Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come un fulmine a ciel sereno il commosso discorso di Miss Italia che auspicava fino a ieri la pace nel mondo e, oggi, la predica dell’apostolo dei diritti a reti unificati Rai e Instagram, passata al vaglio non della Crusca ma di qualche direttore di giornale,  ci dimostrano che in tema di diritti non basta la salute e nemmeno l’emancipazione di inclinazione sessuali, se la conoscenza della lingua sembra un obbligo in capo agli immigrati, quella della storia un molesto fardello di cui liberarsi per affrontare meglio le sfide della modernità e che l’istruzione deve limitarsi a specializzazioni in grado di far competere con automi più zelanti e preparati di noi.

E difatti l’arrivo del titolare del dicastero che deve preparare la scuola al Grande Reset non fa altro che rafforzare l’ideologia che ha ispirato la Buona Scuola, confermando  che la didattica non deve servire a formare gli individui, ma a collocare il capitale umano nell’outlet globale.

Basterebbe a dimostrarlo il ricorso all’istituto delle referenze degli alunni riportate nel “curriculum dello studente”, in modo da fornire una valutazione di carattere commerciale del prodotto “cittadino di domani”, dove il punteggio e il marchio doc sono forniti, oltre che dal rendimento, dalle attività extrascolastiche: viaggi, corsi di lingue straniere, sport, musica, perfezionamento digitale, capaci di fare la differenza, anzi la disuguaglianza perchè traducono in incontrastata discriminazione le impari opportunità offerte a chi ha rispetto a chi ha sempre meno.

Difatti il format a disposizione dei ragazzi che affrontano  l’esame di maturità sul sito del ministero, si articola appunto in tre parti: Istruzione e Formazione, Certificazioni, Attività Extrascolastiche, che annovera  “informazioni sulle attività svolte in ambito extrascolastico e sulle certificazioni che possiedono, con particolare attenzione a quelle che possono essere valorizzate nell’elaborato e nello svolgimento del colloquio” da allegare al diploma.

Il principio della scuola-azienda, del sapere utilitaristico, l’esaltazione del merito hanno bisogno di selezioni effettuate sulla base di criteri e requisiti di rendita, censo, appartenenza e incrementate dalla narrazione di politici, imprenditori e media sull’inutilità di un diploma o di una laurea per chi non è stato estratto dal bussolotto della lotteria naturale, in modo da concentrare in poche mani morbide e curate  la conservazione e la trasmissione di valori e posizioni privilegiate.

Ben prima del Covid e della Dad, che ha diviso il Paese anche grazie alla possibilità di accedere alle magnifiche sorti del digitale e dell’apprendimento da remoto e dal distanziamento che interrompe definitivamente l’interazione tra ceti e “etnie”, le disuguaglianze di sistema erano appariscenti, segnate dall’abisso che corre tra gli investimenti delle province autonome di Trento e Bolzano e quelli della Calabria, tra il numero di scuole dell’infanzia in Emilia o in Basilicata, tra le percentuali di dispersione scolastica nelle città o nelle aree periferiche. E figuriamoci cosa si prepara quando dai danni della regionalizzazione si passerà ai misfatti della secessione delle regioni ricche che pretendono maggiore autonomia proprio in questo settore strategico, in modo da valorizzare il ruolo dei privati, a cominciare dagli istituti parificati confessionali.

Il problema non è solo organizzativo, come dimostra l’impegno profuso per eliminare la traccia di storia dalle prove scritte dell’esame di maturità, peggiorata dalla fusione non solo semantica nel contenitore della cosiddetta geostoria o della storia dell’arte dai programmi del liceo, per dare spazio all’appiattimento sul presente insieme a un passato rivisitato in chiave ideologica che dopo anni di rimozione dei crimini fascisti: la didattica arrivava a malapena alla Prima Guerra Mondiale, contribuisce a quella pacificazione in chiave progressista che ha ridotto la definizione di negazionismo a condanna per chi non vuole vaccinarsi Astra Zeneca, ma soprattutto ci riporta a una concezione della storia come memoria del “Grande”, grandi uomini, grandi gesta, grandi impronte perlopiù feroci e  tragiche che hanno disseminato il loro cammino di distruzione e cancellazione di memorie, tradizioni, popolazioni, risorse e beni, e non come  narrazione delle vicende umane.

L’ovvia considerazione è che la cultura “occidentale”, che per secoli, mettendosi al seguito di conquiste e al servizio dell’edificazione di imperi, si è imposta con la forza, sostituendosi alle altre culture e cancellandole, voglia chiudersi in un arroccamento difensivo determinata a  congelare la propria storia in un museo politico che dovrebbe salvaguardarla dal minaccioso “meticciato”, da pulsioni indipendentiste, dalla presa di coscienza degli sfruttati dei suoi Terzo mondi interni, sempre più discriminati e penalizzati da quando si replicano su scala le modalità dell’imperialismo e governi e aree ancora risparmiate dalla crisi si autorizzano a depredare, ricattare e assoggettare.

Basta pensare alle parole d’ordine che ispirano la concezione dell’istruzione secondo il modello di vita e di sviluppo che hanno disegnato per noi, a cominciare dalla meritocrazia che ha sostituito il diritto divino delle aristocrazie del passato, e che consiste nella garanzia che chi domina, prevarica e possiede lo fa e lo farà per sempre, grazie a leggi “naturali”, che tali sono diventate quelle dell’economia e del mercato, dell’accumulazione e del profitto, a un destino segnato che automaticamente seleziona all’origine i meritevoli di affermazione e realizzazione di talenti e vocazioni.

O guardiamo a cosa si intende al trasferimento nella scuola del termine competitività preso dalla cultura d’impresa e dal marketing, per dar modo al monopolio di fissare i prezzi  della merce- studente avviato a diventare “lavoratore”, o manager, o tecnico, o pilota di drone, scatenando la concorrenza fin dai banchi  tra individui spronati a essere ostili e a mettersi in gara, destinata a far soccombere i più deboli. O a cosa è diventata l’autorità, se le articolazione e le gerarchie della didattica hanno promosso i dirigenti a manager e sceriffi, in modo da rendere allegorica e ripetibile una interpretazione dei ruoli che non ha nulla a che fare con l’autorevolezza, l’esempio, il sapere, che dovrà investire il sistema scolastico proprio come tutta la società- caserma secondo prassi decisioniste e verticistiche.

L’intento è quello di trasformare la scuola in un’agenzia di collocamento, dove i gestori offrono vantaggi e opportunità su misura dei loro figli, delle loro ambizioni, del consolidamento perenne della loro superiorità. E gli altri fuori, in fila.