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La museruola

musAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa dovrebbero dire gli armeni, i rom e sinti, gli ebrei, i nativi americani. ( a proposito, non a caso,  la recente furia iconoclasta ha preferito non mettere al bando Ombre Rosse, che tanto ha contribuito alla leggenda della furia feroce dei pellerossa colonizzati da assassini e criminali, altrettanto crudeli sfuggiti alla giustizia di società civilizzate)?

Se ormai la loro lotta contro la menzogna che ha messo in dubbio persecuzioni, genocidi e annientamenti – oggetto tra l’altro di gerarchie e graduatorie mentre ognuna avrebbe diritto a essere considerata speciale e non ripetibile – adesso, che nelle schiere di Irving, Faurisson, Dodik, Bernard Lewis -e altri 68 storici americani impegnati a disinfettare la storia turca dalla macchia dello sterminio degli armeni-  vengono  arruolati con Trump e Orban, Salvini,   la Meloni, un cantante simil-lirico ospite fisso di Sanremo, cui finora era stata concessa pietosa considerazione per via di una grave handicap, anche  tutti quelli che sollevano obiezioni e esprimono perplessità nei confronti della declinazione  del neoliberismo in controllo etico- sanitario, grazie al credo imperante che paralizza ogni istinto, salvo quello di conservazione e ogni razionale esigenza di certezze.

Quest’ultima,  paradossalmente, contrastata proprio dagli scienziati, per i quali fondamento irrinunciabile dell’azione dovrebbe essere il dubbio, e dunque la ricerca continua per dissiparlo, che ci obbligano invece all’atto di fede cieco nella loro persona più che nella loro disciplina.

Succede  da quando i cittadini  vengono divisi  tra chi, i responsabili e rispettosi degli altri, è disposto a rinunciare a condizioni normali di vita, rapporti affettivi e sociali, lavoro, godimento di cultura e bellezza nei luoghi deputati, espressione di convinzioni politiche  religiose, sacrificandoli in nome del rischio di ammalarsi, e quelli, inconfessati frequentatore di crapule e ammucchiate perfino in siti istituzionali,  che ostentatamente non indossano la mascherina e probabilmente non si lavano le mani dopo la pipì in segno di aperta ribellione.

La  divisione a monte, sia pure poco dichiarata e ammessa, era già stata effettuata tra quelli che, secondo una inammissibile lotteria, venivano estratto per restare a casa, protetti dal rischio in virtù di una estrema applicazione del principio di precauzione, salvi, anche se minacciato da altri pericoli su cui veniva consigliato di soprassedere, perdita del lavoro postuma, svalutazione delle mansioni, riduzione delle remunerazioni, effettiva cancellazione del diritto all’istruzione.

Loro, i primi, esentati e ammessi solo virtualmente alla realtà che continuava a svolgersi fuori, animata dagli “altri”,  i sommersi, milioni di lavoratori addetti a attività essenziali, costretti quindi a affrontare l’azzardo del contagio su bus/ metro /uffici /officine/ grandi magazzini/ fabbriche, inizialmente apprezzati alla stregua degli angeli in camice, poi subito rimossi: pony inefficienti, operai manifestanti in assembramenti scriteriati, facchini in ritardo sulle consegne, pastai renitenti a produrre penne rigate, dei quali non conosciamo il destino perché stranamente esclusi dalle torve statistiche dei malati e dei decessi, compresi quelli abitualmente liquidati come  morti bianche, che ce ne sono state eccome.

Io personalmente la mascherina la indosso, perché non mi va di avviare contestazioni con custodi dell’ordine pubblico ormai incaricati della repressione dei popoli dell’apericena, della movida, dell’invasione del centro sgradita a Galli Della Loggia in quanto offensiva di profilassi e decoro, dei costruttori di castelli di sabbia e degli atleti del racchettone, ma anche per la stessa forma di rispetto che da laica, atea e agnostica riservo al credo degli altri, perfino quando assume la forma della superstizione.

Sono convinta che non svolga alcun servizio, così come la retorica dei vaccini mi pare che abbia assunto le forme della credulità apotropaica se dobbiamo dar retta al “revisionismo” della Fda americana che sta ripiegando sull’ipotesi di un prodotto che prevenga le malattie, non le infezioni, o alle preoccupazioni di quegli appartenenti alla comunità scientifica non completamente assorbiti dal pensiero unico riconducibile a Gates, che ricordano che  servirebbero agenti in grado di  proteggere dalle malattie, non necessariamente dalle infezioni, e che tra l’altro, in alcuni casi, morbillo o pertosse ad esempio, producono l’effetto di far sviluppare forme lievi del morbo da cui dovrebbero proteggere, diffondendolo a altri.

Eppure,  automaticamente, sono e sono stata arruolata nelle schiere di negazionisti e complottisti: è proprio questo il grande successo registrato dallo “stato di emergenza” del quale nessuno pare osi mettere in dubbio la necessità:  integrare a forza critica e obiezioni nel concerto di borborigmi, versacci, sberleffi , del berciare della destra che occupa giornali e rete incarnazioni del  pericolo n.1, annoverando ogni dubbio e perplessità negli infamanti copioni dei rovinologi irresponsabili e maleducati.

Per mesi in vigenza del lutto, si è stati fermamente e unanimemente richiamati all’obbligo della compostezza, del rinvio doveroso del giudizio, perfino nei confronti degli amministratori imbelli e corrotti, perché sarebbe stato contrario al bon ton del dolore condiviso sollevare sospetti e accuse,   catalogabili perfino come razzismo alla rovescia, Sud contro Nord.

Per mesi l’invito era quello di non disturbare il miglior manovratore che ci potesse capitare, sostenuto perfino da inusuali appelli di intellettuali, procrastinando il più elementare processo democratico, quello della critica per non parlare della partecipazione, al “dopo”, applicando il metro delle sardine, che  fa preferire il condizionamento  educato, la dolce pressione e la  repressione garbata, l’asservimento sorridente e bendisposto al padronato, perfino le firme in calce ai trattati con tiranni  sanguinari, se la penna correa appartiene all’esecutivo di successo, alle inopportune e irrazionale veemenza della “destra”.

Se avevate creduto che la fine della fase più dura e energica, con l’avvio del rilancio, della ricostruzione post bellica, sarebbe stato reintrodotto l’esercizio libero della critica, per non dire della possibilità di intervenire nelle scelte che ci riguardano, vi sbagliavate.

Ed è questo che fa capire che se complotto non c’è stato, la gestione del covid ha davvero prodotto una sospensione della democrazia e dei diritti costituzionali, da quello allo studio, a quello all’assistenza e cura, oggi interrotto nelle strutture pubbliche, da quello alla mobilità a quelli del lavoro.

Può darsi che abbiano ragione, tra i costituzionalisti che di volta in volta, come tira il vento, assumono o perdono prestigio, magari sostituiti dalla Boschi in barchetta,   che garantiva con lo smantellamento della Carta la vittoria sul cancro, quelli che dicono che non c’è stato oltraggio alla Costituzione, laddove prevede poteri e misure eccezionali in particolari condizioni di pericolo per la società.

Ma che condizione particolare può concedere a un governo di non dare assicurazioni sul ristabilimento delle prerogative che garantiscono per tutti l’accesso all’istruzione? Che condizione anomala può permettere la normalizzazione della demolizione delle conquiste del lavoro frutto di anni di lotte, per rispondere alle pretese padronali?

Che situazione di crisi, non certo inattesa, può imporci di essere grati e consentire  a un potere sovranazionale dominato da una élite esterna e ostile di mettere a disposizione in forma condizionata e controllata i nostri soldi, intervenendo sulle modalità di spesa e sulle scelte degli investimenti, fino a prevedere che la disobbedienza a criteri e requisiti obbligati possano determinare l’intervento commissariale sulla natura e composizione dei governi nazionali?

Che accadimento speciale può realizzare l’egemonia della rinuncia e del sacrificio, l’opportunità della resa ai comandi in cambio di una imitazione della sicurezza e della sopravvivenza, quando sovranità e competenza sulla spesa e sulle scelte che riguardano le nostre vite sono state cedute a fronte dell’appartenenza in veste di partner poco graditi e per niente affidabili a un contesto che ci  depreda e ci disprezza?

Non sarà che la mascherina ha davvero una indiscutibile efficacia e finalità, anzi due? bavaglio e museruola?


Siamo carne da vaccino

carbe da vaccinoDebbo dire che il mondo riesce sempre a sorprendermi perché l’esperimento sociale pandemia pretende di poter essere temporaneamente concluso ( fino al prossimo virus) solo con la vaccinazione e la schedatura universali, nonostante la scarsissima pericolosità del patogeno, mentre se la vicenda ha suggerito qualche sano interrogativo a livello scientifico e medico è proprio la prudenza attorno ai vaccini e ai loro possibili, inaspettati effetti. La diffusione del coronavirus si è avuta in Cina un mese dopo che le vaccinazioni antinfluenzali sono state rese obbligatorie, mentre da noi ha colpito le zone a più alta densità di immunizzazione contro l’influenza e  altri virus patogeni e in questi giorni arrivano notizie simili dagli ospedali spagnoli: non voglio esprimere alcuna tesi prefabbricata su queste inquietanti correlazioni, ma solo meravigliarmi del fatto che non ci sia nessuna voglia di approfondire questa evidente connessione  che potrebbe rivelarsi una pura coincidenza, così come potrebbe aprire scenari del tutto inediti e imprevisti, aprendo nuovi capitoli di conoscenza. E addirittura i politicanti più stupidi e corrotti intendano rendere obbligatorio la vaccinazione antinfluenzale. Ma diciamo che si tratterebbe di ricerche che mettono a rischio affari per circa 30 miliardi di dollari all’anno che entro il 2025 dovrebbero diventare 100 sulla nostra pelle. O forse molto di più: chi si vuole mettere contro questa macchina da soldi? Meglio, chi davvero può esprimere onestà scientifica visto che la stragrande maggioranza di ricerche mediche viene svolta con i soldi delle multinazionali farmaceutiche? 

In realtà la noncuranza apparente e la pigrizia verso questi temi di studio per evitare di scuotere le acque dei mega affari contiene qualcosa di più di un’atteggiamento imbarazzato, ma intenti che oserei definire scellerati, perché una correlazione tra vaccinazione influenzale intensiva e minore resistenza alle malattie dell’apparato respiratorio è già stata dimostrata da uno studio che ha quantificato una morbilità superiore del 36 per cento per i vaccinati. Non stupirà scoprire che tale ricerca è stata fatta da un soggetto che non solo con i vaccini ha parecchio a che fare, ma che soprattutto ha una certa libertà di movimento rispetto a Big Pharma e ai suoi finanziamenti, ovvero l’esercito americano che finanzia in proprio gli studi che lo interessano da vicino e che magari ha anche il peso necessario a farli pubblicare. Ora non è che ci troviamo di fronte alla verità rivelata, ma di fronte  a un solido studio sugli effetti negativi della vaccinazioni antinfluenzali e forti delle esperienze di questi mesi sarebbe doveroso moltiplicare le ricerche in questo senso per vedere se è vero o se per caso quella percentuale applicata a fasce di età più avanzate e condizioni fisiche più precarie non sia  molto maggiore. Questo però potrebbe avvenire in un  mondo normale, pulito, non in quello dominato dal profitto assoluto e dalle multinazionali che ne sono l’incarnazione.

Del resto il silenzio è inevitabile perché di fatto i vaccini sono i farmaci che comportano le minori spese di sperimentazione visto che le cavie a lungo termine sono sostanzialmente i vaccinati stessi, ormai  obbligati ad essere animali da laboratorio e inoltre presentano  anche minori rischi legali per eventuali effetti avversi: dal 2010 la Corte suprema degli Stati Uniti che bene o male finisce per fare legge  anche in Europa, essendo i padroni e la governance essenzialmente la stessa, ha stabilito che i produttori di vaccini sono esonerati da qualsiasi responsabilità civile rispetto ai danni collaterali eventualmente provocati, anche se gravi o mortali purché il preparato corrisponda a quanto indicato in etichetta. Nella formulazione di questa scandalosa impunità c’è anche una traccia che lascia indizi sui motivi e le spinte che hanno portato a questo: l’esenzione è retroattiva e parte dal 1988, ovvero dall’anno nel quale il  National Vaccine Injury Compensation Program – un organismo nato due anni prima e testimone evidente che l’asserita sicurezza vaccinale  non è poi così cristallina – ha cominciato a concedere i risarcimenti per danni, che ammontano ormai a una cifra vicina ai 4,5 miliardi dollari, una quantità di denaro  che non comprende  i soldi che si riferiscono a singole azione legali e class action proposte da privati.  Anzi l’organismo stesso era nato proprio per arginare la marea di cause legali e per costituire, come esso stesso dice “un’alternativa al sistema legale tradizionale per la risoluzione delle petizioni relative alle lesioni da vaccino”.  In questo contesto sembra mancare solo un elemento, ovvero quello delle buone intenzioni,  che Big Pharma. l’Oms e le fondazioni filantropiche recitano continuamente come un mantra, ma che si scontra invece  con la realtà e con il tentativo di allontanare la normale giurisdizione dalle questioni vaccinali ( ma mediche in genere)  che in sostanza verranno decise dentro logiche di benevola composizione nelle quali il cittadino diventa un piccolo ingranaggio alla mercé delle multinazionali del farmaco. E delle scommesse sulle pandemie lanciate dai gruppi finanziari.

E’ chiaro da che parte tiri il vento e che ci si trovi a un punto di svolta: o si rifiuta ora la logica della dittatura sanitario – sociale che sta riempiendo lo spazio lasciato libero dalle istituzioni democratiche , superando con la forza della ragione le paure irrazionali  che vengono continuamente inculcare e ribadite pur in mancanza di qualsiasi evidenza pandemica o ci rifiutiamo di essere manipolati  o sarà molto difficile riuscire a farlo dopo, quando l’insensata paura pandemica, ci avrà ridotto a carne da vaccino.


Il premio catastrofe

Il-10-Novembre-una-catastrofe-colpira-la-TerraIl crollo del paradigma che ha accompagnato l’occidente dalla seconda guerra mondiale in poi, ma fondato nell’età delle rivoluzioni, è sotto gli occhi di tutti: la disgregazione geopolitica e la perdita di potere relativo rispetto al resto del mondo fino a qualche decennio fa impotente, va di pari passo con quella politica e sociale: se qualcosa è visibile ad occhio nudo e senza bisogno di alcun microscopio concettuale, quella è la riorganizzazione oligarchica ed autoritaria del sistema globalista che fino ad ora si era in qualche modo mimetizzato scambiando la moneta buona delle libertà sociali e dei diritti con quella fasulla del consumismo sfrenato e della permissività narcisistica, facendo finta che avessero il medesimo valore. Poi, proprio all’inizio del secolo, le oligarchie hanno aperto un nuovo mercato parallelo ovvero quello dello scambio tra libertà e sicurezza aperto dalla stagione del terrorismo.

Tutto ha funzionato egregiamente fino a che il trasferimento di ricchezza reso possibile da questa logica sociale e antropologica non  ha talmente aumentato le disuguaglianze e impoverito i ceti popolari e medi da suscitare una reazione la cui forza non era stata messa in conto e contro la quale è stato anche poco efficace la mobilitazione dei ceti colti collaterali al globalismo che hanno invece dimostrato la loro subalternità.  Così le oligarchie del denaro hanno cominciato ad alzare la posta affinché gli avversari fossero impauriti da qualche bluff: ed ecco che dai meandri di una scienza ormai inscindibilmente legata e collegata al capitale, è arrivato il virus fine di mondo. una sindrome influenzale e niente di più, ma preparata da anni di simulazioni e di esternazioni nei think tank, per essere l’incarnazione della peste. Lo si capisce benissimo dal fatto che governi ormai sussidiari alle politiche economiche siano stati presi dal panico e si siano rivolti a quelli che venivano considerati guru dell’ epidemiologia per di loro cosa fare e quale sarebbe stato l’impatto dell’epidemia. In particolare a “modellizzare” lo sviluppo del contagio e grosso modo il numero dei morti atteso è stato il  matematico Neil Ferguson dell’Imperial College di Londra e il dottor Richard Hatchett della CEPI (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations), ex collaboratore del segretario alla Difesa USA, Donald Rumsfeld. Questo è davvero straordinario perché entrambi questi personaggi  hanno dietro di sé una clamorosa scia di fallimenti: in particolare Ferguson, previde nel 2002 50 mila morti per la famosa mucca pazza e in 30 anni le vittime presunte sono state 198; nel 2005,  affermò che fino a 200 milioni di persone sarebbero state uccise dall’influenza aviaria, ma in tutto il pianeta si ebbero 48 morti; nel 2009  Ferguson e il suo team dell’Imperial College  informarono il governo che l’influenza suina o H1N1 avrebbe probabilmente ucciso 65.000 persone nel Regno Unito. Alla fine ne sono morte 457. Questa volta ha previsto mezzo milione di  morti in Gran Bretagna che non ci sono ovviamente stati, ma qualunque persona si chiederebbe come mai ci sia ricolti a queste persone per avere dei lumi.

Qui in un certo senso comincia il post, perché voglio dire che nella società globalista sta diventando difficile fare scienza visto che ogni attività umana è orientata la mercato e al profitto. Le tesi catastrofiche sono quelle che portano maggior guadagno al settore medico e farmaceutico nel suo complesso: dunque sono anche le tesi prevalenti. Ovviamente non si tratta di un complotto, ma è la semplice logica del sistema che porta inevitabilmente a questo: più si accentua la gravità della situazione , più arrivano fondi, più si accelerano carriere e posizioni di potere, più si pubblica e si entra nell’onorata società accademica e della ricerca, più gli ospedali beneficiano di contributi pubblici e/o versamenti assicurativi, più le grandi organizzazioni falsamente filantropiche beneficiano di offerte dagli stati ( vedi i 300 milioni elargiti dall’Italia a Bilkl Gates e al suo mondo vaccinista) e dai privati. Insomma tutti ci guadagnano e questo costituisce una deformazione cognitiva che non rende più possibile o credibile un appello alla scienza come giudice finale perché troppo implicata in conflitti di interesse.

Certo questa cosa non accade solo col Covid, ma anche  nella quotidianità, laddove le scelte terapeutiche sono sempre a favore del maggior costo e anche quando ci sono evidenze diverse trovate da quella poca ricerca di nicchia, le si ignora completamente. Gli esempi che potrei fare, pur da profano informato e comunque curioso, sono decine e vanno dall’uso massiccio e in molti casi superfluo o persino dannoso delle statine, all’uso di chemioterapie particolarmente pesanti perché il mercato dei farmaci coadiuvanti è troppo ricco per poterlo azzerare con formulazioni di pari efficacia, ma con minori effetti collaterali. Del resto il fatto fondamentale è che l’80 per cento delle ricerche mediche è pagato dall’industria farmaceutica e così pure il 95% delle riviste accreditate sulle quali compaiono le ricerche. Per di più molti studi sono scorretti o mal impostati o  irripetibili per la necessità di strumentazione apposita, per mancanza di fondi ( che scarseggiano quando si tratta di controllare certi risultati): insomma se la scienza è discussione e dibattito in questo campo è il denaro che decide chi è in maggioranza e chi in minoranza.

E’ questa la scienza che fa da paravento a visioni e disegni che in questo caso è di portare la paura al centro delle dinamiche sociali con le persone che invece di cercare collegamenti diventano ostili e sospettose tra di loro, con la distruzione della vita collettiva e politica e l’instaurazione di una dittatura sanitaria che viene dichiarata temporanea, ma che ormai ha sdoganato la possibilità di mettere tra parentesi le costituzioni anche a fronte di emergenze che si riveleranno dei pretesti.


La classe dei malminoristi

alberto-savinio-lisola_30Anna Lombroso per il Simplicissimus

È meglio morire di cancro o di ictus? È meglio Trump o Hillary? È meglio Bonaccini o Zaia? È meglio Brugnaro o Nardella? È meglio Renzi o Salvini? È meglio schiattare di Covid 19 o di carestia, fame, umiliazioni, asfissia da cravatte del racket europeo? E ancora, a raffica, è meglio la Bellanova o la Meloni? È meglio il patto con la Libia di Minniti o la sua fotocopia firmata Lamorgese?

E poi, è meglio Conte che accetta un boccone avvelenato che indebita il paese ricevendo in prestito i suoi stessi quattrini da ripagare anche in veste di riforme, ovvero tagli di spesa pubblica, della sanità, delle pensioni, delle tutele e dei diritti del lavoro, o Draghi che ha anticipato lo stesso trattamento alla Grecia e lo ha “promesso” all’Italia con la famosa letterina a 4 mani in cui si intimava al governo italiano, come atti inevitabili “per recuperare la fiducia degli investitori”: “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; […] la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; […] la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; […] criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità”  “riforme costituzionali di inasprimento delle regole fiscali”?

Ci hanno fatto sapere che a questi quesiti impossibili, in molti hanno dato e danno un risposta, scontata, peraltro, visto che  la percezione di quello che pensa la gente  è consegnato all’impiego di  misuratori messi a punto dall’ideologia mainstream, che interpreta l’esprimersi di un segmento particolare di pubblico, ben identificabile.

E infatti  è quello  che esterna tra una puntata e l’altra della Casa di carta o di Suits, che comunica con i like su Fb o su Twitter, la foto di Carola o Lucano sul profilo, non più attendibili in termini di misurazione della partecipazione democratica dei borborigmi leghisti,  sull’indice di militanza antifascista accertabile più in base ai decibel dell’intonazione di Bella Ciao nelle piazzette delle sardine più che sulla solidarietà agli scioperi dei martiri delle attività essenziali i primi di marzo, o sulla resistenza degli “isolani” all’occupazione dei loro territori  da parte della Nato.

Non sorprende, perché a dichiarare le preferenze di voto che non hanno poi riscontro in cabina, è un ceto che ha grande visibilità al posto di vera rappresentanza, grazie all’appartenenza per reddito, istruzione, accesso a informazioni, sia pure manipolate, a una minoranza che dice, naviga, mostra e si mostra e dunque assume il valore, il prestigio e il credito di “maggioranza”.

E’ quella  che finora si è sentita al sicuro e moralmente superiore iscrivendosi al partito del male minore, del meno peggio, del fatale incontrastabile e senza alternativa, pena l’anatema e l’ostracismo lanciato contro  i disfattisti, i visionari, i  nichilisti, i complottisti,  ed essere condannati all’isolamento da parte della comunità per via della difformità di pensiero e convinzioni dal conformismo imperante grazie all’egemonia del pensiero unico del politicamente corretto.

Ci ha pensato l’uso della minaccia sanitaria a ridurre la possibilità di scelta tra il peggio e un meno peggio, secondo categorie costruite ad arte per non permettere più libero arbitrio, libera critica, liberi interrogativi secondo i principi di realtà, scavalcati dal rincorrersi di  dati, statistiche, diagnosi, pareri, atti d’urgenza, sanzioni e impedimenti.  Grazie all’imposizione di una opzione obbligata che di fatto impediva l’esercizio del “decidere”: o stai a casa o muori, o esci e lavori o ti tolgono il salario, o metti la mascherina o ti commino 300 euro di multa, o obbedisci o ti meriti il castigo, sia sanitario che morale.

Così è stato facile dimostrare che si è costituita di fatto una unità compatta del Paese, esaltata con orgoglio da autorità e giornali, salvo la criminalizzazione di pochi irresponsabili e disobbedienti, una coesione fieramente esibita degli eroi del divano, dello smart working, della didattica a distanza, dell’ostensione della ricrescita e della peluria.

E guai a chi invece teme che sia cominciata una guerra civile destinata a continuare, sia pure a bassa intensità, con chi pensa di riuscire a conservarsi qualcosa, beni, sicurezze, casa, reddito copertura assistenziale e chi invece già ha perso tutto o lo perderà.

Eppure si sarebbe dovuto capire che questo accadimento prevedibile, previsto, eppure inatteso, ha accelerato la fine di alcune certezze, politiche e culturali che avevano permesso a segmenti sempre meno trasversali alle classi, di sentirsi egemonici socialmente ed eticamente.

Come una bomba che deflagra, ha spazzato via i miti della globalizzazione, a sorpresa rivelatasi una minaccia,  cosmopolitismo, rendendo impraticabili e inimmaginabili i suoi riti, dello scambio e del viaggiare. Ha demolito la costruzione dell’onnipotenza del progresso, inabilitato a contrastare con la scienza e la tecnologia la peste, dando ragione se a Laouche e agli apostoli della decrescita, alle profezie di Benjamin che sconsigliava di premere l’acceleratore dello sviluppo, ma di tirare il freno a mano.

Ha liquidato la saga dell’efficienza  del sistema privato, propagandata per anni come vincente per efficacia e prestazioni e quella della competizione, come gara virtuosa, che ci vede perdenti.

Ha fatto giustizia del credo cieco quanto fervente nell’Europa che a muso duro ha abbattuto la stele eretta a Ventotene, per chi ancora praticava l’atto di fede nell’aristocratica utopia, dimostrando che qualsiasi sia la formula con cui verrà concessa la carità pelosa, a pronta restituzione, sarà al costo di “riforme” che, come in Grecia, si tradurranno automaticamente in tagli a salari, pensioni e spese sociali.

E ha posto   domande alle quali chi crede di essere esente ha dato una prevedibile risposta: è meglio la vita o la borsa? la sicurezza o la giustizia? l’autodeterminazione  o la delega a chi “ne sa di più”?

Sono domande che non servono a  collocare chi le fa e chi usa il risponditore automatico nella categoria criticabile della destra cialtrona, rozza e ignorante, e che non sono nuove  se la proposta di poco più di un anno fa di limitare gli interventi chirurgici per i pazienti di età superiore ai 70 anni, dando licenza ai geriatri degli ospedali di decidere se operare o meno e continuare a fornire cure, era di un partito olandese denominato Sinistra Verde, se l’economista Attali guru del  Partito Socialista Francese, sostiene la opportunità di legalizzare e incentivare l’eutanasia, non per permettere una scelta dignitosa, ma  per ridurre la pressione sulla spesa pubblica, né più e né meno di Madame Lagarde o della Fornero, che almeno professano esplicitamente il culto neoliberista.

O se i diritti del lavoro, quelli all’istruzione sono stati cancellati da un partito proclamatosi riformista e democratico, che ha voluto mantenere nel suo pacchetto comunicativo il principio di modernità, togliendo quello di protezione sociale e quello di merito buttando via quello di uguaglianza.

O se ogni richiesta di riappropriarsi di quei poteri e di quelle competenze che costituiscono la sovranità di un Paese, perfino oggi, che si riscopre la necessità di un ruolo più attivo dello Stato in economia e nella spesa sociale, viene assimilata a un ottuso sovranismo, che va contrastato politicamente e moralmente affidando le scelte a una entità “sovranazionale”, tirannica quanto marginale rispetto al Grande Gioco dell’egemonia mondiale.

Ora a chi aveva quelle risposte pronte, sta per essere tolto il pane dopo che è stata tolta la voce, e pure gli occhi per vedere. Salvati dal contagio, potrebbero avere l’immunità di gregge contro il virus della libertà.

 

 

 


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