Tutto ciò che stiamo vivendo e anzi amaramente vivendo, può essere fatto risalire a Zbigniew Brzezinski e alla sua ” grande partita a scacchi” nella quale teorizzava l’importanza dello spazio euroasiatico (sulla scia della teoria di Mackinder dell’ Heartland) e dunque sull’importanza di impedire in ogni modo possibile una saldatura tra Europa e Russia o Russia e Cina. Questo in qualche modo attualizzava per il XX° e il XXI° secolo una vecchia ossessione anglosassone e della sua talassocrazia. Perché  Brzezinski, da Carter fino a Biden, sia stato così ascoltato è per me un mistero: le sue teorizzazioni sono superficiali e astratte e soprattutto riflettono una scarsa conoscenza dell’Europa. Il che è quasi ovvio dal momento che lasciò la Polonia,  ancora adolescente,  al seguito del padre, un diplomatico di carriera che si era formato quando la regione in cui era nato apparteneva all’Austria -Ungheria, parte di quella Rutenia che adesso fa parte dell’Ucraina e che costituisce la fonte primaria del nazionalismo sfruttato dagli Usa per le loro operazioni contro l’Unione sovietica prima e la Federazione russa poi. Probabilmente era così ascoltato perché diceva ciò che l’establishment americano voleva sentirsi direda uno considerato un esperto. In ogni caso, alla fine. la partita a scacchi c’è stata  ed è stata vinta dalla Russia.

Perché proprio questo è accaduto: chi pensa che Mosca abbia proceduto così lentamente per debolezza, seguendo le accanite tesi mainstream, non ha capito proprio nulla. Nel 2022 la Russia aveva minacciato Kiev con una colonna corazzata a ridosso della città e che poi fu ritirata in vista della pace che si sarebbe dovuta concludere al più tardi nell’aprile di quell’anno. Ma quando l’accordo già raggiunto  fu fatto saltare dagli americani e dagli inglesi, fu chiaro che Kiev e il suo duce, non erano che pupazzi in mano alla Nato, senza alcuna autonomia e che la vera guerra era con l’Alleanza atlantica. Certo la Russia, utilizzando tutti i suoi mezzi, avrebbe potuto aver ragione militarmente molto prima di un’Ucraina presente solo come donatrice di sangue, ma questo non avrebbe risolto il problema. Così ha adottato una strategia di logoramento del nemico e solo quando tale logoramento è ormai palese da ogni punto di vista, economico, militare, politico  ha deciso di sferrare il vero attacco con al distruzione di tutte le infrastrutture ucraine.

Non era difficile immaginare che l’economia del cuore dell’Europa, fondata sull’energia a basso costo russa, avrebbe subito  un forte declino a causa delle sanzioni, né era difficile immaginare che la bassa produzione bellica avrebbe portato all’esaurimento in primis delle vitali difese antiaeree, ma anche delle altre armi, peraltro rivelatesi in qualche caso così mediocri (è il caso dei carri Abrams e Challenger) che Washington e Londra hanno proibito a Zelensky di usarli  per evitare di fare figuracce che poi si sarebbero riversate sugli eventuali contratti di vendita. Nel frattempo la Russia ha sviluppato non soltanto droni letali, migliorato i suoi missili ipersonici, ma ha creato il sistema satellitare Rassvet, simile allo Starlink, che costituisce un severo monito contro un’eventuale estensione del conflitto, annullando ogni residuo vantaggio per gli occidentali. E oggi vediamo che questa strategia sta pagando con gli interessi: i regimi europei che avevano puntato tutto sulla guerra sono in piena agonia, contestati nelle piazze e nelle urne, con prezzi sempre più alti dell’energia e dei beni primari, con fallimenti a catena e chiusura di fabbriche, con una recessione a mala pena nascosta dai salti mortali degli uffici statistici e con una dilagante corruzione che non riguarda soltanto l’Ucraina, dove costituisce di fatto, l’elemento in assoluto più rilevante della governance, ma anche parecchia parte dei poteri europei in combutta con i fabbricanti di armi. Insomma tutto sta crollando e ci avvia alle scialuppe di salvataggio. La Russia ha pazientemente atteso e sta aspettando che il frutto marcio cada dall’albero. Tutti gli assetti europei sono ormai in profonda crisi e gli Usa, benché stiano facendo di tutto per dare il colpo di grazia al nostro continente, non stanno poi molto meglio.

In realtà nessuno in occidente ha giocato sulla scacchiera che è troppo complicata per i milieu politici attuali: si è agito con la stessa mentalità del poker. E lo scacco al re è inevitabilmente arrivato. Più che uno scacco matto, è stato uno scacco ai matti.