Anna Lombroso per il Simplicissimus

A pensare a quante anime belle hanno preparato inconsapevolmente questo evento proclamando la improrogabile necessità di costruire ponti per collegare anziché reticolati e muri per dividere, c’è davvero  da rammaricarsi per l’ennesimo conferma che la guerra di classe di chi ha e vuole sempre di più contro chi è stato tanto sfruttato da non avere più nulla e ciononostante deve essere ancor più dissanguato e raggirato, è stata vinta anche sotto il profilo ideale e “morale”.

E difatti è questo l’alto contenuto etico attribuito alla realizzazione del Ponte sullo Stretto: simbolo della ripartenza, motore di sviluppo e volano di occupazione, secondo l’irrinunciabile slang padronal-corruttivo, viene descritto come l’atto concreto in grado di garantire pari opportunità per le aree più remote e discriminate del Paese, penalizzate in qualità di propaggini africane, da una distanza anche metaforica dalle occasioni di crescita che sono offerte all’Italia dall’appartenenza alla superiore, bionda e pingue,  civiltà occidentale.

In questi giorni mi sto gustando l’intelligente provocazione di un sociologo dell’università del Kent, Frank Furedi,  che demolisce uno dei capisaldi del progressismo neoliberista, l’impegno sociale e politico profuso a abbattere frontiere e cancellare confini , considerati irrilevanti, quando non discriminatori e reazionari e incarnato da chi ha retrocesso l’internazionalismo a  “globalismo” cosmopolita che condanna così l’arcaico atteggiamento di miliardi di persone che ancora organizzano la loro vita in base all’appartenenza territoriale e a processi identitari sorpassati legati al concetto di nazionalità.

Basterebbe questa lettura a consolidare l’ostilità, assimilata alle eresie continuamente deplorate e censurate da un ceto dirigente che non sopporta più opinioni e pensieri non allineati, a una realizzazione che conferma come l’immaginario del cittadino globale coincida con le convinzioni dell’ideologia dominante che replica su scala il modello imperialista nei singoli paesi, trasferendo e declinando i mali dello sviluppo insensato nei terzi mondi interni: malaffare, sfruttamento delle risorse, pressione sull’ambiente, decisionismo e autoritarismo, cancellazione di peculiarità culturali e sociali, considerati inevitabili effetti collaterali della crescita e del benessere.

Sicchè ancora una volta il bene, l’utile, il buono vanno in una sola direzione, da Nord a Sud, con l’applicazione di un modello megalomane e gigantista che ha accumulato ogni genere di fallimenti, collezionato crimini e disastri e che, come è dimostrato ha contribuito al radicamento della criminalità organizzata che in maniera più lungimirante ha percorso il cammino inverso, dequalificato il lavoro, compromesso risorse e territorio, favorito la corruzione autorizzata a norma di legge.

E difatti il Ponte è la nuova icona sacra, l’immaginetta votiva della ricostruzione postbellica, cui dedicare il sacrificio di tutto quello che è Piccolo, armonico, coerente con il territorio, la natura, gli usi, per rafforzare il Grande, grandi infrastrutture per lo più inutili e dannose che servano ad appagare grandi appetiti, grandi imprese della logistica, grandi programmi sovradimensionati ancora prima della fine del turismo e del consolidamento dell’egemonia delle piattaforme, grandi oltraggi resi possibili dall’alleanza vergognosa tra cordate del cemento e immobiliari che promuovono il sacco del suolo e delle sue risorse insieme a amministratori centrali, nazionali e sovranazionali.

Esultano tutti, partiti, media, Confindustria, gioiscono del segnale inequivocabile che attesta come  si siano convertiti alla realpolitik e all’interesse generale anche quegli scapestrati venerelli dei 5stelle, che in forma postuma quanto mai opportuna. partecipano del  doveroso obbligo di fare delle resistenze del passato oggetto di abiura e di abdicazione, come dettano i dogmi della weltanschauung continentale affaccendata per rendere più comode e organizzate le scorrerie dei predoni, facilitati i movimenti degli occupanti, profittevoli le performance dei magnati del cemento e del ferro per i quali è stato confezionato un programma di 58 interventi “particolarmente significativi” con un costo complessivo di circa 65/70 miliardi di euro,  la cui gestione e realizzazione insieme all’azione di sorveglianza e controllo  è affidata a supercommissari.

Interprete della fattiva redenzione pentastellata da partito “No Tav, No Tap e no tutto, da  movimento anti sviluppista e pro decrescita”, cito ancora, a “forza di governo adulta” è Giancarlo Cancelleri,  sottosegretario alla Infrastrutture nel governo Draghi che  ha concesso un’intervista all’house organ dalla Tav, la Stampa, “strabiliante, secondo un commentatore estasiato,  nella sua semplicità, linearità e saggezza”, affermando : “che il ponte sullo Stretto di Messina va fatto, che non è più rinviabile, che è un’infrastruttura fondamentale per la continuità territoriale e per collegare commercialmente l’Africa (?, ndr) con il Nord Europa”, aggiungendo che per accelerare i tempi “andrà rivisto il codice degli appalti” e concludendo che “l’opera ingegneristica potrebbe diventare il simbolo della ripartenza dell’Italia”.

È che Sicilia e Calabria, “pur ospitando l’11,4 per cento della popolazione, contribuiscono al prodotto interno lordo nazionale solo per il 6,8”.  Parte da questa constatazione la relazione   degli esperti del ministero delle Infrastrutture, che Enrico Giovannini ha trasmesso al Parlamento: che per invertire il trend che costa alla Sicilia due punti e mezzo di Prodotto interno lordo in venti anni è necessario realizzare un collegamento stabile sullo Stretto.

Senza contare il “volano occupazionale” costituito dall’intervento: le stime di Webuild, che ha vinto al gara per il ponte a campata unica, ad esempio, superano “i centomila posti di lavoro stabili”, durante il cantiere, quindi a termine, perlopiù manuali, quelli meno soggetti alla sorveglianza dei requisiti di sicurezza anche grazie alla semplificazione, pilastro del nostro risveglio dal coma covidico, che riduce vigilanza e  controllo sulle procedure.

Il parere trasmesso al Parlamento prende le distanze dall’immaginifica soluzione di Conte, sconsigliando le soluzioni dei tunnel subalveo e in alveo “soprattutto per l’elevato rischio sismico ad esse collegato”  oltre che  “per la mole di indagini geologiche, geotecniche e fluidodinamiche necessarie per verificarne la fattibilità” e per la presumibile durata degli approfondimenti  “in merito ai quali mancano riferimenti ed esperienze“, a fronte invece degli “accertati”  vantaggi di un  Ponte, che non presenterebbe problemi di compatibilità con le condizioni geofisiche dell’area e con l’evidente presenza di rischio sismico.

Non è di sicuro il primo caso nel quale le ragioni dell’interesse privato prevalgono sui principi di precauzione, si tratti di sanità, istruzione, condizioni di lavoro, e anche sulla ragione: le ricerche e le proiezioni dei costruttivisti si proiettano in una realtà onirica, immaginaria e felice, fatta di apertura al mondo, del doux commerce e di libera e fertile  circolazione di merci nazionali, vino annacquato e parmesan, di turismo di qualità, proprio come è già accaduto con le indagini tarocche per accreditare i benefici della Tav, smentiti perfino dall’Europa che ha addossato a noi, remota espressione di miserabile provincialismo, i costi dell’avveduta ritirata francese.

Come al solito hanno più senso le barzellette dei documenti ufficiali, come quella del cliente che deve essere convinto all’acquisto di una macchina superveloce con la quale coprirebbe la distanza da Milano a Brescia in venti minuti e che rifiuta l’occasione perché lui a Brescia non ha niente da fare e nessuno da vedere. E non si capisce che benefici porterebbe al Paese, come di legge nella relazione tecnica,  “ridurre i tempi di attraversamento dello Stretto di un convoglio ferroviario dalle circa 2,5 ore a circa 20 minuti” a fronte delle innumerevoli controindicazioni e della semplice constatazione che  ancora in tutto il Sud Italia è difficile muoversi tra città e città e tra regione e regione sia via strada sia via rete ferroviaria, o da quella, accusata di ottusa miopia, che i 10 miliardi che servono, si potrebbero impiegare per realizzare 750 kilometri di rete attrezzata per tram e filobus, rivoluzionando la mobilità delle aree urbane.

Si sente già alzarsi il brusio dei tanti che raccomandano di uscire dall’immobilismo della paura, encomiata come virtù in altri contesto, e deplorata invece quando si tratta di tirar fuori dalle nostre tasche  i quattrini per l’insaziabile bulimia del malaffare, e da  quando i rischi accertati vengono retrocessi a fisime dei pusillanimi novax.

Già si sentono le obiezioni a chi solleva dei dubbi, che in fondo le cose basta farle bene, come se decisori, tecnici, manager vantassero o un passato e referenze tali da rassicurare sulle loro scelte e prestazioni, come se questo non fosse il Paese della Salerno-Reggio Calabria, delle autostrade fantasma,  del Mose,  delle ricostruzioni post terremoto, dei commissari straordinari, dell’anticorruzione chiamata a fare da spaventapasseri, degli scandali, dei miliardi già investiti in insensate iniziative da inserire nel curriculum di archistar visionarie e amministratori affetti da narcisismo megalomane, del project financing che, tradotto, vuol dire privatizzare le rendite e socializzare i danni e le perdite.