Per anni, anzi per decenni, l’Arabia Saudita è stata per l’America la gallina dalle uova d’oro, lo stato di riferimento per la gaia  economia del petrodollaro che ha permesso a Washington di vivere di rendita e al dollaro di rimanere in buona salute mentre il debito cresceva, anzi in qualche modo esplodeva ogni anno fiscale. In cambio di giganteschi investimenti in titoli di Stato statunitensi, gli Usa promettevano, a monarchie assolute, al confronto delle quali, il Re Sole appare come un progressista, insomma al mondo tribale, ancora dominante in Medio Oriente, protezione per loro, per le dinastie  e per i loro Stati, ma anche un ingresso nel meraviglioso mondo dell’alta tecnologia e delle speculazioni selvagge. Tutto questo mentre il “Paese eccezionale” si dedicava alla distruzione degli unici Paesi a ispirazione laica dell’area, ovvero Iraq e Siria, governati da dittatori demonizzati, come se gli altri Paesi fossero miracoli di democrazia e a quanto pare anche di emancipazione femminista, visto che ignobili testoline in cerca di carriera, parlavano solo della condizione femminile in Iran, vedevano solo quella e non buttavano lo sguardo altrove, dove peraltro è assai peggiore, perché è solo quella che paga il sabato.

Poi è venuta l’aggressione a Teheran e, parafrasando i versi che Pope dedicò a Newton, God Said: let newton be and all was light, tutto è diventato chiaro: gli Stati Uniti non sono in grado di  difendere le monarchie del Golfo , ma anche quando potrebbero fare qualcosa non vogliono. Negli scorsi giorni infatti l’Arabia Saudita, su evidente suggerimento americano, ha messo fine a una tregua che durava da anni e ha attaccato gli Houti con bombardamenti aerei e con milizie proprie e degli Emirati , per cercare di alleggerire il blocco del Mar Rosso. Ma non ha fatto i conti con l’oste, che ha messo in fuga la ridicola truppaglia mercenaria saudita ed emiratina, ha riconquistato il porto di Mocha, le isole le isole del Mar Rosso e l’enclave di Bab el-Mandeb, stringendo ancora di più il dominio sull’area e sui suoi traffici. In più ha colpito diversi impianti petroliferi tra cui l’oleodotto che ha permesso finora a Riad di far passare petrolio evitando Hormuz.

Ma qui viene il bello: vista la mala parata, Riad ha chiesto aiuto a Washington, però Trump ha rifiutato di intervenire e per un motivo molto semplice, gli Usa non si possono assolutamente permettere di aprire un altro fronte dove rischierebbero di consumare i missili che rimangono loro. Non sono bastate due telefonate del caudillo di tutte le arabie,  Mohammed bin Salman a The Donald per convincerlo a dare una mano: il presidente ha risposto che si devono arrangiare. Un altro colpo all’immagine sempre più appannata degli Stati Uniti e questa volta ai danni dei più fedeli alleati.