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E ora Gramsci è fuorilegge

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa ne pensate, potrebbe aiutare il dibattito in corso  questo brano di uno storico che è stato protagonista della storia e che la risoluzione dell’Europarlamento parifica ai suoi carnefici, o, in presenza di un verdetto di un tribunale fascista, ai criminali di Norimberga condannati dal tribunale dei liberatori?

Scrive Antonio Gramsci in un articolo del 1917 apparso in “La città futura”:  “…. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente….”.

Quante volte in questi anni siamo stati fulminati da eventi che pure erano stati preparati, il cui verificarsi era stato profetizzato e previsto? una crisi venuta del solito posto e gonfiata ad arte per permettere restrizioni, severità, limitazione dei diritti in nome della necessità, migrazioni effetto di guerre di rapina, ruberie e sfruttamento di geografie ridotte alla fame e alla disperazione, o del saccheggio di risorse naturali e delle ricadute dell’avvelenamento e della dissipazione dell’ambiente, il ripresentarsi del fascismo in forme già viste e vissute, come declinazione ineluttabile del totalitarismo economico e finanziario, della sua corruzione delle sue disuguaglianze, che però non viene nemmeno incidentalmente annoverato tra i regimi che avrebbero insanguinato il secolo breve.

L’oscena ipocrisia nella lettura del passato da parte del Parlamento Europeo a prima vista fa parte di quella corrente “culturale” che viene chiamata uso pubblico della storia, annoverando tutto ciò che si svolge fuori dai luoghi deputati della ricerca e della dottrina scientifica. E vorrebbe far intendere come ad un certo punto in un mondo civile e sereno in cammino verso le magnifiche sorti del progresso facciano la loro comparsa manifestazioni  di follia collettiva, narrazioni e visioni incarnati da maniaci sanguinari  con una mostruosa capacità di persuasione, in forma di incidenti che si palesano in natura, come scrive Gramsci, terremoti, vulcani che eruttano lava e terrore indiscriminatamente. 

Il fine di questa interpretazione, e in Italia lo sappiamo bene, è  prima di tutto  quello giustificazionista – che si veste da pacificazione – dei trascorsi più vergognosi, individuali e collettivi, mettendo alla pari e riservando pari trattamento a vittime e carnefici della pagina più indecente della nostra autobiografia nazionale. In questo caso più che di uso pubblico della storia si potrebbe parlare di privatizzazione: manipolarla serve a interessi di parte che coincidono con quelli imprenditoriali, per legittimare alleanze scandalose, per accreditare la condivisione di colpe che alla fine esonerano tutti dall’espiazione, in sostanza per far ammettere che “sono tutti uguali” e per giustificare abiure, tradimenti, magari in nome della realpolitik.

E infatti quello è un modo di interpretare gli eventi come lo vediamo nelle tv pubbliche e commerciali, le soap di un genere che è stato ben catalogato:  “la storia spiegata a gente che non la sa da parte di altra gente che non la sa, che un po’   l’imparacchia, un po’ l’inventa” per imbellettarla o drammatizzarla secondo il vento che tira. E che funziona per in molti casi è cominciata l’era della post memoria, favorita dalle sue paludate “celebrazioni” pensate per cancellare il disagio e ridurre il ricordo a retorica, come succede quando viene meno  l’ intreccio tra le nostre memorie e la memoria dei testimoni, come vogliono imporre quelli che preferiscono l’uso pubblico e politico per dare interpretazioni e operare tagli, manomissioni, mutilazioni, negazioni e rimozioni. 

Ma l’altra esigenza è quella di chiedere ai popoli di dissociarsi, richiesta che viene accolta di buon grado da chi vuol chiamarsi fuori, che assume un valore censorio speciale nei confronti dei Paesi dell’Est, in una riesumazione non casuale di guerra fredda e nel tentativo di riaccreditare il ruolo salvifico dell’America. E’ qualcosa di nuovo che si impone, da parte di una entità sovranazionale che chiede a altre di rinunciare a un patrimonio identitario come non ha mai fatto nei confronti di chi ha riesumato nazismo e fascismo e siede nel suo consesso alla pari con democrazie e carte costituzionali malviste perchè frutto di lotte di liberazione e in odor di socialismo. E che ha rimosso il suo ruolo nella guerra dell’ex Jugoslavia nel corso della quale avvenne quello che Kofi Annan definì «il più brutale atto di genocidio dai tempi della Seconda guerra mondiale», compiuto in dieci lunghi giorni a Sebrenica, città sotto la tutela dell’Onu. Quell’organismo nel cui palazzo venne coperta pudicamente Guernica di Picasso in occasione dell’arringa di Colin Powell per “autorizzare” la guerra in Irak.    

E’ proprio quello il senso, dare uguale peso e responsabilità a chi ha immaginato e realizzato Auschwitz, a chi l’ha liberata e oggi a chi si fa i selfie in posa davanti ai binari dei lager, in modo che si perda la coscienza di sé, del proprio passato e, peggio, del proprio domani, di nuovo numeri di una massa che non deve essere popolo, piegato sotto il tallone di un totalitarismo, quello esplicitamente economico e finanziario, investito dello stesso potere, quello dell’avidità, dello sfruttamento e del denaro.

 

 

 


Aria di mummia

MuAnna Lombroso per il Simplicissimus

Macché Va pensiero! e nemmeno Azzurro, il vero inno nazionale dovrebbe essere “ Chi ha avutoha avutoha avuto, chi ha datoha datoha dato, scurdámmoce ‘o ppassato” che va bene a Napoli, ma pure a Roma, Trento e Arcore. Tanto si è detto dell’Italia come nazione mite, forse per non ammettere che salvo qualche impeto sorprendente di riscatto, pare essere una nazione nella quale si pratica un oblio che favorisce la dismissione di responsabilità, autodeterminazione, accidia.

E se avevate pensato che fosse occasionale e immotivato il recupero da parte di opinionisti, pensatori, si fa per dire, commentatori della figura di statista di Berlusconi, estratta dalla naftalina probabilmente volontaria in meditata contrapposizione con il ceto politico governativo, che non ha il suo curriculum di dinamico peracottaro, di aspirante golpista sudamericano; di pervicace sfruttatore a ampio spettro e h24: aiuti di stato, creativi, ragazzotte ambiziose,  “intellettuali” in cerca di protezione, attori in cerca di scritture, fascisti in cerca di un doppiopetto emancipatore e molto altro; di festoso barzellettiere e animatore anche in forza a ospizi edificanti; di audace manipolatore di leggi piegate al suo servizio; ecco se avevate pensato che fosse fortuito, vi sbagliavate.

Ci speravano, lo sentivano e infatti è tornato, o meglio non è mai andato via, semmai come si addice a certe sue inclinazioni è stato in “sonno” e nell’inizio sonnolento di agosto ha rivelato il suo progetto politico: la sua  “altra Italia”, cioè, una federazione di centro di cui il partito azzurro «è parte costituente essenziale» ma senza «alcun ruolo egemonico».   «Non si tratta di fondare un nuovo partito – ci ha tranquillizzati – ma di creare una federazione fra i soggetti che pensano a un nuovo centro moderato ma innovativo, alternativo alla sinistra, in prospettiva alleato ma non subordinato alle altre forze del centro-destra»

Una organizzazione ideale che dimostrerà la sua indipendenza dalle tre anime oggi al governo, «quella di destra della Lega, quella della sinistra pauperista e giustizialista dei Cinque Stelle e quella tecnocratica del premier Conte». Non inaspettatamente il suo giudizio è meno tranchant riferendosi al Pd, cui ha abbonato perfino la nomea di forza di sinistra attribuita ai 5Stelle, dimostrando di considerarlo un soggetto trascurabile e indegno di interesse.

I pochi osservatori che ci hanno informati del suo proposito calcolano che  l’obiettivo, confortato dai sondaggi, sarebbe quello di creare una forza che potrebbe valere tra il 3 e il 7%, alla «sinistra» della Lega, ” con la quale” dicono, ” Matteo Salvini non potrebbe mai allearsi”.  Ma come? che differenza vedono in questa aggregazione con la coalizione che per 20 anni ha occupato istituzioni, parlamento, informazione, stato sociale diventato societario, mondo di impresa, intrattenimento? Forse il feroce Salvini pensa di essere incompatibile con il paterno nonno degli italiani o forse il pacioso cavaliere non ci sta a dimostrare empatia e affinità di pensiero con quell’assatanato di spietatezza con il quale ha diviso un’ideologia e una pratica intesa al rifiuto, all’emarginazione e alla condanna di chi non ha, colpevole di non nutrire ambizioni ribalde, avidità insaziabili, festoso istinto alla trasgressione pubblica e privata?

Eh si sono stati cauti gli opinionisti, che non si pensi che sono già abbacinati dalla luce che emana la radiosa visione della tanto attesa nuova Dc, che ai lettori non passi per la testa di ricordare il passato, che gli italiani non si sveglino dal letargo alimentato dalla ninnananna umanitaria che li fa sentire a posto con la coscienza che non rammenta la Bossi Fini e la proterva lotta condotta contro il terzo mondo esterno e interno durante il secondo ventennio. che a qualche enigmista dello spread non venga l’uzzolo di fare due conti per farci sapere che se l’Europa e i suoi padroni hanno fatto sì che i governi nazionali da trent’anni siano stati costretti a cedere la  “sovranità di politica economica” rendendoli impotenti a gestire risorse e entrate fiscali,  l’audace tycoon perseguiva e è improbabile che vi abbia rinunciato, il disegno analogo di fare sua la roba  di tutti per amministrarla come le sue aziende in forma di padrone assoluto.

Gran parte del lavoro preparatorio di questa grossa colazione, che si accredita con dolce violenza, dando a intendere che rappresenti l’unica alternativa percorribile, è stato fatto: l’evaporazione dei 5Stelle, voluta da tutti gli attori in campo e favorita dalle stesse vittime in un dissipato cupio dissolvi, la remissione di ogni tentativo di contrastare la strapotenza padronale, incarnata da alcuni simboli irrinunciabile, Tav, Ilva, Alitalia, Autostrade, grandi opere e grandi eventi, la cancellazione di qualsiasi forma di critica e opposizione, ridotte a sberleffi tra consorterie affini, l’affermazione di un rapporto con l’Ue che combina il mostrare i denti mentre si china la testa, l’annessione dei sindacato alle politiche di cancellazione dei diritti e delle conquiste del lavoro, l’ostentata volontà di convertire beni comuni, territorio, paesaggio e patrimonio culturale in merce da sfruttare scambiare, cedere a basso prezzo.

In pochi mesi due partiti sono stati “resettati” il Pd e i 5Stelle, figure di spicco sono state consumate, il loro consenso è stato divorato dalla loro incapacità ma, nel secondo caso, più che altro dall’impotenza a governare senza fondi, dovendo fare il gioco delle tre carte per finanziare al minimo le scommesse elettorali, costretti a una trattativa perdente con la fortezza europea e con i feudatari e i vassalli nazionali. Invece come una maledetta araba fenice, sospetta di essere immortale, torna la Dc, più rozza, più spericolata, più grossolana per via dei suoi interpreti. E gli italiani stanno a guardarla come si guardano le repliche estive delle soap di Mediaset.

 

 


I giorni della smemoria

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Domanda stringente del cronista, che ficca il microfono aggressivo come un’arma in bocca al passante: Scusi lei sa chi era presidente del consiglio nel ’94? Risposta: Sa che non mi ricordo? Domanda: Quante volte è stato premier D’Alema? Risposta stupefatta: ma che, D’Alema è stato premier? Domanda:  Lei ricorda chi è stato presidente della Repubblica prima di Mattarella?’” Risposta: Ah Giovanni aiuteme, nun me ricordo. E ancora: Scusi, prima di Renzi che governi ci sono stati? Risposta: Ma Berlusconi, è ovvio.

Oggi la solitamente nefanda “Aria che tira”, ineguagliata passerella di nani e ballerini contemporanei, corifei di Renzi, avanzi ‘da’ galera, che sarebbe quel che merita la molto presente Fornero,  poliziotti plaudenti gli assassini di Aldrovandi, manager e boiardi corrotti e spudorati, ci ha offerto invece, involontariamente, questo straordinario pezzo di televisione o meglio, questa formidabile lezione di storia, che chissà quanto avrà fatto patire presidenti convertitisi in monarchi, premier obsolescenti, leader dimenticati o rimossi da un popolo che ha sempre dimostrato scarsa attitudine alla memoria e,  di conseguenza, all’autocritica.

La risposta più irresistibile  è stata quella alla domanda: Senta, si ricorda che cosa faceva prima di essere presidente del Consiglio Matteo Renzi? e, serio e compunto, l’intervistato fa: Sindaco di Firenze e prima non so, mi pare il comico.  Non siamo sicuri se la sentenza sia irriverente, logica o soltanto  frutto di una lecita confusione tra leader di popolo, reduci della Ruota della fortuna, di Doppio Slalom o istrioni professionisti. Certo è che sembra il meritato sigillo sulla  carriera pubblica di un melenso imitatore di Pieraccioni, su un emulo del Ceccherini, anche lui, proprio come il segretario del Pd, “indirettamente” coinvolto nell’inchiesta Mafia Capitale, insomma su una figurina del filone toscano più becero e zotico.

Ce la saremmo goduta di più la breve inchiesta, se l’occasione per effettuare questa rilevazione “casalinga” non fosse stato l’imprescindibile  soffietto all’ex direttore di tutto diventato annalista, sulle tracce di altri altrettanto perniciosi nel ristabilire la verità dei fatti e nel “leggere” la storia a scopo “divulgativo” e pedagogico: Montanelli, Gervaso, Bocca, Pansa, tutti più o meno al servizio di quell’interpretazione di parte, a quell’uso pubblico a disposizione di oscene pacificazioni o di nutrimento propagandistico di inimicizie, quando non semplicemente voluttuosa manifestazione di quel voyeurismo pettegolo e dissacrante che gode nel vedere Napoleone in vestaglia, Stalin in mutande, Berlusconi che trotterella dietro alle sua Lola Lola come il professor Unraat, Hitler che si droga. Operazione quest’ultima che ha suonato il requiem della nostra storiografia, un tempo gloriosa, e non innocentemente pettegola come parrebbe,  se invece suscita decodificazioni distorte e aberranti, sottovalutazioni infami, benevole indulgenze nei confronti dell’uomo a discapito della condanna del despota, del malfattore, del tiranno.

Da anni ci si lamenta giustamente del  percorso regressivo di questa scienza, nelle mani di historiographes du roi, di consiglieri di principi rabberciati, di usignoli dell’imperatore e di intellettuali organici, accusati di indottrinamento da parte del potere, provincialismo, il cui ruolo analitico e pedagogico, troppo spesso limitato a patinati sussidiari e manuali, sarebbe stato oscurato da altre “professioni”più graditi e attrezzati nell’indagine del presente,: economisti, sociologi, demografi, politologi.

Ed egualmente da anni   l’obbligo, non solo didascalico e collettivo, della memoria si riducono a giornate commemorative,  a liturgie che sconfinano nell’uso perfino commerciale del ricordo, liquidato in forma di celebrazioni e parate sempre più vuote e futili, passerelle di notabili dediti alla menzogna, cerimonie retoriche preliminari a una desiderabile rimozione di colpe, responsabilità, vergogne. Tanto che ormai l’unico che ricorda con efficacia

Ed è davvero  paradossale che a scrivere con successo di critica, di pubblico e di  regime, di memoria e di storia siano i giornalisti, quelli che per mestiere – il più antico e disdicevole ormai: meglio molto meglio fare i pianisti in un casino, recitava un vecchio aforisma – manipolano la cronaca, per piegarla a voleri superiori, che sussurrano o gridano a comando, che ci informano sulle realtà e verità suggerite nel totale insolente disprezzo del loro dovere e dei nostri diritti, in modo da contribuire preventivamente a orientare la storia, a creare una memoria collettiva drogata o mutilata. O troppo affollata, ormai, di immagini, suggestioni, bugie, trucchi, tanto da farci desiderare l’oblio, quello di Monti, di Letta, di Napolitano, legittimi, ma purtroppo anche quello della speranza. Ormai l’unico che ricorda, senza limiti, senza censure, senza incertezze è Google.

 


25 aprile, l’abbecedario della Liberazione

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anniversari: procedura istituzionale molto impiegata in sistemi consacrati a un rassicurante oblio e che permette di cantare Bella ciao un giorno all’anno e negli altri 364 celebrare l’addio alla Costituzione nata dalla Resistenza, ai diritti che voleva tutelare, al lavoro sul quale si fonda la Repubblica, alla sovranità che appartiene al popolo.

Bella ciao: nota canzone oggetto di un processo di revisionismo, che l’ha retrocessa a jingle di spot governativi. Le è andata comunque meglio che all’Internazionale definitivamente obsolescente, almeno quanto il Primo maggio degradato a Festa dell’Expo.

Colonialismo: epoca storica rimossa per quanto riguarda crimini e misfatti, ma presente nell’immaginario nostalgico e che resuscita di quando in quando, favorendo partecipazioni inopportune ed autolesioniste a “missioni di pace” a “esportazioni di democrazia” a “guerre umanitarie”, con sconcertanti ritorni nei luoghi dei passati fasti dell’impero fascista.

Democrazia:  governo del popolo. Da noi ha subito un iter di normalizzazione dinamica attraverso alcune rapide evoluzioni in oligarchia, cleptocrazia, peggiocrazia, poco percepite grazie a varie forme di anestesia del pensiero comune e molto accelerate mediante riforme elettorali, mirate a ridurre la partecipazione, compresa quella al voto, regredito a stanca e arcaica formalità domenicale, indegna di un paese moderno e competitivo, l’ultima delle quali verrà probabilmente celebrata ogni 27 aprile, come ricorrenza fondativa  della restauraazione del regime.

Epurazione: rito propiziatorio del consolidamento di leadership affette da cesarismo. Molto caro a vecchie e nuove tirannie, ha registrato la dismissione dell’olio di ricino, preferendo la riprovazione in rete e la cancellazione dalle amicizie nei social network,  ricorrendo alla felpata  sostituzione di oppositori sia pure cauti con entusiaste cheerleader e appassionati tifosi. Non viene praticata nei confronti di accertati fuorilegge, di criminali rei confessi, perlopiù eredi dinastici e  non  di omologhe bande influenti dopo 70 anni fa grazie a successivi accreditamenti e redenzioni.

Fascismo: vivo e vegeto, sembra saper superare eclissi formali per ripresentarsi con rinnovata potenza, in virtù di  reiterati riscatti e periodiche legittimazioni. Il suo recupero, anche in  assenza di lettura storica affidata invece a varie interpretazioni “giornalistiche” e divulgative aberrante, viene facilitato  dalla riproposizione sotto diverse etichette, degli stessi capisaldi irriducibili e delle stesse qualità genetiche: corruzione, servilismo a padronati locali e esteri, autoritarismo, incremento delle disuguaglianze sociali, disprezzo della rappresentanza, razzismo, xenofobia, penalizzazione del Mezzogiorno, impoverimento del patrimonio pubblico, dileggio della cultura.

Guerra: nessun treno in orario dovrebbe riscattare un regime dalla vergogna di aver portato una nazione  in guerra, con gli stivali di cartone sul Don e i fucili che fanno cilecca, per appagare gli appetiti insaziabili dell’avidità di industriali, banchieri, clero,  classe politica corrotta. Vedi alla voce Storia, a proposito dell’incapacità di stati e popoli di apprenderne al lezione, se un Paese alla fine del secolo breve che faceva auspicare anche la fine della barbarie più cruenta, si associa a improvvide imprese imperialistiche, se addirittura si propone di promuovere azzardate campagne militari, in barba a una costituzione che le ripudia.

Heidegger: in nazioni che hanno saputo fare i conti col passato, non si sono verificati caso di riabilitazione sgangherata di intellettuali intrinseci col regime e l’ideologia nazifascista. Nemmeno in Italia, dove la restituzione di stato, dignità, cattedre e posti non si è resa necessaria a causa dell’inamovibilità di un ceto politico, accademico, manageriale, giornalistico, intoccato dalla vergogna, dall’autocritica e inviolato da censure e riprovazione pubblica e privata, tanto che una “più alta carica” ha ostentato l’adesione tardiva, quindi ancora più colpevole, al Guf, come la appassionata manifestazione di militanza culturale di un giovane, proprio quando altri giovani andavano a difendere perfino le sue libertà in montagna.

Immigrazione: proprio mentre favoriva l’emigrazione di lavoratori italiani verso le colonie, mentre promuoveva quella interna con l’assorbimento di una considerevole parte di manodopera proveniente dal Mezzogiorno italiano e dalla parte Nord-occidentale del paese, ma anche verso Roma, per renderla più popolosa, grande e splendente di opere, mentre    orientava l’esodo veneto, quello friulano e quella romagnolo verso la Sardegna e l’Agro pontino, mentre non si esauriva il flusso verso America e Australia, il fascismo  preparava il grande esodo di connazionali  come merce di scambio con le materie prime indispensabili alla crescita dell’economia italiana, in particolar modo  del carbone: nel corso del triennio 1938-1941, più di 400 mila cittadini italiani sono mandati a lavorare in Germania sulla base di un’ intesa economica raggiunta tra i due stati. Ma noi eravamo noi e gli altri erano gli altri: un ideologia intrisa di sciovinismo, xenofobia, razzismo assimilava agli stranieri/nemici tutti, ebrei, omosessuali, zingari, slavi, oppositori. Nel ’41 provvede a cederli all’alleato,o  li confina in lager nostrani,  o li interna in campi, uno dei quali è “dedicato” ai cinesi in numero di quasi duecento. Ancora una volta si rinvia alla voce Storia.

Jobs Act: allora avrebbe avuto altro nome, ma è lo stesso l’annichilimento del lavoro e dei suoi valori di affrancamento e emancipazione, la loro riduzione a difesa corporativa e solitaria della fatica, come unico diritto, l’annientamento della rappresentanza di interessi e garanzie, la retrocessione  del lavoro a servitù feudale, il primato dell’ubbidienza e dell’assoggettamento ineluttabile al padrone o al generale.

Liberazione: si è parlato molto quando ancora si tentava una lettura storica di quell’epoca di tre resistenze, come di una guerra patriottica, di una guerra civile, di una guerra di classe, esaltando o censurando il ruolo di chi come Bandiera Rossa, peraltro osteggiato dal Partito Comunista, si prefissava di trasformare la Resistenza in rivoluzione sociale. Ma  una contrapposizione  così manichea di obiettivi non ha voluto tener conto che comunque la lotta di liberazione non  si limitava all’aspirazione di riscatto e riappropriazione del suolo patrio, che abbattere il regime significava proporsi la trasformazione della società, l’emancipazione da autoritarismo, corruzione, clientelismo, familismo, sopraffazione economica e padronale, per dare forma alla visione della democrazia, dei diritti e dei doveri che prevede, delle libertà che vi si esprimono.

Memoria: tecnologia ad intermittenza  arbitraria, soggetta a strumentali blackout individuali e collettivi, preferibilmente circoscritta a liturgia da officiare una volta l’anno, come il rispetto di donne, babbi, mamme, nonni possibilmente benedetta da cioccolatini, cognac e cravatte. Essendosi persa quella del lavoro, la sua commemorazione è sospesa (vedi alla voce Bella Ciao).

Neonazismo: guardato con indulgente tolleranza, come a fenomeni di giovanili intemperanza, di folklore inoffensivo, rinfrancato da revisionismo e negazionismo, ben organizzato e finanziato tanto da intimidire e perseguire chi ne denuncia la minaccia attraverso i canali legali, denunce per diffamazione, propaganda, protezione di cariche istituzionali e elettive, e quelli illegali, violenze, abusi, soperchierie, il movimento internazionale beneficia di riflettori mediatici e di nuovo vigore, grazie all’adesione più o meno esplicita a partiti presenti nei Parlamenti che ne hanno sdoganato gli “ideali” col favore della crisi,  della diffidenza, della paura.

Opposizione: vedi alla voce Storia, come il passato da Pericle a Cesare, dalla Rosa Bianca all’Aventino, non insegni nulla. Oggi poi si tratta di fenomeno marginale, che non desta allarme sociale né preoccupazione nei Palazzi. Intellettuali vaporosi ed evaporati, media ginocchioni facilitano le operazioni di ridicolizzazione ed emarginazione, mentre qualche aggiornamento è stato introdotto a livello semantico,  da disfattisti a gufi e rosiconi.

Pacificazione: formidabile figura retorica volta a  sostenere il passaggio da governi di salute pubblica, di unità nazionale, di larghe intese fino a partiti unici, per indurre la convinzione che “sono tutti uguali”, tutti rubano quindi l’uno vale l’altro, tutti sono colpevoli ed innocenti, tutti a loro modo sono vittime e aguzzini, così da sollevare i cittadini dalla fatica della scelta.

Storia: l’uso di parte che se ne è fatto, la  divulgazione aberrante dei  Pansa, dei Bruno Guerri e così via, se non sono del tutto riusciti nell’azione di canonizzazione del fascismo, di dittatura domestica e bonaria, quando non innocentemente ridicola, ne hanno comunque decretato la fine in quel 25 aprile come se l’indole all’illegalità, la personalizzazione della politica, la sopraffazione, il totalitarismo, il razzismo, la xenofobia fossero terminate allora e se ne fosse magicamente  impedito il  ripresentarsi sotto nuove e dinamiche forme, adatte ai nostri tempi, anche grazie a certi regolamenti di conti e all’ideologia della riappacificazione.

Tiranni: alcuni storici hanno approfondito il tema della ricorrenza delle dittature in Italia, della loro durata, della predisposizione nazionale ad affidarsi a una personalità dispotica,  con una vocazione istrionica al protagonismo, al primato della propaganda. Se il fascismo fu il primo esempio di una tirannia di massa, il berlusconismo si è presentato come un regime formalmente democratico ma in realtà ferocemente controllato da uno solo,   senza l’uso della forza, ma con lo stesso scandaloso aggiramento delle leggi, con la stessa manipolazione dell’opinione pubblica. Ambedue sono durati una ventina d’anni. C’è quindi da preoccuparsi per il nuovo corso.

Unità:  L’inizio del  processo di normalizzazione, inteso ad addomesticare  sul nascere le pulsioni  innovatrici incubate nella Resistenza, coincide con  la caduta del governo Parri, quando si affievolisce   la speranza di un cambiamento profondo dell’Italia e  si afferma  la retorica dell’unità nazionale, sfruttata per sottovalutare le differenze politiche, culturali, ideologiche  fra fascismo e antifascismo, per favorire il consociativismo,  per spegnere la luce dell’utopia. Tramontato il sogno dell’unione dei lavoratoti, sancita quella dei padroni, consolidata quella di maggiordomi zelanti al servizio dell’imperialismo finanziario, si è messo un sigillo anche sull’altra unità, quella fondata da Antonio Gramsci, che oggi avrebbe dovuto tornare in edicola grazie al suo sponsor, a finaco di Stop e Vero.

Violante: a lui si deve il riscatto e la riabilitazione dei ragazzi di Salò, impudentemente messi alla pari dei fratelli Cervi. Malgrado ciò, malgrado l’assistenza morale al condannato ben prima della pena, non è riuscito a diventare presidente della Repubblica, sacrificato da ingrati ed irriconoscenti.

Zeta: pare che l’orgia del potere sia la vera festa italiana.

 

 

 


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