Annunciazione, Transizione ..

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Diciamo la verità, la palma d’oro  dei peracottari dovrebbe andare da sempre ai sondaggisti, agli estensori di test truccati in modo da suffragare tesi precostituite e favorire la realizzazione degli obiettivi del cliente, si tratti di un leader,  di una proposta di legge, di un detersivo.

Non è così, e le recenti sfortune dei rilevatori della percezione, degli analisti “a priori”  e dei maghi delle proiezioni elettorali non dipende quindi dal fatto che i loro giochetti di prestigio siano stati smascherati, ma dalla superfluità del voto, e dunque del loro business, retrocesso a timbro notarile da apporre su liste e scelte preconfezionate e perciò ampiamente prevedibile perfino da editorialisti togati e politologi un tanto all’etto che non ne imbroccano mai una.

Ha un sapore dolcemente arcaico dunque – come  le schermaglie di innamorati: levate a cammesella,  a cammesella, gnornò, gnornò! – Si nun te la vuò levà, Me soso e me ne vaco da ccà! con la ritrosa già pronta a concedersi – il testo della “scheda” sottoposta al si o al no dei militanti 5Stelle sulla Piattaforma Rousseau e che recita: «Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?».

Il prodotto oggetto della rilevazione sulle preferenze del pubblico, messo frettolosamente all’incanto  dal patron dell’azienda, Beppe Grillo, la partecipazione, cioè, al governo di salute pubblica del banchiere killer, ha già ottenuto il favore di importanti testimonial, come la presidente del Wwf, Donatella Bianchi, e viene proposto al giudizio come una incontestabile vittoria.

L’appoggio al “programma” del “civil servant”, non scritto, ma ampiamente anticipato dai fatti, dalla famosa letterina a 4 mani e dagli esiti del G30,  era condizionato dall’ok (il ricorso alla formula atlantica è d’obbligo) dell’Incaricato alla creazione del Ministero della Transizione Ecologica, un dicastero, aggiuntivo o forse no, al Ministero dell’Ambiente, da anni rivelatosi una presenza silenziosa ma comunque molesta, sulla falsariga di esperienze straniere fortemente incoraggiate dall’adesione dell’Ue all’ideologia neoliberista dell’Economia Green, che consiste in un camouflage istituzionale benedetto dal santino di Greta, sulle scelte dissipate, ottenuto con una spennellata di eolico occupato dalle mafie, rinnovabili mercatizzate dell’Enel, biologico della Coop e applicazione di strumenti borsistici per sanare i danni della borsa.

Pare che il Patto Verde, così chiamano oggi i quotidiani l’alleanza strategica tra i due furbacchioni, abbia l’appoggio anche di Legambiente, che ha simpatizzato con la proposta nella sua veste di festoso juke bok dei jingle ecologici  di grandi catene commerciali e di grandi imprese che hanno fatto della sostenibilità un profittevole brand e un caposaldo della loro advertising, e che vedono bene un dicastero come quello già istituito, Macron regnante, in Francia, catalizzatore di svariate operazioni lobbistiche avendo assorbito parte delle competenze in capo a quello dello Sviluppo in materia di Energia e Trasporti. E che promette anche qui di assumere un ruolo strategico, se e quando dovessero arrivare i quattrini a strozzo del Recovery Fund la cui spesa sarebbe condizionata  appunto a investimenti per la compatibilità ambientale.  

Proprio vero che la comunicazione non rappresenta un bernoccolo del MoVimento: il marasma nel quale si agitano per mantenere la loro rendita di posizione, si traduce nella sottovalutazione del loro ruolo retrocesso a quello di ospiti poco graditi anche quando recano il cabaret dei pasticcini, affetti da uno stato confusionale  che impedisce loro di riconoscere e disconoscere antichi alleati e nuovi competitor, nuovi sodali e vecchi concorrenti. Tanto per dirne una, il tema “verde” aveva prodotto  forse l’unico risultato ottenuto da loro nel Conte 2, quando avevano condotto una trattativa in merito ai capitoli di spesa dell’ipotetico   Recovery plan, ottenendo di incrementare  le risorse per le infrastrutture e una mobilità sostenibile da 27,7 a 32 miliardi di euro.

Poco ci voleva quindi a rivendicare un posto in prima fila, se, come pare, è andato così avanti il piano della ricostruzione secondo Conte, Confindustria, Ue, Pd e è così coerente con la Weltanschauung del cane da guardia collocato per commissariarci, che resta intoccato l’edificio di interventi per il dopoguerra e che comprendono l’immancabile fuffa: l’efficientamento energetico dei porti e la conversione delle flotte navali con mezzi a minor impatto ambientale;  rinnovo del parco autotrasporto e del trasporto ferroviario merci in chiave sostenibile, ma soprattutto quei “cantieri” in numero di 59 di opere infrastrutturali da affidare a 52 commissari  già selezionati, applicando l’ormai insostituibile modello Genova, che, malgrado la presenza di qualche indagato, avrebbe il gradimento del severissimo Competente.

A meno che non si possa con una felice scorciatoia andare incontro ai desideri delle cordate dei soliti noti  applicando  la normativa Ue sugli appalti, e disapplicando il groviglio di norme che si sono sovrapposte dal 2016, anno della riforma del Codice degli appalti, fino ad oggi: 547 modifiche e 28 nuovi provvedimenti normativi.

Inutile ricordare che tra quegli interventi prioritari ci sono proverbiali macchine del malaffare e della corruzione, c’è il completamento di alta velocità e MoSE, secondo un elenco di priorità che ha trovato nella ministra “competente” la solerte esecutrice del mandato dei signori del cemento, inutile dire che le opere strategiche non prevedono la manutenzione delle infrastrutture e meno che mai la tutela e salvaguardia idrogeologica del territorio.

Inutile ricordare invece che fervono i preparativi  delle insensate Olimpiadi invernali, che a Firenze, Roma, Torino, Bologna  lavorano instancabili le lobby per la realizzazione di stadi, per l’ampliamento di aeroporti che oggi si presentano in veste di monumenti di archeologia dell’aviazione più che di cattedrali nel deserto.

Inutile dire anche che il trailer del film horror  che sta per girare Mario Draghi prevede che si investa per collegare con efficienza isole, coste e città in modo da venderle con più profitto, in modo che quella cui i suoi padroni guardano come a un’espressione geografica indolente e parassitaria si converta in un esperimento coloniale di turismo de luxe, in parco tematico del Rinascimento secondo Renzi e gli sceicchi.

Guardarsi dalle imitazioni, era uno slogan in voga quando era appena cominciato il grande business globale della contraffazione. Che vien bene oggi per la democrazia e i suoi prodotti taroccati.     

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