisi reale o narrativa che sia, nella quale ci troviamo oggi,  alcuni scienziati abbiano indossato l’abito talare pretendendo che le loro tesi ancorché contraddittorie non vengano minimamente messe in discussione dai profani, che esse debbano diventare dottrina dominante, nonostante che i dati diano loro torto marcio. E infatti gli abiti sacri che pretendono di indossare sono un’offesa alla scienza e vengono filati con l’ipocrisia , il denaro e degli interessi di potere: niente è più ridicolo e cieco  che il culto animistico degli esperti che rappresenta alla perfezione la sudditanza a cui siamo sottoposti. E tuttavia la reazione a questo finisce per essere così assurdamente radicale da non opporsi a una visione delle cose, ma di scimmiottarla al contrario perdendosi dietro a ogni più folle alternativismo che diventa ancor più settario: così la reazione a ciò che ci sembra discutibile, viene in qualche modo dispersa in altri culti di nicchia che non producono affatto il sano ritorno del dubbio, ma moltiplicano soltanto le fedi.  E dunque la scelta si riduce ad essere ortodossi o eretici, ma non esseri pensanti e consapevoli,  dunque gente a cui può essere fatta bere qualunque sciocchezza sotto il mantello della scienza, ma che è puro inganno come per esempio lo spaccio di qualunque decesso come effetto del Covid o il calcolo dei contagi assolutamente privo di qualsiasi credibilità statistica, una pura arma politica in mano alla protezione civile e ai suoi oscuri interessi. Che poi questo gregge venga trascinato verso la propria rovina senza nemmeno accorgersene è solo un a conseguenza necessaria. Dunque viva il dubbio: Einstein diceva: “Per punirmi del mio disprezzo verso l’autorità hanno fatto di me un’autorità”. 


I talk show dei cardinal Bellarmino

ins3.jpg--Un tempo quando ancora si studiava qualcosa e non ci si addestrava semplicemente con i test a fare le scimmiette sapienti, la rivoluzione scientifica veniva sintetizzata con la rivoluzione copernicana e l’affermazione, grazie a Galileo, della teoria eliocentrica contro quella geocentrica di Tolomeo che da più di duemila anni spiegava grosso modo il moto delle stelle, i moti planetari e sia pure a costo di calcoli complicatissimi, riusciva a prevedere le eclissi. In realtà la questione era molto più generale della questione astronomica e coinvolgeva le basi stesse della fisica e della metafisica antiche che non erano mai state messe in dubbio per un  principio di autorità che da Aristotele era poi passato alla Chiesa la cui teologia ne sussumeva l’impianto generale. In effetti la teoria eliocentrica rendeva i calcoli astronomici molto più semplici e lo stesso Copernico che aveva imparato la lezione dai matematici bolognesi  dell’Alma Mater, non voleva affermare che effettivamente la Terra girasse attorno al sole, ma che assumendo questa ipotesi ci si risparmiava un sacco di fatica matematica (mica c’erano i calcolatori al tempo), fermo restando che era possibile spiegare perché se la terra gira su stessa  tutto ciò che c’è sulla sua superficie non viene spazzato via all’istante. Solo con Galilei e la sua relatività che sostituisce l’inerzia all’impetus aristotelico si poteva concepire un sistema eliocentrico.

Così vediamo che la nascita della scienza viene di solito spiegata come il passaggio da un corpo di conoscenze stabilite a un altro, perdendone il vero significato che sta proprio nel rifiuto di un’autorità che può e deve essere sostituita dal “provare e riprovare” galileiano,  dal fare esperienze ed esperimenti, possibilmente riproducibili, dal dubbio cartesiano programmatico. Insomma non viene per nulla trasmesso il dramma che si svolse negli anni di Galileo attorno all’eliocentrismo perché si era dilaniati da evidenze che suggerivano di abbandonare la teoria eliocentrica senza avere ancora le basi per poter sostituire del tutto la fisica di Aristotele. Il filosofo della scienza Feyerabend scrisse che all’epoca di Galileo la Chiesa rimase più fedele alla ragione dello stesso Galileo” intendendo con questo dire che l’essenza della scienza non è tanto nelle metodologie e nei protocolli, quanto nell’atteggiamento anti dogmatico. Eppure in questo 2020 abbiamo potuto sperimentare in pieno la “normalizzazione” e dogmatizzazione della scienza che divenuta nuova religione, pretende non solo di controllare una verità che peraltro non conosce e che per definizione è in divenire dialettico tra le ipotesi, ma anche di prestare anche la propria autorità alla censura delle opinioni non gradite alle elite. Insomma non incarna più  Galileo, ma il cardinal  Bellarmino con in più i media di massa e i talk show. Anzi peggio perché è diventata ancella del potere e dei poteri economici  dai quali dipende ormai strettamente in tutti i settori e in tutti segmenti e filiere in cui può essere suddivisa . E così cerca in maniera grossolana e anche attraverso la manipolazione dei dati o semplicemente attraverso la loro confusione di tenere in vita la  narrazione della pandemia che è servita alle elite per scatenare  la tempesta perfetta, ormai inevitabile, ma che provocata artificialmente e in modo controllato evita di pagarne  lo scotto e anzi manda al macero la democrazia e la libertà.  Sarebbe intollerabile anche se si trattasse di qualcosa di davvero letale e non di una sindrome influenzale pantografata fino all’inverosimile per raggiungere alcuni scopi precisi che servono per i decenni futuri: la vaccinazione universale con annessa schedatura biologica, il controllo della popolazione attraverso gli strumenti informatici e il dominio finale e incontrastato della tecnocrazia.

Fate caso al fatto che gli unici esperti che si oppongono apertamente e nettamente agli appelli millenaristici della pandemia sono scienziati con grandi carriere dietro le spalle, talvolta persino Nobel, persone che ormai non hanno più nulla da dimostrare, nessun cursus honorum da intraprendere o da curare, non hanno più bisogno né di fama mediatica, né dell’appoggio o dei soldi di Big Pharma. Le mezze figure, i cui titoli sono incerti o a volte millantati o hanno apertamente fallito i propri obiettivi come Anthony Fauci diventano gli eroi di questi disegno i San Giorgio alleati del drago che sgomitano per essere i primi della classe nell’appoggiare quel potere che poi li ripagherà o almeno così illudono. Così fin da subito una supposta “scienza” tra molte virgolette è stata chiamata dai media colti e meno colti del potere ad avallare la trasformazione di una sindrome influenzale in peste, per fare fronte comune contro l’evidenza dei numeri che pure non lasciano scampo e per zittire con l’autorità ogni contradditorio, preludio questo all’annullamento della libertà di parola e di opinione. Il tutto con obbligatorio seguito di intellettuali di firma che stanno sottoscrivendo non solo la loro abdicazione da teste pensanti, ma la loro stessa fine: hanno siglato la loro dichiarazione di inutilità perché se prima potevano mettersi a servizio da qualcuno, oggi non servono più alla tecnocrazia rampante di cui stanno facendo gli interessi. Del resto non è che intellettuale vuol dire necessariamente intelligente e lo si capisce bene proprio in Italia dove il disegno generale ha assunto il carattere più diretto, inequivocabile e persino grottesco di cambiamento di regime: davvero fare i valletti di Conte e di quattro grassatori della peggiore specie è una gran brutta fine. Saranno vaccinati anche loro volenti o nolenti, avranno anche loro la app di controllo, ma probabilmente non ci saranno più i soldi per alimentare la loro visibilità. Almeno una soddisfazione.


Stamponiamoci

Tampone-faringeo-1200x1200Una delle cose più improbe in assoluto è leggere i libretti di istruzioni non solo perché sono scritti da cani ovvero da gente le cui abilità linguistiche si stanno riducendo a vista d’occhio, ma anche perché sono estremamente noiosi e dopotutto  vorremmo che fosse la cosa stessa a “parlare” ed ad essere trasparente nel suo uso. E infatti quando pensiamo a cose e relazioni che non hanno manuali d’uso, sebbene non sappiamo da che parte prenderle, le utilizziamo in maniera assolutamente automatica e sbagliata non riuscendo a venirne fuori. Eppure qualche volta sarebbe utile leggere i bugiardini e i libretti perché d’un tratto potrebbero farci comprendere cose che ci confondono a tal punto da preferire l’ubbidienza passiva allo sforzo cognitivo. Così oggi voglio sfogliare, in senso figurato, ma anche concreto un manuale sui famosi tamponi che sono diventati uno dei simboli dei tempi del coronavirus, lo scettro per eccellenza della tirannide sanitaria: andando avanti a leggere capiremo che non misurano la pandemia, ma che la creano.

Se avrete la pazienza di uscire dalla facile canea mediatica e di seguire le istruzioni purtroppo non facili e non immediatamente intuitive sarete ripagati dalla fatica: vi si spalancherà una frattura nel matrix che stiamo vivendo e vi permetterà di ritornare a riveder le stelle. Dei tamponi si è detto di tutto: che sono estremamente inaffidabili, che alcune partite erano addirittura infettate, che la loro gestione specie in alcuni Paesi come l’Italia è stata paradossale ed è tutto perfettamente vero, ma non è la radice della questione. Innanzitutto cos’è un tampone? Semplicemente un pezzo di plastica con un po’ di garza o ovatta destinato a raccogliere tracce organiche in questo caso dalle narici e dalla faringe dei pazienti per accertarsi, mediante reagenti e microscopia di sequenze chimiche tipiche di un microrganismo. Ma attenzione questo non significa che siamo malati e nemmeno  portatori sani ma solo che siamo venuti a contatto con l’agente patogeno o con qualcosa di simile, il che è un’eventualità assai probabile visto che ad ogni istante ingeriamo milioni di microbi di ogni genere: ciò che il tampone trova possono essere semplicemente i resti chimici di microrganismi già distrutti dai meccanismi di disattivazione immunologica e dunque totalmente innocui.  Infatti i tamponi servono solo quando ci sia un quadro clinico ben definito e ben conosciuto nei particolari, per il quale si vuole confermare o escludere qualcosa, ma nel caso di un nuovo agente patogeno ci dice solo se siamo venuti a contatto. E questo tampone ce lo dice anche in maniera completamente inaffidabile.

Ora se prendiamo la documentazione tecnica dei tamponi per il Covid vi possiamo leggere una cosa sorprendente, ovvero che esso non è impreciso per negligenza ma è stato specificamente studiato per avere l’80% di falsi positivi: l’amplificazione estrema della catena degli acidi nucleici è stata concepita per dare la minore precisione e al tempo stesso la maggiore sensibilità possibile. In effetti il tampone è stato creato ( è scritto a chiare lettere) per prevedere tutte le eventuali  mutazioni del virus e quindi in realtà segnala facilmente la presenza di altri coronavirus e addirittura di altri virus a Rna. Ora dietro questo non esiste alcun complotto o alcun errore: il tampone è stato messo a punto in Cina proprio per fornire la minima possibilità di falsi negativi, ovvero per essere uno strumento per lo studio epidemiologico di massa in grado di selezionare non chi fosse venuto a contatto col virus cosa che presenta i problemi che ho spiegato in precedenza, ma di  escludere coloro che con ragionevole certezza non erano venuti a contatto con l’agente patogeno in modo da permettere un maggiore contenimento in zone ristrette o comunque studiare meglio le dinamiche di diffusione. Tutti noi sappiamo che i metodi per escludere o includere qualcosa in un insieme sono molto differenti a seconda degli scopi che vogliamo raggiungere e dunque che il tampone fornisse l’80% di falsi positivi non era importante per i fini che si prefiggeva

Naturalmente  una volta che il virus si è diffuso ben oltre l’ area di origine e peraltro a macchia di leopardo, continuare utilizzare questo tipo di tampone, poi prodotto praticamente dovunque, come strumento di diagnosi effettiva e non di semplice esclusione è stato un grave errore concettuale e non si capisce come esso sia stato possibile senza ipotizzare una volontà di trasformare una semplice sindrome influenzale in morbo universale. Peraltro è del tutto evidente che anche per quei pochi decessi attribuiti in maniera piuttosto perigliosa al coronavirus non basta dire che esso è forse presente, magari come residuo puramente molecolare, ma bisogna anche dimostrare l’assenza di altri patogeni, come ad esempio i virus dell’influenza o decine di altri. Ma questo che è una cosa assolutamente essenziale  non è mai stata fatta, ben sapendo tra l’altro che anche l’influenza, qualora si lasci intatto per molti giorni un importante quadro febbrile, provoca le stesse condizioni trombotiche attribuite adesso dopo confuse polemiche al coronavirus al quale si potrebbe assegnare anche un semplice ruolo di rinforzo e di azione crociata.

Dunque basta leggere un po’ di istruzioni per capire che quello che stiamo accettando è inaccettabile anche, anzi soprattutto dal punto di vista scientifico, quando si prescinda dai tromboni ignoranti, insolenti e bugiardi o forse solo ottusi, che in televisione spezzano abusivamente  un pane della scienza che evidentemente non hanno mai assaggiato.


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