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La febbre dell’oro

Charlie Chaplin in the Shoe-Eating Scene from .Oggi i pompieri francesi marciano  su Parigi da tutte le regioni dell’Esagono per protestare contro il governo mentre sabato scorso per la manifestazione dei gilet gialli a Tolosa, 69 poliziotti sui 92 della brigata d’intervento si sono dati malati, il che testimonia del profondo malessere che percorre la Francia, ma che si manifesta nell’intero progetto europeo ormai febbrile e incoerente, visibilmente in procinto di implodere. Pensate soltanto che nei giorni scorsi la Banca centrale olandese ha voluto far sapere in via ufficiale di possedere oltre 600 tonnellate di oro e che quelle presenti sul territorio dei Paesi Bassi, circa 15 mila lingotti, verranno sorvegliate in una zona militarizzata “perché crisi o non crisi, l’oro ha sempre un valore”. Strano discorso per chi ha pensato sempre al metallo giallo come a un relitto del passato e che adesso di fronte alla marea di titoli di ogni genere di incertissimo rendimento (ogni guadagno è una perdita per qualcuno che potrebbe non essere più in grado di pagare),  di fronte agli indizi  di recessione che si fanno di giorno in giorno più consistenti, torna al vecchio materasso e lo sorveglia a mano armata. Insomma qualcuno sta pensando che l’idea russa e cinese di accumulare scorte non sia poi un segno di debolezza.

Si tratta di un segnale importante, di un segnale di panico di fronte al fatto che la Federal reserve americana è dovuta tornare a stampare denaro al ritmo di 60 miliardi al mese per sostenere un’economia di carta puramente nominale e anche di fronte alla constatazione che quasi 7000 miliardi di derivati presenti nelle banche europee e soprattutto in quelle francesi e tedesche a formare quasi un quinto degli attivi sono di diritto inglese e rischiano grosso con la brexit. Questo mentre banchieri ed ex banchieri dell’Europa del Nord si sono scagliati contro Draghi in uscita, colpevole di sostenere artatamente il debito di alcuni Paesi con  un nuovo quantitative easing, perché la Lagarde che subentrerà al suo posto, intenda bene che la dottrina della Ue, è senza discussioni o alternative l’austerità. C’è qualcuno come Vincent Brousseau, ex alto funzionario della Bce per 15 anni, principale protagonista dell’assetto dei “target” e ora membro eminente dell’Upr  che sospetta come questa faccenda dell’oro olandese sotto tutela militare non sia che un inizio, che il metallo giallo potrebbe essere usato in futuro a garanzia degli scambi tra Paesi europei decretando di fatto il collasso della moneta unica a partire proprio dalla Germania che potrebbe usare questo sistema per tirarsi fuori dall’euro.

Del resto anche il nucleo carolingio europeo è in forte crisi: non solo l’europarlamento ha bocciato la candidatura macronista di Sylvie Goulard  sottolineandone l’incompetenza  (peraltro retaggio comune per i commissari), ma soprattutto è crollata miseramente la proposta di Parigi di istituire un fondo, battezzato “Strumento di Bilancio per la Convergenza e competitività”  (BICC) che aveva  lo scopo di “sostenere le  riforme dei paesi nella zona euro e aiutare ad assorbire improvvisi shock economici nella moneta unica”, l’ennesima robaccia che probabilmente nella mente dei macronisti doveva  aiutare le “riforme” di macelleria sociale neoliberista facendo balenare la speranza di un elemosina compensativa. Qualcosa che non è certamente estraneo alle logiche della Ue, ma che oggi è  comunque troppo pericoloso per un economia in discesa come quella tedesca dove il pareggio di bilancio è diventato più che un’idea e una propensione, un vero e proprio  un culto misterico. Questo per non parlare del fatto che nelle recenti elezioni in Polonia i sovranisti hanno raggiunto la maggioranza assoluta.

In questo panorama desolato gli unici ad ubbidire con disciplina, a non discutere nulla e anzi ad attaccare a testa bassa chi osa affrontare il discorso, sono quei  mentecatti del governo italiano, vere e proprie chimere con la testa di gallina, il cuore di pecora e il corpo a forma di poltrona, così determinati  a ubbidire  che nemmeno si accorgono della puzza di bruciato che viene dal Palazzo, mentre Grillo si veste da Jocker ritornando alla funzione buffonaria che gli era propria, visto che in realtà non ha proprio più nulla dire se non esprimere le sue confuse ubbie di piccolo borghese occidentale, allarmato dalla crescita altrui. Chiediamo, supplichiamo sempre ben inginocchiati a chi non ha più voglia o tempo di starci a sentire, soprattutto adesso che tra Bruxelles e le quinte colonne interne sono riusciti a suturare la ferita populista e ad evitare ogni conseguenza, ogni perturbamento:  Geht zum Teufel. Andate al diavolo.


Come Charlot nella febbre dell’oro

the_gold_rush_charlie-chaplin-1925-932x460E’ notizia di questi giorni che la domanda di oro sta crescendo a un ritmo inaspettato e che nei primi sei mesi di quest’ anno la domanda del metallo giallo da parte delle banche centrali è aumentata del 42 per cento con un totale di quasi 200 tonnellate di lingotti. Anche nello stesso semestre del 2017 c”era stata una corsa all’oro, ma molto meno evidente, con aumenti intorno all’ 8 per cento, cosa che mostra palpabilmente  come serpeggi il timore di qualche grosso problema legato sia alla tenuta del dollaro in sé, sia alla sua gestione come strumento di dominio: non a caso i maggiori acquirenti sono Russia, Turchia, Qatar, Venezuela, Cina, ma ora l’oro giallo comincia  a essere percepito come una protezione anche al di fuori dei Paesi che sono sulla lista di prescrizione di Washington. L’impressione insomma è che il sistema dollaro e il casinò finanziario ad esso collegato,  possa effettivamente collassare, che questa ipotesi non sia  più un racconto di fantaeconomia, ma una possibilità da non escludere e anzi da prendere seriamente in considerazione. Il fatto che il sommesso panico degli investitori sia divenuto evidente viene dimostrato dal fatto che anche alcune banche centrali dei Paesi europei abbiano aumentato i loro acquisti in oro. Il timore che le regole possano radicalmente cambiare spinge molti Paesi a porre le basi di una loro autonomia. Del resto è lo stesso World Gold Council a dire: “In un contesto di accresciute tensioni geopolitiche, l’oro è un bene interessante perché non è responsabilità di nessun altro e non comporta alcun rischio di controparte”

Attenzione però: se nei Paesi normali, quelli  che conservano una loro moneta e una quota di sovranità, l’equazione oro – scialuppa di salvataggio è facile per non dire ovvia, non accade altrettanto in quel gabinetto del dottor Mabuse che si chiama Europa, perché l’oro è acquisito dalle banche centrali, ma la moneta è gestita dalla Bce e dalla sua politica economica. In aggiunta le stesse banche centrali sono enti  privati la cui separazione dallo stato è legalmente sancita nell’area euro, anche se non sempre attuata. Dunque in caso di crisi del sistema dollaro cosa potrebbe accadere? Che utilizzo potrebbero avere per esempio. le riserve auree delle Banca d’Italia che sono fra l’altro fra le più rilevanti del mondo, ancorché gran parte di esse siano conservate, per motivi mai chiariti, in Usa e Gran Bretagna e dunque indisponibili come bene fisico? Ci si dice che queste riserve ammontanti a circa 80 miliardi di euro ( ma a una cifra incommensurabile nel senso etimologico della parola in caso di collasso di sistema globale) costituiscono “un presidio fondamentale di garanzia per la fiducia nel sistema Paese”. Ma di quale garanzia si parla ed esercitabile in che modo?  Non certo sulla moneta perché non è nostra o forse garantiscono la Germania visto che Bankitalia secondo la legge del 205 “è parte integrante del Sistema europeo di banche centrali ed agisce secondo gli indirizzi e le istruzioni della Banca centrale europea” cosa che però non  è così chiara nello statuto della Bundesbank  che opera invece con logiche del tutto opposte ( vedi qui ), tanto che nell’estate dello scorso anno il presidente tedesco, in occasione del sessantesimo compleanno della banca centrale, ha detto che il compito di questa istituzione “è di salvaguardare il valore della moneta”, cosa assolutamente incredibile visto che ufficialmente l’euro non è il marco, una dichiarazione quantomeno stridente che nessuno ha avuto il coraggio o forse l’intelligenza di sottolineare.

Ad ogni modo la legislazione è confusa e contraddittoria e in ogni caso si scontra con il fatto che Bankitalia è di proprietà del gotha della finanza globalista che fa ciò che vuole anche di quell’oro e di quello che potrebbe essere acquisito. Dunque non possiamo nemmeno sperare in una corsa al metallo giallo nel caso il “sistema occidente” per ampliare un’espressione orribile di solito usata per l’Italia, dovesse dare segni di cedimento. Ogni giorno si scopre qualche falla, qualche indefinizione, qualche difficoltà imprevista, qualche indeterminazione, qualche area inesplorata e sospetta nel sistema europeo: siamo come quegli ingenui che hanno affidato i soldi a qualche investitore che prometteva interessi da favola e ci ritroviamo a non sapere nemmeno che fine possa fare il capitale.


L’Africa val bene un virus

virus ebolaPotremmo chiamarla arma batteriologica, ancorché la sua origine derivi presumibilmente da volpi volanti e pipistrelli con il tramite delle scimmie. E pare proprio che il nobel per la pace voglia usare l’epidemia di ebola e le paure che suscita in tutto il mondo, per mettere in piedi una base militare con 3000 soldati e relativi mezzi sotto l’abusata bandiera dell’intervento umanitario che per la verità dovrebbe contemplare farmaci, medici, e ricercatori più che uomini in armi, incrociatori, caccia e quant’altro. Ma il fatto è che l’Africa occidentale è ricchissima di risorse minerarie di ogni tipo e le popolazioni locali cominciano a ribellarsi alla sottrazione di ricchezze che passano totalmente sopra le loro teste. Questo senza contare l’espansione dell’influenze cinese nel continente.

Per capire bene ciò di cui stiamo parlando bisogna premettere alcune cose: la prima epidemia di ebola (316 contagiati)  non c’è stata l’altro giorno, ma nel lontano 1976, senza che finora siano trovate le risorse per produrre un vaccino, nonostante il vivo interesse mostrato dall Us army Medical Reserach per i vari ceppi del virus. Del resto chi se ne frega di qualche morto africano. Esiste chissà come un farmaco sperimentale che fino ad ora si è rivelato efficace, lo Zmapp sorprendentemente prodotto ( e fornito gratuitamente in piccole dosi)  da una piccola azienda di San Diego nata nel 2003 e situata a due passi dal maggiore centro di comando della Us navy. L’altra cosa è che pur essendo altamente mortale (il 6o% sia pure riferito a situazioni di scarsa o inesistente capacità sanitaria) il virus ebola molto difficilmente potrebbe dare luogo a un’epidemia su grande scala perché la sua diffusione è per contatto e le persone diventano contagiose quando non sono più in grado di spostarsi. Proprio la rapidità e la letalità dell’infezione ne rendono complicata la diffusione, nonostante anonimi, sedicenti e un po’ stupidi affiliati dell’isis abbiano regolarmente minacciato la sua diffusione in Europa. come da manuale. Vorrei proprio vedere con che mezzo.

Per carità, non si può venire meno al principio di precauzione e men che meno si dovrebbe abdicare all’umanità, ma visto che i morti per influenza sono ogni anno stratosfericamente di più dei 3800 morti per Ebola dal ’76 ad oggi, che il solo Aids provoca 600 mila morti l’anno, che la diarrea infantile miete in Africa più di mezzo milione di vittime ogni 365 giorni,  per non parlare di dengue, Tbc o malaria si può ritenere che l’ebola o febbre emorragica possa essere messa nel novero delle malattie da povertà. E certo l’occidente si deve mobilitare: ma la risposta invece di essere medica ed economica è assurdamente e contraddittoriamente militare, visto che proprio la presenza di soldati e personale di appoggio  in loco potrebbe essere la migliore via di diffusione del virus. Tra l’altro direttamente in Sicilia, visto che Sigonella sarà al centro dell’operazione.

Però mettere piede stabile in Liberia, ricchissima di gomma, oro e diamanti, controllare l’inquieta Nigeria con il suo petrolio o il Senegal con i suoi fosfati, mettendo le multinazionali al riparo dalle ribellioni popolari, attraverso un meccanismo militare, val bene un virus o l’ennesimo annuncio di pandemia. Sono pronto a scommettere qualsiasi cifra che l’epidemia sarà stroncata in pochi mesi, ma che la base militare e un’altra logistica già programmata in Senegal, rimarranno al loro posto. Per garantire la nostra salute, s’intende.

 

 


Febbre dell’oro

piermafrostAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dopo il boato della frana, regnava solo un tremendo silenzio in quella zona delle miniere d’oro di Maizhokunggar in Tibet. No si è sentito nemmeno un gemito, un suono provenire da sotto quei 2 milioni di metri cubi di detriti, fango, massi. Sono morti tutti gli 83 minatori che lavoravano là per il China national gold group, la società di Stato per la produzione dell’oro più grande della Cina, due tibetani, gli altri cinesi di etnia Han. Il governo cinese considera il Tibet un suo giacimento di rame, cromo, bauxite e altri minerali e metalli, da sfruttare senza limiti, incurante degli effetti sull’equilibrio idrogeologico di territori delicati e vulnerabili. Così da anni c’è una migrazione soprattutto di lavoratori Han, verso quelle miniere, proprio come successe nel febbraio del 1831 quando nella baia di San Francisco attraccò la prima nave di emigranti cinesi anche loro contagiati dalla “febbre dell’oro”, o mandati da implacabili “caporali” a cercar fortuna in California, richiamati dalla leggenda di incredibili giacimenti.
Nella provincia di Jilin sono invece 28 le vittime di un’esplosione in un impianto per l’estrazione del carbone, avvenuta sempre ieri. Ce ne informano notizie a piè di pagina: non è una gran notizia quella di lavoratori morti così, in posti tanto remoti, che si aggiungono a una contabilità altrettanto trascurata di vittime del lavoro o della mancanza di lavoro, nel Terzo Mondo interno o esterno all’Occidente.

Eppure a ben guardare suona incongrua, estemporanea la fascinazione esercitata dall’oro sui potenti in tempi nei quali l’avidità e la smania di accumulazione si traducono e nutrono di transazioni immateriali, di scambi che non hanno nulla a che fare con il doux commerce e nemmeno con rapine corsare per riempire forzieri di grano, gemme, sale.
Ma è che il secolo breve non è finito, non sono finite le su ambivalenze e contraddizioni paradossali ed estremi: democrazia e dittatura, ricchezza e miseria, progresso e barbarie, potenza e impotenza, mai capaci di una soluzione stabile, d’un equilibrio definitivo. E non si è sciolta la feroce contraddittorietà tra l’ossessiva volontà di costruzione del mondo, quel dinamismo febbrile del fare, e la incapacità di controllo sulla distruttività delle proprie macchine e delle proprie azioni.

Pare però che poco sia rimasto dell’autobiografia scritta dal Novecento: ai suoi deliri, alla smisurata volontà di potenza che l’ha devastato, all’oppressione e alla violenza, alle loro nuove e vecchie forme non corrisponde oggi una altrettanto poderosa volontà di liberazione e di emancipazione, per quel desolante senso di fragilità e d’impotenza trasmesso dalla nostra patetica, umana incapacità di controllare gli esiti di ciò che di volta in volta abbiamo evocato e provocato.
Mentre si mantiene quella dimensione di rinnovata schiavitù, la riduzione dell’uomo a materia di lavoro, usato e distrutto come cose, nei lager o nei gulag e come si sta facendo con legioni sbandate e spaesate di lavoratori in stato di soggezione e servitù, ricattati dal bisogno, da spostare in risposta a comandi di padroni capricciosi intenti ai loro giochi d’azzardo, dominati dalla loro febbre dell’oro.


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